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Full text of "Cronaca di Fra Salimbene Parmigiano: dell' ordine dei minori"

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CRONACA 



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CRONACA 



DI 



FRA SALIUBENE PARMIGIANO 

DELL' ORDINE DEI MINORI 

VOLGARIZZATA DA 

CARLO CANTARELLI 

sull' edizione unica del 1857 
corredata di note e di un ampio 



INDICE PER MATERIE -! 



/ 




LUIGI BATTEI EDITORK 

1882 



Parma, Tip. Adorni Michele. 



AL 
K B I L L I M 

MAGISTRATO E CONSIGLIO MUNICIPALE 

DI PARMA 

CHE PER INCITAMENTO ED ESEMPIO 

AI FIGLI ED AI NEPOTI 

TEGLIA CUSTODE E VINDICE 

DELLE GLORIE DEGLI AVI 
QUESTO VOLGARIZZAMENTO 

DELLA CRONACA DI FRA SALIMBENE 

NARRATORE PRIMO E STUPENDO 
DELLE VALOROSE GESTA 
ONDE I PARMIGIANI DEL SECOLO DECIMOTERZO 

FRANCARONO L'ITALIA 

DALLA SIGNORIA DI FEDERICO SECONDO 

CARLO CANTARELLI 

A PICCOLO SEGNO DI MASSIMA RIVERENZA 

DEVOTAMENTE DEDICA CONSACRA 



I 





il I MLIA Si 




DISCORSO 

DI ANTONIO BERTANI VICE-BIBLIOTBCARIO 

DI PARMA 
PREMESSO ALLA EDIZIONE DEL TESTO OKIGINALE 



Il decimoterzo secolo che, ricco in Italia del 
retaggio di S* Tommaso, di S. Bonaventura e di 
altri sommi maestri, dava Dante al mondo intero, 
era secolo di grande intellettuale entusiasmo fra 
noi, si che ognuno, il quale si avesse da natura 
sortito fervido lume di mente, era vago di rovistare 
nel tesoro trasmessogli da' maggiori e di tramandare 
a' futuri tutto quanto ne ritraeva, insieme co' frutti 
suoi proprii, a tale che tu, leggendo le scritture di 
que'dì, ne diresti gli autori presi da una smania, 
da una febbre di apprendere e d' insegnare. Fra 
questi ardenti spiriti è certo da noverarsi il frate, 
di cui pubblicliiamo qui l'unico lavoro a nostra certa 
conoscenza venuto. Nato egli in Parma, surto ap- 



VI 

pena il quinto lustro di quel secolo, da padre che 
fu crociato^ ebbe svegliatlssimo ingegno, congiunto 
ad alto cuore e ribollente animo; basti a darne un 
sentore la vigoria con cui, giovinetto ancora, tenne 
fermo contro T opposizione,, che ben può dirsi, più 
che tenace, soldatesca, del padre alla risoluzione 
sua dì cingere il cordone di S. Francesco. Così deli- 
berato, il narra ei medesimo, nel suo decimoquinto 
anno vestì» per intercessione dì Fra Gherardo Boc-^ 
cabadati, 1' abito religioso in Fano all' insaputa di 
GuWo padre suo; venutone questi a conoscenza, 
dolente che la famiglia sua, detta di Adamo, perdesse 
cosi ogni speranza di perpetuazione, giacché l'altro, 
maggiore dei due soli maschi avuti, er^si già 
reso frate, corse ali* Imperatore, ed implorò ed 
ottenne eh' ei s' interponesse presso frate Elia Gene- 
rale dell' Ordine che fessegli restituito il figlio. Elia 
rispose che il renderebbe, ove questi aderisse di 
ritornare al secolo. Volò Guido a Salimbene, lo pregò, 
scongìuroUo, fecegli ampie promesse; invano: vinto 
dall'ira e quasi fatto demente dal dolore, il male- 
disse; il giovinetto piegò la fronte pregando Iddio, 
e stette saldo. Partì il meschino genitore; e Salim- 
bene poi nelle sacre ed umane lettere, nella gen- 
tile arte del canto andò liberamente educando e 
mente ed animo, onde poi salito in alta stima ebbe 
agio d' intrattenersi con assaissimi de' personaggi 
più cospicui in lettere, scienze ed armi, gradito 



VII 

sino a' Pontefici ed all' Imperadore medesimo. 
Giovanil talento indotto avealo a vagheggiar le 
dottrine di Gioachino; e veramente quella sua 
fantasia^ che il sollevava a straordinarie visioni, 
parea creata a simili speculazioni; ma più robusto 
fatto il pensiero, abbandonolle, e ne rise: amante 
del nuovo e del grazioso, ai fiori della nascente 
poesia italiana volger volle V ingegno, e dettò versi 
in copia, ora perduti. Non pochi paesi viaggiò^ 
notando tutto quel che lesse, vide, udì, e a tutto 
aggiugnendo le proprie considerazioni; e moltissimo 
appunto e lesse e vide e udì, vissuto essendo dalla 
fine del 1221 sin oltre il 1287, e fors' anche fin 
dopo il 1290; però da questo solo ben potrebbe ognun 
farsi una sufficiente idea della importanza della 
presente sua Cronaca, nella quale sono appunto re- 
gistrate pressoché tutte le impressioni in queVarii 
modi ricevute ne' suoi più belli anni. Di questa mio 
primo pensiero era stato di porre qui una specie di 
rapido compendio; ma poi due considerazioni me ne 
distolsero; V una, la qualità del suo latino, che (seb- 
ben barbaro, ma pur di elegante barbarie) tanto 
fluidamente scorre da rendersi di facilissima inteU 
ligenza anche a men pratici della favella del La- 
zio, sì che da quest' ullimo lato ben può paragonarsi 
al divin libro di quel Tommaso da Kempis, che per 
ciò appunto non trovò traduttore nell' aureo secolo 
di nostra favella; 1' altra, la persuasione che male 



vili 

avrei potuto rendere l'evidenza del suo dire, la quale 
dalla mia insufficienza attenuata, n'avrebbe avuti 
dilavati quei vivi colori con che ne pinge i piCi 
importanti avvenimenti, ne porge i tanti ritratti 
de' suoi contemporanei, cui ti sembra vedere nella 
sua favella risorgere d'innanzi a te animo e persona. 
• Ond' è eh' io mi restringo all' accennare per bre^ 
vita gli altri più eminenti pregi del suo lavoro, e 
ciò solo m' induco a fare per eccitar desiderio di 
leggerlo tutto tutto in chi fosse ignaro della im-^ 
portanza sua, e credesse doversi questa Cronaca 
mettere a paro delle tante fredde e noiose pei più, 
le quali furon opera di volgari intelletti. Della 
efficacia del suo ritrarre e avvenimenti e uomini 
ho detto testé; ma ciò che in questo pure è più 
maraviglioso aggiungo ora: nella dipintura de'primi 
in ciò si distingue egli dagli altri cronisti, che, 
mentre questi mai non ravvivano di qualche scin- 
tilla il loro racconto^ esso al contrario, oltre al calor 
generale che intero avviva il suo lavoro, ti balza 
fuori all'uopo con uno slancio deir anima, come là 
dove, a cagion d' esempio, dopo aver noverate le 
irruzioni de' barbari in Italia, giunto all' ultima, 
ripiglia: utinam ultimai Quanto a' ritratti poi è 
impareggiato; imparziale dispensa e lode e biasimo, 
senza macchiarsi della vergogna dell'ire di parte 
ond' era dilacerata questa mìsera nostra terra: frate, 
s'.ei ti ragiona del secondo Federico di Svevia, il 



IX 

compiange e V ammira; tutte ne annovera le accuse 
dei contemporanei^ ma del proprio ne fa sfolgorare 
le doti grandiose: frate, applaude alla virtù del 
guelfo, ma gli rinfaccia ad un tempo e vizi e colpe, 
inesorabile sì e solenne, che alla tua immagina- 
zione si presenta quasi una scena del supremo giu- 
dizio. Guai a colui che merita biasimo, e sia pur 
anche V uomo il cui nome sta scritto sulla bandiera 
della fazione. 

Né la sua Cronaca si limita a rinserrar soltanto 
notizie italiane; da' suoi confrati, che avean visitate 
altre terre, avidamente suggeva le novelle, e 
notava: onde qui trovi sin dovizia per le storie 
d' Oriente; ed egli stesso de' suoi viaggi in Francia, 
ove fu ben affetto, tiene ricordi minuti in modo da 
porti sott' occhi e le ricchezze de' vigneti e le co- 
stumanze de' baroni, nell' ora istessa in cui ti de- 
scrive la partenza dalla piaggia natale di Lodovico 
volto al riscatto del gran Sepolcro, in maniera tal- 
mente esatta, che inutilmente cerchi V eguale negli 
annalisti contemporanei di quella nazione. 

Chi tenga dietro allo svolgimento dell'idea fl- 
losoflco-religiosa, nelle varie età, troverà qui ampia 
messe; la dottrina delle vaghe speculazioni profeti- 
che, tanto fervente a que'giorni, occupa qui appunto 
un luogo principale fra esse; né minori ne coglierà 
chi vada in traccia di ricordi letterarii; e talora 
avrà cagione dì fare a sé stesso strani quesiti, co- 



X 

me quando legga il brano ove Salimbene racconta 
di quel bizzarro ingegno di Primasso^ di cui reca 
versi non pochi, e cui si contendono parecchi paesi. 
Egli il dichiara vivente del 1238 circa: come po- 
trassi por questa data in armonia colla attribuzione 
che gli si fa da altri, e dotti assai, di poesie, che 
rivelansi di per sé nate ai dì del Barbarossa? e 
come poi ciò stesso colla novella del Boccaccio (ri- 
petitor gioioso delle tradizioni ancor troppo recenti 
perch' ei fosse indotto in errore), la quale ne fa 
conoscere come Primasso appunto capitasse a Cluny 
al tempo che il famoso monastero era retto da uà 
abate largo e splendido? questo abate altri non poteva 
essere che Guglielmo di Pon tolse reggente appunto la 
cluniacense famiglia dal 1244 o 1245 al 1257 o 1258; 
e ciò darebbe la causa vinta al mìo Salimbene; ma 
dopo quello che intorno a Primasso ha detto V iU 
lustre Iacopo Grimm, come potrei io osare di sosterà 
ner le ragioni del mio compaesano con sì minime 
forze e sì lieve addentellato? 

Giunto al fine di quanto m' ero prefisso, ripeto 
la manifestazione del desiderio, che ho vivissimo, che 
questo mio povero ed inculto dire metta pungente 
brama in chi lesse di tutto ponderare il. volume, 
perchè ho ferma fede che di gran giovamento deb- 
bano riuscire lo studio principalmente alla tutt' ora 
desiderata storia generale d'Italia. 

A. BERTANI 



AVVERTIMENTO 



M»H^t^M 



Far cechi anni passati venuto il Duca di Sermoneta 
in divisamente di ptiblicare una continuazione agli 
Scriptores Eerum Italicarum si volse al ceUhre Monsi- 
gnor Gaetano Marini per ottenere suggerimenti non 
solo, ma trascrizioni pur anche de' prejsiosi codici storici 
chiusi nella Vaticana, i quali potessero formar parte 
di simile nuova collezione. Aderì di btwn grado il Ma- 
rini, e senza piit diedesi a far trascrivere dall' Abate 
Amati, siccome importantissima, la Cronaca che noi 
ora qui publichiamo, e, compiutane la copia, questa 
consegnò all' egregio storiofilo. Gli avvenimenti che 
gran parte d' Europa posero a soqquadro alla fine del 
passato ed al principio del presente secolo, impedirono 
a quesf esso di mandare ad effetto il proprio disegno: 
venuto egli a mor-te, fu la sua importante biblioteca 
venduta a pubblica auzione, e con questa la copia della 
Cronaca Salimbeniana e di altre^ Buon per noi che 
V acquirente di tale copia fòsse un personaggio dedito 
all' incremento de' migliori studii: era egli il Commen- 
datore Gian-Francesco De-Eossi, di onoranda memoria, 
il quale, saputo come il mio ottimo ed amatissimo zio 



XII 

Commendatore Pezzana nutrisse gran desiderio di averne 
pur copia per collocarla, siccome patrio monumento, 
nella Parmense, cortesissimamente volonteroso gliela 
concedette, 

E questa ultima è quella che ha servito, insieme con 
alcuni estratti lasciatici dall' Affò, alla presente edi- 
zione, curata per la massima parte, essendo io da 
troppe altre occupazioni distratto, dal valentissimo mio 
buon amico Cav. Amadio Monchini insieme all'egregio 
Ab. Luigi Barbieri, ai quali m' allieto nel porger qui 
publico segno di viva riconoscenza. Ma mentre con ciò 
dichiarare do sicurezza a'iettori della fedeltà scrupolosa 
della edizion medesima, m' è pur d' uopo avvertirli del 
come io sia dolente del doverla presentare con non 
poche lacune, colpa del manoscritto del Marini: par- 
tendo egli da' principii degli storiografi de' tempi suoi, 
reputò inutili, e però da non trascriversi, cose che oggi 
terrebbersi in gran pregio a seconda dei meglio vantag- 
giati metodi dello studiare le fonti storiche. Tali sareb- 
bero, fra quelle appunto ommesse da lui^ alcuni trat- 
tatela, de' quali la Cronaca ne porge intitolazione, va- 
levoli, a suscitare i nostri e desidera e lamenti, parec- 
chie canzoni popolari e satire, ed altro: il che tutto 
avrebbe valso almeno a vieppiù dichiarare lo spirito dei 
tempi intorno a cui la Cronaca stessa si aggira. Ciò 
nulla meno, la Dio mercè, tanto ne rimane da renderla 

uno stupendo monumento. 

A. Bektani 




I Rettori 



La Cronaca di Fra Salimbene, monumento 
storico tanto celebrato, quanto lettura per secoli 
invano desiderata, perchè sepolto prima nelle libre- 
rie dei frati, poscia nella biblioteca del Vaticano, 
ove si otteneva il permesso di leggerlo, ma non 
di copiarlo, fu finalmente pubblicato in Parma nel 
1857, prima, e, finora, unica edizione di non molti 
esemplari, e già esaurita. Ma se questa pubblica- 
zione bastò al vivo desiderio di pochi eruditi, che 
intendono il latino medioevale del testo Salimbe- 
niano, era ben lungi dal contentare que' molti, che 
pur intendendo il latino classico, non avevano fa- 
migliarità colla lingua latina scritta nei tempi di 
mezzo, e tutti quegli altri, cui pungeva la nobil 
brama di conoscere almeno i più cospicui documenti 
della storia patria, ma alla coltura anche non poca 
che possedevano, mancava la conoscenza del latino 
di qualunque fosse tempo. Ora poi che le crescenti 
generazioni trovano una larghissima messe di col- 
tura generale nelle Scuole tecniche, negli Istituti 



XIV 

tecnici, militari, di marina, e nelle Scuole di tanti 
altri insegnamenti speciali, ne' cui programmi allo 
studio delle lingue classiche è sostituito lo studio 
delle lingue oggidì parlate in Europa, colla cresciuta 
coltura generale è diventato per una parte più vivo 
il desiderio e il bisogno di cercare la storia patria 
nelle scritture di coloro che videro co' propri occhi 
le cose narrate, e per l'altra si è notabilmente 
moltiplicato il numero di quelli, a cui manca il mezzo 
d' intenderle. Io perciò ho creduto fare cosa non 
inutile traducendo questa celebratissima Cronaca, 
in cui quel vivissimo ingegno del Salimbene s' im- 
pone ai lettori non tanto come narratore veridico 
e critico giudizioso, quanto come scrittore che av- 
viva sempre il suo racconto e talora lo rende scin- 
tillante, e ti balza fuori collo slancio di un' anima 
che trascina. Quanto a' ritratti poi è impareggiato, 
dice r editore parmense, Cav. Antonio Bertani Vice- 
bibliotecario: imparziale^ dispensa lode e biasimo 
senza macchiarsi della vergogna delle ire di parte, 
ond' era dilacerata questa nostra misera terra: Frate, 
s' ei ti ragiona del secondo Federico di Svevia, il 
compiange e V ammira; tutte ne annovera le accuse 
de' suoi contemporanei, ma del proprio ne fa sfol- 
gorare le doti grandiose; Frate^ applaude alle virtù 
del guelfo, ma gli rinfaccia ad un tempo e vizi e colpe, 
inesorabile sì e solenne^ che alla tua immaginazione 
si presenta quasi una scena del supremo giudizio* 



XV 

Gìiai a colui che merita biasimo, e sia pur anche 
/' uomoj il cui nonne sta scritti) sulla bandiera della 
fazione. Né ho pretesa di aver fatto lavoro lette- 
rario, che non ho arroganza d' allinearmi co' lette- 
rati, né d' aver elaborato un' opera di critica, né di 
illustrazione, che, foss' anche ne avessi avuto intel- 
letto, me ne sarebbero mancati assolutamente e 
tempo e mezzi; ma ho semplicemente e dimessa- 
mente posto cura a volgarizzare e ridurre a lezione 
popolare un documento preziosissimo per la nostra 
storia nazionale. E se mancherà pregio al volgariz- 
zamento, s' imporrà e s' aprirà la via da sé il rac- 
conto: e nutro fiducia che a me non si defraudi il 
merito del buon volere. 

Carlo Cantarelli 



CRONACA 



DI FRA SALIMBENE DI ADAMO 



PARMIGIANO 



DELL' ORDINE DE' MINORI 



D\ or innanzi (1) lìoi ci incontreremo in un Iinguaggi<^ 
incolto, rude, grossolano ed esuberante, che in molte parti 
non conosce leggi di grammatica; ma che segue però la 
storia con ordine appropriato. E perciò sarà necessaria 
Glie per opera vostra ora si assesti, si migliori, si aggiunga, 
si tolga, e, a seconda del bisogno, si riduca alle corretta 
leggi della lingua; come anche sup..». questa stessa cronaca 



»1) Siiino conveniente avvertire. ( dice qni T' odftore parrnenBC delP originate' 
che n è ommesso nella presente pubblicazione tutto ciò che leggesi da carie .«H 
(prima deli' acefalo codice Taticano) a 215 non essendo la narrazione in e^*ò- 
compresa che nn estratto della Cronaca del vescovo Sicardo già edita dal Muratori 
( Rer. Ital. t. 7. ;• Al quale avvertimento il traduttore aggiunge che il celebre 
Monsignor Gaetano Marini quando fece trascrivere dair Abate Amati I' auto^^rafo 
Kulimbeniano psl Duca di Sermoneta, sulla qual copia fa condotta T edizione di 
Parn a, ommise la trascrizione di alcuni trattatelli, canzoni popolari, satire insecte 
nella cronaca, perchè a suo ' avviso erano inutili, mentre potevano servire a far 
meglio conoscere il movimento del pensiero filosofico e religioso del tempo. E: so, 
come pai», si pubblicheranno le accennate cose mancanti, saranno tradotto e 
aggiunte in appendice a questa edizione. C. 

Salimbene, Cronaca, 1 



maaifestamente.*,. è che noi abì)ìam fatto iu molti luoghi 
ove abbdamo trovato molte cose false, e molte dette roz- 
zamente, delle quali alcune sono state introdotte da 
copisti.... che falsificano molte cose; altre poi farono 
inserite dai primi compilatori. Chi poi dopo loro" fece 
qualche giunta, seguì i primi in buona fede, senza star 
a pensare se avevano detto bene, o male ; sia che il facesse 
a scanso di fatica, sia per ignoranza della storia. E vera- 
mente fu meglio assai che scrivessero qualche cosa, quan- 
tunque di quello che nulla facessero- Perchè almeno 

sappiamo da loro in che anno sono avvenute le cose di 
cui parlano; e abbiamo notizia d' alcun che di vero intorno 
a ge&te d* uomini, e intorno ad avvenimenti ; notizie che 
forse non avremmo, se Dio non ce le avesse volute rivelare 
come le rivelò a Mosè, ad Esdra, a Giovanni nelFApo»- 
calìsse, a Metodio martire quand' era chiuso in prigione, 
e a molti altri, a cui furono predette le cose future e 
aperti i secreti del cielo. Perciò il beato Giovanni dice 
che al tabernacolo del Signore ciascuno fa Y offerta che 
può: chi porta oro, argento, pietre preziose; chi bisso, 
porpora, cocco, giacinto. Per noi sarà già gran che, se 
potremo offrire pelicele e lana di capra. Ma V Apostol<^ 
dà più pregio alle nostre umili oblazioni. Onde tutto 
quel gran miracolo di bellezza del tabernacolo, che per 
mezzo di appropriati simboli è figura della chiesa presente 
e della futura, e velato di pelli e di cilizii Sono le coso 
più vili quelle che servono a riparare dagli ardori del 
sole e dalla molestia delle pioggie. Simile cosa abbiamo 
fatto noi in molte altre cronache da noi scritte, edite ed 
emendate, 
a. 12.12 Or dunque V anno sussegnato ( 1212) il Re di Francia 
col conte di Monforte si ascrisse a' crociati, e, per movere 
alla guerra insieme agli altri crociati, preparò quello 
stesso esercito che s' era battuto in [spagna quando X Im- 
peratore de' Saraceni, che aveva seco cinquanta Re, fu 



\sedufitto presso Muradal (1) da tre Re di Spagna ; quel 
di Castiglia, quel di Navarra, e quello di Aragona, aiutati 
dai Portoghesi, de' quali undicimila caddero nolla prima 
battaglia. Nel medesimo anno 1212, entusiasmata dal 
racconto di tre ragazzi di circa dodici anni, i quali elìcevano 
d* aver veduto in sogno.... assumer.... il segno della croce.... 
dalle parti di Colonia.... una moltitudine innumerevole 
di poveri d'ambo i sessi e di ragazzi crociati, che pel- 
legrinavano in Italia.... partì dicendo che avrebbero passato 
il mare a piedi asciutti, e col braccio di Dio redenta Terra 
Santa e Gerusalemme. Ma la finì che scomparvero quasi 
tutti. Lo stesso anno infierì una fame sì grande, special- 
mente in Puglia e nella Sicilia, che -le madri facevano sin 
^pasto de' loro ragazzi. 

L'anno 1213 il giorno santo di Pasqua di Pentecoste, «• 1-13 
che cadde nella festa dei santi martiri Marcellino e Pietro 
cioè ai due di giugno, i Cremonesi, col solo aiuto di trecento 
militi Bresciani, accorsero unanimi col loro carroccio in 
soccórso dei Pavesi, molti de' quali erano stati fatti pri-" 
gionieri dai Milanesi, presso Castelleone (2) come s' è detto 
più addietro, quando il Re da Pavia passò a Cremona.* 
Ed ecco improvviso sorgere un gran rumore, ed erano i 
Milanesi, che «ol loro carroccio venivano volando come 
saette, e come folgori irrompevano. E in loro aiuto erano 
accorsi militi Piacentini, arcieri Lodigiani, Cremi nesi fanti 
e cavalli, cavalleria Novarese e Comasca, e de'Bresciani al- 
trettanti più di quelli che abbiam già detto essere andati 
a soccorso de' Cremonesi. Tutta questa gente con una- 
nime furore e clamore, con coraggio ed impeto, compatta 
come un sol noma, urtarono, respinsero, fugarono, impri- 
gionarono ed annientarono i Cremonesi e la milizia dei 



(1) Komc d' un-pa>;so snlk Si^erra Morena tra V Andalusia e la Kdova Cnstiglia 
«v« nel 1202 erano stati sbaragliati i ì&óvL 

<2/ CaaWllo aulla sinistra del S«rio in Lomlwrdia. 



4 

fuorusciti. Ma ì Cremonesi riportarono in fine vittoria sui 
Milanesi ed alleati loro, e ne trassero il carroccio per 
m.... con gran trionfo ed esultanza nella città di Cremona, 
Lo stesso anno, a' 13 di Giugno, il Comune di Bologna 
promise giurando di far guerra ai Modenesi a favore e 
servigio del Comune di Eeggio, ne di far mai pace coi 
Modenesi senza il consentimento dei Reggiani. 

a, 1214 L' anno 1214 i militi di Raggio in servigio dei Cre- 
monesi e dei Parmigiani si recarono sulla diocesi di 
Piacenza per devastare le possessioni dei Piacentini, e 
posero gli alloggiamenti presso Colomba, (1) che ò uu 
monastero- dell' ordine de' Cistcrciensi^ 

R. 1215 L' anijo 1215 .Papa Innocenzo III celebrò un solenne 
concilio a S. Giovanni in Laterano. Egli.... corresse ed 
ordinò l'ufficio ecclesiastico im.... e vi aggiunse di suo, 
e tolse di quel che altri vi aveva intruso; ma non è 
ancora bene ordinato secondo il desiderio di alcuni, né 
eziandio secondo la natura della cosa. Perocché vi sono 
molte' cose superflue, che ioiducono più noia che divozione 
in quelli che le ascoltano come in quelli, che le recitano. 
Tale sarebbe la ora prima della domenica, al momento 
che i sacerdoti dovrebbero dire le loro messe, e il popolo 
le aspetta ; ma non vi ha chi dica messa, perche ì sacerdoti 
sono occupati nella recitazione della prima ora. Così il 
recitare diciotto salmi nel!' ufficio notturno e della dome- 
nica prima di arrivare al Te Beum laudamusj d' estate, 
quando le pulci molestano, e le notti son brevi, e il caldo» 
è intenso, e d' inverno per freddo, non fa che annoiare. 
Yi sono ancora molte cose da mutare in meglio neìV uf- 
ficio ecclesiastico; e sarebbe bene il farlo, perchè è zeppo 
di grossolanità, quantunque non riconosciute da tutti. 

a- 1215 L'anno 1216 mori Papa Innocenzo HI- presso Perugia 



(ì) Ora Chiaravulle della Coloniia, foehi chilometri sptio AUeno, icbo à una 
«**a7,ìone della ftrio>i.i Piace,*: za-rarmiik. 



in liUgiiOi ed e sepolto nella chiesa episcopale. Al suo 
tempo fiori rigogliosa la Chiesa, e tenne supremazìa sul* 
r Impero romano, e sopra i Re ed i Principi di tutta 
la terra. Ma V Imperatore Federico, da lui esaltato e 
chiamato figlio della Chiesa, fu uomo pestifero, maledetto, 
scismatico, eretico, epicureo, coruttore di tutto il mondo, 
perchè seminò nelle città italiane tanto seme di divisione 
e di discardia, che dura tuttora; sicché i figli, riguardo 
a' padri loro, possono ripetere il lamenti profetico di 
di Ezechiele 18.« : I padri hanno mangiato V agresto^ 
ed i denti de' figlmoìi ne sono allegati. E parimente 
Geremia nell' ultimo de* trenii I nostri padri hanno 
peccato, e non sono più,: noi aVbiam portate le loro 
iniquità. Quindi pare verificata in Federico la profezia 
dell'abbate Gioacchino (1) all' Imperatore Enrico padre 
di lui, che si lamentava di suo figlio quand' era ancor 
giovinetto: Il figlio tuo sarà perverso, gli disse: ini* 
quo sarà il figlio tuo ed ^erede, o principe. Perocché^ 
diventato padrone, metterà sossovra 41 mondo, e cai" 
pesterà i santi dell' altissimo. Perciò si attaglia be- 
nissimo a Federico ciò che il signore per bocca di Isaia 
10.» disse di Assur, ossia di Senacheribbo : Penserà nel 
cuor suo di distruggere e di sterminare genti non poche. 
Tutte queste cose si avverarono in Federico, come abbiamo 
veduto noi cogli occhi nostri, noi, che, ora che scriviamo, 
siamo nel giorno che è vigilia della Maddalena del 1283. 
Tuttavia sì può scusare Papa Innocenzo di aver deposto 
Ottone ed esaltato Federico, perchè lo fece con buona 
intenzione, fiacondo il detto del salmo: rùno umilia^ 



\\) Abate de' Cistercensi eli Flora in Ctilabria, morto nel l^Oi o nel 1202; ù 
spaeeiava e passò per profeta; lasciò libri di predizioni e molte altre opere, cli« 
sapcitarono gran romore, ed ebbero difensori ed oppognatori. La Chiesa nel concilio 
di Laterano indetto da Innocenzo III. condannò le sne dottrine intorno alla Trinità 
perchè condaeevano al Triteismo, senza nominarne l' antoro perchè era nomo di 
«anfck vita; e prima di morire, riconoscijitì .i suoi errori, li disdisse. 



V altro esalta. E nata'cTie Innocenzo.... fu uomo gene- 
roso e mag..,. dis. Perocché una volta accostò a se stessa 
stesa pel lungo la tunica inconsutile del signore per mi- 
surarla coir altezza della propria persona, e gli parve che 
Gesù Cristo fosse di piccola statura ; ma poi vestitosene,. 
si trovò più piccolo di lui. E perciò gli entrò nelF animo 
una reverenza, che lo mosse a venerarla come era con- 
Yenientè. Cosi quando predicava al popolo soleva tenérsi 
sempre dinanzi il libro aperto. E quando i cappellani gli 
<)omandavano come mai un uomo, quale: egli era^ sapiente 
e letterato facesse tal cosa, risponde v^a: Lo' facèio por'voì, 
per dare esempio a voi, che sieteignoranti e avete rossore 
di studiare. Ad Innocenzo successe Onorio IH. 
a. 121G L' anno 1216, millesimo già sunnotato, milizie e arcieri 
andarono in aiuto de* Bolognesi attorno a S. Arcangelo 
(1) contro quei di Bimini, e posero assedio a quel castello, 
e vi stettero lungo tempo, tanto che fu poi fatta la pace; 
e tutti quelli di Cesena, che erano nelle carceri di quei 
di Eimini, ed erano settecento, furono prosciolti. Cadde 
queir inverno-grandissima quantità di neve, e fece freddo 
intenso, sicché ne furono distrutte le vigne, e il Po gelò 
e su quel ghiaccio le donne menavano le danze; e i ca- 
valieri facevano correndo loro torneamenti; e i campa- 
gnuòli passavano il Po co' toro carri, barocci e treggie. 
Così durò due mesi. E allora lo staio del frumeiito si 
vendeva nove- di quegli imperiali che^ erano in corso e 
lo staio della spelta quattro imperiali. E la Eegina, moglie 
di Federico Imperatore, figlio del fu Imperatore Enrico, 
passò per Eeggio di ritorno dalle Puglie, e in viaggio 
per raggiungere sno marito in Germania. E il Comune 
di Reggio le fece le spese per tntto il tempo della sua 
sosta in città. 



0} SalU linea della Ferrovia a dieei chilom&tri prisNi di Bimini p»r cìxi parte 
àa, Ooloi^na. . 



L'hanno 1217 fu fatto Papa Onorio III, il quale convocò a. 1217 
nn concilio, m cui decretò che per virtii di quel solo 
decreto incorressero la sconiunica tutti quelli che faces- 
sero una legge qualunque restrittiva della libertà della 
chiesa; e che aessusn sacerdote- o preUtto studiasse 
giuciaprudenza, .uè vi fosse insegnamento di leggi a 
l'arigi ; depose un Vescovo, che non avec\a letto il DoDatO' 
{Ifr e ordinò che stesse sempre acceso un lume davanti 
air ostia consacrata, e che il sacerdote nel portarla agli 
kfiermi la t&sxLsm ^mecs davanti al j)etto. 

L'anno 1218 in Oiuguo i Reggiani andarono col loro a l2iH> 
esercito 'in 'aiuto de' Oremon^i et parmigiani a Zibello (2) 
contro i Milanesi e loro alleati ; e fu gran combattimeuto 
tra loro il giovedì tra le tempora ; e molti d' ambe- le 
parti ne morirono, e molti furono i prigionieri; e fa 
giurata mi* alleanza tra Seggio e Parma. Guido da Reggio 
era allora Podestà di Parma. L' anno stesso i pellegrini 
cristiani cinsero d'assedio Damiata.. 

L'anno 1220 Federico figlio dell'Imperatore Enrico a. 1220' 
fa incoronato nella chiesa di S. Pietro in Roma da Papa 
Onorio III il di di S. Cecilia vergine e martire ; e sua 
moglie la Regina Costanza fu coronata Imperatrice con 
buona pace de' Romani ; il che quasi mai s' è udito dr 
altro Imperatore. Ed impwò trent' anni ed undici giorni ; 
e morì il giorno compleanno delia sua incoronazione in 
una piccola città della Puglia, che si chiama Fioren- 
tino (.^) presso Nocera (4) de' Saraceni. Nel millesimo» 



(1) Donato fa maestro di liettoriea a Roma nel 856, ove ebbo scolare 5.. 
Oirolamo. Compose una Grammatica che poi si denominò il Donato; e lasciò i 
commenti di Terenzio e Virgilio. 

(2) Piccolo paese snlla destra del Po a pieno nord di Borgo S. Donnino;. 

(3) Nella Provincia dr Foggia tra Lucerà e S. Sovoro*. Salimbene lo chiama 
Fiorentino; Giovanni Villani Fiorensola; il dizionario geografico universale coni pi- 
lato da una società di dotti italiani dice Firentina. Ora non restano che pochi 
rader! e an tratto di cortina del Cistello a cai è addossata una fattoria della 
famiglia Romano, e si chiama in papso Torre fiorentina. 

(4) Nocera de' Saraceni la chiama Salimbene; Nocera la dicono Svetonio e 
Tolomeo; Lueeria la dicono tanti altri antichi ora è Lucerà. 



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suddetto da' Beggiani, FArmigktni e Cremonesi fu posto 
assedio a Gonzaga (1), che era occupata da' Mantovani 
e dal conte Alberto di Casaloddi della diocesi di Brescia. 
E l'anno stesso si fece il cavo Tagliata, o Incisa, e vi 
si immise il Po (2); fu preso il castello di BoRdeno (3) 
un martedì 16 di Giugno da' Mantovani, Veronesi, Fer- 
raresi e Modenesi ; e il 10 d' Agosto, giorno di S. Lorenzo, 
i Mantovani furono sconfìtti, messi in fuga e fatti prigio- 
nieri da quei di BeduUo, che erano venuti da Fabbrico (4) 
e da Campagnola (5) per depredare e incendiare Bc- 
dullo (6) stesso. 

a. 1221 L'anno 1221 morì il beato Domenico ai 6 d'Agosta 
Ed io frate Salimbene di Adamo di Parma nacqui 
quest' anno stesso ai 9 di Ottobre giorno di S. Dionigi -e 
Donnino; e Baliano di Sidone, gran barone di Francia, 
che d' oltre mare era venuto a conferire con Federico II, 
mi tenn« a battesimo, come mi dicevano i miei, nel 
battistero di Parma, che era accanto a casa mia. E me 
lo ha detto anche frate Andrea d' oltremar-e, della città 
di S. Giovanni d' Acri, dell' Ordine de' frati Minori, che 
vide e se n-ì ricorda, e si trovava col prenominato barone, 
come addetto alla sua famiglia e compagno di viaggio. 

a. 1222 L* anno 1222 furono colmate dai Bolognesi e Faentini 
Je fosse della città di Imola, e ne furon portate le porte 



(1) Salla delira del Po Hord-Est di Onastalls. 

(2) Tra Gaastalla e Beggiolo era ana steia di terreno paludoso detto il Fo 
morto, le cui acqne incanalate nel detto c>tvo, e asciugato il territorio, si conqui- 
starono alla éoltivazione ubertosissime campagne, a spese de* Cremonesi padioni 
di Gnastalla, e de' Reggiani. La Tagliata ò aperta ed utile tnitontr. 

(!)) Questo è Bondeno della Provincia di Mantova alla destra del Po in quel 
di Gonzaga. In antico Ti era Bondeno di Arduino e de' Ronconi; ora lo frazioni di 
Bocdanollo e Ronchi. 

(4) (5) (6) FaUrico e Campagnola a Sud-Sud-Est di Guastalla. Bednllo era 
nella TÌcinanze: ora non esiste piCi come tilla a sé; nel principio del secolo corrente 
Tu atterrata la chiesa che ne rest^Ta, com> ùltima reliquia, chi* era soggetta alla 
.parrocchia di Fabbiico* 



a Bologna. E h stesso anno, n Reggio si seintì una fortis- 
sima scossa di terremoto, mentre Nicolò Vescovo di 
Reggio predicava nella chiesa maggiore di S. Maria; e fa 
sentito anche per tutta Lombardia e Toscana, e fu detto 
specialmente terremoto di Brescia, perchè ivi si fece 
sentire più terribilmente ; sicché fuggiti i Bresciani dalla 
città, se ne stavano air aperto sotto padiglioni per non 
morire sepolti sotto le ruine delle case. E ne minarono 
molte case, torri e castelli de* Bresciani ; i quali poi si 
erano tanto addomesticati con quel terremoto, che quando 
cadeva il pinacolo d'una torre, o una casa, stavano a 
guardaire e -scrosciavano dalle risa. Onde un tale disse 
in versi:: 



Mille dncentis vigìnii Christe dnobas, 
Fostqaam sumpsisti cameni, currentibas 

annis 
Talia fecisti miracula Bex benedicte: 
Stella comis variis angusti fine refnlsit ; 
Septembris pluvia vites submersit et 

uras, 
Destrnxitque domos, fluvii de more ra- 

paciff; 
iLoaaqae passa -fait eclypsim mense 

novembri s ; 
Christi natalis media qaafll luce diei 
Terra dedlt gemitus rngiens, tremuii- 

que frequenter; 
Tecta cadunt, urbes quassantur, tempia 

ruerunt ; 
£xanimes domiuos fiscerunt moenia mul- 

toar; 
Flumina mntarunt cursum r^petentia 

■fontea. 



L' anno mille e dngento e venti e dae 
Dacché vesLidti le mortali npoglie, 
Queste rifnlser maraviglie tue, 
Re di quanto in terra e in ciel s'accoglie. 

L* arso Lion suo regno al fin vulgea 
E il crinchiomatastella all'aura i^ciolse; 
La vergine dal grembo acque scotea 
E i tralci e l'uve ne percosse e tols^; 

E l'onde in fiume accolte, alto, vorace, 
•Del -colono atterrare il dolce albergo; 
Vide lo Scorpk) la notturna face 
Ritrarsi oscura della terra a tergo; 

E in mezzo al dì che a noi ti fé' palese, 
Scoesa tremò fra gemiti la terra. 
Mugghiò, ruggì a lunghe e più riprese 
Come ne fosse ogni elemento in guerra. 

Case crollar, crollar cittadi e tempi; 
Su r osplt« r ostel di sé fé* monte, 
E i fiumi uncor con inauditi esempi 
Fuggir ritrosi a ricercar lor fonte* 



Mia madre era usa a dirmi che quando tirò quel 
terremoto io era uella mia cuna : ed essa si pigliò le 
mie due sorelle, ciascuna sotto un' ascella, perocché erano 
piccine. E, lasciato me nella cuna, corse a casa di suo 
padre, sua madre e suoi fratelli, per timore, come essa 
diceva, che le cascasse addosso il battistero, che era lì 



10 



accanto a casa mia. E perciò io non Y amava tanto cara^ 
mente perchè doveva curarsi pili di me, come maschio, 
che delle femmine. Ma essa diceva che le' poteva portar 
meglio perchè grandicelle. 

a. 1223 L'anhó 1223 il 1,? di Maggio f Mantovani sorpresero 
i Crenoo&esi, che condacevanò qnasi cento barche onerarie 
caTiche di sàie, e le posero a guasto e a ruba e le cola- 
rono in un fondaccio del Bondeno (1). 

a. 1224 L'anno 1224 i Mguitovaui vennero con navi ad asse- 
diare la strada Reggiana nelle paludi e sopra la Taglia' ar 
e fecero cataste di legné per abbruciare i ponti e le 
navi, che erano in Baafreda (2). E fu allora che morì 
Giacomo da^ Palù, il quale fu cagione di gran discordia, 
tra que' da Palu e (3) que' da Fogliano. 

ci. 1225 Ìj anno 1225 si fece una tregua tra' Reggiani e Man- 
tovani per intromissione di Kavanìno Belletti di Cremona 
Podestà di Reggio 

a. 1226 L' anno 1226 ai 4 di Ottobre, sarbbato a sera, il beato- 
Francesco istitutore e guida dell' Ordine de' frati Minori 
passò dal naufragio di questa vita alle sfere celesti ; e- 
f il sepolto la domenica in Assisi, fregiato delle Stimjnate 
di Gesti Cristo, vent'anni dopo il principio della sua 
conversione. Perocché cominciò 1' anno 1207 sotto Inno^ 
cenzo III Papa, di cui si canta:. 



Coepit sub Inno:entio, 
Cu sumqae sub Onorio 

Perfecit gloriosnm. 

Snccodens his Grcgorius 
Magniflcavìt amplius 

liliraealig formosuio. 



Raggiar vide initocenzo T alma st«Us, 
Ohe sotto Onorio il ciclo ognor più bel)^ 
Compì gloriosa. 

Grogorioalorsnftcesse^ea ninn .«eoondo^ 
Per opre e per virtù mostrolla al mondo 
Uaravlgliosa. 



(1) Scolo d'acque in gran parU interrita tra il Reggiano, il Uodenesa • il 
Mantovano. 

(2) Cioè nella gora delle acque. 

(^) Di questa Corte • Castello, che di< do nome alla nobile famiglia de' Conti 
da Palù, appena resta un Testicio tra Fabbrico e Heggiolo, in un luogo detto Molta 
di Fabbrico, Valle di Padnlo. 



n 

PkrimeHte^ Y anna stèsso morirono nel territorio di 
©anossa Ugolino da Foglialo (1) e Guido da Baiso (2), 

L'Mino 1227 fu gran caristia di biade- e di ogni a. 1227 
vittovaglia, sicché lo staio del frumento si vendeva 1:2 
sino a 15 soldi imperiali correnti ; lo staio della spelta 
5, 6 Boldi imperiali ; lo staio della melica 8 soldi impe- 
riali, e 1a libbra di carne di maiale 12 soldi imperiali. 

L'anno 1228 i Bolognesi col loro carroccio- andarono* a. 1228 
attorno al castello di Bazzane (3), e contro loro corsero 
i Modenesi, i Parmigiani e i Cremonesi, e misero a 
fuoco le terre de' Bolognesi, e arrivarono sino nell'alveo 
iél Reno, ove abbeverarono i loro cavalli. E quando tor- 
navano indietro passando per Strada^ i Bolognesi andarono 
loro incontro nella contrada di S. Maria in Strada (4)\ 
e s'ingaggiò tra loro un Serissimo combattimento, onde 
molti ne furon morti dell' una e dell' altra parte. Nel 
detto anno, mentre ì Bolognesi stavano attorno a Bazzano,. 
i Modenesi, Parmigiani e Cremonesi presero e bruciarono 
Piumazzo (5). L' anno stesso, il dì. di S.> CristoforOj 
coniinciò a nevicare smodatamente ; e sino a quel giorno 
era stato uà sì bel tempo, e l' inverno tanto caldo^ che 
le strade ne erano polverose. E nel detto anno fu cele- 
brata la prima messa nella chiesa della S. Trinità di 
Campagnola dal Cardinale Ugolino, che era. direttore, 
protettore e censore dell' Ordine de'. frati Minori, e facente 
funzioni di Legato in Lombardia. E mori Onorio; e 
r anno stesso fu eletto Papa il prenominato^ Cardinale 
Ugolino d'Anagni, e fu chiamato Papa Gregorio IX. 
Questo Gregorio distrusse cinque volumi di decretali, e 



(l) Castello a me^za^ via eirea tra Beggio g Scandiano. 
(2/ Castello suir appennino alla destra del Tresinaro. 

(3) Sulla destra del Panaro a monta della via Emilia. 

(4) A 7 miglia da Bologna al di sotto della, via Emilia verso il Panaro. 

(5) Piumazzo è una villa del Comune di Castolfranco, situato al disoira tlcl- 
r Emilia vicino al Sam egizia e al Panaro* 



12 

ne serbò materia per uno solo; Costui fu eziandio ìnngo 
tempo ia rotta coir f mperartore Federico II, che fece 
tanti danni a quella Chiesa di Bio, che lo aveva allevato 
e coronato ; sicché per poco sotto H prenominato Papa 
la nave di Pietro non ebbe a naufragare. Questo 6 quel 
che disse dei Pontefici romani l'abbate Gioachino, cioè 
che alcuni avranno a usar gran forza per tener testa ai 
Principi, altri passeranno i loro giorni in pace. Difatto 
Alessandro III, Innocenzo III, Gregorio IX, e Innocenzo 
IV ebbero motte e dure lotte coi Principi della terra ; 
Onorio UT, Alessandro IV, e Clemente IV -vissero in 
pace. Così il patrimonio di S. Pietro fu quasi tutto oc** 
cupato dall'Imperatore Federico; e per la nequizia 
deir Imperatore stesso molti prelati e Cardinali corsero 
molti pericoli in terra e in mare. Anche V Ungheria in 
quell'anno fu assai devastata dai Tartari (1) e dai 
Cumani (2). Questo Papa inoltre scomunicò ì Greci 
, perchè hanno un'erronea opinione intorno all' origine 
dello Spirito Santo, e perchè non vogliono obbedire al 
Capo della santa romana Chiesa. Lo stesso anno ai 16 
di Luglio il beato Francesco fn ascritto all' albo dei Santi 
e fu canonizzato dalle stesso Papa, che canonizzò anche 
la beata Elisabetta, figlia del Be d' Ungheria e moglie 
del Langravio di Turingia, la quale, tra altri innume- 
revoli miracoli risuscitò 16 morti e diede la 

vista ad un cieco nato, e dal suo corpo sino ad oggi 6Ì 
vede stillare olio. Questa Santa, dopo la morte del marito, 
visse sotto l'obbedienza de' frati Minori, dei quali fu 
sempre devota, 
a. 1229 L' anno 1229 i Bolognesi assediarono nel mese d'Agosto 
il castello di S. Cesario (3), e lo presero sotto gli occhi 



(ì) Popoli che stanziavano all' oriente -della foe« del fiame Curai. 

(2) Popoli che staazìaTano a nord del Cancaso ani fiume Knma • corrente al 

C.:«?;o, 

(3) Salla destra del Panaro non lungi dall' Enilia. a .monte* 



IS 

stessi de* PartnigiaDi, Modenesi e Cremonesi', che ivi eraiio 
co' loro eserciti. Perocché i Bolognesi &' erano fatto un 
trincieramento, sicché quelli che erano di parte contraria^ 
non potevano avvicinarvisi. Vi fu però una notte gran 
combattimento tra loro e i Bolognesi. Ma questi avevano 
sui carri manganelle, arpesi fino allora inusati ne' com- 
battimenti, e scagliavano sassi contro il carroccio de' Par* 
migiani e contro le milizie loro alleate. Perciò il carroccio 
restò senza uomini a difenderlo, tranne Giacomo Boveri, 
a cui*gridando i suoi che discendesse per non restare: 
ucciso-, esso se UQ gloriava dicendo di morir volentieri ad 
onore del Conjune di Parma, Ma V Ecclesiaste VI dice ;. 
Nan essere stolto per non morire fuori del tuo tempo^ 
-r- Perocché è prudenza temere tutto ciò che può avve- 
nire, dice S. Girolamo. Tuttavia non restò ucciso, perchè 
il carroccio ie' Parmigiaai fu prontamente soccorso dai 
Cremonesi; che Parmigiani e Cremonesi sA amavano allora 
intimamente. Difatto in un altro combattimento, quando 
i Cremonesi ritornando d^l Reno s' incontrarono co* Bo- 
lognesi e s* azzuffarono e furono sconfitti presso S. Maria 
in Strada, ebbero prontissimo aiuto dai Parmigiani, che 
pur essi tornavano dal Reno. Noto che in questa guerra 
si aveva anche fanteria, ma al combattimento presso Santa' 
Maria in Strada non prese parte che la sola cavalleria. 
Nella battaglia.... aS. Cesario.... morì Bernardo di Oliviero 
di Adamo parmigiano, giudice facondo, e valente guerriero. 
La sua salma fu trasportata a Parma e posta nel battistera 
che era presso casa sua, e vi si lasciò sul feretro sino a 
che vi si raccolsero attorno i parenti e gli amici; poscia 
fu deposta nel suo monumento davanti alla porta della 
chiesa di S Agata (1), cbe è una cappella contigua M^. 



(Il Circa BvlV urea, ove ava Borg» il Seminane, era allora- la canonica, » 
eaea iu coi eoabitavane e oonvirovano i eanonici, la quale proln^igando a sctten-^ 
triono due ali con portici air interno, correva ad appoggiarci al fianoo moridionale- 



^chiesa rAaggiore di Parma sul fianco meridionale. Questi 
era cugino di mio padre da parte di fratello ; perocché 
cerano tìgli di due fratelli. E mio padre era Quido di 
Adamo, beli' uomo e robusto, che una volta, prima che 
io nascessi, andò oltre mare per la liberazione di Terra 
Santa, a tempi di Baldovino coni 3 di Fiandra, della cui 
spedizione ho già parlato piti sopra. Ed ho saputo da 
mio padre che altri lombardi in quelle contrade d'oltre- 
mare interrogavano gli indovini intorno allo stato delle 
loro famiglie, ma che egli non volle mai interrogarli; e 
quando tornò, trovò casa sua in tale stato che era ima 
consolazione; e gli altri tutto di tristo trovarono, come 
mvevan detto gli indovini. Da lui ho saputo anche che 
per bello e per buono fu lodato assai, sopra quanti ne 
viveva la sua compagnia, quel suo destriero, che seco 
condusse in Terra Santa. Mi raccontava poi anche che 
quando si ponevano le fondamenta del battistero, egli di 
sua mano vi pose pietre commemorative ; e che ove fu 
-edificato il battistero, ivi erano le casamenta de' miei 
j)iarenti, i quali, dopo V atterramento delle loro case, an- 
darono a Bologna, ove ottennero la cittadinanza, e vi si 
chiamavano que' della Cocca, Quelli però del mio casato 
in antico si chiamavano Grenoni, come ho trovato in 
.vecchie pergamene; poi sono stati detti di Adamo. Vi 



^el Duomo e formava un chiostro* Nel portico orientale, detto Paradiso, e attigua 
«1 Duomo stara la cappella di S. Agata, ore i canonici s'adunavano a capitolo, 

•cke atterrata in processo di tempo in «ina ^col chiostro, fu poi riedificat-a incorpo- 
randola col Duomo stesso ove ora si trova allineata colle altre cappelle, che seno 
opere posteriori appiccicate allenavate minori, come un fuor d' opera dell* cdifizio 

-0 disegno primitivo e principale. Non si sa in ohe tempo siasi cominciata 1' ere- 
zione dell' attuale cappella di 8. Agata: è noto soltanto che i canonici nel 1556 si 
valsero de' proventi di una certa eredità per continuare V opera ^ià da tempo 
comiccìata e poi so.<<pesa; e ehe nel 1574-75 fa tutta dipinta da A.arelio Barili, dal 
cui lavoro non resta che la fascia dell' arcone. La prima di dette cappelle fu 

(«retta nel 1285- della nobile famiglia Cantelli, di oui ors è illustre capo il Senatore 

• eonte Girolamo, proprietario e rciitaaratore di quel monumento della religione 
d«' suoi «kntenati. 



15 

furono altri in Parma detti Greloni, scritto" ce^ll* 1, cha 
abitavano in co' di ponte, sulla strada che va a Borgo 
San Donnino, i quali davanti alla porta di casa avevano 
un olmo diventato famoso, e si diceva 1* olmo di Giovanni 
Grelona Quando dunque si dice che Oliviero Qrenoni fendè 
il consorzio di S. Maria in Parma, fu Oliviero di Adamo, 
jadre del giudice^sunnominato. Imperocché Adamo Grenoni 
ebbe due figli; l'uno detto Oliviero di Adamo; l'altro 
Giovanni di Adamo. Di Oliviero di xidamo nacquero due 
figli, cioè: Bernardo di Oliviero il sunnominato giudice, 
e Kolando di Oliviero. Da Bernardo di Oliviero poi vennero 
Leonardo, Emblanato, Bonifazio e Oliviero, quattro ma- 
schi; e quattro femmine, cioè: Alca, che è monaca di 
S. Paolo, Ricca, e Romagna, che è suora a Bologna nei 
monastero di S. Chiara, e Mabilia che morì nubile. Da 
Solando di Oliviero nacquero sei figli.: Bariolomeo, Fran- 
aesco, Oliviero, Guido, Pino e Rolandino; e due figlie: 
Mabilia e Alberta. Giovanni di Adamo .poi ebbe due 
figli, cioè: Adamino, che diventò uomo valente, cortese, 
splendido, e non lasciò figli; e Guido di Adamo, che ebbe 
quattro figli; j^imo de' quali fu Guido di Adamo, che 
stette sino alla morte nel!' Ordine de' frati Minori. Questi 
ebbe per moglie una nobil donna di nome Adelasia, figlia 
di Gerardo Baratti ; d' onde ebbe una figlia sola detta 
suor Agnese. Ambedue, madre e figlia chiuserolodatamente 
i loro giorni nel monastero dell' Ordiae di S. Chiara ì% 
Parma. Frate Guido poi nel secolo fu marito, padre ^ 
giudice, e nell' Ordine de' frati Minori fu .sacerdote e 
predicatore. Questi Baratti si recano a gloria la loro 
parentela colla Contessa Matilde, e si vantano d' aver 
quaranta del loro casato sotto le armi a servizio del 
Comune di Parma. Il secondo figlio di Guido di Adamo 
fu Nicolò, che morì ragazzo, secondo quel detto: Fu 
tronco lo stame di vita mia mentre era ancóra in or- 
ditura. Il terzo figlio fu quel!' io che scrive, frate Salim- 



IG 

bcue, che giunco al birlo della lettera pitagorica (IJ, 
cioè al terzo lustro compito, sendo che tre lustri chiudono il 
ciclo delle indizioni, mi feci frate dell' Ordine de' Minori, nel 
quale vissi molti anni sacerdote e predicatore, e molte cose 
vidi, e abitai in molte provincie, e molte cose imparai. 
Nel secolo io era chiamato da alcuni Baliano di Saetta, 
e volean dire di Sidone, dal nome del prenominato perso- 
naggio, che mi fu padrino al fonte battesimale ; ma i 
compagni mi chiamavano Ojnibene ; e con tal nonw fui 
ammesso nell' Ordine per un anna intero. Andando poi 
dalla Marca d' Ancona ad abitare m Toscana, q passando 
per la città di Castello (2), trovai in un romitaggio un 
nobile frate, antico e pieno d' anni e di meriti, che aveva 
nel secolo quattro figli militari, ed era stato come mr 
disse, l'ultimo frate che il beato Francesco aveva vestito 
e ricevuto nell' Ordine Questi all'udire eh' io avevo nome 
Ognibene, rimase stupefatto e disse: Figlio, nessuno è 
buono, tranne Dio solo. Del resto tuo nome sia frate 
Salìmbene, perchè tu bene salisti, entrando in religione. 
E me ne rallegrai, intendendo che era mosso da ragioni, 
e vedendo che mi si imponeva il nome da così santo uomo. 
Però non ebbi quel nome che mi sarebbe stato tanto 
caro. Io avrei voluto esser chiamato Dionigi, non solo 
per reverenza a quell' esimio dottore, che fu disce- 
polo dell' Apostolo Paolo, ma anche perchè nacqui il dt 
di S. Dionigi. E così ebbi a vedere l'ultimo frate, che 
il beato Francesco ricevette nell' Ordine, dopo il quale 
altri nessuno ricevette, né vestì. Vidi anche il primo, 
cioè frate Bernardo di Quintavalle. col quale ho coabitato- 
un inverno nel convento di Siena; e fu mio intimo- 



(ì) La lettera greca T ipsilon per i piiagorìci era figura della vita, o colla 
«un bifoicazione simboleggiava la scelta dello stato che si tiCùra, a quindici anni 
compiti, ed ancbe il bivio al bene e al male. 

(2y Sul T«vere a pieno oriente di Arezzo. 



17 

amico, e raccontava a me e ad altri giovani molte e 
grandi meraviglie del beato Francesco : e da lui imparai 
molte e buone cose. Mio padre, durante tutta vita sua, 
si dolse del mio ingresso neir Ordine de' frati Minori ; 
ne mai se ne racconsolò, perchè non aveva altro figlio 
da lasciare erede. Anzi, venuto a Parma allora V Impe- 
ratore, a lui sporse querela che i frati Minori gli 
avessero rapito il figlio. Perciò V Imperatore scrisse a 
frate Elia ministro Generale dell' Ordine de* Minori che, 
se tenevasi cara la sua grazia, lo esaudisse restituendo 
me a mio padre. Perocché era stato frate Elia, che mi 
aveva ricevuto nell'Ordine, quando l'anno 1238 egli, 
mandato da Papa Gregorio IX, andava a Cremona dal- 
l' Imperatore. Allora mio padre corse ad Assisi, (1) ove 
era frate Elia, e gli presentò la lettera dell'Imperatore, 
che cominciava così: Per mitigare il dolore di Guido 
di Adamo, nostro fedele, ecc. E frate Illuminato, che 
era in quel tempo segretario di frate Elia, e trascriveva 
in un quaderno a parte tutte le lettere più cospicue, 
che i principi della terra inviavano al ministro Generale, 
mi fece vedere una tal lettera, quando in processo di 
tempo ebbi ad abitare seco nel convento di Siena. 
Questo frate Illuminato fu poi anch'esso ministro della 
provincia di S. Francesco, e poi, fatto vescovo di Assisi, 
ivi morì. Frate Elia, letta la lettera dell' Imperatore, 
scrisse subito ai frati del convento di Fano, dove io 
abitava, che, se non si violentasse la mia volontà, in 
virth di santa obbedienza, senza frappor tempo in mezzo, 
mi restituissero tosto a mio padre ; ma che però se io 
non Yolessi ritornare con mio padre, mi tenesser caro 
come la pupilla del loro occhio. Arrivarono pertanto 
con mio padre molti cavalieri vicino al luogo ove era 



[1) À 24 chilometri da Perugia, sulla ferrovia Penigia-Foligr.o. 

Salimbene, Cronaca, 



18 

il convento di Fano per veder la cosa finire. Ai quali 
io fui fatto spettacolo ; ma per me fu causa della mia 
salute. Badunati adunque ì frati con que' secolari in 
capitolo, e dette molte parole dall' una parte e dall' altra^ 
mio padre tirò fuori la lettera del ministro Generale, e 
la mostrò ai frati. E, lettala, frate Geremia custode del 
convento, a udita di tutti, rispose a mio padre: Signor 
Guido, noi non siamo insensibili alla voce del vostro 
dolore, e siamo pronti ad obbedire alla lettera del padre 
nostro. Or dunque vostro figlio è qui ; V età gli conferisce 
il diritto di disporre di se stesso ; parli ; interrogatenelo. 
Se vuol venir vosco, in nome del Signore ei se ne venga ; 
ma se non vuol venire, noi non possiamo fargliene vio- 
lenza. Mio padre allora mi domandò se io volessi ir seco. 
A cui io risposi ; No ; perchè il Signore dice in Luca IX : 
Niuno^ il quale, messa la mano all' aratro, riguarda 
indietro, è atto al regno di Dio, E mio padre soggiunse: 
Tu non ti curi di tuo padre, nò di tua madre, che sono 
afflitti per te da tanti dolori. Ed io replicai: Veramente 
non me ne curo, perchè il Signore dice in Matteo X : 
Chi ama padre e madre piti che me, non è degno di 
me* E anche di te dice: Chi ama figliuolo, o figliuola 
pili di me, non è degno di me. Tu devi dunque, o padre 
mio, dare ascolto alla voce di colui, che fu appeso alla 
« roce per conquistarci la vita eterna. Imperocché è quel 
desso che dice in Matteo X : Io son venuto a mettere 
in discordia il figliuolo contro al padre, e la figliuola 
contro alla madre, e la nuora contro la suoc^a. Ed % 
nemici deW uomo saranno % stioi famigliari stessi. Ogni 
uomo adunque, che mi avrà riconosciuto davanti agli 
uomini, io altresì lo riconoscerò davanti al padre mio, 
cjie è ne' cieli ; ma chiunque mi avrà rinnegato davanti 
agli uomini, io altresì lo rinnegherò davanti al padre 
mio, che è né* cieli, E se ne meravigliavano i frati, e 
ne godevano eh' io dicessi tali cose a mio padre. 11 quale 



19 

disse ai frati : Voi feste incantesimo al figlio mio, e lo 
traeste in inganno inducendolo a non fidare in me. 
Moverò contro voi nuove querele ali* Imperatore e al 
ministro Generale. Del resto permettetemi di parlare col 
figlio mio in disparte e senza che voi siate presenti ; e 
vedrete che incontanente verrà con me. E i frati accon- 
sentirono ch'io parlassi con mio padre all' infuori della 
loro presenza, perchè pel linguaggio già tenuto da me, 
fidavano sulla mia fermezza. Ascoltavano però di dietro 
a una parete i discorsi che tra noi due si alternavano; 
e tremavano come giunchi in acqua per timore che mio 
padre co' suoi blandimenti mi piegasse. £ non solo teme- 
vano per la salute delF anima mia ; ma eziandio perchè 
il mio ritiro poteva dare motivo ad altri di non entrare 
neir Ordine. Disse adunque mio padre a me : Figlio mio 
diletto, non prestar fede a questi pisciintonaca di frati 
(cioè che scompisciano le tonache), che ti fecero inganno ; 
ma Vienne meco, e te ne darò ogni mio avere. JMa io 
risposi: Vanne, vanne, o padre mio. La sapienza dice 
ne' Proverbi III : Non impedire di fare il bene a chi io 
pw : se puoi fallo anche tu. E il padre mio colle 
lagrime agli occhi mi rispondeva dicendo: Che avrò 
dunque a dire alla madre tua, che è per te in continua 
afflizione ? E gli replicai : Le dirai da parte mia : Il 
padre mio e la madre mia mi abbandonarono; ma il 
Signore mi accolse tra le sue braccia. Ed il Signore 
dice anche in Geremia III : Tu mi chiamerai padre, e 
non cesserai di venire dietro a me, E in Geremia III : 
E un bene per quelV uomo, che si sarà sottomesso a 
disciplina sino dalla^ sua adolescenjsa» Udendo mio 
padre queste risposte, e disperando del mio ritorno a 
casa, si gettò a terra al cospetto dei frati e dei secolari, 
che r avevano accompagnato, e disse : Vanne a mille 
diavoli, maledetto figlio, e teco venga questo tuo frate, 
che* è qui teco, e t' ha ingannato. La mia maledizione 



20 

pesi sopra d'i voi in -perpetuo, e vi getti in potere degli 
spiriti infernali. E si partì oltremisura turbato. Ma noi 
ne restammo assai consolati ringraziandone Iddio e dicen- 
do : Quelli ne malediranno, e tu ne benedirai. Perocché 
chi è benedetto sopra la terra, sarà benedetto in seno a 
Dio, e così sia. Si ritirarono pertanto anche i secolari assai 
bene edificati della mia costanza. Ma anche i frati se 
ne rallegrarono vivamente, perchè il Signore aveva mo- 
strato la sua potenza per mezzo di me suo fanciullo ; e 
conobbero la verità di quelle parole del Signore, che dice 
in Luca XXI : Mettetevi adunque in cuore di non pre- 
meditare come risponderete a vostra difesa; perciocché 
io vi darò bocca e sapienza, alla quale non potranno 
mai contrastare, né contradire tutti i vostri avversaria 
La notte susseguente poi me ne ricompensò la Vergine 
Beata. Mi pareva di essere in preghiera chinato a terra 
davanti T altare, e udii la voce della beata Vergine, che 
mi chiamava. Albata la fronte, vidi la beata Vergine 
seduta sull'altare, nel luogo appunto in cui ri colloca 
r ostia e il calice. E aveva il suo bambino in . grembo, 
e me lo sporgeva dicendo: Accostati e sta sicuro, e bacia 
il figlio mio, cui tu ieri riconoscesti al cospetto degli 
uomini. Ma standomi io in atteggiamento di timida re- 
^•«renza, vidi che il bambino stendeva le braccia festo- 
samente aspettandomi. Fidente allora nella festevolezza 
e nella innocenza del bambino, non naeno che in tanta 
degnazione della madre sua, m' accostai, e lo abbracciai, 
e lo baciai; e la madre sua benigna per buon tratto me 
lo lasciò tra le braccia. Ma non potendo soddisfare intera 
r insaziabilità della mia brama, la beata Vergine mi 
benedisse e soggiunse: Vanne, figlio diletto, e riposa, che 
frati che si alzano pel mattutino non ti trovino qui 
con noi. Posai, e la visione disparve; ma nel mio cuore 
ne rimase una ineffabile dolcezza; e veramente confesso 
che non ebbi mai nel secolo a provare tanta delizia, li 






cfie mi fece riconoscere la terità di quel detto della 
scrittura, che dice: Ter chi gusta lo spirito, non han 
sapore ìe cose carnali. In quel torno, mentre io era 
ancora in Fano, vidi in sogno che un figlio di Tommaso 
Armari parmigiano uccideva un monaco, e contai il 
sogno al mio frate. Dopo pochi dì passava da Pano A- 
mizone Amici, che andava in Puglia a prender dell'oro, 
e venne al convento de' frati, e mi fece visita perchè 
era un noto mio buon amico e vicino. E allora, girando 
col discorso alla larga, arrivai a domandare che fosse di 
quel tale (si chiamava Gerardo de' Senzanesii), e mi 
disse: Gran guaio gli pende sul capo, perchè 1' altro dì 
ha ucciso un monaco. D' onde conoscemmo che talvolta i 
sogni sono veridici. Così pure intorno a quel tempo, quando 
mio padre passò da Fano per andare ad Assisi, i frati 
nascosero me e il mio frate per piti giorni in casa di 
Martina di Fano, dottore di leggi; ed il suo palazzo era 
a mare. E talora veniva da noi, e con noi parlava di 
Dio e della divina Scrittura, e sua madre ne serviva 
il pranzo. Io poi, in processo di tempo, cioè quando 
Giacomo de' Penazzi era Podestà di Reggio e di Sesso, 
avuta autorità di eleggere un savio di qual paese mi 
piacesse, che accordasse in una certa questione Beggiani 
e Bolognesi, memore del beneficio- ricevuto elessi lui. I 
Reggiani ne furono ben soddisfatti, ed egli ebbe poi 
stipendio da' Modenesi per insegnar leggi in Modena. In 
seguito, forse due anni dopo, i Genovesi lo elessero loro 
Podestà. Compiuto il tempo di questo suo ufficio, entrò 
nell' Ordine de' frati Predicatori, e vi chiuse lodata la 
sua vita. Perocché ardeva a que' dì nella sua terra natale 
una gran guerra. E mentre viveva ancora nell' Ordine 
de' Predicatori, alcuni lo nominarono vescovo della sua 
città. Ma i Predicatori non volendolo perdere, non gli 
permisero di accettare 1' episcopato. Io gli feci visita a 
Kimini nel convento de' Predicatori; e congratulandomi 



secolui e rallegrandomene, dissi: Tu hai fatto ora quello 
che una volta disse il Patriarca Giacobbe, cioè: È giusto 
che talvolta io provvegga anche a casa mia. Ed ebbe 
molto a grado questa citazione, e volle notarla. Egli 
sarebbe entrato neir ordine de* frati Minori, se non ne 
r avesse dissuaso il nostro confratello Taddeo di Buon- 
compagno, il quale essendo vessato dai frati perchè re- 
stituisse il mal tolto, se voleva essere riammesso in con- 
vento, disse a Martino: Tanto faranno anche a te se 
entrerai neil* Ordine, E così Martino per timore si diede 
air Ordine de' Predicatori; e forse fu meglio per lui e 
per noi. A quel tempo stesso frate Elia avendo saputo 
eh' io aveva mostrata fortezza di proposito e m' era 
fermato neir Ordine, mi mandava un saluto e un segno 
delk sua grazia, notificandomi che se mi fosse piaciuto 
abitare in qualche altra provincia dell' Ordine, glielo 
facessi sapere, che egli avrebbe subito disposto eh' io 
andassi dove volessi. E gli feci conoscere che avrei desi- 
derato appartenere alla provincia di Toscana. Erano allora 
meco in convento a Fano due frati Toscani, dal cui 
consiglio mi lasciai guidare: ed erano frate Vitale da 
Volterra, che era ripetitore di frate Umile da Milano 
nostro lettore; e frate Mansueto da Castiglione Aretino, 
che diventarono poi lettori e uomini di gran valore nel- 
r Ordine. E siccome il convento dei frati Minori di Pano 
era fuori di città a mare, e mio padre aveva promesso 
denaro ai corsari d' Ancona se mi rapissero, trovandomi 
a passeggio sulla spiaggia, come anche n' avea promesso 
ai famigli del Podestà di Fano, che erano venuti là da 
Cremona, io andai per una quaresima ad abitare nel 
convento di Jesi, finché dopo Pasqua arrivò la lettera 
del ministro Generale. Jesi è la città, ove è nato V Im- 
peratore Federico, il quale, corse fama, che fosse figlio 
4i un beccaio di Jesi; perchè donna Costanza Impera- 



23 

trice era molto innanzi negli anni (1) quando l'Impe- 
ratore £nrico la sposò; né, a quanto si dice, ebbe mai 
altro figlio ne figlia che questo. Laonde si diffuse voce 
che, ricevutolo dal padre vero dopo una simulata gra- 
vidanza, se lo pose sotto per farlo credere partorito da 
lei E tre cose mi persuadono che sia vero: 1. perchò 
ricordo d* aver letto che ciò fecero piìi altre donne; 2. 
perchè Merlino scrisse di lui: Federico II di nascita 
insperata e miracolosa; 3. perchè Re Giovanni, che fu 
Re di Gerusalemme e suocero dell' Imperatore, un di 
con animo irato e ciglia agrottate, in sua lingua fran- 
cese, lo chiamò figlio di un beccaio, perchè voleva uc- 
cidere Gualterotto suo consanguineo. E perchè non poteva 
avvelenarlo, gli era necessità ucciderlo di spada, quando 
sedesse a giocare agli scacchi coir Imperatore, perchè 
questi temeva che non avvenisse caso, in cui il regno 
di Gerusalemme si devolvesse a Gualterotto. Re Giovanni 
lo seppe; e andò, prese per un braccio il nipote, che 
giocava coir Imperatore, lo tirò lungi dal tavolo del 
gioco, e bruscamente nel suo francese lanciò all' Impe- 
ratore questo rimprovero: Figlio d' un diavolo di bec- 
caio. E r Imperatore s'intimidì, e non osò risponder 
verbo; perocché Re Giovanni era alto di statura e tar- 
chiato, e robusto e destro a battersi, tanto da essere 
creduto un altro Carlo figlio di Pipino. E quando in 
guerra colla clava ferrata batteva colpi a destra e a si- 
nistra, fuggivano i Saraceni dal suo cospetto, come se 
avessero visto il diavolo, o un leone all'assalto per di- 
vorarli. Di fatto a suo tempo correva voce che non vi 
fosse soldato migliore di lui. Laonde in lode sua e di 
maestro Alessandro, che era il più dotto chierico de'l 
mondo, e apparteneva all' Ordine de' frati Minori, ed 



(!) Av«va più elle 50 anni, dice G. Villani. 



24 

insegnava a Parigi, fu composta una canzone parte in 
francese e parte in latino, eh' io stesso cantai molte volte, 
e incominciava così: Avent tutt mantenent n. .. . piz. 
Questo Ee Giovanni, quando i suoi gli vestivano le armi 
prima di andare alla battaglia, tremava come giunco in 
acqua; ed interrogato talvolta perchè tremasse, egli che 
in guerra era robusto e poderoso combattente, rispondeva 
che del corpo suo non si pigliava pensiero; ma temeva 
che non fossero giusti i conti dell' anima sua con Dio. 
Questo è quello che dice la Sapienza ne' Proverbi 28: 
Beato V uomo che si spaventa del continuo; ma chi 
indura il suo cuore caderà nel male, E 1' Ecclesiastico 
18: Il sapiente teme sempre. Anche S. Girolamo dice: 
È prudenza temere tutto ciò che può accadere. Ma i 
peccatori temono quando non e' è ragion di temere; e 
quando e' è di che temere (cioè 1' offesa di Dio) allora 
non temono, siccome temeva Giobbe, che di se stesso 
diceva 31: Perocché t&mei sempre Dio come una piena 
di acque sospesa sopra di me, e la maestà di Lui non 
poteva io sostenere. Tale fu Ke Giovanni. Perciò gli 
accadde ciò che dice 1' Ecclesiastico 33: A chi teme il 
Signore nulla avverrà di male, ma nella tentazione 
Iddio lo salverà e lo libererà dai mali. E così fu. 
Perocché si fece frate Minore, e sarebbe stato nell' Or- 
dine per tutta vita sua, se la vita gli avesse data lunga 
Iddio. Lo ammise all' Ordine, e gli fece la vestizione il 
ministro della Grecia frate Benedetto di Arezzo, santo 
uomo. Questo Ee Giovanni fu avo materno del Ee Cor- 
rado figlio dell'Imperatore Fedei'ico. Un'altra figlia di 
Ee Giovanni si maritò con Baldoino Imperatore di Co- 
stantinopoli, dopo la cui morte Ee Giovanni fu Bali del- 
l' impero pel nipote ancor minore. Quando questo Ee 
Giovanni sguainava la spada e nel forte della pugna si 
infiammava, nessuno osava star di pie fermo al suo co- 
spetto, ma lo fuggivano vedendo quanto vigoroso e prode 






guerriero ei fosse. A cui si può applicare quel che di 
Giuda Macabeo leggiamo I. 3: Egli nel suo fare era 
simile ad un leone, e ad un lioncello che rugge veg- 
gendo la preda. Bicevuta adunque la lettera di frate 
Elia ministro Generale, partii per la Toscana, e vi abitai 
ott* anni; due a Lucca, due a Siena, quattro a Fisa. Nei 
primo anno della mia dimora a Lucca scadde da mini- 
stro Generale frate Elia, e fu creato frate Alberto da 
Pisa. E il sole si ecclissò, come vidi io co' miei occhi, 
nel mattino dei 3 Giugno a nona 1239. Quando io abi- 
tava in Fisa era giovinetto, e mi condusse una volta a 
cerca del pane un certo frate laico, sporco e d* animo 
leggero, ed era Fisano, che poi andato ad abitare nel 
convento di Fiesole, non so per quale follia o dispera- 
zione si gettò nel pozzo, d' onde lo estrassero i frati; 
ma pochi giorni dopo, sparve, e non fu possibile rinve- 
nirlo in nessuna parte del mondo. Ferciò i frati sospet- 
tarono che se T avesse portato via il diavolo; egli se lo 
saprà. Essendo io dunque secolui in Fisa, e andando 
insieme colle nostre sporte a questua di pane, e' imbat- 
temmo in un cortile, nel quale entrammo tutt' e due; 
ed eravi una vite frondosa, tutta distesa al di sopra, il 
cui verde era dilettevolissimo a vedere, e sotto ali* om- 
bra era una soavità a riposare. Ivi erano leopardi e 
molte altre fiere d' oltremare, che lungamente guardammo, 
perchè ogni cosa nuova e bella si guarda volentieri. 
Eranvi anche fanciulli e fanciulle di età già idonea, a 
cui la ricchezza delle vesti, e Y avvenenza del volto ag- 
giungevano ornamento, ed amabilità. Ed avevano in mano, 
sì gli uni che le altre, violoni, viole, cetre e diversi 
altri strumenti musicali, da cui traevano dolcissimi suoni, 
eli accompagnavano con una mimica appropriata. Ivi nes- 
suno si moveva, nessuno parlava: tutti ascoltavano in 
silenzio. E il canto era sì nuovo e delizioso e per le 
parole, e per la varietà delle voci e il metodo di cantare, 



20 

che inondava il cuore di giocondità. Nulla dissero a noi; 
nulla noi dicemmo a loro. £ la musica tanto vocale che 
instrumentale non cessò mai per tutto il tempo che ci 
fermammo là; e ci stemmo gran tempo e non sapevamo 
dipartircene. Non so (sallo Iddio) d' onde venisse tale 
apparato di tanta letizia; perocché ne prima ne avevamo 
mai visto un simile, ne dopo ne fu mai dato vederlo. 
Usciti di là, mi venne incontro un uomo, eh' io non 
conosceva, e che si disse parmigiano; e cominciò a trat- 
tenermi, e a sgridarmi acremente, e ad insultarmi, e a 
dire: Vanne, vanne, o miserabile. Molti mercenarii in 
casa di tuo padre hanno abbondanza di pane e di carne; 
e tu vai di porta in porta a mendicare il pane da chi 
non ne ha, mentre tu potresti darne di tuo a molti 
poveri. Sarebbe meglio che tu orn sul tuo destriero ca- 
racollassi per Parma, e rendessi lieti i tristi, con tornea- 
nienti, e fossi spettacolo alle donne e solazzo agl'istrioni. 
Sappi che tuo padre è consanto dal dolore, e tua madre, 
perchè non può più veder te, che sei il suo amore, quasi 
più non ispera in Dio. A cui io risposi: Vanne tu, mi- 
serabile che sei, vanne; tu non sai di quelle cose, che 
sono di Dio, ma soltanto di quelle che sono degli uomini 
carnali. Ciò che dici, la carne e il sangue lo rivelò a te, 
non già il padre celeste. Invero consigliando tu tali cose, 
tu credi dir bene; ma non t' avvedi che sei misero, e 
povero, e cieco, e nudo. Perocché dei peccatori del mondo 
dice la divina Scrittura: Camminarono ai seguito della 
vanità j e diventarono vani. Vanità di vanità, dice la 
Sapieaza, e tutto vanità. E altrove: Nella vanità s^ af- 
frettarono a venir meno i giorni e gli anni loro. E 
soggiunge Giobbe 21: Essi alzano la voce col tamburo 
e con la cetera; e si rallegrano al suon delV organo; 
logorano la loro età in piacere, e poi in un momento 
scendono nel sepolcro. Ma perchè Y uomo animale non 
sente le cose che sono dello spirito di Dio ( perocché è 



27 

stolto e non può intendere ), udite queste mie parole, 
partì confuso per non saper che rispondere. Pertanto ter- 
minata la nostra questua, cominciai la sera a pensare e 
ripensare nella mia mente quelle cose che avevo vedute 
e udite, perchè se avessi avuto a vivere neir Ordine cin- 
quant' anni così questuando, non solo «areDbe stato per 
me troppo lunga carriera, ma eziandio una fatica che mi 
avrebbe fatto diventar rosso di vergogna, e sarebbe stata 
insopportabile alle mie forze. E per tali pensieri avendo 
passato quasi tutta la notte in veglia, quando piacque a 
Dio presi un po' di sonno, nel quale Iddio mi mandò 
una bellissima visione, che mi diede una consolazione, 
una giocondità, una dolcezza ineffabile. E allora conobbi 
che è necessario V aiuto di Dio, quando più non può 
r aiuto dell' uomo. E così mi pareva di andare da porta 
a porta in cerca del pane, come sogliono fare i frati ; e 
camminava per via S. Michele di Pisa dalla parte dei 
Visconti ; perchè dall' altra parte i mercanti parmigiani 
avevano una casa, ove ospitavano, detta dai FisBini Fondaco^ 
e da quella mi teneva lontano, in parte per vergogna, 
non essendo io ancora bene fortificato in Cristo, e perchè 
chi teme Dio, nulla trascura ; in parte perchè temeva di 
udirmi dire, a nome di mio padre, parole, che scuotessero 
il mio proponimento. E mio padre, vita sua durante, mi 
ha sempre tentato, mi ha sempre tese insidie per togliermi 
dall' Ordine di S. Francesco; né mai s' è riconciliato meco 
perseverando sempre nella sua durezza. Scendendo poi 
dalla parte dell'Arno per borgo S. Michele, ecco che 
d' improvviso guardai e vidi il Figlio di Dio, che usciva 
d'una casa, e mi portava pane, e me lo poneva nella 
sporta. Altrettanto faceva la beata Vergine, altrettanto 
Giuseppe nutricatore del bambino Gesù, e che aveva 
sposata la beata Vergine, seguitando finché fu terminata 
la cerca e piena la sporta. È di uso in quel paese che 
la sporta si lascia a pie' delle scale, coperta di un panno 



28 

e il frate sale a domatidare il p£(ne, e lo porta giìi- e lo 
ripone nella sporta. Quando poi fu terminata la cerca 
e piena la sporta, il Figliuol di Dio mi disse ecc.;.. La 
visione adunque or ora raccontata è vera, e nulla ha di 
falso; ma qualche osservazione vi si aggiunse relativa al 
questuare, quando maestro Guglielmo del Santo Amore 
fece im opuscolo, cui Papa Alessandro IV riprovò e di- 
strusse, perchè in quello diceva che tutti i religiosi e 
predicatori della parola di Dio, che vivevano di limosina 
non potevano salvarsi. Dopo dunque la predetta visione, 
mi feci così saldo in Cristo, che quando venivano, mandati 
da mio padre, o istrioni, o cavalieri, di que* che si dicono 
di curia, per distaccare il mio cuore da Dio, io mi curava 
tanto di loro, come della quinta ruota del carro. Un giorno 
venne uno da me, e disse : Vostro padre vi saluta, e manda 
a dire che vostra madre vi vuole un giorno vedere anche 
a costo d* aver a morire il giorno dopo. E credette d' aver 
detto cosa più che potente a piegarmi. Ma sdegnato risposi: 
Partiti da me, o miserabile, perchè io non ti darò più 
ascolto. Mio padre è Amoreo (1); mia madre è Cetea (2). 
£ ritirossi confuso, né sì vide più. Dopo otto anni passati 
in Toscana andai nella provincia di Bologna, ove fui rice- 
vuto e fatto uno dei loro. E nel tempo che io abitava 
nel convento di Cremona, e V Imperatore Federico, già 
deposto dall* Impero, si trovava a Torino in viaggio per 
Lione allo scopo di imprigionare il Papa coi Cardinali, 
come era comune opinione, ed il figlio di lui Enzo era 
coi Cremonesi all' asse iio di Quinzano (3), castello dei 



(t) Gli Amorei «raa^ «a popolo dclU terra promessa, cka non volle mai 
ÌAsieìtre il proprio pA«9«, quando f iaasero f^U Isneliti dair Egitto ; anxi sostenne 
ìuolto e disastrose g««n« per la difesa delle patrie nara, e non ristette mai dal 
t'^nlarae il riscatUi) dopo le perdite sofferte : sicché nel lìngca^o biblico è dato 
ciToe il tipo della ooslin^a tspinta sino a)re<:tixia^ì<4ae 

[2 Cetei e Etei popoìo <ìeVa pa^^stìna : baonji gente ed ospitale: quindi dati 
e. -TI. e il tipo della bontà e deir espilali ià. 

<S Sulla sisìstia dell* C%lio lunge la r'a ebe da Crenena ra a Brescia. 



29 

Bresciani, Parma, la mia città natale, si ribellò all'Impero, 
e si diede in tutto alla Chiesa, e fu una domenica 16 
Giugno 1247. E allora venni ad abitare a Parma, dove 
era Legato Gregorio di Montelungo, che poi resse molti 
anni la chiesa di Aquileia. E Tanno stesso essendo la 
mia città assediata da Federico Imperatola deposto, partii 
per Lione e vi arrivai il dì d' Ognissanti. E subito il Papa 
mandò cercandomi, e tenne meco in sua camera fami- 
gliare colloquio, poiché dal tempo della mia partenza da 
Parma sino a quel momento, ne eragli arrivato alcun 
messo, ne aveva ricevuto lettere. E mi fece molte grazie, 
esaudì cioè le mie suppliche, perchè era uomo cortese 
assai e liberale. Or diciamo ciò che resta della mia pa- 
rentela. Il quarto figlio di mio padre, natogli da una 
concubina, che aveva nome Rechelda, fu chiamato Maestr j 
Giovanni, ed era bell'uomo e prode guerriero. Questi uscì 
volontario da Parma, e fece adesione al partito imperiale. 
Ma poi pentitosene, fece il pellegrinaggio di S. Giacomo 
di Compostella, d'onde ritornando, di piena e sola sua 
volontà si fermò a Tolosa ; e avutane la cittadinanza, prese 
moglie, da cui ebbe figli e figlie. In seguito poi malo, 
e, confessatosi dai frati, morì, e fu sepolto nel convento 
dei frati Minori di Tolosa. Egli era tanto cortese e li- 
berale, che soccorreva di assai buon animo tutti gli italiani; 
li conducev^ in casa sua e dava loro lauti banchetti ; 
specialmente ai conoscenti, ai poveri ed ai pellegrini, i 
quali di ritorno poi mi riferivano queste cose. Inoltre mio 
padre ebbe tre figlie, belle donne e nobilmente maritate. La 
prima avea nome Maria (1); la seconda Caracosa, che, mor- 
tole il marito, entrò nel monastero dell'Ordine di S. Chiara 
in Parma; e, dopo alcuni anni, si associò alcune suore 
del monastero di Parma, le condusse a Reggio, dove non 



,(1) Moglie di Azzone Sanvila'i. 



sa 

erano monache dell'Ordine di S. Chiara, e fu loro Priora. 
Finalmente si fece esonerare dall* ufficio, e ritornò al mo- 
nastero di Parma, ove finì lodatamente la sua vita. Ella 
fu donna amabile, saggia, onesta e cara tanto a Dioche 
agli uomini: V anima sua riposi in pace. La terza mia 
sorella fu Egidia, dalla quale nacquero quattro figli, che 
morirono tutti, eccetto il primo» chiamato Andrea da 
Puzulesio, e fu gran legista. La madre di mio padre, 
mia nonna, aveva nome Ermengarda, donna saggia e morì 
eentenaria. Con essa abitai quindici anni in casa di mio 
padre; e quante volte mi consigliò di schivare le male 
compagnie, e di farmene delle buone, e che fossi savio, 
morigerato e buono, altrettanto essa sia benedetta da Dio; 
e sì che spesso lo^ faceva. Fu deposta nel sepolcro surri- 
cordato, comune a noi e a quelli del nostro casata. Tut- 
tavia mio padre ebbe^ un monumento proprio e nuovo, in 
cui nessuno ancora era stato sepolto, nella piazza vecchia, 
davanti alla porta del battistero, essendo il primo già 
tutto occupato. La sorella di mio padre aveva nome Gisla, 
che, maritata, ebbe due figlie. Crisopola e Vilana, esper- 
tissime nel canto. 11 padre loro Martino di Ottolino dei 
Stefani fu uomo solazzevole, soave e gioconda e passionata 
di ber vino; abilissimo a cantare con accompagnamento 
di strumenti musicali; non però menestrello. Questi una 
volta gabbò e canzonò in Cremona maestro Gerardo Fa- 
tecelo, che fece un libro intitolato i Tristi. E ben gli 
stette; se lo meritava. La madre di frate Guido, mia 
fratello, fu Gisla Marsìlii, che furono in antico gentiluomini 
e potenti in Parma; e abitavano nella parte inferiore di 
piazza vecchia accanto ali* episcopio; famiglia numerosa 
assai, e de' quali conobbi molti, e alcuni di loro vestivano 
di colore scarlatto, specialmente quelli che erano giudici. 
Io aveva anche parenti da parte di mia madre, che era 
figlia di Gerardo da Cassio, bel vecchio, e morto, credo, 
centenario, sepolto nella chiesa di S. Pietro. Ed ebbe 



31 

tre figli : Gerardo che fece un libro intorno al comporre; 
perocché fu gran maestro di stile nobile; Bernardo uomo 
senza lettere, ma semplice e p^^ro ; ed Ugo, uomo di 
lettere, giudice e assessore, solazzevole, che era sempre 
in compagnia dei Podestà essendo loro avvocato. Questi 
ebbe un figlio, che nell'Ordine de' frati Minori fu sacerdote 
e predicatore, letterato, onesto, costumato e buon religioso; 
e si chiamava frate Giacomo da Cassio, e morì in Sicilia, 
credo, a Messina. Mia madre poi aveva nome Imelda, umile, 
devota, limosinierà, e che spesso digiunava. Non fu mai 
vista in collera, non battè mai alcuna sua fantesca. D'inver- 
no voleva sempre, per amore di Dio, tener qualche povera 
montanara a svernare in casa sua, e le dava vitto e vestito 
quantunque avesse sempre altre persone pel servizio della 
famiglia. Per lei Papa Innocenzo a Lione mi diede una 
lettera di ammissione all' Ordine di S. Chiara. Ne diede 
un' altra a mio fratello Guido, quando i Parmigiani lo 
mandarono inviato al Papa. Essa è sepolta nel monastero 
di quelle donne dell' Ordine di S. Chiara ; e l' anima sua 
per grazia della misericordia di Dio riposi in pace; e 
così sia. Mia nonna, madre di mia madre, aveva nome 
Maria, bella e paffuta, sorella di Aicardo di Ugo di Al- 
merico, che furono in Parma giudici, ricchi e potenti, 
ed abitano presso la chiesa di S, Giorgio (1). E rifacen- 
domi più indietro dirò che Bernardo di Oliviero, e Eolando 
di Oliviero di Adamo, che erano due fratelli germani, la 
cui madre aveva nome Vitella, eh' io ho veduta centenaria, 
ebbero due sorelle, belle donne e saggio, ch'io ho cono- 
sciute: e runa aveva nome Giacoma, che sposò Guido 
Pecorari, e non ebbe figli ; 1' altra Caracosa, che sposò 
Naimerio Panizzari, e le nacque un figlio, cui pose nome 



(1) S. Giorgio era non lange all' attuale piazza principale della città nel!" area 
ùì piazza detta Pescheria vecchia che si allinea con an lato a strada S. Lucia, 
strada che allora non esisteva, e fu aportu noi 1283. 



32 

Gerardo, che fa poi a sua volta padre di molti figli e 
figlie. Il primo de' quali fu chiamato frate Giacomo oltre- 
marino, perchè stette molti anni oltremare. Questi era 
figlio d' un mio cugino, e nell' Ordine de' frati Minori fu 
uomo di gran vaglia, sacerdote, predicatore, gran letterato, 
sapeva Y arabo, o saraceno, ed il francese. Nel ministero 
della prelatura fu uomo valente, onesto, buono e santo. Morì 
a Modena e fu sepolto nel convento de'frati Minori. Un altro 
fratello di lui aveva nome Bernardo. Degli altri non parlo. 
Prima loro sorella fu Avanza, donna bellissima, da cui na > 
que una figlia, che nel monastero dell' Ordine di S. Chiara 
in Parma, si chiama Caracosa onesta e devota. Seconda loro 
sorella fu Gisa, che ebbe due mariti e figli e figlie. Terza, 
Maria, bella donna, saggia, onesta, che morì nel mona- 
stero deir Ordine di S. Chiara in Imola. Inoltre del mio 
casato nel monastero di S. Benedetto, tra il Po e il Larione 
(1), ove è sepolta la Contessa Matilde, nella diocesi di 
Mantova, vi fu un sacerdote, santo uomo e personaggio 
cospicuo, ch'avea nome Villano. Nel monastero poi di 
Brescello vi fu Corrado figlio di Bernardo, figlio di quel 
Leonardo giudice, da cui incominciammo, che morì in 
guerra, la cui donna avvenentissima fu Caracosa, prudeu- 
tissima e sagacissima donna, che governò benissimo casa 
sua dopo la morte del marito, ed era della famiglia Zam- 
pironi. Ma io frate Salimbene e mio fratello Guido di 
Adamo, entrando in religione senza figli ne maschi, ne fem- 
mine, spegnemmo il nostro casato per riaccenderlo in cielo. 
E di renderlo luminoso si degni concedermelo Colui che vi- 
ve e regna col Padre e collo Spirito Santo ne'secoli,de'secoli 
e cosi sia. Ecco che senza volerlo ho descritto la genea- 
logia della mia famiglia; molti però ne ommisi per brevità 



(1) Larione o Lirone era un ramo del Po. '•lie oraiìon elisio. Il Po e il Lirone 
formavano un'isola detta Polirone, nella quale Tedaldo, avo della routcssa Matilde 
edificò la chiesa e una parte del monastero di S. Benedetto di Polirone. 



33 

^ì antichi, che moderni. Ma, avendola cominciata, mi 
parve bene compirla per cinque ragioni : 1. perchè suor 
Agnese, mia nipote, che è nel monastero di S. Chiara in 
Parma, ove andò a chiudersi per amor di Gesù quando 
era ancora ragazza, mi pregò di tessere questa genealogia, 
perchè non aveva mai potuto aver contezza della madre 
di suo padre; e così da questa edotta, conoscerà da quali 
progenitori discende tanto per padre come per madre. 
Ed ora dalla suddescritta genealogia saprà che per padre 
discende da quelli che si denominavano di Adamo, e che 
in antico si appellavano de' Grenoni; per madre discende 
dai Baratti, i quali si biforcano in due casati. Perocchò 
vi sono i Baratti cosi detti i Negri, che parteggiarono per 
r Impero; e vi sono i Baratti, chiamati i Bossi, che ten- 
nero sempre per la Chiesa, dai quali discendeva Suor 
Agnese, come più sopra è detto. E tutti questi Baratti, 
i Negri e i Rossi, nati da un sol ceppo, ossia da una 
sola radice, erano tigli di due donne, V una a nome Ba- 
ratti na, r altra Ghibertina, di cui abbiamo scritto lar- 
gamente più sopra... La seconda ragione della suddescritta 
genealogia è perchè suor Agnese sappia per chi debba 
pregare Iddio.... Il che si può dimostrare nei molti, che 
la morte rapi a nostri giorni. E tutti quelli, che ho no- 
minati nella genealogia del mio parentado, li vidi tutti, 
eccetto pochi, nel breve giro di sessant' anni. Perocché 
non ho visto Adamo de' Grenoni, che fu padre di mio 
nonno paterno; ne ho veduto i suoi due figli, Oliviero e 
Giovanni di Adamo, il quale ultimo fu mio nonno; ne 
Adamino figlio di luì, fratello di mio padre, militare, come 
anche Emblavato e Belando di Oliviero; ne ho visto il 
monaco di S. Benedetto. Tutti gli altri che ho nomi- 
nato, e conobbi, or non son più Diciamo ora perchè 

ho premesso queste cose. Ho visto a' miei giorni in 
molte parti del mondo molti casati spenti. E per non. 
toglierne esempi di lontano, in Parma il casato di quei 

Salimbene, Cronaca. 3 



34 

da Cassio, d' onde uscì mia madre, non ha più maschi. 
Il casato de' Pagani, oh' io conobbi gentiluomini ricchi 
e potenti, è spento. Cosi il legnaggio de* Stefani, fami- 
glia numerosissima, ricca e potente, è sfumato 

Ora ritorniamo all' Ordine ed al corso della nostra storia, 
e ripigliamola là dove lasciammo. Dicemmo di sopra 
che nel 1225 nel mese d'Agosto i Bolognesi assediarono 
il castello di S. Cesario e lo presero sotto gli occhi stessi 
dei Modenesi, Parmigiani e Cremonesi, che ivi erano 
co' loro eserciti, e che una notte vi fu gran battaglia tra 
loro e i Bolognesi. Furono allora portate via ai Bolo- 
gnesi moltissime manganelle, eh' io ancor fanciullo vidi 
nella piazza vecchia di Parma, tra il battistero, 1' epi- 
scopio e la facciata del Duomo. E quella battaglia fu 
combattuta accianitamente e con grande strage di fan- 
teria e di cavalleria d' ambe le parti. I Bolognesi che 
ne restarono malconci, stanchi e affannati diedero le spalle 
al nemico, e fuggirono abbandonando sul campo il car- 
roccio loro e quanto avevano. I Modenesi vollero torre 
il carroccio de' Bolognesi e tirarlo a Modena, ma i Par- 
migiani non acconsentirono, dicendo che non è bene fare 
ai nemici tutto il male che si può; e che tal cosa sa- 
rebbe un' onta incancellabile e provocativa di grandi 
mali. E i Modenesi accolsero il consiglio dei Parmigiani 
come di amici ed alleati; quindi lo mandarono in Piii- 
mazzo, castello de' Bolognesi, e ritornarono alla loro città. 
( È da sapere che neir esercito de' Bolognesi, in detta 
battaglia, che fu combattuta contro i Parmigiani, i Mo- 
denesi e i Cremonesi, v' erano anche i Milanesi, i Pia- 
centini, i Bresciani e tutti i Romagnoli). In questo e- 
sercito Pagano di Alberto di Egidio de' Pagani, che era 
Podestà di Modena, fece cavaliere suo figlio Enrico, e 
dissegli: Va, assalta il nemico, e battiti valorosamente. 
E così fece; ma sul principio della battaglia, ferito di 
lancia, grondava sangue dal sua corpo, come mosto da 



35 

un bigoncio, a cui sia stato levato via lo zipolo, e poco 
dopo spirò. Saputolo suo padre, disse: D' aver fatto ca- 
valiere mio figlio non son pentito, essendo morto batten- 
dosi da valoroso; e V ho udito io dal padre stesso. Nel 
combattimento di S. Maria in Strada morì anche Zangaro 
Sanvitali di Parma, famoso cavaliere e gran guerriero. 
Della stessa famiglia morì pure nella battaglia di San 
Cesario Guarino gran soldato e dotto nell'armi, ed era 
cognato di Papa Innocenzo IV. Perocché ebbe moglie 
una sorella di questo Papa, dalla quale gli nacquero sei 
figli ed una figlia, eh* io conobbi tutti, ed erano belli, 
robusti e paffuti. Il primo ebbe nome Ugo Sanvitali, il 
secondo Alberto, che fu moli* anni canonico del Duomo: 
poi fu molti anni V Eletto (vescovo) della chiesa parmense. 
Non fu sacerdote, perchè non volle, e morì diacono, né 
fu consacrato Vescovo. Fu sepolto neir ala del Duomo 
dove soleva tenersi il carroccio, di dietro al coro dei 
Canonici, dalla parte del convento de' frati Minori; e 
Obizzo di Lavagna (1), che fu vescovo di Parma e zio 
di Papa Innocenzo IV è sepolto inferiormente. Questo 
Alberto, Eletto della chiesa parmense, era beli' uomo 
poco istniito, ma onesto. Fu mio conoscente ed amico. 
e mi disse che mio padre sperava di ottenere la mia 
uscita dall' Ordine de' frati Minori per mezzo di Papa 
Innocenzo. Ma la morte troncò ogni sua speranza. Papa 
Innocenzo conosceva mio padre, perchè era stato cano- 
nico della Chiesa parmense, ed era uomo di molta me- 
moria; e mio padre abitava vicino al Duomo. Inoltre 
aveva maritata sua figlia Maria con Az zone fratello con- 
sanguineo di Guarino cognato del Papa; e perciò sperava 
che col mezzo dei nipoti del Papa, e della famigliarità 
che aveva col Papa stessa^ questi m' avrebbe restituito 
a lui, specialmente perchè non aveva altri maschi. La 



(S) Presso Chiavari e al mare. 



36 

qual cosa il Papa non avrebbe mai fatta ; al più 
forse per consolare mio padre m' avrebbe conferito un 
vescovado, od altra dignità. Perocché era uomo liberale 
assai, come appare nelle dichiarazioni fatte alla Eegola 
de' frati Minori, e in altre molte cose. Teneva sempre 
seco gran numero di frati Minori, ai quali fabbricò anche 
un convento e una bella chiesa presso Lavagna, sua terra 
nativa, dove avrebbe voluto tenere sempre venticinque frati 
Minori, e li avrebbe provveduti di libri e d* ogni altra 
cosa necessaria; ma i frati Minori non vollero accettare, 
e il Papa lo diede ad altri religiosi. Questi a Lione in 
sua camera mi conferì l' ufficio di predicatore, mi assol- 
vette da tutti i miei peccati, e mi fece molte altre grazie 
r anno dell' Incarnazione del Signore 1247. Egli spo- 
gliò del vescovado di Parma frate Bernardo da Vizio, 
che era della famiglia Scotti, e creò 1' Ordine dei frati 
di Martorano. Detto vescovado frate Bernardo avealo 
avuto da Gregorio di Montelungo Legato di Lombardia; 
e il Papa lo diede al ridetto Alberto proprio nipote. 
Papa Innocenzo IV favoreggiò molto i snoi parenti. Ed 
ebbe tre sorelle maritate a Parma, che gli diedero molti 
jiipoti, a cui conferi grasse prebende, e secondo il grido 
del profeta: Hanno fatto Chiesa il loro parentado. Terzo 
figlio di Guarino fu Anselmo, bell'uomo, ma quanto 
all'armi inettissimo, come quello che era stato allevato 
nella corte romana in mezzo ai Cardinali, da cui apprese 
gli ozii e i costumi dei preti. Quarto fa Guglielmo, che 
aveva, quando morì, credo venf anni. Era giovane di 
assai delicata coscienza, e voleva confessarsi almeno una 
volta la settimana. Quinto fu Obizzo II, che ora è ve- 
scovo di Parma, ma prima è stato molt' anni vescovo 
di Tripoli. Costui fu uomo quasi alla militare, e il suo 
carattere è come quello che più su abbiam fatto di 
Nicolò vescovo di Reggio. Perocché era chierico coi chie- 
rici, religioso coi religiosi, laico coi laici, cavaliere coi 



37 

cavalieri, barone coi baroni; gran barattiere, spenditore 
largo, liberale e cortese. In principio abusò di molte 
terre e possessioni della mensa vescovile, e le diede ad 
alcuni truffatori. Perciò fu accusato presso Papa Urbano 
da Giliberto da Gente come barattiere, dissipatore e 
allenatore de' beni della mensa vescovile. Ma in processo 
di tempo ricuperò le terre alienate e fece molti restauri 
air episcopio. Egli fu uomo di molta dottrina, special- 
mente nel diritto canonico, ed assai esperto nel ministero 
ecclesiastico. Conosceva il gioco degli scacchi, e teneva 
a bacchetta il clero secolare ; e conferiva le parecchie a 
quelli, che gli facevano del bene. Amò i religiosi e 
specialmente i frati Minori. Fece però una bruttissima 
azione ; perchè essendo egli vescovo di Tripoli, si dimise, 
e coir aiuto del Cardinale Ottobono, che fu poi Papa 
Adriano, spogliò del vescovado di Parma maestro Giovanni 
di donna Bifida, che era Arciprete del Duomo, dotto in 
diritto civile ed ecclesiastico, e che molt' anni V aveva 
insegnato, persona onesta e buona, e che cantava e pre- 
dicava bene. Per di più era stato anche suo maestro di 
diritto canonico; ed era stato eletto regolarmente e 
canonicamente dagli altri canonici a Vescovo di Parma 
dopo la morte di Alberto suo fratello. Finalmente sesto 
ed ultimo figlio di Guarino, cognato di Papa Innocenzo 
lY, fu Tedisio, grosso, pingue e robusto. Sorella di tutti 
questi fu Cecilia, che stette molt' anni nel monastero di 
S. Chiara in Parma. Poi, tolta di qui, fu promossa a 
Badessa nel convento di Chiavari, fatto fabbricare a 
proprie spese presso Lavagna, sua terra, dal Cardinale 
Guglielmo, nipote di Papa Innocenzo : monastero ricchis- 
simo ove abitano frati e suore dell' Ordine de' Minori. 
Questa Badessa Cecilia, colpita da Dio per la sua ruvi- 
dezza ed avarizia, finì malamente : ed ecco come. Frate 
Bonifacio dell' Ordine de' Minori, visitatore dei monasteri 
dell' Ordine di S. Chiara della provincia di Lombardia, 



38 

aveva alcune donne da collocare nei monasteri ; perocché 
a Torino, città appartenente alla provincia di Lombardia, 
a cagione di guerre non potevano stare. E dopo averle 
allogate, eccetto due, in varii monasteri, con quelle due 
andò a Genova; ed una la collocò nel monastero di 
Genova col consenso delle suore e della Badessa ; V altra 
nel monastero di Chiavari col solo dissenso della Badessa. 
Ed ecco che subito mentre il visitatore stava a mensa 
in casa dei frati, che ivi abitavano, la Badessa con 
animo infuocato d'ira, e la fronte aggrottata, insorse 
contro la nuova ospite, dicendo ed ordinando alle suore di 
espellerla dal convento, perchè non voleva che in nes- 
sun modo dimorasse nel suo monastero. Ma le suore 
pregando la Badessa colle lagrime agli occhi per la nuova 
consorella, essa rispose : Ah ! vilissime femmine ; credete 
eh' io non abbia un perchè di ciò fare ? Lo faccio per 
vostro bene, e per bene del nostro monastero. E presala 
per una mano, la cacciò fuori, operando secondo il detto 
di un poeta; 



Turptus •jleitnr, qnam non 
admittitur ho9pe$. ' 



ÀlV ospite r onor ben più si toglie 
Se si discaccia, oho se non ■* accoglie. 



La suora espulsa si recò dunque e stette al cospetto del 
visitatore, che era a mensa in casa dei frati che ivi 
abitavano ; e colle lagrime agli occhi gli riferi quanto 
le aveva detto la Badessa. Il visitatore, udite queste 
cose, si alzò turbato dalla mensa, andò e scomunicò la 
Badessa, perchè perseverando nella sua durezza chiudeva 
le viscere della pietà ad una sua consorella, che era 
stretta da dura necessità. E prendendo per mano la 
tribolata suora la coqsoIò, e la ricondusse seco a Genova, 
e pregò la Badessa e le suore di quel monastero ad 
accoglierla per amore di Dio e suo, avendo già loro 
prima parlato della malignità, della durezza, dell' avarizia 
e della follìa della Badessa di Chiavari. Tali cose avendo 



o 



9 



udito le suore del monastero di Genova, si mossero a 
compassione della loro consorella, e la abbracciarono 
festosamente. In quel monastero poi vi era una suora 
vecchia molto e divota e di gran merito presso Dio, a 
cui dispiacque assai il contegno di quella Badessa verso 
una suora . tribolata e già collocata in convento. Ed 
essendo già di quel dì sera avanzata, e le altre suore 
andate a letto, essa s'inginocchiò davanti all'altare, e 

con molte lagrime pregò Iddio Il visitatore 

mandò subito un messo velocissimo a Chiavari per sapere 
che cosa fosse accaduto a quella Badessa : e la trovò 
morta, maledetta, scomunicata e senza assoluzione. Nel- 
r intervallo tra la partenza del visitatore e V arrivo del 
messo. Cecilia, Badessa di Chiavari, cominciò a malare 
gravemente e svenir di languore.; e soffrendo dolori di 
più maniere, si pose a letto, si ridusse agli estremi, 
e cominciò a gridare : Io muoio. Sorelle correte, aiutate- 
mi, datemi qualche rimedio. Accorsero le suore incon- 
tanente, e, com'è dovere, ebbero compassione della loro 
Badessa. Della alute dell' anima sua non si fé' cenno, 
di confessione non se ne parlò. Le si strinse la gola, e 
appena poteva trar respiro. E quando s'accorse che 
moriva, disse alle suore adunate : Andate e ricevete 
quella suora; andate e ricevete quella suora; andate e 
ricevete quella suora. Per lei Iddio mi percosse ; e in 

così dire spirò Bicordo che essendo io a 

Lione, ove era anche Papa Innocenzo IV, arrivarono 
alcuni frati Minori di Bordeaux a dire al Papa che le 
suore dell'Ordine di S. Chiara di Bordeaux avevano 
eletta suora Cecilia, sua nipote, a loro Badessa. E il 
Papa ne diede loro lettera di conferma, dicendo che 
andassero a ritrovarla a Parma. Ma l'Eletto di Parma, 
nipote del Papa, e fratello della prenominata donna, essendo 
pur esso a Lione, e avendo saputo la cosa, si presentò 
al Papa e fece annullare la data conferma. E forse, se 



40 

fosse andata colà, si sarebbe diportata meglio tra fore- 
stieri che in mezzo apparenti e conoscenti. Ora ripigliamo 
il corso della nostra storia, e incominciamo là dove la 
lasciammo. L'anno 1229, segnato anche più su, Nazario 
di Ghirardino di Lucca fu Podestà di Eeggio, e fece 
fare il ponte e le imposte di porta Bernone. Allora si 
cominciò a cinger di mura la città di Reggio. E fece 
fare cento braccia di muraglia, dalla detta porta in giìi 
verso porta S. Stefano. Così successivamente ogni anno 
gli altri Podestà fecero duecento braccia di muraglia 
finche la città tutta fu murata. Però, per la frequenza 
delle guerre, qualche anno restò interrotta la continua- 
zione dei lavoro. Questo Nazario ha il suo ritratto in 
pietra sopra la porta Bernone, (1) fatto fare da lui 
stesso, ed ha in Eeggio la sua statua a cavallo. Fu bel 
cavaliere e ricco assai ; mio conoscente ed amico quando 
io dimorava a Lucca neir Ordine de' frati Minori. Donna 
Fior d' Oliva, sua moglie, era bella, paffuta e mia fami- 
gliare e devota. Era di Trento, moglie di un notaio, da 
cui ebbe due bellissime figlie; e Nazario la rapì al 
marito suo quando fu Podestà a Trento, e, consentendolo 
essa, la condusse a Lucca, e mandò sua moglie, che 
viveva ancora, in un certo suo castello, dove stette sino 
alla morte. Nazario morì senza figli, e lasciò molte 
ricchezze a quella donna, che in seguito si maritò a 
Eeggio, e, come mi disse, fu ingannata. E l'ebbe in 
moglie Enrico figlio di Antonio di Musso, e vive ancora 
oggi, festa di S. Lorenzo, martedì, 1283, anno in cui 
scriviamo queste cose. Tutti e due costoro, cioè Nazario 
e Fior d'Oliva fecero molto bene ai frati Minori di 
Lucca, quando la Badessa di Gattaiola (2) deli' Ordine 



(1) Gli istoriografl lìella città di Peggio la dicono porta Brtnnotie. 

(2) GattaìoTa: a tre miglia Sud di Lucca con un convento in cui fu monaca 
acche an» figlia di Castruccio Castracani. 



41 

di S. Chiara provocò e aizzò tutta Lucca contro i frati, 
calunniando gli innocenti. E cagione ne fu che frate 
Giacomo da Iseo non la voleva assolvere perchè non si 
comportava bene nel suo uflScio. Essa era figlia di una 
fornaia di Genova, e il suo governo era turpe, crudele e 
disonesto. E, per assicurarsi meglio quel ministero, era 
larga di regaluzzi e di leccornie a giovani, e a uomini, 
e a donne secolari, specialmente a chi aveva qualche 
parente nel monastero. Ai quali eziandio andava dicendo : 
I frati Minori non mi vogliono dare l'assoluzione per- 
chè .E così, come è detto, calunniava gli inno- 
centi. Ma mentiva apertamente. Tuttavia essa fu assolta, 
e i frati ricuperarono il loro onore e la loro buona fama, 
e la città la sua calma. 

L'anno 1230 si celebrò in Assisi un capitolo gene- a. 12:^0 
rale de' frati Minori, e si fece il trasporto del corpo del 
beato Francesco il giorno 25 Maggio, e frate Giacomo 
da Iseo, che agli inguini e ai genitali era tutto guasto, 
riacquistò sanità completa. Molti altri miracoli degni 
d'essere narrati fece in qupl giorno Iddio per mezzo 
del suo servo ed amico Francesco, che potrai conoscere 
leggendo la sua biografia. 

L'anno 1231, ai 14 di Giugno, Venerdì, il beatissimo a- 1231 
padre e frate Antonio spagnuolo, che era nel convento 
di Padova, nella quale città l' Altissimo magnificò il suo 
nome per mezzo di quel Santo, abbandonando in Arcella 
(1) il corpo alla dimora di tutte le relìquie mortali 
dell' uomo, volò felicemente alla sede degli Spiriti celesti. 
Questi fu dell' Ordine de' frati Minori e compagno del 
beato Francesco, e, se ci basterà la vita, ne riparleremo 
e ne tesseremo più ampiamente le lodi altrove. 



(l) Arcella, cha allora si diceva Cella, è luogo non lungi da Padova, fuori di 
rorta Codalunga, dove esisteva nel 1231 un convento di monache. S. Antonio 
reduce da Camposampiero e giunto gravemente malato presso qpel monastèro di 
Cella vi fu ospitato e vi mori. 



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1232 


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1233 


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reggeva la Oliiusa di 


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che fece coistruirc 


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42 

} r-.b '^, rabl^ato, fu rotto e 

'*! 'a aicabò Ja Bonacorso 

i ..:'>so Mancasale (2). 

. ;i . :uiUzo ■.lei vescovo di 

"acbiiU.i de: Duomo ; e allora 
>L'bju;o iia^iadi Fiorenza, 

:: ".a cUiri iiaazzi in più 
luoghi della diocesi. E .^òrclò i Pat']ai-ìaui lo stiiuavano 
un buon vescovo; ijurcuè non a.s»i|)a\a i bcui della 
Chiesa, anzi li conservava <^ iuultij[jllcava. Egli ora amico 
di mio padre Guido di Adamo, e stando alla finestra di 
casa sua ragionava con lui del suo palazzo, e gli man- 
dava spesso regali, come ho veduto io co' miei occhi. 
Amò mio fratello Guido ; ma dopo che entrò uell' Ordine 
de' frati Minori, non si curò più di lui. Prima di lui 
fu vescovo Obizzo di Lavagna genovese, beli' uomo ed 
onesto, come dicono, e fu zio di Papa Innocenzo IV ; 
ma non ricordo d' averlo veduto. Dopo Grazia fu vescovo 
un certo Gregorio Komano, che ebbe vita breve, e morì 
a Mantova eretico e maledetto. E quando malato gli 
portarono l'ostia consacrata, non volle riceverla, dicendo 
che non credeva nulla di tal fede ; e interrogato perchè 
accettasse il Vescovado, rispose : per le ricchezze e gli 
onori; e così spirò senza comunicarsi. Dopo lui fu 
vescovo maestro Martino da Colorno, (3) di. famiglia 
meno che cospicua. Gli successe Bernardo Vizio, di cui 
ricordo d' aver già fatta menzione, come anche de' suoi 
successori. Dopo Bernardo venne Alberto Sanvitali, nipote 
di Papa Innocenzo IV. Dopo fu eletto canonicamente e 
concordemente maestro Giovanni di donna Bifida, Arci- 
prete del Duomo; e gli successe Obizzo, vescovo di 



{y Kccolft villa a Nord-Ovest a pochi chilometri da Reggio. 
(2) Villa a tre miglia pieno Nord di Reggio. 

(3) Paese a circa 15 chilometri da Parma e a pieno Noid da Parma stessa, 
non lunge dal Po. 



43 

Tripoli, pur esso nipote del predetto Papa, e fratello del 
sunnominato Alberto. Per frodi fu investito del Vescovado 
di Parma, e vive ancora e lo tiene. E come lo tiene 
oggi, tengaselo pure finche se ne faccia un' altro. Ed 
oggi, che queste cose scriviamo, corre il 1283, giorno 
di S- Lorenzo, martedì. Che cosa sia per avvenire d'ora 
innanzi dei vescovi di Parma, sallo Iddio. In questo 
stesso anno 1233 fu Podestà di Eeggio Giliolo di donna 
Agnese di Parma. In queir anno Keggio cominciò a 
coniar moneta ; e Nicolò vescovo di Reggio viveva ancora. 
Io conobbi quest' Egidiolo, che eravamo della stessa città, 
ed ebbe due cognomi. Fu detto di don'ia Agnese, o da 
parte di madre, o da parte di moglie, perchè fu donna 
valente ( come un certo ponte, che è in Parma, fu chia- 
mato ponte di donna Egidia da Palh, perchè essa lo 
fece fare ; ponte che ora rifanno di muro, invece di 
legno. ) Fu pur detto da Qente, perchè quand' era oltre- 
mare, ogni volta che si parlava d' eserciti, usava dire : 
La nostra gente fece così. Questo l' ho saputo da Gherard» 
Eangone di Modena, che era frate Minore. Gigliolo da 
Gente poi ebbe due fratelli. Il primo fu Tebaldo, e, 
quand'io era ancora ragazzo, l'ho veduto assai vecchio 
e carico d' anni ; ed ebbe sette figli, de' quali il quarto, 
Manfredo, sposò mia sorella Caracosa, che, mortole il 
marito, finì lodatamente la vita nel monastero di S. 
Chiara in Parma. Il secondo aveta nome Beretta, bel 
cavaliere e prode guerriero, forte, e tant'alto di statura 
da far la meraviglia degli uomini e delle donne. Giliolo 
fu anche padre di Ghiberto da Gente, di cui parleremo 
a suo luogo. E quando nel detto anno Giliolo era Podestà 
di Eeggio cominciò l' alleluia. E i posteri chiamarono 
alleluia un certo periodo di tempo, in cui, posate le armi, 
predominò la giocondità, l' allegria, il gaudio, l'esultanza 
il giubilo ed ogni dimostrazione d' animo contento. E 
tutti, cavalieri e fanti, e cittadini, e campagnuoli, e 



44 

giovinetti^ e giovinette, e vecchi e giovani ne cantavano 
inni e lodi a Dio. In tutte le città d' Italia vi fu questa 
divozione; e vidi che nella mia città di Parma ogni 
parecchia voleva ayere il proprio gonfalone da portare 
nelle processioni, e, sul gonfalone, dipinto la specie di 
martirio del santo suo titolare. Così, p. e. la scorticazione 
di S . Bartolomeo era ritratta nello stendardo della 
parecchia, che da lui si nominava ; e così via via delle 
altre. E dàlie ville venivano in città co' loro confaloni 
in gran frotte uomini e donne, ragazzi e ragazze ad 
ascoltare le prediche ed a lodare Iddio ; e cantavano 
con voci divine più che umane. E così le genti cammi- 
navano sulla via della salute, tanto che sembrava adem- 
piuto quel detto del Profeta : Ricorderanno (la mia 
parola) e si convertiranno a Dio tutte le nazioni, e 
adoreranno davanti a lui tutti i popoli. E portavano 
in mano rami d' alberi e candele accese ; E si predicava 
di mattina, a mezzodì, verso sera, secondo il Profeta: 
Di sera, di mattina, di mes^odì narrerà e annunzieròy 
ed esaudirà la mia voce. Redimerà in pace V anima 
mia da coloro che s' avvicinano a me, poiché tra molti 
era meco. E si facevano soste nelle chiese e nelle piazze ; 
e si alzavano le mani al cielo per lodare Iddio e bene- 
dirlo n^' secoli. E non sapevano intermettere le laudi, 
tanto erano entusiasmati dall' amor di Dio ; e beato chi 
poteva, far più di bene, e inneggiare a Dio. Nessun' ira 
era tra loro, nessun turbamento d' animo, nessun rancore ; 
ogni cosa tra loro passava in pace ed amore. Almamo 
a Dio, che siede ne' cieli, i nostri cuori e le nostre 
mani E così realmente facevano, come ho visto io. E 
poiché la Sapienza dice ne' Proverbii. IL II popolo si 
travolgerà in ruinu, se non vi sia chi lo governi, affinchè 
non si creda che queste moltitudini fossero senza guida, 
parliamo ora di chi dirigeva queste ragunate. Primo 
venne a Parma fra Benedetto, che si chiamava di Cor- 



45 

netta, nomo semplice ed illetterato, di buona innocenza 
^ di vita onesta, ch'io vidi, ed ebbi seco famigliarità in 
Parma, e poi a Pisa ; ed era o di Valle spoletana, o ii. 
Komagna. Non apparteneva ad alcun Ordine religioso, 
viveva a sé, e solo si studiava di piacere a Dio. Era 
molto amico de' frati Minori ; pareva quasi un altro 
Giovanni Battista, che precorresse avanti al Signore a 
preparargli un popolo perfetto. Portava in testa un 
cappello all' Armena, aveva barba lunga e nera, e teneva 
una trombetta metallica (cioè di oricalco) colla quale 
suonava ; e quella sua tromba reboava terribilmente, ma 
pure non senza qualche dolcezza ; andava cinto di una 
fascia dì vello; vestiva abito nero, a foggia di sacco 
tessuto di peli di diversi animali, e lungo sino ai piedi. 
La tonaca era fatta a guisa di guascappa, e davanti e 
di dietro aveva una croce lunga, larga, e di color rosso, 
che discendeva dal collo sino a' piedi, come suole nelle 
pianete de' sacerdoti. Così vestito egli andava colla sua 
tromba, e predicava nelle chiese, nelle piazze, e lodava 
Iddio, e aveva sempre seguace una gran turba di ragazzi 
con in mano, il più delle volte, rami d'alberi e candele 
accese. Ed io stesso stando su una muraglia del palazzo 
vescovile, che allora era in costruzione, l'ho veduto più 
volte a predicare e cantare le lodi del Signore. E comin- 
ciava le sue lodi dicendo in suo volgare : Laudato, et 
benedetto, et glorificato sia lo Patre. Ed i ragazzi a 
voce alta ripetevano quello che egli aveva detto. E poi 
ripeteva le stesse parole, e aggiungeva : Sia lo Fijo, Ed 
i ragazzi riassumevano cantando le stesse parole. Final- 
mente por la terza volta replicava le stesse parole e vi 
aggiungeva : Sia lo Spirita Sanato ; e dopo : alleltija, 
alleltija, alleluja. Di poi trombettava, e dopo predicava, 
dicendo buone parole a lode del Signore. E dopo tutto 
cantava un saluto alla beata Vergine cosi : 



40 

Ave Maria - Clemens et pia, 
Gralia piena - Virgo serena: 
Dominus tecnm - Tu mane mecam. 
Tn benedicta in mulieribus, 
^ae peperisti pacem hominibns 
Et angolis gloriam. 

Et bened ictus fructus vcntris tui, 
Qui coeredes ut essemus sui, 

Nos fecit per gratiam. 



Ave, Haria - Clemente e pia, 
Di grazia piena - Tergi n serena: 
iddio ò teco - Tu reata meco* 
In fra le donne - Tu benedetta 
Air uom portasti - Pace perfetta 
E gloria agli Angeli. 

E benedetto - Lo Figlio tuo 
Cbe di far parte - Del regno ano 
Larginne il merito. 



Ora parliamo degli eminenti predicatori, che furono 
famosi al tempo di quella divozione: ed anzi tutto di 
due dell' ordine de' Predicatori, cioè di frate Giovanni 
da Bologna, nativo di Vicenza, e di frate Giacomino da 
Reggio, oriondo di Parma. Imperocché il beato Domenico 
non era ancora canonizzato, ma era morto e sotterra, 
come si canta in una prosa: 



lacet granum oceultatnm, 
Sydns latet obumbratum; 

Sed plasmator omninm 

Ossa losepb pullulare, 
Sydus iubet radiare 

In saluttm gentinm. 



Sta un grano ancor sepeito. 
Sta un astro in ombra involto: 

Ma il Dio che suscita 

Or Giuseppe a morte invola. 
Or dell'astro Tombra assola, 

E salva i popoli* 



E veramente si trova che S. Domenico restò dodici anni 
sepolto senza che si facesse parola della sua santità ; ma 
per cura di cotesto frate Giovanni sunnominato, che, al 
tempo di tale divozione, ebbe facoltà di predicare in 
Bologna, ne fu fatta la canonizzazione. Per questa cano- 
nizzazione s'adoperò anche il vescovo di Modena, che 
era un Piemontese, il quiale, fatto poi Cardinale, prese 
nome Guglielmo, cui io vidi predicare e officiare la 
vigilia di Pasqua nella chiesa de' frati Minori a Lione, 
quando ivi si trovava Papa Innocenzo e tutta la sua 
corte. Questo frate Giovanni era per verità un uomo di 
nessuna coltura, e si voleva porre tra quelli che fanno 
miracoli. Fece in quel tempo un gran predicare tra 
Castel Leone e Castel Franco (1). Ma frate Giacomino 



(li A cavallicre della via Emilia a dodici chilometri da Modena per Bologna. 



47 

da Beggio, oriondo però di Parma, fu uomo assai colto, 
lettore di teologia, predicatore facondo, copioso e grazioso ; 
uomo pronto, benigno, caritatevole, affabile, cortese, libe- 
rale e largo. Ed una volta fummo compagni di viaggio 
di giorno e di notte da Parma a Modena in u» momento 
di gran guerra ; ed era anche meco il frate mio compagno, 
ed egli aveva il suo. Questi al tempo di quelle divozioni, 
di cui abbiamo parlato piìi sopra, aveva molta grazia 
nel predicare, e fece molto di bene. Neil' anno stesso 
ebbe principio in Seggio la costruzione della chiesa del 
Gesù de' frati Predicatori ; e se ne fondò la prima pietra, 
consacrata dal vescovo Nicolò, il dì di S. Giacomo. E 
ad erigere quel tempio accorrevano i Reggiani, uomini, 
donne, militi di cavalleria, di fanteria, campagnuoli, cit- 
tadini; e portavano pietre, sabbia, calce sulle spalle 
entro varie specie di pelli e di tessuti. E beato chi più 
ne poteva portare; e fecero le fondamenta della chiesa 
e del caseggiato annesso, e alzarono una parte delle 
muraglie. Al terz'anno compirono tutto il lavoro. E 
allora frate Giacomino ne dirigeva la buona esecuzione. 
Questo frate Giacomino fece nella diocesi di Parma tra 
Calerne (1) e S. Ilario, al disotto dell' Emilia, una gran 
predicazione, alla quale accorse una grandissima folla 
d' uomini, donne, ragazzi, da Parma, da Reggio, dal 
monte, dal piano e da diverse ville. Ed una donna povera 
e gravida, ivi partorì un maschio ; e per istanze e pre- 
ghiere di frate Giacomino molte persone diedero non 
pochi soccorsi a quella povera donna. Perocché tra le 
donne, chi regalava una sottana, chi una camicia, chi 
una veste, chi ima benda ; sicché ne raccolse da caricare 
un asino. E dagli uomini n' ebbe cento soldi imperiali. 
E chi era presente e vide, riferì a me queste cose dopo 
tempo assai, quando ebbi a passare con lui per quei 



(1^ A me-.za «irca ria tra Parma e Beggio. 



48 

luoghi : Cose che ho saputo, poi anche da altri. A questo 
frate Giacomino, malato a Bologna nell'infermeria de' frati 
Predicatori, ritto a sedere sul letto, verso il mezzodì, e 
desto, apparve frate Giraldo da Modena dell' Ordine dei 
frati Minori, quello stesso giorno in cui morì, dicendo: 
Io sono alla visione della gloria di Dio, alla quale Cristo 
chiamerà presto anche te a ricevere il premio delle tue 
fatiche, e soggiornerai sempre presso chi hai devotamente 
servito. Ciò detto, frate Giraldo disparve ; e frate Giaco- 
mino raccontò a' suoi frati quanto aveva veduto, che se 
ne rallegrarono. Ed a frate Giacomino avvenne per punto 
quanto avevagli predetto frate Giraldo; poiché pochi 
giorni dopo s' addormentò nel Signore ; e il suo corpo fu 
sepolto a Mantova. Frate Giovanni poi da Vicenza, più 
sopra menzionato, chiuse i suoi giorni in Puglia. Ebbero 
anche i frati Predicatori in Parma, nel tempo di quella 
divozione, che si chiamò alleluia, un frate Bartolomeo 
da Vicenza, che fece molto di bene, come ho veduto 
co* miei occhi ; ed era buon uomo, prudente ed onesto ; 
e dopo molto tempo fu fatto Vescovo della sua città 
natalo, ove fece fabbricare un bel convento pe' frati del 
suo Ordine, che prima ivi non abitavano. I frati Minori 
poi ebbero un frate Leone milanese, predicatore famoso, 
elle perseguitò potentemente, e confutò e confuse gli 
eretici. Fu molti anni ministro provinciale nel!' Ordine 
de' frati Minori, e poi Arcivescovo di Milano. Costui era 
di tanto singolare coraggio, anzi audacia, che una volta 
da solo andò collo stendardo in mano alla testa dell* eser- 
cito Milanese contro V Imperatore, e passato il ponte 
d' un fiume, solo, stette a lungo di pie fermo squassando 
lo stendardo ; mentre i Milanesi non osavano passare 
perchè vedevano T esercito imperiale in ordine di bat- 
taglia. Questo frate Leone confessò un amministratore 
bell'ospedale di Milano, uomo che godeva gran nome e 
fama di santità. E quando esso fu agli estremi della 



49 

vita Leone si fece promettere che sarebbe tornato dopo 
morte a dargli contezza dello stato in cui si trovava. E 
promise di buon grado. Verso sera si sparge in città la 
voce della sua morte. Frate Leone invita due frati suoi 
compagni particolari, ch'egli aveva come ministro Pro- 
vinciale, a vegliare seco quella sera in un angolo dell' orto, 
nella camera dell' ortolano. Vegliando tutti e tre insieme, 
frate Leone fu preso un momento da un lieve sonno; e, 
volendo dormire, pregò i compagni che, se qualche cosa 
sentissero, lo svegliassero. Ed ecco che subito odono uno 
venire disperatamente urlando, e lo videro rotar giìi dal 
cielo come un globo di fuoco, e precipitarsi sul comignolo 
della casetta come uno sparviero suU' anitra. Pel rumore, 
e scosso dai frati, Leone si svegliò. E continuando colui 
i lamenti Ahi I Ahi I. frate Leone gli domandò come si 
trovasse. Ed egli rispose dicendo che era dannato, perchè 
era stato causa che morissero senza battesimo alcuni 
bambini nati da unione illeggittima, avendoli egli con 
isdegno reietti dair ospedale, perchè vedeva che per acco- 
glierli l'Ospizio andava incontro a spese e disagi. E 
domandandogli frate Leone perchè non si fosse confessato 
di questa colpa, rispose : o perchè me ne sono dimenticato, 
o perchè non credetti che la fosse da confessarsene. 
Quindi frate Leone soggiunse : Giacché nulla hai a che 
fare con noi, partiti da noi, e vanne per la tua strada. 
Ed egli gridando e urlando dipartissi. Pertanto questo 
Frate Leone nel tempo di quella divozione, che i posteri 
chiamarono poi l' alleluia, molto s' adoperò, e molto fece 
di bene. Vi fu anche un cert' altro frate Minore di Padova 
che nel tempo di quella divozione fece molto di bene. 
Questi predicando una festa a Como, e facendo un usuraio 
murare una sua torre, disturbato il frate dal martellare 
degli operai, disse al popolo, che l' ascoltava : Vi predico 
che nel tal tempo quella torre minerà, e sin dalle fondla- 
menta sarà divelta. Ed accadde; e fu giudicato un gran 

Salimeene, Cronaca 4 



miracolo. Perciò T Ecclesiastico dice 37: L'anima di 
un uomo pio scapre talora la verità meglio che sette 
sentinelle, che stanno alla vedetta in luogo elevato. 
Così ne' Proverbii 17 : Chi molto alta fa la casa sua, 
va cercando ruine. Miracolo eguale a quello della profezia 
della torre che doveva ruiaare, è quello pel fìllio di 
Grilla, e delle tre zucche, e del sorcio in una zucca. E 
tutto diceva così a casaccio, a sorte, e perciò fu chiamato 
r indovino. Vi fu anche Girardo da Modena dell'Ordine 
de' frati Minori, che a' tempi della suddetta divozione, 
operò cose miracolose e fece molto di bene, come ho 
veduto io co' miei occhi. Questi nel secolo si chiamava 
Uirardo Maletta. Nacque di potente e ricca famiglia, 
cioè dai Boccabadati. Fu uno dei primi frati dell' Ordine 
dei Minori, non però uno dei dodici. Fu amico ed intimo del 
beato Francesco, e talvolta compagno : uomo cortese assai, 
liberale, splendido, religioso, onesto, di costumi assai 
castigato, e misurato nelle parole e nelle opere. Non 
ebbe che poca coltura di lettere: Tuttavia fu grande 
oratore, e predicatore ottimo e pieno di grazia. Voleva 
andare in giro per tutto il mondo. Fu egli che pregò 
per me frate Elia ministro Generale dell' Ordine de' frati 
Minori, che mi ricevesse nell' Ordine ; e accolse l' istanza 
in Parma Y anno 1238. Fui talvolta suo compagno di 
viaggio. Al tempo della detta divozione i Parmigiani 
affidarono a lui la signoria di Parma, acclamandolo 
Podestà, con potere di accordare in pace fra loro quelli, 
che per rancori erano in dissidio. E così fece, e, molti 
che per discordie erano nemici, ricompose in pace ed 
amicizia. Tuttavia in un caso di composta pacificazione, 
incorse in calunnia, avendo irritato Bernardo di Rolando 
Kossi, cognato di Papa Innocenzo IV, per non aver data 
sufficiente soddisfazione ad alcuni di lui amici. Frate 
Girardo tenea molto dalla parte dell' Impero ; ma nulla 
ostante egli cammino al cospetto di Dio in puce ed 



51 

equità^ e molti ritrasse dalle vie dell'iniquità, come 
disse Malachia IL £ qui a proposito richiamati alla 
mente la storia di quei tre compagai, de' quali uno volle- 
pensare a se solo, e a se solo vivere, e fare il solitario ; 
il secondo amò curare i malati ; il terzo riamicare i 
nemici. Del primo dice S. Girolamo: La santa sehati- 
chezza giova a sé soltanto, e di quanto vantaggia la 
Chiesa di Cristo coi meriti della vita, d' altrettanto le 
nuoce, se non faccia opera di resistenza a' suoi demoli- 
tari. Perciò ricordati bene di S. Sindonio, a cui un 
Angelo del Signore comandò di andare attorno a predi- 
care contro gli eretici. Del beato Francesco ancora fu 
scritto che non vuol vivere per sé solo, ma giovare gli 
altri, indottovi da amore di Dio, Ogni volta che mi 
torna a mente frate Qirardo da Modena, mi torna a 
m^nte anche quella sentenza dell'Ecclesiastico XIX: jè 
da preferirsi V uomo che manca di sagacità, ed è privo 
di scienza, ma è timorato, a quello che abbonda di 
avvedutezza, e trasgredisce la legge dell' Altissimo, Io 
mi trovai malato a Ferrara con frate Girardo di una 
malattia, di cui egli morì dopo essere venuto a Modena 
verso Tanno nuovo; e fu sepolto in un sarcofago di 
marmo nella chiesa de' frati Minori. E Iddio si degnò 
di operare- per mezzo di lui molti miracoli, che per 
brevità tralascio di narrare, perchè può esservene occasione 
altrove. Una cosa però non vuoisi passare sotto silenzio, 
ed è che questi frati, valeati predicatori, al tempo della 
prenominata divozione, si adunavano talvolta in qualche 
luogo, e insieme prestabilivano per le loro prediche il 
luogo, il giorno, l'ora e l'argomento. E l'uno diceva 
air altro : Tien fermo ogni cosa dell' accordo preso ; sicché 
le cose immanchevolmente accadevano come erano state 
prefisse. Stava dunque frate Girardo, come l' ho visto io 
co' miei occhi, nella piazza del Comune di Parma, o 
altrove quando voleva, sopra un palchetto portatile di 



52 



legno, fatto a posta per uso delle concioni ; e, quando il 
popolo era tutto intento, ad un tratto interrompeva la 
predica, e s'incappucciava, quasi in atto di pensare a 
Pio. Poi, dopo lunga pezza, scappucciatosi, parlava al 
popolo meravigliato, quasi dicesse coir Apocalisse I : Io 
era in Ispirito nel giorno della domenica, ed ascoltai 
il dilettissimo nostro fratello Giovanni da Vicenza, che 
predicava vicin di Bologna, nella ghiaia del Beno, ed 
aveva un affollatissimo uditorio, e queste furono le prime 
parole della sua predica : Beata la gente che per suo 
signore ha Dio, beato il popolo eletto da Dio per sua 
eredità. Altrettanto diceva di frate Giacomino. B quelli 
sapevan dire parimente di lui. Meravigliavano i presenti, 
e, punti da curiosità, spedivano messi per sapere se era 
vero ciò che loro si diceva. E trovando che sì, vieppiù 
restavano meravigliati; sicché molti, abbandonando il 
secolo, entravano nell' Ordine de' frati Minori, e de' Pre- 
dicastori. E ixL diversi altri modi, e in molte parti del 
mondo gran bene si fece a tempo di quella divozione, 
come ho visto io co' miei occhi. Vi furono però anche a 
que' tempi molti barattieri e gabbamondi, che facevan 
di tutto per calunniare gli innocenti. De' quali fu un 
Boncompagno fiorentino, rinomato maestro di grammatica 
in Bologna, che compose libri intitolati Del comporre. 
Costui, che tra' fiorentini era il piU arguto nel mettere 
in canzone la gente, compose una rima in derisione di 
frate Giovanni da Vicenza, di cui non ricordo ne il 
principio, ne la fine, perchè da molto tempo non l'ho 
letta, e quando la lessi non njii curai tanto d' impararla 
bene a memoria. V'erano però questi versi, che mi 
ricorrono a mente : 



£t Johannes j'ohanm'zatf 
Et saltando choretzat. 
Modo salta, modo salta 
Qut eoelorum petis alta: 
Snltat iste aaltat ille, 
jifKnliant choorteS mille; 
Saltai chorus domniarum, 
&'xiltut diix Ytneiiarwn ecc. 



E Giovanni giovanneggiu 
E ballando caroleggia.' 
Ojt tu salta, vola, sali, 
tn eh' al cielo batti I' ali; 
Saltan qatisti, saltan quelli, 
Saltan pur mille drappelli; 
Danzan donne in giro, in coro 
Danza il Sir del Bucintoro ec«. 



53 



\ 



Così pure questo maestro Boncompagno vedendo che 
frate Giovanni s'era messo in capo di far miracoli, 
anch' egli volle provarsi a farne, e annunziò ài Bolognesi 
che voleva volare sotto i loro occhi. Non ci volle altro. 
La notizia corre per Bologna; arriva il giorno prefisso; 
si raduDa tutta la città, uomini, donne, vecchi, fanciulli, 
alle falde d'Un colle, che si chiama 8. Maria in monte. 
S*era fatte due ali, e stava sulla vetta del monte guar- 
dando la folla. Ed essendosi reciprocamente a lungo 
guardati, proferì queste parole: Andatevene colla bene- 
dizione di Dio^ e vi basti aver veduta la faccia di 
Boncompagno. E ne ritornarono derisi. Questo maestro 
Boncompagno, essendo un ottimo scrittore, per consiglio 
de' suoi amici andò a Boma, volendo provare se per 
avventura potesse colla sua abilità nelle lettere, trovar 
grazia nella corte romana. Ma non avendo trovato favore» 
se ne partì, e divenuto già vecchio, si era ridotto a tanta 
miseria, che fu costretto a chiudere i suoi giorni 
in un ospedale a Firenze. A frate Giovanni da Vicenza 
poi più sopra menzionato, gli onori ricevuti e la 
grazia nel predicare gli avevano siffattamente beccato 
il cervello da avernelo travolto e credere di poter lare 
veri miracoli anche senza l'aiuto del braccio di Dio. Il 
che era somma stoltezza, perchè il Signore dice in Gio- 
vanni 15. Senza me nulla potete fare. Parimente ne'Pro-^ 
verbii 26. Chi dà gloria allo stolto fa come chi gittasse 
una pietra preziosa in una mora di sassi. Essendo frate 
Giovanni rimproverato delle sue fatuità da' suoi confrati, 
rispondeva loro, dicendo: Se non la finite, io vi infamerò 
pabblicando le vostre azioni. Per ciò lo tollerarono sino 
che morì, non trovando modo di contrastargli. Questi 
essendo venuto un giorno al convento de' frati Minori, 
ed avendogli il barbiere rasa la barba, s' ebbe a male 
che i frati non ne avessero raccolti i peli da serbare per 
reliquie. Ma frate Diotisalvi da Fiorenza dell' Ordine d.ai 



y 






4 



Minori, che, secondo il costume de' Fiorentini era pron- 
tissimo a canzonare la gente, a capello rispose allo stolto 
come si conviene alla sua follìa, che talora non gli 
paresse cT esser savio. Proverbii 26. Perocché andato un 
giorno al convento de' Predicatori, ed essendo stato da 
loro invitato a pranzo, disse che in ni un modo accette- 
rebbe, se non dessero a lui un lembo della tonaca di 
frate Giovanni, che stava in quel convento, da conservare 
come reliquia. Promisero e diedero una larga pezza dì 
tonaca, colla quale, sgravatosi dopo pranzo il ventre, for- 
bissi Fano, poi la gittò nello sterco. Poscia, presa una 
pertica, rimestava lo sterco gridando e dicendo: Ahi! Ahi! 
aiutatemi, o fratelli, che cerco la reliquia del santo che 
ho smarrita nella latrina. E guardando essi in giù dalle 
finestre delle celle, egli rimestava più forte perchè ne 
sentìsser r odore. Pertanto nauseati da tali esalazioni, 
ed inteso che erano stati scherniti da (|uel canzonatore, 
ne restarono confusi e svergognati. Questo frate Diotisalvl 
una volta fu comandato di andare per obbedienza ad 
abitare nella provincia di Penne, in Puglia. Egli allora 
andò neir infermeria, si cavò nudo, e, scucito un mate- 
rasso, vi si nascose dentro e vi stette tutto un giorno 
involto nelle penne. Cercato da' frati, ivi lo trovarono, e 
disse che aveva adempiuto ali* obbedienza impostagli. 
Perciò, a cagione di questa spiritosità, gli fu condonata 
r obbedienza, e non andò. Così un giorno d* inverno cam- 
minando per Firenze scivolò per ghiaccio^ e stramazzò 
disteso sulla via. Vedendo questa scena i fiorentini, che 
è gente nata per dar la beffa, cominciarono a ridere. Ma 
uno chiese anche al frate se volesse un cuscino da met- 
tersi sotto. A cui il frate rispose che sì, che sì, purché 
da mettersi sotto gli si desse per cuscino la moglie del 
suo interlocutore, t fiorentini udendo questa risposta non 
ne ebbero scandalo; anzi lodarono il frate, dicendo: que- 
sV è veramente d.e' nostri. (Alcuni attribuirono questa 






risposta ad un altro fiorentino, che si chiamava frate 
Paolo Millemosche dell' Ordine de' Minori). Ma noi dob- 
biamo piuttosto domandare a noi stessi, se il frate facesse 
bene, o male a rispondere in quel modo: e sosteniamo 

che per molte ragioni rispose male Però frate 

Diotisalvi, che diede occasione a questo racconto, per 
molte altre ragioni si può anche scusare. La sua risposta 
però non deve trarsi ad esempio, che altri la ripeta . . 
La terza ragione è che parlò tra suoi concittadini, i 
quali non se ne scandolezzarono essendo eglino tutti uo- 
mini sollazzevoli ed usi alle beffe. Ma in altro paese 
avrebbe suonato male quella risposta del frate. Di questo 
frate Diotisalvi inoltre io so molte cose, come anche del 
conte Guido, di cui da molti molte e varie cose sogliono 
contarsi, che, essendo più scandalose che edificanti, io 
non racconto. Tuttavia frate Diotisalvi andò oltremare 
coir arcivescovo di Ravenna, chiamato Teodorico, che fu 
sant' uomo e persona assai onesta. Dopo lui fu Arcivescovo 
dì Ravenna Filippo di Pistoia, o di Lucca, a cui successe 
frate Bonifacio dell' Ordine de' Predicatori, nativo di Par- 
ma, che ebbe l' ArcivescQvado da Papa Gregorio X non 
in grazia dell' Ordine suo, ma perchè era suo parente; 
ed ora ò Arcivescovo anch' esso, grande oratore, e tenace 
sostenitore del partito della Chiesa. Una cosa però non è 
da tacere, ed è, chei Fiorentini non si scandalizzano se 
taluno esce dell* Ordine dei Minori, ed anzi dicono di far 
le meraviglie come vi sia stato tanto tempo, stantechè i 
frati Minori sono una gente povera, che si impone mille 
maniere di penitenze. Questi Fiorentini avendo un giorno 
udito che frate Giovanni da Vicenza dell'Ordine dei Pre- 
dicatori, di cui è parlato pih sopra, voleva andare a Fi- 
renze, dissero: Oh! Dio! non venga qua. Perochè si dice 
che risusciti i morti, e noi siamo già tanti che la città 
non ci potrà contenere. Ed il parlare de' Fiorentini suona 
assai grazioso in loro dialetto. Sia benedetto Iddio che 



56 



abbiam finita questa parte. Vi fu a questi tempi un 
canonico Primasso di Colonia, argutissimo a mettere in 
canzone e dar la baia alla gente e versaggiatore facile e 
potente, che se si fosse dedicato di cuore a servire Iddio 
sarebbe stato grande nella letteratura religiosa, e utile 
alla Chiesa di Dio. Fece un' Apocalisse, ch'io ho veduto, 
e molte altre opere. Costui condotto un giorno dal suo 
Arcivescovo ai campi, non a meditare, ma a passeggiare, 
e avendo veduto i buoi del podere dell' Acivescovo, che 
aravano, belli, forti e grassi, e avendogli detto l'Arcive- 
scovo: Se, prima che i buoi arrivino qui, saprai far versi 
intorno ad un regalo di buoi, io te li donerò: Primasso 
soggiunse: Sta fermo ciò che hai detto ? Fermissimo,, ri- 
spose r Arcivescovo. E allora subito cantò: 



Indigeo hobus - a4 rura colenda 

duobuSy 
Pontificis munìM - Yeniat bos unus 

et tmus. 



Per arar mio campo 1>ene 
Aggiogar due baoi couviene: 
L' UDO in dono dal Prelato, 
Così r altro mi sia dato. 



Altra volta, quand' era alla Corte, volendo fare un 
presente ad un certo Cardinale, fece fare dodici pani bian- 
chissimi, grossi e belli, di cui la fornaia gliene rubò uno. 
NuUameno mandò gli undici restanti con una cartolina, 
che diceva; 



A'e Spernas wunus - si desìi apostolus 

utius; 
Vt verbis Ituiam - rapuit /omaria 

ludam. 



No, non sgradir questo mio tenne dono 
Se dodici gli apostoli non sono; 
Che Giuda, e forse di scherzar s' intese. 
La birba di fornaia se lo prese. 

Un' altra volta ancora avendogli l'Arcivescovo mandata 
un regalo di pesce senza vino, disse: 

Mittitur in disco - mihi piscis ab Un piatto V Arcivescovo m' invia 

Con entro il più bel pesce che si dia. 
No, non r accetto, se con lui non viene 
Un via che grilli e fumi per le vene. 



Archiepisco» 
Me non inclino - quia missio fit sine 
viìw» 



Parimenti in altra occasione fece questi versi: 



][is vaccis parcam^ - quae sacri foe- 

deris arcam 
Olt'm duxcrunt - scd aquis comedi 

meruerunU 



Queste rispetterò vacche eh' han tratto 
La nave trionfai del sacro patto; 
Ma il mondo reo con un nefando eccesso 
Ingrato al jnerto lor le mangia a lessa 



57 



Un' altra volta gli fu porto del vino molto annacquato. 
E cominciò a dire: 



In cratere meo^ - Thetis est sodata 
Lineo: 

Ehi Dea juncta 2>6»-, - Sed Dea ma- 
jor eom 

Ifil valet Me, vel ea - nisi qìAando sii 
FAaresea; 

Amodo prop tersa, - sit Deus ubsque 
Dea. 



In questo nappo mio eh' or or s'empieo 
Mistv in amplesso son Teti e Lieo: 
Un Dio con nna Dea si mesce e avvince, 
Che maggiore di lui lo slemba e vince. 
Né r nno nulla vai, nò Taltra nn punto, 
Se Tan coll'altra insiem trovi congiunto, 
Frema dunque Lieo neir inguistare, 
£ Teti baci il suo Nettuno in mare^ 



Parimente in altra occasione improvvisò i seguenti 
versi intorno al vino: 



Fertur in convivio - vinus , vina , 

vinum; 
JSi^culinum displicet, - atque foe- 

mininutn: 
In neutro gei%ere - ipsum est divinum, 
Loguens variis linguis - optimum lati- 

num. 



Vino, vinel, vinella al desco è data; 
Lungi da me sta femmina scempiata: 
Lungi da me Y eunuco suo germano; 
M' innondi il padre lor che è Dio sovrano 
Che pizzica, che morde, "ed un latino 
Fa le lingue parlar vivo, divino. 



Cosi pure egli accusato dal suo Arcivescovo di tre 
colpe, cioè; di essere donnaiolo, giuocatore e taverniere, 
fece in versi una sua giustificazione che diceva; 

Con un rovello in cor d' ira bollente 
Meco ragiono in duol colla mìa mente. 

Plasmato d' un vilissimo elemento 
Somiglio a foglia, che sia scherzo al 
vento. 

ÀI saggio, è ver, convien saldar sua 

legge 

Su quella pietra che in eterno regge; 

Ma sovra un fiume che mai posa e guizza 
Lo stolto, che son io, sua sede rizza. 

Nave senza nocchier cui V onda aggira, 
Àugel travolto da Àquilou che spira, 

Non àncora mi tien non chiavistello 
Co* pari miei m'imbranco nel bor- 
dello. 

Ogni grave pensier 1' alma mi strugge, 
£ sol dal gioco sua dolcezza snggc. 

Opra soave sol ne impon Ciprigna, 
j Ciprigna a cor gelato ognora arcigna. 



Aestuans intrinsecum - ira vehemcnti 
In amaritudine - loquor meae menti, 
Factus de materia - vilis elementi, 
Folio sum similis - de quo Indunt 

venti. 
Cum sit enim proprium - viro sapienti 
Super petram penero - sedem funda- 

menti, 
Stultus ego comparor - fluvlo labenti 
Sub codem aere - nunquam permanenti* 
Feror ego voluti - sino nauta navis, 
Ut per vias aeris - vaga fertur avis. 
Non me tenent vincula - nec me tenet 

clavis 
Qnaero mei similes - et adiungor pravis. 
Hihi cordis gravitas - res vide tur 

gravis; 
locQs est aTabil's - dulciorque favis. 
Quidquid venus imperat - labor es 

suavis, 
Quae nunquam in «ordibus - habitat 

Ijnavis 



58 



Via lata gradior, - via inventufcis; 
Implico me vitiis - immenaor TÌrtutis 
Mortaas in anima - cnram gero cntis, 
Vulnplatis avidns - magia qnam salntis. 
Praesal discretissime, - veniam te 

precor: 
Morte 1>ona morior, - dnlci nece necor; 
Ifeam pectas saaciat - pnellaram decor, 
Et qnas tacta neqneo, - saltem corde 

me cor. 
Kest est paratissima - vincere natnram? 
In aspecta virginis - menten e.ise parare? 
luvenes non possamas - legem sequi 

daram, 
Leviumqae «.'orporam - non habere 

e arara. 
Qais in igne positns - igne non nratar? 
Quia Papiae commorans - caataa ha* 

beatar? 
Ubi Venus digito - invenes venatnr, 
Ocalis illaqaeat, - fucie praedatar. 
Si ponas Ipolitam - bodie Papiae, 
Non erit Ipolitas - in sequenti die. 
Yeneris in talamos dacunt omnes v:ae 
Non est in tot tnrribas - tnrris Alacbiae. 
Secando redargaor - etiam de ludo: 
Sed cum ladus corpore - me dimittat 

nudo, 
Frigidus exterius - mentis aestu sado. 
Tunc versas et carmina - meliora ondo. 
Tertio capitalo - memoro tabernam; 
Illam nullo tempore - sprevi nec sper- 

nam, 
Tonec sanctos- venientescemam angelos 
Cantantes prò mortnis - requiem ae- 

temam. 



Volo per Inrgo in giovanil furore; 
Guazzo nel male e al bene aduggio il 
flore. 

Morto neiralma, al corpo sol ridotto, 
Più del piacer cbe di virtù son ghiotto. 

Deh! mi perdona, o mio signor preclaro! 
Ov" è un morir più dolce? Ov'è più caro? 

Fior di fanciulle al cor dardi mi scocca, 
E ae '1 tatto non può, desìo le tocca. 

Chi può domare il cor? Chi la natura? 
Chi le belle guardar con mente pura? 
La giovanile età la legge rompe, 
£ sbriglia il corpo, che qual tauro 
irrompe • 

Fu paglia in foco mai ch'arsa non sia? 
Fu casto ninno mai dentro Pavia ? 

Ove il cinto di Venere t'allaccia, 
E il guardo, il dito, il volto dà I» 
caccia ? 

Vada pur oggi Ippolito a Pavia, 
Ippolito diman certo non fia. 

Venero ha nido in ogni via che scorri. 
Ninna è d'Alachia{l) fra tante torri. 

Poi di gi'Mjar, su me, T accusa grava; 
Ma quel troppo giocar nudo mi cava, 

Mi gela fuor, m'infiamma entro la mente, 
£ allor so verseggiar divinamente. 

M' accusan d' andar troppo air osteri a 
Fa sempre il mio gran gusto e ognor 
lo ila 

Sinché verran V angeliche coorti 
A cantare per me V inno dui morti. 



(l) Dopo molte indagini, di cui nessuna mi hn condotto a sapere ehi fosse 
questo Alachia^ mi sono rivolto a congetturare se mai Alachia fosse un nome 
astratto significativo di castità, derivante da qaalche lingua straniera, e probabil- 
mente orientale. Interrogatone peiciò un giovane e già illustre poliglotto parmi- 
giano, che fu mio scolare al Ginnasio, P. Luigi Pizzi ha gentilmente risposta, 
che la parola Alachia nel senso di castità può derivare dall' arabo; e il movimento 
della scienza orientale verso V occidente operatosi nel medio evo, o il contatto 
d-ir occidente coir oriente per mez/.o dello crociate^ può facilmente aver data la 
delta voce al dizionario del canonico Primasso* G. C. 



60 



l*oca1is accenditnr - animi Inc«nia; 
Cor imbutam nectare - rolat ad superna. 
Uihi'sapit dalcias -TÌnam de taberna 
Qoam qnod aqna miscait - Pra<»8ulis 

pincema. 
Loca vitant pubblica - qnidam poeiarum 
Et secretas elignnt - sedes latebrarnm. 
Stadent, instant, vigilant - nec labo« 

rant parum, 
Et viz tandem reddere - possunt opns 

claram. 
-Student, instant, yigilant - poetarnm 

cborì, 
Yitant rixas pnbblicas - et tomnltus 

fori; 
£t nt opus faciant - qnod non possit 
mori 

Horinntnr studio - subditi labori. 
Unicniqe proprinm - dat natura donum; 
Ego versus f&ciens-- bibo vinnm bonam, 
.Et quod babent purius -doliacauponum. 
Yìnum tale geuerat - cnpiam sermonum: 
Unicuique proprinm - dat natura munna 
JBu'O nunquam potui - scribere ieiunus. 
Ile ieiunum vincere - posset puer ttnus« 
Sitim et ieianium - odi quasi fanus. 
Tales versu.4 facio - quale vinum bibo. 
Nibil poiisum facere -nisi sumpto cibo, 
Inibii valent penitus-quae ieiunusscribo. 
Nasonem post calicem -earmine praeibo. 
31 ibi nunquam spiritus - poetriae datur, 
Nisi prius fuerit - venter bene satar. 
Dum in arca eerebrì - Baccus dominatnr 
In me Foebus irruit - et miranda fatur 
Kenm est propositnm - in taberna mori 
Ut sint Tina proxìma - motìentis ori. 
Tnnc oecnrrent-citins - angelorum cori. 
Sit Deus propitius - mihi peccatori. 
Ecce meae proditor - pravitatis fui, 
De qua me redarguunt .inservìentes tni- 
8ed eorum nullus - est accusator sui 
Quamvis velint Indere - saeculoquo fruì 
Ixm nunc in praesentia -praesulis beati 
Mittat in me lapidem - n«qne parcat vatii 
Cajas non est animus -conscius peccati, 
Sam locutns contra me - quid quid de 

me novi, 
Et Tirofl oTomui - quod tam diu fori, 



Face cleir alma son del vin le spume, 
Che per volare al ciel danno le piume. 

E a me più piace il vin della taverna 
Che'l pisciarel di vesce vii pincema. 

Vedi poeta a martellar sull'arte, 
Chiuso, solingo, starsene in disparte, 

E suda, dura, veglia e si martoria 
E in fin ne miete a pena an pò* di gloria. 

Soda e s'affanna de* poeti il coro, 
Fugge teatri e strepiti di foro; 

E per comporre un carme imperituro, 
Dorme anzi tempo tni color che furo. 

Ad ogni nom suo don le stelle danno: 
Ed io poeta del miglior tracanno 
Che spilli a me dell'oste la cantina. 
Che da facondia ricca, alta, divina. 

Ad ogni uom suo don le stelle diero; 
Ed io digiun non so trovar pensiere; 
E me digiuno anche un fanciullo atterra; 
Odio sete e digiun piii che la guerra. 

Bei versi io djtto se il mio nappo è 

vasto ; 
E nulla posso far che dopo il pasto. 
Ciancio da nulla sol, digiuno, io vergo: 
Dopo i bicchier mi lascio i grandi atjrgo. 

Poetica scintilla non m* accende 

Se pria buon cibo il ventre non mi 

stende.. 
Quando.nalmio cervello è Bacco in trono 
Febo mi fa del suo cantare un dono . 

Morire all'osteria io bramo e voglio, 
Per morire tra 'l vin qual viver soglio. 
Allor verran V angeliche legioni, 
E Dio mi tocchi il cuore e mi perdoni. 

Ed ecco che di quel son reo confesso 
Che a carico di me le spie han messo : 
Ma nessuna di lor sé stessa accusa; 
Eppur di Bacco e di Ciprigna abusa. 

Ora dunque, Signore, al tuo cospetto 
Lanci una pietra qui contra '1 mio petto, 
Uè d* un poeta il colga o tema o cura. 
Chi si sente di lor coscienza pura. 

Ecco quanto so dir a danno mio: 
Ecco le colpe che il mio sen nutrio. 
Ora il vecchio si spogli e si rinnove; 



60 



Vetus vita displicet - morea placent 

novi, 
Homo videt faciem, -sed cor patet lovi. 
lam virtates diligo, - vitiis irascor; 
Quasi modo genitas - novo lacte pascor, 
Ne sit meum amplius - vanitatis vas cor. 
Electe Coloniae - parco poenitenti, 
Et da poenitentiam - culpam confitenti; 
Feram quid quid iusseris- animo libenti* 
Farcii enim subditis - leo rex ferarum 
Kt est erga subditos - iramemor irarum. 
Et V03 idem facite, - Principes tcrrarum. 
Quod caret dulcedine - nimis est a- 
niurum. 



Chò l'uom la facci*, il cor lo vede Giove 

Già già vlrtude adoro, e il vizio fugi,'0', 
Quasi rinato nuovo latte snggo, 
A fin che il cor non serva, or fatto mondo, 
Ad albergar le vanità del mondo. 

Deh! perdona, o-Signore, a chi s'emenda; 
Pari air error su me la pena scenda.- 
Sommesso al tuo volere umilementu 
Farò come colui che a pien si pente* 

Una fiera minor non la molesta 
Il biondo imperador della foresta. 
Per voi, Prenci, ecco un solenne' 

esempio: 
Incrodelir dalj' alto, è vile ed- «mpio-* 



a. 1234 



L*aano sopranotato, cioè 1233, nel pontificato di Grego- 
rio IX, di Maggio, ne' giorni dell' alkluja. Federico 
Imperatore de' Komani, incarcerò Enrico suo figlio Re di 
Lamagna, perchè contro la volontà del padre aveva fatta 
adesione ai Lombardi, e lo tenne a lungo prigione. E mentre 
da Castel S. Felice lo conduoevano al carcere di un altro 
castello, vinto dal tedio e dalla melanconia, si precipitò 
da un burrone, e morì. Si adunarono perciò, in assenza 
del padre, i principi, i baroni, i cavalieri e i giudici per 
dargli sepoltura. E con loro si trovò presente anche frate 
Luca pugliese dell' Ordine de' Minori, di cui è il libro 
intitolato = Sermonum Memoria =, per farne, secondo 
r uso de' Pugliesi, 1' orazione funebre. E dal libro della 
Genesi capo 22» prese il tema, che dice: Abraam 
stese la mano, e prese il coltello per iscannare il suo^ 
figliuolo. Ed i giudici e le persone colte che erano^ 
presenti dissero : questo frate dice tali cose^ che l' Impe- 
ratore gli farà tagliare la testa. Ma se la passò altrimenti; 
perchè fece una tanto splendida orazione in lode della 
giustizia, che l'Imperatore avendola udita celebrare, volle 
averne copia. 

Neil' anno 1234 si ebbe tanta neve e ghiaccio in tutto 
il mese di Gennaio che ne gelarono le vigne e le piante 



61 

da frutta. E di freddo morirono anelic animali selvatici; 
e i lupi entravano sino entro la città dì notte, e di 
giorno ne furono presi, uccisi e sospesi, a spettacolo, nelle 
piazze delle città, E per il gelo eccessivo gli alberi si 
spaccavano dall' alto al basso, e molte piante perdettero 
la forza vegetativa e perirono. E vi fu gran battaglia 
nella diocesi di Cremona fra Cremonesi, Parmigiani, 
Pavesi, Piacentini e Modenesi da una parte, e dall' altra 
Milanesi, Bresciani e loro alleati. 

L'anno 1235 il giorno 18 Aprile soffiò un vento rigido «• 1-35 
e cadde una neve freddissima, e la notte successiva vi 
fu gran brinata, che distrusse i vigneti. Il 23 d' Aprile 
di nuovo altra neve e brina, e le vigne ne rimasero com 
pletamente morte. Lo stesso anno il Po gelò si forte che 
si passava a piedi e a cavallo. E questo stesso anno fu 
ucciso, un lunedì 14 Maggio, Guidotto vescovo di Mantova, 
figlio del fu Frugerio da Correggio della famiglia degli 
-avvocati di Mantova. Sua sorella Sofia moglie di Bainerio 
degli Adelardi di Modena, fu mia divota. Ed è notabile 
che il Collegio de' canonici e de' prelati di Mantova 
mandò alla Corte del Papa ad annunziarne la morte uno 
speciale ed eloquentissimo messo; il quale, quantunque 
fosse giovane, parlò tanto splendidamente al cospetto del 
del Papa e de' Cardinali, che ne restarono meravigliati, 
E, finito di parlare, tirò fuori la dalmatica ancora insan- 
guinata, che il prenominato vescovo di Mantova indossava 
quando fu ucciso presso Ja chiesa di S. Andrea, e la spiegò 
davanti al Papa, dicendo : Quarda, o Santo Padre, e 
osserva e riconosci se questa sia, o no, la tunica del 
figlio tuo. Vedutala, piansero inconsolabilmente i Cardinali 
e il Papa Gregorio IX, che era uomo molto facile a 
inuoversi a compassione, e che aveva viscere di pietà. 
Perciò la famiglia Avvocati di Mantova, uccisori del loro 
vescovo furono espulsi dalla città; ne più furono richia- 
mati, e sino a(J oggi vagano qua e là in esiglio, affinchè 



62 

i perversi, de' quali come degli stolti è iafiaito il numero, 
ed i malfattori che funestano le città e difficilmente si 
correggono, imparino a conoscere che non è facile con- 
trastare ai voleri di Dio; e sappiano ancora che Dio 
colpisce piU severamente l'ingiuria fatta a' suoi servii 
che quella che è fatta a lui stesso. Nota quel che i 
Toscani dicono in loro volgare: Dohmo alevadm, et de 
pioclo apicadhizo non pò lohm gaudere : cioè da uomo 
raccattato, e da pidocchio rivestito non si può aver mai 
buon costrutto ; che è quanto dire che non avrai mai una 
consolazione da un meschino, che ti si mette a' panni, e 
da uno estraneo che tu alimenti. 11 che si fece palese 
anche in Federico II, cui la Chiesa allevò come sua 
pupillo, e poscia centra la Chiesa levò i calci e la afflisse 
in molte maniere. Ma contro se stesso alzò il calcagno. 
Perocché fu violentemente deposto, né dalla sua malignità 
trasse alcun vantaggio. Ciò che s' è detto pih sopra si 
mostra palese anche in colui, che ora è Marchese d'Este, 
e in molti altri. Un altro, di cui Dio stesso si fece 
vindice, fu il beato Tomaso vescovo di Cantorbery, di 
cui si legge nella sua biografia: « La vendetta divina 
fu tanto severa contro i persecutori del martire che in 
breve tolti di mezzo disparvero, e, alcuni furono colpiti 
di morte subitanea senza confessione e comunione; altri» 
lacerandosi a frusti le dita, o la lingua ; altri, grondanti 
di tabe da tutto il corpo, dilaniati prima di morire da 
inauditi tormenti; altri, colti da -paralisi, altri impazziti; 
altri, spirando furibondi, provarono luminosamente che 
pagavano la pena di un'ingiusta persecuzione, e di uà 
premeditato parricidio. Questo egregio atleta di Dio, 
Tomaso, soffrì il martirio il dì 29 Dicembre, martedì sulle 
undici ore, dell' anno, secondo Dionisio, 1170, affinchè 
quel tempo che fu principio della passione pel Signore, 
fosse pel martire principio della beatitudine celeste, alla 
quale si degni far pervenire anche noi il medesimo Iddio 



63 

• 

e Si^or nostro Qesh Cristo, che vive e regna col Padre 
e collo Spirito santo ne' secoli de' secoli, e così sia. Nel 
sopra ietto anno poi 1235 i Parmigiani, i Cremonesi, i 
Piacentini ed i Pontremolesi, andarono ad aiutarci Mo- 
denesi che volevano fare un cavo a monte di Bologna, 
onde derivare il Panaro e condurlo ad urtare contro Ca- 
stelfranco per atterrarlo. E nessuno era esente dal lavo- 
ro : Chi scavava, chi trasportava, nobiltà e popolo insieme. 
Lo stesso anno l' Imperatore Federico mandò in Lom- 
bardia un elefante con molti dromedarii, camelli, leopardi, 
girofalchi e astori, che passarono da Parma, ed io li 
vidi, e si fermarono a Cremona. 

L'anno 1236 in Settembre arrivò l'Imperatore Fé- a- 1236 
derico, ed invase la Lombardia a malgrado dei Padovani, 
Vicentini, Trivigiani , Milanesi, Bresciani, Mantovani, 
Ferraresi, Bolognesi e Faentini. Ma i Cremonesi, i Par- 
migiani ed i Reggiani co' loro eserciti e duecento cava- 
lieri 'Modenesi gli andarono incontro. Passò il Mincio e 
r Oglio, prese e distrusse Marcarla (1) mantovana, e poi 
subito la ricostruì e la affidò da difendere ai Cremonesi. 
Poi andò coi detti eserciti alla volta di Mantova, e la 
tenne alquanti dì assediata. Prese Moso (2) della pro- 
vincia di Brescia, e lo diede anch'esso da difendere ai Cre- 
monesi. £ allora quei di Gonzaga (3) restituirono Gonzaga 
all' Imperatore. Lo stesso anno andò a Vicenza, la prese 
e la distrusse il !<> di novembre, e fece un concordato 
con Saliuguerra e i Ferraresi. Lo stesso anno la vigilia 
di Natale i Mantovani corsero all'improvviso sopra Mar- 
carla e la ripresero con tutti i Cremonesi che la difen- 
devano, e molti ne trassero prigionieri a Mantova, molti 
ne uccisero. 



(I) Alla sinistra dell* Oglio sulla strada da Cromona a Mantova. H suo castello 
è ridotto a civile abitazione. 

{2) Alla sinistra dell' Oglio all' oriènte e non Unge di Canneto* 
(3) Grosso paese alla dobtra del Pò non Innge da Guastalla. 



64 

a. 1237 L* anno 1237 Manfredo Cornazzani, cittadino di Parma, 
fu Podestà di Beggio, e in settembre andò in aiuto del- 
l' Imperatore Federico coi Parmigiani e i Cremonesi coi 
loro carrocci; e passarono da Castel di Moso, che era in 
mano dei Cremonesi, e presero Kedondesco (1) bresciano 
e Vinzolo mantovano e Castel Ghedi. (2) E trovandosi 
ivi r Imperatore fece pace coi Mantovani, sicché gli man- 
darono fanti e balestrieri in aiuto per V assedio di Mon- 
techiaro (3). E, mentre si recarono alla volta di Monte- 
chiaro, incendiarono Guidizzolo (4). Ed i Beggiani da 
soli, assediato Carpenedolo (5) lo presero il 5 ottobre, 
come pure due castelli di Casaloldo (6), uno che era dei 
Conti, e r altro era dei terrazzani di quel luogo; e li mi- 
sero a fuoco. Parimenti ai 7 Ottobre l'Imperatore strinse 
l'assedio di Montechiaro, e fu ospitato insieme al suo 
seguito tra Montechiaro e Calcinato sul (Jhiese piti presso 
a Calcinato. L' 11, giorno di domenica, que'di Monte- 
chiaro fecero una sortita e diedero battaglia, e nel giorno 
seguente l' Imperatore completò Y assedio di Montechiaro 
dall' una e dall' altra parte, e lo batterono con manganelle 
e due baliste; e il giorno 22 Ottobre, un giovedì, quei 
del castello si arresero all'Imperatore; e furono tutti 
condotti via e messi in prigione. L' Imperatore aveva 
nel suo esercito molti Saraceni. Così ai 2 di Novembre 
prese Gambara (7), Castel Gottolengo, Pralboino e 
Pavone, e furono messi a ruba, a ferro e a fuoco. E prima 
del dì di S. Martino venne coli' esercito a Pontevico (8), 



{\) Alla sinistra deir Oglio, pieno Nord di Marcarla. 

(^) In mezzo tra il Chiese e il Malia sol canale Naviglio, se pnre, come si 
crede, sia il castrum de Qeo del testo salimbeniano. 

\3) Sul Chiese, pochi chilometri sotto la strada Brescia-Lonato. 

(4j A Nord-ovest di Mantova sulla strada che va a Castiglione della Stiviere. 

(ò) Sul Chiese poco lange da Castiglione delle Stiviere. 

(0) Tra il Chiese e il Mincio pieno Sud di Castel Goffredo. 

^7} Gambara, Gottolengo, Pralboino e Pavone nello stretto territorio che è nel 
basdo corso del M«lla e del Chiese. 

(8; Sulla sinistra deir Oglio e sulla strada da Cremona a Brescia. 



65 

Allora r Imperatore ricevette quel suo elefante che aveva 
a Cremona, sul cui dorso s' ergeva una torre di legno a 
foggia del carroccio dei Lombardi ; ed era quadra e h£Q 
formata, e aveva quattro bandiere, una ad ogni angolo, e 
nel centro un gran confalone, e dentro chi conduceva la be- 
stia con molti Saraceni. Di questa materia ne parla abba- 
stanza il 1» libro de' Macabei... L' Etiopia abbonda di 
questi animali, la cui natura e le cui proprietà espose 
a sufficienza frate Bartolomeo Inglese dell'Ordine dei 
Minori, in un libro che scrisse intorno alla natura delle 
cose, diviso in dicianove capitoli. Fu chierico grande e 
spiegò a Parigi in poche lezioni tutta la Bibbia. Nel 
millesimo stesso suindicato, mentre l'Imperatore era col 
suo esercito a Pontevico, (1) corsero i Milanesi contro 
di lui coir esercito loro, e stettero gran tempo a campo. 
Allora i bolognesi ai 25 di novembre presero Castel 
Leone (2), che era de' Modenesi sulla strada presso Ca- 
stel Franco, lo smantellarono, e ne portarono a Castel- 
franco, appartenente ai Bolognesi, il legname, le pietre 
e le altre cose; e gli uomini che trovarono in Castel Leone 
li trassero in prigione a Bologna. A Castel Leone vi era 
una bellissima torre, che cadendo sbattè con tanta vio- 
lenza le acque della fossa, che ne lanciarono fuori un 
luccio bianchissimo, grosso e bello; e fu tosto offerto in 
regalo al Podestà di Bologna, che era sopra luogo. Ed 
uno che vide queste cose le raccontò a me una volta che 
ebbi occasione di passare di là in sua compagnia. E 
mentre tutto ciò avveniva, l'Avvocato del Comune di Parma 
cioè il Giudice del Podestà, che era Modenese, andava su 
e giù a cavallo, preceduto da un battistrada, piangendo 



(l^ Al Nord di Cremona snir Ogiie o sulla strada Crtmona- Brescia. 

(2) Castel Leone fatto fabbricare nel 1227 da Bernardo da Corna'.zano, allora 
Podestà di Modena, a fianchi di Castelfranco che si stara costroondo da'Bolognesi, 
e pare cbe fosse precisamente ove ora sorgo il forte Turbano. Nulla rcstar.do 
Castel Leone. 

Salimbenb, Cronaca, 5 



63 

per la Via di S. Cristina e gridando: Signori Parmigiani, 
accorrete e aiutate ì Modenesi; e vedutolo ed uditolo, 
io lo presi ad amare, perchè procurava di far del bene 
a' suoi compatrioti, E per essere più facilmente esaudito 
ripeteva quelle parole, e aggiungeva: Signori Parmigiani, 
correte e soccorrete i Modenesi, amici e fratelli vostri; 
sicché air udir quelle parole, io ne era commosso sino 
alle lacrime. Perocché io andava pensando che Parma 
era senza uomini; ne erano rimasti a casa che i ragazzi, 
le ragazze, i giovinetti, le donzelle, i vecchi e le donna. 
Gli altri erano andati contro i Milanesi, insieme ad altri 
eserciti, al seguito dell' Imperatore in aiuto della sua 
impresa. E lo stesso anno ai 27 di novembre i Milanesi 
furono rotti dall' esercito dell' Imperatore, che ne fece 
massacro, e perdettero presso Cortenuova (1) il carroccio, 
cui poi r Imperatore mandò a Eoma. Ma i Romani per 
oltraggio a Federico lo abbruciarono; mentre egli credeva 
d' aver fatto cosa loro gradita, e valevole a renderseli 
favorevoli. In quel combattimento fu fatta grande strage 
di Milanesi; ed anche il figlio del Doge di Venezia, che 
era allora Podestà di Milano, fu preso dall'esercito del- 
l' Imperatore, e mandato prigione a Cremona. E cosi l'Im- 
peratore conquistò quasi tutta la Lombardia e la Marca 
Trivigiana. 
a. 1233 L' anno 1238 l'Imperatore cinse d'assedio Brescia. 
E con lui e col suo esercito erano i Parmigiani, i Cre- 
monesi, i Bergamaschi, i Pavesi, mille fanti e duecento 
cavalieri Reggiani, e Saraceni, e Tedeschi ed altra gente 
diversa e innumerevole. E vi stettero a campo lungo tempo; 
e allora l'Imperatore fece costruire castelli di legno per 
battere i Bresciani, e posevi sopra i prigionieri fatti a Mon- 
techiaro. I Bresciani manganarono quei castelli e li distrus- 



(1) Cortenuova villa al sud sud-est di Bergamo, destra deirOglio tra Bomano 
• MartineDg«. 



e? 

s^o senza far male di sorta ai prigionieri, che vi erano so- 
pra; ma per rappresaglia appesero per le braccia ali* esterno 
dello steccato della città i prigionieri imperiali che ave- 
vano tra mani. Ne V Imperatore putè prendere la detta 
città di Brescia, perchè fece validissima difesa. E V Im- 
peratore si ritirò confuso con tutti gli alleati che aveva 
seco neir esercito. 

L' anno 1239 V Imperatore Federico fu scomunicato a. 1239 
da Gregorio IX; i Francesi oltremare furono sconfitti; 
ftt deposto frate Elia nùnistro- Generale dell* Ordine dei 
Minori, e gli fu sostituito frate Alberto da Pisa; vi fu 
eclisse di sole con orribile e terribile oscurità, tanto che 
si videro le stelle; ed io stesso frate Salinabene da Parma, 
che era a Lucca di Toscana, lo vidi co' miei occhi. E 
già da un' anno io era nelF Ordine de' frati Minori, e più 
quel tanto di tempo che corre dalla festa della Puritì- 
eazìone, sino al giorno in cui si vide 1' eclisse il venerdì 
tre giugno, a nove are antimeridiano; e pareva notte scura, 
e nomini e donne ebbero grande spavento; e qua e là, come 
pazzi, correvano percossi da affanno e da paura. E il gran 
timore ne fece correr molti a confessarsi, e far penitenza 
de' loro peccati; e molti si rappacificarono che erano tra 
loro in discordia. E Manfredo Cornazzani Parmigiano, 
allora Podestà di Lucca, presa in mano una croce, an- 
dava processionalmente per la città co' frati Minori ed 
altri religiosi regolari e secolari; ed il Podestà stesso 
predicava intorno alla passione di Cristo, e rimetteva in 
concordia i nemici. Questa cosa ho veduto io testimonio 
presente. E mio fratello, frate Guido di Adamo, e frate 
Fasso anch' esso di Parma, erano là con me. E Domafolo 
di Miano(l) e Giacomo di Maluso, cugino di mia madre, 
erano avvocati, ossia assessori del predetto Manfredo Po- 
destà di Lucca. Questo Manfredo e donna Auda moglie 



(IJ AlU ainistr» del Tara una dozzina di cbiloiMtri a monte dell' Emilia. 



68 

sua e sorella di Bartolo Tavernieri erano i principali be- 
nefattori dell' Ordine de'Minori. Queste beneficenze le ho 
vedute io co* miei proprii occhi nel convento de' frati 
Minori di Medesano (1), nel qual castello erano altri 
nobili cavalieri e nobili donne che facevano di molto bene 
ai frati Minori. E Iddio ne li rimeriti colla retribuzione 
dei giusti. Nello stesso anno V Imperatore Federico coi 
Parmigiani e i Modenesi e con mille fanti e duecento 
cavalieri Reggiani ne' mesi di Luglio, Agosto, Settembre 
tenne in assedio Piumazzo e Crevalcore (2), ambidue 
castelli dei Bolognesi; ed ambidue furono smantellati: 
onde i giocatori degli scacchi derivarono il proverbio; 
scacco per Vignala aven (3) Piumato. E nello stesso anno 
mentre V Imperatore stava assediando Piumazzo e Cre- 
valcore coi Parmigiani e Modenesi e Reggiani, arrivarono 
i Bolognesi e incendiarono borgo S. Pietro (4) fuori port^ 
della città di Modena, e misero a fuoco anche quanto 
trovarono tra il detto borgo e la città. Lo stesso anno i 
Bolognesi furono sconfitti presso Tignola (5) dai Parmi- 
giani e dai Modenesi, che ne uccisero molti e li som- 
mersero nel fiume, e naolti ne fecero prigionieri. Vi fu 
anche ribellione di alcuni Principi e Baroni nella Marca 
Trivigiana, principale de'quali fu Azzone Marchese d'Este 
con tutti quelli di parte sua e con quei di Treviso, 
a. 1240 L'anno 1240 morì frate Alberto da Pisa, ministro 
Generale dell' Ordine de' frati Minori, e fu eletto a sor 
m:, stituirlo frate Aimone d'Inghilterra, poiché frate Elia 



(ì) Alla siniitra del Taro otto eirea chilomeiri a mente delP Emilia. 
{t) A 18 miglia Nord Nord-Ovest di Bologna tra il Panaro e il Beno. 

(3) aveity dal laiiìio hahet nacque T italiano antico, e non anc«r morto, av«; 
cosi dal latino habent ebbero aveno, e, troncato, aven i)er hanno, ora totalmente 
disusato. 

(4) Di poco fuori della porta orientale di Modena, 

(5) Sulla sinistra del Panaro a dieci circa chilometri a monto dell'Emilia. 
Patria dell' illustro architetto Barozzi, detto il Vigaola, e di Lodovico Muratori» 



69 

aveva apostatato e fatta adesione a Federico. In Gennaio 
dello stesso anno gelò si forte il Po che si passava dal- 
l' una air altra parte del fiume a piedi e a cavallo. E nei 
mesi di Febbraio, Marzo e Aprile fu assediata Ferrara 
con grande oste da Azzone Marchese d'Este, e da Gre- 
gorio da Montelungo, Legato in Lombardia, e dal Doge 
di Venezia; e ognuno di loro aveva seco grosso esercito. 
E allora era Podestà di Ferrara Raimondo da Sesso. E 
i Ferraresi fecero la dedizione della loro città, e conse- 
gnarono il Salinguerra in mano ai prenominati Gregorio 
di Montelungo, Marchese d'Este, e Doge di Venezia. Il 
Salinguerra poi e con lui altri nobili suoi partigiani fu- 
rono mandati prigionieri a Venezia; ove il Salinguerra 
stette a confino, e vi morì, e vi ebbe sepoltura. Egli fu 
uomo potente e famoso e celebre e stimato per gran sa- 
pienza. Besse benissimo la Signoria di Ferrara, come 
una volta V aveva retta Guglielmo di Marchesella, e V a- 
veva data al Marchese d'Este, che prima non aveva 
avuto mai in Ferrara nulla che fosse suo. Ma realmente 
la città di Ferrara è del Papa, ed è terra della Chiesa; 
e r ho udito io dire le cento volte, perchè io vi ho sog- 
giornato sette anni, e Tho udito anche da Papa Inno- 
cenzo IV in pubblica predica, stante che, quando egli 
predicava dal balcone del palazzo del vescovo di Ferrara, 
io era sempre al suo fianco. Tuttavia il Salinguerra usava 
dire : Il cielo è di Dio, ma la terra è degli uomini: Quasi 
eon questo intendesse di gloriarsi come potente sulla 
terra. Ma nulla ostante egli morì nella laguna di Vene- 
zia. Era sapiente, ma ebbe un figlio stolto, come Salo- 
mone ebbe Boboamo. Quel suo figlio si chiamava Giaco- 
mo Torello, e anch'esso usava frequente un suo proverbio, 
che diceva : L' asen dà per la pare; botta dfà, botta 
receve; che vuol dire: L'asino quando tira calci batte 
sulla muraglia; dà un colpo, e un colpo riceve, cioè, per- 
auote ed è ripercosso. Ed i contadini giudicavano sapien- 



70 

tissirao quel motto, perchè credevano che fosse detto a 
capello delPapaedeirimperatore, che allora erano tra loro 
discordi. In quel tempo era Papa Gregorio IX e Imperatore 
Federico II: dal quale fu presa Ravenna dopo la morte 
di Paolo Traversare Qui è da notare che in antico eranvi 
a Ravenna quattro nobili casati, come ho letto più volte 
nel pontificale di Ravenna, dove ho dimorato cinque anni. 
Ed ora tutti que' casati, che erano i più nobili, e pri- 
meggiavano sugli altri, sono spenti; e l'ultimo a venir 
meno fu quello di Paolo Traversar!, che a' miei giorni 
si estinse completamente. Questo Paolo Traversavi fa 
bellissimo cavaliere, gran barone, straricco e ben voluto 
da' suoi concittadini; ma tuttavia ebbe in Ravenna uu 
emulo ed avversario, che fu un certo Anastasio. Paolo 
ebbe un figlio, che lasciò una figlia non leg.ttima, detta 
Traversaria dal nome del casato di lui. Io T ho veduta 
assai volte, ed era bellissima donna ben costumata, di 
mezzana statura, cioè ne alta né bassa. Papa Innocenzo IV 
la legittimò affinchè potesse rtìditare, b la diede per mo- 
glie a Tomaso Pogliani di Reggio, suo parente, cui fece 
anche conte nelle Romagne, e fu caro ai Ravennati. 
Questo Tomaso poi generò di quella un figlio, di nome 
Paolo, ch'io ho conosciuto bellissimo fanciullo ed avve- 
nente, il quale, giunto al bivio della lettera pitagorica, 
mori lasciando erede Matteo Fogliani, che ne occupò poi 
i beni. Dopo la morte di Tomaso, la moglie sua si rima- 
ritò col nipote del Marchese d' Este^ cioè Stefano, figlio 
del Re d' Ungheria, fratello di Sant' Elisabetta, ma solr 
tanto da parte di padre. Di questo matrimonio nacque 
un bel fanciullo, che in processo di tempo morì. E la 
moglie di Stefano morì e fu sepolta nel sepolcreto di 
Paolo Traversar! nella chiesa di San Vitale in Artica a 
Ravenna. Stefano poi andò a Venezia ove chiuse i suoi 
giorni miserrimo e poverissimo. E, come disse Giuseppe 
parlando di Erode Agrippa, non era veramente uomo, 



71 

per cui riguardo sia molto da rimproverare di sua mu- 
tabilità la fortuna. E come Giuseppe narra di tre spe- 
ciali disgrazie d' Erodo Agrippa, così noi possiamo dire 
di altrettante che colpirono Stefano. Prima sventura ad 
incoglierlo fu che sua madre, dopo la morte di Andrea 
Re d' Ungheria, fuggì dall* Ungheria incinta per timore 
di essere uccisa dagli Ungheresi, come avevano uccisa 
altra regina, cioè la madre di Sant'Elisabetta. Secondo, 
gli fu messo a carico che la madre lo avesse concepito 
da un tal Dionisio; epperciò non lo riconoscevano per 
figlio del re d' Ungheria, e non lo ammettevano alla suc- 
cessione, E questa cosa restò per molti anni dubbia 
nella mente del re d'Ungheria. E molti frati Minori 
Ungheresi, passando per Ferrara, volevano vederlo, e di- 
cevano che si assomigliava perfettamente al re d' Un- 
gheria suo padre. Terzo, perchè essendo allevato in Fer- 
rara alla corte del Marchese d'Este, ed essendo tenuto 
appartato, perchè per diritto di più prossimo parente 
doveva essergliene il successore, come figlio di una ni- 
pote, che era figlia del fratello di lui Aldobrandino, fu 
portato in frattanto dalla Puglia sopra un asino un bam- 
bino, nato da una certa nobildonua di Napoli e di un 
certo principe Bainaldo, figlio di Azzone marchese d' Este 
già defunto, come si disse allora, ma in vero l'Impera- 
tore teneva lo stesso Eainaldo in prigione a Napoli, come 
estaggio. Se questo fatto sia fittizio, e inventato a mali- 
zia, se sia vero, non so. Ma comunque fosse, Stefano 
fu espulso da Ferrara, e andò a dimorare a Ravenna: e 
il fanciulletto ultimo condotto tenne la signoria del Mar- 
chese d' Este E fu pessimo uomo...... Questi è Obizzo 

Marchese d'Este, che ora signoreggia in Ferrara, e che 
pe' suoi peccati.,... è guercio. Perocché caracollando in un 
torneo la vigilia di Pasqua, spezzatasi l' asta, si offese 
l'occhio destro e ne perdette la vista. E tali caracolla- 
menti faceva perchè era innamorato di una donna^ che 



•n 



72 

era presente. Così pure fu detto di lui che.... stupravsr 
in Ferrara le mogli de' nobili e de' plebei. Alcuni dissero 
che questo Obizzo fosse figlio Inoltre spogliò la fami- 
glia Fontana, che lo aveva esaltato e sublimato, e la 
espulse da Ferrara. Molto male fece, e molto ne rice- 
verà da Dio, se non si emenda. Con Ottobono, che di- 
ventò poi Papa Adriano, ebbe sì intima amicizia che 
sposò poi una parente di lui, d'ond« gli nacquero tre 
figli ed una figlia. 11 primogenito fu Azzone, che prese 
per moglie una parente di Papa Nicolò III, romano, che, 
quand' era Cardinale, si chiamava Giovanni Gaetani ; e 
al posto di Cardinale subentrò Matteo Eossi, figlio di 
Orso, fratello germano del Papa. Questo Matteo Rossi 
era governatore, protettore e censore dell' Ordine de' frati 
Minori a seconda della loro regola. E Papa Nicolò lo 
designò e lo diede all'Ordine, quantunque i frati aves- 
sero già prima fatta domanda di avere Girolamo, stato 
già loro ministro Generale. Secondo Cardinale parente 
del Papa fu Giacomo Colonna, che è favorevolissimo al- 
l' Ordine de' Minori. E quando era ancor giovane e citta- 
dino privato, quando cioè non era ancora stato elevata 
ad alcuna dignità, da Bologna ove era a studio, andò a 
Eaveuna a visitare per divozione le chiese; perchè in 
liavenna, tutto il mese di Maggio, vi sono amplissime 
indulgenze; e molti vi accorrono dalle diverse parti del 
mondo per conseguire colle preghiere quelle indulgenze 
che sempre desiderarono. Perciò dunque Giacomo venne 
a Ravenna, ove io allora abitava nel convento de' frati 
Minori della Chiesa di S. Pietro maggiore, in cui si 
venera il corpo di S. Liberio, eletto per mezzo di una 
colomba, e fui designato ad accompagnarlo, e lo condussi 
a tutti i Santuarii dentro e fuori della città. Terzo Car- 
dinale, parente di Papa Nicolò 111 fu Latino dell' Ordine 
de' frati Predicatori. Questi, in quanto alla fisonomia, a 
mio giudizio, si assomigliava pienamente a Pietro Lam- 



73 

bertJffi di Bologna. Papa Nicolò lo fece Legato per la 
Lombardia, e con una certa sua ordinanza diede assai 
su' nervi a tutte le donne, comandando che le loro vesti 
fossero sol tanto lunghe da arrivare a terra, piìi la giunta 
di un palmo. Perocché prima traevano per terra la coda 
delle vesti con uno strascico di un braccio e mezzo. Onde 
al proposito dice Patecelo: 

, Et drappi longhi ke la polver menna. 
La lunga vesta che la polve innalza. 

E lo fece pubblicare nelle chiese, e l'impose alle donne 
come precetto, ordinando anche che nessun sacerdote 
potesse assolvere quelle che non vi si attenevano; la 
qual cosa fu alle donne più amara che la morte. Ed 
una mi disse in confidenza che si teneva piti cara quella 
coda che tutto il resto del vestiario. Oltrecciò il Cardinale 
Latino comandò che tutte le donne, giovinette, donzelle, 
maritate, vedove e matrone uscissero di casa col capo 
velato. La qual cosa fece loro orrore. Ma pure a questa 
vessazione seppero trovare un rimedio, mentre non era 
possibile averlo per le code. Perocché fecero fare veli di 
bisso e di seta intessuta con oro, coi quali acquistavano 
un' apparenza dieci volte piU seducente, e provocavano 
maggiormente a lascivia coloro che le riguardavano. 
Quarto Cardinale parente di Papa Nicolò fu Giordano, 
suo fratello germano, uomo di poca dottrina e quasi 
laico. E creò questi quattro Cardinali suoi parenti per 
esaltare que' del suo sangue e della sua carne. E così 
fece la Chiesa cosa della sua famiglia, come fecero tal- 
volta alcuni Pontefici romani, de' quali dice Michea 

Ed io iu mia coscienza credo certissimo che l'Ordine 
del beato Francesco, del quale io sono un umile, anzi il 
minimo fraticello, abbia ben mille frati Minori, che per 
ragione di scienza e di santità sarebbero più degni del 
cardinalato che molti di quelli, che per parentela ng 



furono insigniti dai romani Pontefici. E ve n' è tm 
esempio recente. Papa Urbano IV di Troyes promosse 
al cardinalato Angero suo nipote, lo esaltò e lo sublimò, 
quanto a ricchezze e ad onori, sopra tutti i Cardinali 
della corte; mentre prima non era che un vilissimo 
scolaretto, tanto che portava a casa dal macello le carni 
anche per altri scolari, coi quali studiava. In seguito 
poi s' è saputo che era figlio del Papa. Quarta sventura 
di Stefano fu la morte di suo figlio e di donna •Traver- 
saria sua moglie, dalla quale aveva avuto in Eavenna e 
per le Komagne ricchezze, onore e gloria. Laonde dovette 
rifuggirsi a Venezia, ove morì nella desolazione e nella 
miseria. Dopo questo, cioè dopo la morte di Stefano, 
venne un certo Guglielmotto dalla Puglia con una certa 
donna, che lo seguiva, e che prima si chiamava Pasquetta^ 
e le pose poi nome Aica, e la diceva sua moglie, e figlia 
di Paolo Traversari. Ma sta di fatto che l'Imperatore 
Federico aveva presa TAica figlia di Paolo Traversari, 
e r aveva mandata come ostaggio in Puglia, e poi, sde- 
gnato ardentemente contro il padre della fanciulla, la 
fece gettare in una fornace accesa, e così essa volò al 
cielo. E vi era presente, e la confessò, un frate Minore 
di nome XJbaldino, nobil uomo di Eavenna, fratello di 
Sigorello, e che dimoravxi in Puglia. Era bellissima 
giovane ; nò vi è punto da meravigliare perchè ebbe un 
bellissimo padre. Guarda Paolo Traversari, e guarda Re 
Giovanni, e giudica, se sai, chi di loro sia pih bello. Ma 
questa Pasquetta, che si dava per figlia di Paolo, e s' era 
assunto il nome di Alca, era brutta donna^ deforme, 
misera e oltremisura avara. Ed io lo so, che ho parlato 
secolei in Eavenna, dove io abitava quando venne colà, 
e r ho vista le centinaia di volte. Essa aveva imparato a 
conoscere da una sua donna i costumi di colui, che voleva 
far credere suo padre, come anche le condizioni di Eavenna. 
Inoltre .un certo tale di Eavenna, eh' io ben conosceva, 



75 

e che andava frequentemente in Paglia, di dette cose 
maliziosamente la istrusse, sperando, se la fortuna la 
portava in alto, di ottenerne da lei un premio. Costui 
si chiamava volgarmente Ugo di Barco, ed io lo cono- 
sceva. Giunse pertanto Quglielmotto con sua moglie; e 
i Bavennati, avendone avuta notizia, si rallegrarono e 
andarono loro incontro per fare a loro una festosa acco- 
glienza. Uscii anch'io col frate mio compagno sin fuori 
porta S. Lorenzo, e stetti sul ponte del fiume aspettando 
per vedere come la finisse. E intaiito mi venne incontro 
un giovane correndo, e disse: E perchè non sono venuti 
gli altri frati? In verità sin anche il Papa, se fosse a 
Ravenna, dovrebbe venire a vedere tanta- letizia. Ciò 
udendo, lo guardai, e sorrisi, e dissi: Che tu sii bene- 
detto, figlio; hai parlato bene. Entrato in Ravenna, 
si recarono tosto alla Chiesa di S. Vitale a visitare in- 
nanzi tutto la tomba di Paolo Traversar!. E Pasquetta, 
stando davanti air arca di Paolo, cominciò a piangere 
a udita di tutti, quasi piangesse per Paolo, personaggio 
nobile, valoroso e prudente, come se fosse stato suo 
padre. Spiacque però quel mostrarsi sdegnosa di vedere 
che anche Traversaria fosse sepolta nel sepolcro di suo 
padre. Poscia andarono agli alberghi già per loro alle^ 
stiti. Queste particolarità me le raccontò Giovanni mo- 
naco sagrista di S, Vitale, amico mio, che «ra presente 
e vide. Il giorno dopo, Quglielmotto tenne un'allocuzione 
davanti al Consiglio de' Ravennati. Egli era bel cava- 
liere e magnifico oratore. E, terminata la sua orazione, 
e fatte nella conciono le sue proposte, i Ravennati gli 
offrirono e promisero più di quello che aveva richiesto: 
Perocché erano lieti che rivivesse il casato di Paolo. Gli 
stessi sensi provò anche Filippo Arcivescovo di Ravenna, 
orioudo toscano. E Guglielmotto entrò in possesso di tutti 
i beni e di tutte le terre di Paolo con sicurezza mag-' 
giore di quella, colla quale li aveva posseduti Paolo 



76 

stesso. Ed ebbe abbondanza di denaro e di rèndite; & 
fabbricò corti, casali, mura e palazzi, e molti anni, come 
ho visto io, gli arrise la prospera fortuna. Ma dopo si 
levò contro la Chiesa, e perciò fu espulso da ftavenna^, 
e si smantellarono tutti i suoi palazzi e tutti i suoi edi- 
fizii. Quella Pasquetta suar moglie, che si faceva chia- 
mare Aica, da lui nan ebbe figli; però mandò in Puglia 
e si fece condurre due ragazzi, uno di cinque e Y altro- 
di sette anni, che diceva essere suoi figli. Finalmente 
ne morì uno, e fattolo seppellire nel sepolcreto di Paolo, 
cominciò a mandar grida di dolore, e a dire esclamando: 
Oh! magnificenze di Paolo, ove vi abbandono? Oh! ma- 
gnificenze di Paolo ove vi abbandono? Oh magnificenze 
di Paolo, ove vi abbandono ? Finalmente, insorgendo molte 
guerre, chiuse i suoi giorni a Forlì, e Guglielmotto se 
ne tornò in Puglia spogliato e nudo; sicché gli si po- 
trebbe applicare il detto del poeta; 

Non eodem cursu respondènt ultima primis. 
Non gira sempre egual la cieca Dea; 
Or lieta t' accarezza, ed or t' è rea. 

Che poi di queste frodi, di queste simulazioni e di 
queste corbellature ne possano avvenire al mondo, non 
è punto da dubitare, perchè ne abbiamo molti esempi. 
Ed anzi tutto il finto Alessandro, ai fèmpi di Cesare 
Augusto, di cui parlano le storie. Così si dica del conte 
di Fiandra, che morì oltremare. Dopo molti anni arrivò 
un tale, che assomigliava in tutto al conte, e si presentò 
alla contessa di Fiandra dicendole eh' egli era suo padre; 
e sapeva dire cose dalle quali sì poteva congetturare che 
dicesse la verità. Ma avendogli essa, per suggerimento dei 
suoi, chiesto chi lo avesse fatto cavaliere, non seppe ri- 
spondere, e quindi lo fece impiccare. Il terzo caso è di 
Federico Impe^ratore deposto, dopo la cui morte si trovò 
un eremita, che era di aspetto somigliantissimo ali* Im- 



77 

peràtore, e conosceva punto per punto le cose del regno, 
deir impero e della corte Beale. Alcuni principi e baroni 
della Puglia, volendo invadere ed occupare il regno, col- 
r assenso di lui lo tolsero dal romitaggio, e divulgarono 
che l'Imperatore viveva ancora. E T eremita si prestava 
col suo assenso a queste cose, perchè sperava acquistarne 
ricchezze ed onori. Ma Manfredi figlio di Federico, che 
em chiamato principe, lo fece prendere ^ ordinò che 
fosse sottoposto a tormenti e fatto morire. Nota che que- 
sta frode, riguardo a Federico, si presumeva facile a 
condursi a buon fine, perchè nella Sibilla si legge : Si 
divolgherà in me^zo ai popoli: vive e non vive. Laonde 
anch'io per molto tempo stentava a credere che fosse 
morto; se non che l'udii poi co' miei orecchi dalla bocca 
stessa di Innocenzo IV, quando nel suo ritorno da Lione 
egli predicava al popolo affollato in Ferrara. Perocché 
io era sempre al suo fianco, e disse nella predica: Quel 
Signore che una volta fu Imperatore, nostro nemico, e 
avverso a Dio e alla Chiesa, è morto, come per sicuro 
.è stato annunziato a noi L'udirlo mi riempì di stu- 
pore, e appena ancora potei crederlo. Perocché io era 
Gioachimita, e credeva, e m'aspettava, e sperava che 
Federico fosse per fare ancora mali maggiori di quelli 
che aveva già fatti, sebbene non fossero pochi. Quarto 
.esempio ne è quello di un certo, che diceva di essere 
Manfredi, figlio di Federico, quel Manfredi che era 
stato debellato da Ke Carlo, fratello di Lodovico re di 
Francia. E perciò Re Carlo ordinò che quel finto prin- 
-oipe Manfredi, che gli si era presentato, fosse ucciso. E 
fece uccidere a que' dì molti che s' infìngevano Manfredi. 
Ma di ciò basti. Perocché queste cose non le ho dette 
di proposito, ma soltanto trattovi dal caso di Paolo Tra- 
versari. Perchè lo spirito spira quando vuole, e non è 
in potere dell'uomo impedirnelo. Ora ritorniamo all' anno 
,di cui si cominciò a parlare. Nel 1240 adunque l'Impe- 



•'»=^.x,. 



78 

latore assediò Faenza, che sì arrese a patti, ma, entra- 
tovi, ruppe la fede loro data. 

il. 1241 I^' 3,nno 1241 fu presa Faenza, cioè si arrese di ac- 
cordo all' Imperatore, il quale, come si disse, non serbò 
la fede data. Morì Papa Gregorio IX, che fu amico e^ 
padre e benefattore dell' Ordine de^ frati Minori, e a lui 
successe Celestino IV" milanese, che morì subito; cioè 
diciasette giorni dopo. E la sede restò vacante dal 1241 
sino al 1243, perchè i Cardinali erano discordi e dispersi. 
E Federico aveva chiuse le vie, tanto che molti ne fu- 
rono presi; e ciò faceva per timore che alcuno di quei 
che passassero, diventasse Papa. Ed io stessa in quel 
tempo fui preso più volte. E allora pensai e studiai 
modo di scrivere lettere come, in cifra. 

a. 1242 L' anno 1242 fu- Podestà di Eeggio Lambertesco dei 
Lamberteschi Fiorentino, che aveva amore a far ragione 
e giustizia ai cittadini; e appunto perchè il detto Po- 
destà aveva amore a far ragione e giustizia alcuni reg- 
giani fecero questi versi: 

Venuto è '1 Ifone 
De terra fiorentina 
Per tenire raxone 
In la città regina. 

E allora il Consiglio municipale di Eeggio a quasi una- 
nimità di voti gli concesse facoltà di fare quel che volesse. 
E nello stesso anno fece fare la strada di Keggiolo, i 
ponti sul cavo Tagliata, le fossa attorno al castello di 
Eeggiolo (1), e trenta braccia della torre. 

L'anno 1243, sul finir di Giugno, il dì di S. Pietro^ 
fu eletto Papa Innocenzo IV, Lombardo, dei conti di 
Lavagna (2) nella diocesi di Genova. E governò la 
Chiesa 11 anni, 5 mesi e 10 giorni. Questi era stato 



a. 1243 



(1) Sei chilometri circa ad oriente di Guastalla. 

(2j Sulla ririera ligura orientale vicinissifflo a Gbiararì fist. 



79 

ciuonico di Parma, e causa dello smantellamento di 
questa città. Per poter adunare un concilio fuggì a Lione, 
nobile città della Francia, nella Borgogna, sul Rodano, 
ove stette molti anni, cioè sino alla morte di Federico, 
e vi era andato Y anno 1244. Questi a suo tempo stipulò 
un gran trattato con Federico per ricondurre le cose a 
pace, e in pendenza della contumacia dell* Imperatore 
contro la Chiesa, coli' aiuto de' Genovesi andò in Francia; 
e celebrando un concilio a Lione condannò Federico come 
nemico della Chiesa, e lo depose dall' Impero, e procurò 
che fosse eletto re d' AUemagna il Langravio della Tu- 
ringia; dopo la cui morte fu eletto Guglielmo d' Olanda. 
Questo Papa canonizzò a Lione S. Emondo confessore. 
Arcivescovo di Cantorbery. Canonizzò anche a Perugia 
il beato Pietro (1) dell' Ordine de' frati Predicatori, 
Veronese, ucciso dagli eretici tra Como e Milano pel 
suo predicare contro di loro. Canonizzò eziandio in Assisi 
nella chiesa del beato Francesco, S. Stanislao vescovo dì 
Cracovia, fatto uccidere dall' iniquo Principe (Federico?). 
Innocenzo, morto l' Imperatore Federico, entrò in Puglia 
con un grande esercito, e poco dopo morì a Napoli, ove 
ebbe sepoltura. E queste cose sono dette qui per anti- 
cipazione. A questi tempi fiorì venerabile per vita e per 
scienza il Cardinale Ugo, frate dell' Ordine de' Predica- 
tori, che, dottore in teologia, con dottrina sana e luci- 
dissima commentò tutta la Bibbia. Fu primo autore 



(l) Questo Pietro Veronese inquisitore colle suo incessanti ricerche contro 
gli eretici, coi roghi, coi brindi, colla d;^moIizione delle case, e la confiica 
de* beni degli inquisiti, si era reso odiosi^tsimo a chiunque temeva d'essere 
accusato di opinioni eterodosse. Tra tanti era stato messo al bando come ere- 
tico, Stefjno Confalonieie di ÀllijtH, e gli si doveva diroccare la casa e confi- 
scare il patrimonio. Avvisato cerne per fra Pietro era stato misso nel bando, dice 
il Cerio, si concertò con altri malcontenti nelle t«rre di Giussano. ed erann 
ì/l nfredo Ghiroro. Guidotto Sacchella. Jacopo della Chiusa, Tomaso Giulidno, 
Gv!i lo da Balsamo. Alberto Porr 9. e lo uccisero il 6 Aprile 1252 presso Darlas- 
sina con un C(»lpo ci falce. 



80 

delle Concordanze bibliche. Ma in seguito furono fatte 
concordanze migliori. Papa Innocenzo lo creò Cardinal 
prete di santa Sabina; nella quale dignità si comportò 
lodevolmente sino alla morte. Così nel sunnotato mille- 
simo, alla corte dell' Imperatore Federico, morì Nicolò 
vescovo di Reggio, a Melfi (1) in Puglia, ove fu anche 
sepolto. Nello stesso anno, e contemporaneamente, furono 
eletti vescovi di Reggio Guizzolo degli Albiconi, Prevo- 
sto di S. Prospero di Castello, e Guglielmo Ppgliani. 
Perciò nel mese di Settembre vi fu gran contesa tra 
gli Albiconi, i Fogliani e il Podestà. Ma fu poi confer- 
mato vescovo di Reggio Guglielmo Fogliani, perchè era 
parente del Papa Innocenzo IV, che allora reggeva la 
Chiesa romana. Così pure il prenominato Papa spogliò 
del vescovado di Parma Bernardo Vizio Scotti, che era 
de' frati del Martorano, e che già lo possedeva come 
datogli da Gregorio di Moatelungo Legato in Lombar- 
dia, per darlo ad Alberto Saavitali, suo nipote di sorella • 
E Re Enzo figlio dell' Imperatore Federico occupò il 
palazzo del vescovo di Reggio, e, in odio del Papa e 
del partito ostile non lasciò che il sunnominato Guglielmo 
vi abitasse, 
a. 1244 L'anno 1244 morì frate Aimone Inglese, ministro 
Generale dell' Ordine de' frati Minori, e gli succedette 
frate Crescenzio della Marca d'Ancona, già molto vec- 
chio. Questi ordinò a frate Tomaso di Celiano ( che fu 
il primo a scrivere la vita del beato Francesco) che la 
scrivesse di nuovo perchè in quella prima erano state 
ommesse molte cose. E fece un bellissimo libro dei mi- 
racoli e della vita del santo intitolato: Memoriale del 
beato Francesco in mancanza della sua persona: sul 
quale ne compilò poscia uno eccc41ente il ministro Ge- 
nerale frate Bonaventura. E pure vi sono ancora molte 



(V Qu:si nell'asse dell'Apcnnino sul paralltlo di Caserta. 



81 

cose, che non sono notate; perchè il Signore tutti i giorni, 
e in tutte le parti del mondo, non cessa di operaro 
grandi miracoli per mezzo del suo servo Francesco. Que- 
sti fu invitato al concilio, che si tenne per la detroniz- 
zazione di Federico, da Papa Innocenzo IV con lettera 
particolare, eh* io ho veduta; ma egli se ne scusò per la 
sua vecchiezza; e in sua vece mandò frate Giovanni da 
Parma, uomo santo e letterato; e che gli successe poi 
nel governo dell' Ordine. In quest' anno furono inviate 
da Boberto Patriarca di Gerusalemme a tutta la cristia- 
nità lettere, che portavano gravissime notizie, ed era- 
no di questo tenore: Io Roberto Patriarca, sebbene inde- 
gno, di Gerusalemme, notifico a tutti quelli che sono 
inscritti neir albo de' cristiani che tiell anno del Signore 
1244 ai 17 di Ottobre, cioè la vigilia di S Luca Evan- 
gelista si fecero qui da noi, cioè in Terra Santa, molti 
massacri e molte tradigioni. Un primo massacro avvenne 
in Agosto, quando Gerusalemme fu distrutta dai Colisi- 
mini. Un secondo, la vigilia di Santa Lucia, nella pianu- 
ra di Gadar, cioè sabbia bianca, ove furono trucidati 
312 frati militanti, e 324 difensori delle torri. Del con- 
vento di S. Giovanni furono massacrati 325 frati mili- 
tanti e 200 guardie delle torri. Del convento degli Ale- 
manni sopravissero alla strage soli tre frati; gli altri, ed 
«rano 400, furono passati a fil di spada. Dell'ospizio 
di S. Lazzaro furono uccisi tutti i militi lebbrosi. Cai- 
fasso fu ucciso con tutta la sua gente. Il conte Gualterio 
di Giaffa restò prigioniero, e di tutti i suoi uomini fu 
fatta strage. I militi del Principe d'Antiochia, ch'erano 
300, incontrarono la stessa sorte. Quelli del Ke di Cipro, 
300 anch'essi, uccisi. L'Arcivescovo di Tiro con tutti i 
suoi fu vittima. Parimenti il vescovo di Rama. Inoltre, 
e questo è più desolante, 16000 Francesi versarono il loro 
sangue per la fedo di Cristo, e così tanto numero di 
crociati d* altre nazioni da non potersi contare. Ed ò da 

Salimbene, Cronaca. 6 



82 

notare che il Soldano di Damasco, e il Soldano di Ca- 
mele, e un grande de' Saraceni, che si chiama Nas, e 
tutta la milizia del Signore di AUap, che avevano giu- 
rato a noi fedeltà, ed erano più che 25000 Saraceni, 
sul finire del combattimento ci tradirono, e i loro nomi 
saranno maledetti ne' secoli de' secoli; e così sia. 
a. 1245 L'anno 1245 il predetto Imperatore Federico fu de- 
tronizzato da Papa Innocenzo IV in pieno concilio a 
Lione, città della Francia. Per la qual cosa Federico 
esiliò principalmente da Parma e da Beggio tutti gli 
amici più stretti del detto Papa, e alcuni li fece prigionieri; 
poi raccolse l'esercito su Milano, e non gli tornò bene. 
Nello stesso anno Lodovico Re di Francia andò a Cluny 
da Papa Innocenzo IV: ed ebbe con lui un famigliare 
colloquio. Parimenti nello stesso anno, il primo di Gen- 
naio, giorno di Domenica, nella città di Reggio vi fu 
grande stormo intomo alla casa di Scazano; e il lunedì 
successivo vi fu armeggiamento tra i Roberti e que' da 
Sesso; dal qual fatto questi ritrassero disonore. E fu 
bruciata la casa dei Galegari; e perciò vennero espulsi 
dalla città Roberto de' Tarasconi, Aschiero degli Àschieri 
e Viviano Meliorati, che era imputato d'averla incen- 
diata, almeno di aver consentito che vi si appiccasse 
il fuoco. E furono rigorosamente puniti. Un lunedì poi, 
3 Luglio, arrivarono sopra Reggio Simone di Giovanni 
di Bonifacio de' Manfredi, e Maravone de' Sonici con 
moltissimi fanti e balestrieri, ed incendiarono porta San 
Pietro ed entrarono in città per violenza. E quello stesso 
lunedì e martedì successivo vi furono di nuovo grossi 
stormi per città. Quindi furono espulsi per ordine del- 
l'Imperatore, tutti i Roberti, i Fogliani, i Lupicini, i 
figli di Giovanni di Bonifacio,, Manfredo da Palh, i Ca- 
nini e moltissimi Parmigiani di quel partito. De' Reg- 
giani ne furono condotti via molti dall' Imperatore. In 
quello stesso anno Papa Innocenzo IV era a Lione sul 



83 

Badano colla sua Corte e i Cardinali, e depose V Impera- 
tore Federico dal trono imperiale, e lo scomunicò; e 
r Imperatore pubblicò un bando contro il Papa, e i Car- 
dinali e i Legati. E allora in Ottobre V Imperatore marciò 
contro i Milanesi sul Ticino, ed Enzo di lui figlio sulla 
Tagliata dell'Adda con Parmigiani, Cremonesi e Eeg- 
giani; e presero Gorgonzola (1), nell'assedio della quale 
fu fatto prigioniero il Ke, che fu poi liberato dai Par- 
migiani^e dai Reggiani (2). 

L'anno 1246 Tebaldo Francesco e molti altri baroni a. 124(5 
della Puglia si ribellarono contro il deposto Imperatore 
Federico. E furono fatti prigionieri dopo lungo assedio 
«el castello di Capaccio (3); e uomini, donne e fanciulli 
furono duramente trattati. Lo stesso anno per intromis- 
sione dell' Imperatore Federico fu eletto podestà di Reggio 
il Marchese Uberto Pallavicini, che andò all'assedio di 
Eossena (4) e di Felina (5) nella diocesi di Reggio; e le 
ebbe per capitolazione. Il prenominato Tebaldo Francesco 
fu poi una volta Podestà di Parma. 

L'anno 1247 l'Imperatore Federico già deposto per- a. 1247 
dette Parma jsul finir di Giugno. Questa è la mia città, 
quella cioè di cui sono nativo, e la tenne stretta di as- 
sedio dal Luglio al Febbraio successivo. Lo stesso anno 
durante l'assedio, io uscii di Parma, e andai a Lione, e 
avendoU il Papa saputo, subito il dì d' Ogni Santi mandò 
cercandomi; perocché, dal di della mia partenza sino sl 



(lì A dodici miglia Kord-rEst di Milano. 

(2) Non eolla fona deirarmi, ma colle pratiche fatte presso i milanesi, 
-che lo restituirono a patto che né esso né il padre movessero mal più guerra 
contro Milano. 

. (3) Fatto distruggere dai ministri di Federico II dopo aver dato asilo ari 
baroni ribelli, ora non resta -che un piccolo Tillaggio. Gli abitanti però in seguito 
lo rifabbricarono a 12 chilometri circa di distanza vicino al mare e a trenta chi- 
lometri Sad-Edt di Salerno, ed è città di qualche considerazione. 

(4) -Sul cucuzzolo 4i un alto colle a Sud-Sud-Ovest di Seggio sulla destra 
^eir Enza. 

(5) Al Sud di Reggio, Comune di Castelnoro ne' monti, versante dell' En7.a 



84 

quello del mio arrivo a Lione, il Papa non aveva saputa 
nulla di Parma né per notizie sicure, né per voci vaghe; 
e flava aspettando l'esito della contesa. E avendo io 
parlato da solo a solo in camera con lui, molte cose $i 
dissero, e poi egli mi assolse da tutti i miei peccati e mi 
diede la facoltà di predicare. Lo stesso anno in cui Parma 
si ribellò all'Imperatore, fu fatto ministro Generale frate 
Giovanni da Parma in un Capitolo geaerale tenutosi a 
Lione in Agosto, mentre ivi ancora soggiornava Papa 
Innocenzo IV. Lo stesso anno Boso di Do vara fu podestà 
di Seggio; e tenne due mesi-i Reggiani col Be nei 
pressi di Guastalla. E nello stosso anno il He con Ezze- 
lino fecero prigione Ugo de* Roberti da Reggio insieme 
a molti altri presso Fano (1). Fano poi è una piccola 
terra nella diocesi di Reggio presso TEnza; come pure 
Ti è Bibiano, Torjtigliano e Gavigliano, ove sono canali 
e prati. E distrussero Brescello (2), Berceto (3) e tutta 
la diocesi di Parma verso Brescello al di qua dell* Enza 
(4), e occuparono il ponte che avevano fatto i Mantovani. 
È lo stesso anno fu catturata una squadra di barche dei 
Mantovani presso Brescello, ed un* altra presso Grami- 
guazzo (5), e furono uccìsi molti Mantovani, Ed i Man- 
tovani incendiarono quanto apparteneva alla diocesi di 
Cremona da Torricella (G; in giti. E i Milanesi, i Bre- 
scianì, i Bolognesi e i Veneziani stettero due mesi ^ 
campo presso Luzzara (7); perocché eravi una guerra 
grossa, intricata e piena di pericoli, essendo che la Re- 
pubblica co* suoi alleati contro la Chiesa, e questa contro 



(1) Sud Otosì di Be^io n*' prevfi di Bibianello. 

(2) k pieno Nord di Reggio sulla dettra dal Po. 

(3) Castello deirdlto Apennino Sud-CTest di Pernia sulla ria che ra a 
Bpezi?. 

(4j Cioè sulla destra dell'Enza. 

(5) A Nord-Ncrd-Oyest di Parma presso la foce del Taro in Po. 

(0; Sul Po ad Oriente della foce del Taro. 

{7} Sul Po 9 pieno Kord di Guastalla. 



quelli, s' erano con grande ardore levati in armi. E morV 
a Lione il Patriarca d* Antiochia, che era de' Roberti di 
Reggio, ed era stato vescovo di Brescia a* tempi di un 
gran terremoto; in occasione del quale essendo uscito di 
camera per le grida di un frate Minore, che dimorava 
nella corte vescovile, subito dopo per scossa di terremoto 
rovinò la camera stessa; d'onde riconobbe da Dio la sua 
salvezza, e si convertì a lui pienamente. Perciò fece 
voto, e promise di fermo, che per tutta la sua vita a- 
vrebbe serbata intatta quella castità che per lo innanzi 
non mantenne illibata, e che in vita sua non mange- 
rebbe più carni; e tenne il voto« Tuttavia colla sua famiglia 
usava largo trattamento, secondo il consiglio di Grisostomo 
ecc. Faceva quel che dice T Apostolo ai Romani 12: 
Raìlegraievi con quelli che sono allegri, e piangete con ^ 
qtieìli che piangono ; e faceva bene ; e sapeva sollazzarsi "^ 
a tempo e luogo. Onde, essendo un dì a tavola con tutta 
la sua corte e molti altri, vide che un certo giocoliere 
ascose di furto un cucchiaio d'argento. Pertanto chiamò 
il suo servo, e gli disse : Non renderò a te il mio cuc- 
chiaio, se prima ciascuno de' commensali non ti abbia 
renduto il suo ; giacche dice V Apostolo agli Efesii IV : 
Chi rubava non rubi piii* E così con queste parole 
mise sull'avviso il siniscalco, e ricuperò il cucchiaio. 
Questo Patriarca fu uomo di poca dottrina ; ma il molto 
bene che faceva compensava il difetto della scienza. 
Perocché fu largo limosiniere e recitava ogni dì V uflBzio 
dei morti con nove lezioni. Perchè adunque il Patriarca 
d'Antiochia perdurò in bontà di vita, dacché aveva 
rivolto il cuore all' amor di Dio^ Iddio per mezzo di 
iniracoli mostrò alla sua morte che era stato suo servo 
ed amico degno di gloria ; de' quali miracoli non parlo 
per brevità, e perchè mi affretto a parlar d'altre cose. 
Col Patriarca poi d'Antiochia visse molt'anni frate 
Enrico da Pisa dell' Ordine de' Minori, che tante volte 



86 

parlò assai favorevolmente del prenominato Patriarca a 
me e agli altri frati. Questo frate Enrico da Pisa fu 
beir uomo, di mezzana statura, largo, cortese, liberale e 
franco. Sapeva star bene a conversazione con tutti, accon- 
eiandosi al fare d' ognuno, ben accetto ai frati e ai secolari; 
il che è di pochi. Così pure fu predicatore rinomatissimo 
e grazioso al clero e al popolo. Sapeva scrivere, miniare-, 
0, come dicono, lumeggiare (perchè col minio il libro si 
\ lumeggia), scrivere musica, comporre bellissime e deliziose 
I cantiche non meno a canto fermo che a canto modulato, 
' cioè note rotte e doppie. Fu distintissimo nell* arte del 
cantare. Aveva voce profonda, sonante, che riempiva tutto 
il coro. Aveva poi una doppia nota sottile, altissima, 
acuta, dolce, soave, dilettevolissima. Fu mio custode nell» 
custodia di Siena, e mio maestro di canto a' tempi di 
Papa Gregorio IX. E allora viveva anche frate Luca di 
Puglia, deir Ordine de' frati Minori, di cui è il libra 
intitolato : Sermonum memoria. Quest* ecclesiastico fu 
letterato e dotto in fllosotìa scolastica, e in Puglia dottore- 
esimio in teologia, rinomato, solenne e di gran &ma; & 
r anima sua pw la misericordia di Dio riposi in pace, e* 
così sia. Frate Enrico da Pisa fu uomo morigerato» 
divoto a Dio e a S.* Maria Maddalena. Ne è da mera- 
vigliarsi perchè questa Santa era la titolare della sua 
parecchia in Pisa. Nella città poi di Pisa la beata Vergine 
è la titolare della chiesa matrice, nella quale io fui ordinato 
diacono dall* Arcivescovo di Pisa. Frate Enrico compose 
molti inni e molte sequenze. Perocché fece e musicò per 
eanto la seguente composizione: 

Christe Beus. — Christe meus, 
Christe Rex et Domine* 

Per la voce d'una sua divota che andava cantando per 
la chiesa maggiore di Pisa musicò: 

E tu no cure de me ; ^ e no cura^v de fe^. 



87 

Così fece V altra a tre voci : 

Miser homo — cogita facta Creatoris. 

Musicò pure per canta quel componimento di maestra 
Filippo Cancelliere di Parigi: 

Homo quam sii pura — mihi de te cura. 

E perchè, quand' era custode, sì trovò malato nell'infer- 
meria del convento di Siena, e non poteva scrivere 
musica, chiamò me, e fui il primo a scrivere le note 
del suo canto, mentre egli cantava. Così mise in musica 
per canto queir altra composizione del cancelliere^ cioè: 

Crux, de te volo conqueri, 
E . . . Virgo^ ttbi respondeo, 
E , . . Centrum capit circulus. 
E . . . Quisquis cordis et oculi. 

E per quella sequenza lesse virgam humi Bavii 

compose un canto delizioso, che si canta con assai 
diletto, mentre, prima della sua, aveva una musica rude 
e dissonante. La composizione della sequenza l'aveva 
fatta Riccardo di S. Vittore, come ne compose tante 
altre. Musicò anche deliziosamente per canto gli inni di 
S.^ Maria Maddalena, composti dal cancelliere di Parigi , 
cioè: 

Pange^ lingua Magdalenae* 

con altri inni. Parimente intorno alla risurrezione del 
Signore fece la sequenza, composizione e musica, cioè: 

Natus^ passus Dominus 
Resurexit hodie. 

Il secondo canto poi che Y accompagna, ossia il concanfo, 
lo compose frate Vita Lucchese dell' Ordine de' frati 
Minori, il miglior cantore che si conoscesse nell'uno e 
neir altro canto, cioè nel canto fermo, e nel canto a note 



88 

rotte, doppie. Aveva voce sottile, ma piacevolissima a 
udirsi, né vi era persona tanto severa che non V ascoltasse 
con diletto. Cantava alla presenza di Vescovi, Arcivescovi, 
Cardinali e Papi e V ascoltavano volentieri. E se alcuno 
avesse chiacchierato quando frate Vita cantava, tosto si 
udiva ripetere il detto dell* Ecclesiastico XXXII : Non 
interrompere la mtAsica. E se talvolta un usignuolo 
cantava in un cespuglio, o in una siepe, taceva se 
udiva cantare il frate, e 1* ascoltava attentamente, e poi 
ripigliava il suo canto, e così alternamente cantando 
risuonavano per Taria soavissime voci. E della sua 
perizia fu tanto cortese, che invitato a cantare non se 
ne scusava mai, né per voce impedita da infreddatura, 
né per altra cagione. E perciò non si potevano applicare 
a lui que' versi soliti a dirsi, cioè : 

Omnibus hoc vitium est cantoì'tbus, inter amicos 
Ut nunquam inducant animum cantare rogati. 
D'ogni cantor brutto difetto ò questo 
Di non voler eaniar quand* è richiesto. 

Anche sua madre e sua sorella furono abilissime nel 
canto. Egli fece anche la nota sequenza, composizione a 
musica : 

Ave mundi — spes, Maria 

e compose molte cantiche con musica melodica, della 
quale si deliziavano assai i chierici secolari. Costui fu 
mio maestro di canto in Lucca Tanno 1239, quando av- 
venne quella orribile oscurità di sole. E quando Tomaso 
da Capua Cardinale della corte romana, e il più insigne 
scrittore della corte stessa, compose quella sequenza: 

Virgo parens gnudeat 

e pregò frate Enrico da Pisa di musicarla per canto, e 
ne fece una musica bella, dilettevole e soave a udirsi, 
frate Vita ne compose il secondo canto, ossia il concanto. 



80 

Ed ogni volta che trovava qualche canto semplice di 
frate Enrico, volentieri vi applicava il concanto. Perciò 
Filippo Arcivescovo di Bavenna volle che frate Vita fa- 
cesse parte della sua famiglia, quand'era Legato nei 
Patriarcati di Aquileia, di Grado, di Ragusa, di Ravenna 
e delle diocesi e provincìe di Milano e di Oenova, e in 
generale dì Lombardia, Romagna e Marca Trivigiana. E 
gli piacque averlo, tanto perchè era suo concittadino, 
quanto perchè era frate Minore, ed anche perchè sapeva 
cantare e comporre. Morì a Milano, e fu sepolto nel 
convento dei frati Minori. Fu di persona magro, gracile 
e di statura maggiore di quella di Frate Enrico; aveva 
voce pih da camera che da coro. Pih volte uscì dall'Or- 
dine, più volte vi rientrò; e, quando ne usciva, entrava 
nell'Ordine diS. Benedetto. E quando poi voleva essere 
riammesso, il Papa gli usava indulgenza per amore del 
beato Francesco, e per la dolcezza del suo cantare. Ed 
una volta cantò tanto soavemente che una certa suora, 
che l'udiva, saltò gih da una finestra per andare con 
lui; ma non potè perchè si ruppe una gamba. Però fu 
molto bene pesata quella sentenza di frate Egidio, detto 
da Perugia non perchè fosse Perugino, ma perchè lunga- 
mente ci visse e vi morì, uomo sempre trasportato da 
estasi e tutto santo, quarto frate nell' Ordine de' Minori, 
compresovi il beato Francesco, quando disse: È una 
grazia grande non aver grazia. E intendeva parlare non 
della grazia di Dio, ma della grazia acquisita a studio, 
e da natura, per la quale molti fanno male ì fatti loro. 
In vero frate Enrico da Pisa fu mio intimo amico, e tale 
quale la Sapienza descrive l'amico ne' Proverbi 18. Un 
uomo che ha degli amici dee portarsi da amico; e v' è 
tale amico che è più congiunto che un fratello. Imperoc- 
ché ed egli aveva nell'Ordine un fratello mio coetaneo, 
ed io vi aveva un fratello coetaneo di lui, e mi amava, 
disse, come il proprio fratello; e, fatto ministro Provin- 



/ 



/ 



90 

ciale in Grecia, Provincia di Romania, mi diede una 
lettera di obbedienza, in virtù della quale io poteva, 
quando mi piacesse, recarmi da lui a far parte de' frati 
della sua provincia con qualunque compagno mi fosse 
stato a grado. Inoltre promise di regalarmi una Bibbia 
e molti altri libri. Ma non vi andai, perchè lo stesso 
anno che arrivò là, vi morì mentre presiedeva un Capi- 
tolo provinciale a Corinto, dove h sepolto e riposa in 
pace. Profetò, ossia predisse il futuro, quando a udita 
de' frati a Capitolo, disse: < Ora dividiamo i libri dei 
frati defunti, ma può essere che tra breve s' abbiano a 
dividere i nostri »- E s' avverò, poiché nella stessa adu- 
nanza capitolare furono divisi i suoi. Noi non possiamo 
raccontare le storie altrimenti da quello che furono di 
fatto, e come vedemmo le cose cogli occhi nostri a tempo 
dell'Impero di Federico e molti anni dopo la morte di 
Federico, sino a giorni in cui scriviamo, anno del Signore 
1284. Io poi, scrivendo diverse cronache, mi sono valso 
di stile semplice e chiaro, acciochè mia nipote, per cui 
le scriveva, potesse intendere quel che leggesse; ne curai 
lo splendore delle parole, ma la sola verità dei fatti, che 
io esponeva. Mia nipote poi era suor Agnese, figlia di 
mio fratello, la quale giunta alla biforcazione della let- 
tera pitagorica, entrò nel monastero di Santa Chiara in 
Parma, e sino ad oggi, giorno in cui scrivo, anno 1284, 
continua a restarvi per servire a Gesù Cristo. Questa 
mia nipote ebbe elevatissimo lo spirito d'intelletto della 
Sacra Scrittura, ingegno buono, memoria, e un favellare 
grazioso e facondo. Or dunque essendo stato V Imperatore 
Federico deposto da Papa Innocenzo IV, erane irritatisi 
Simo, come orsa a cui siano rapiti i figli, e inferocisca 
nel bosco. E s'aggrupparono intorno a lui tutti quelli 
che erano spiantati, e, carichi di debiti, avevano l' animo 
amareggiato; e divenne loro capo. Ma ascolta ciò che 
dicela Sapienza ne' Proverbi! 17: Scontrisi pure un 



SI 

uomo in un' orsa, a cui sten rapiti i figli, anzi che in 
un pazzo nella sua pazzia : qual fu Federico, ehe non 
riconobbe i beneficii ricevuti dalla Chiesa. Ma non senza 
punizione. Perocché dice la Sapienza ne' Proverbii 17 : 
Il malanno non si dipartirà mai dalla casa di chi 
rende il mal per Io iene. Il che si è verificato eviden- 
temente in Federico, la cui casa è totalmente distrutta. 
L'anno dunque del Signore 1247 pochi cavalieri di 
Parma che, banditi dall' Imperatore, ' soggiornavano a 
Piacenza, ed erano di gran cuore, robusti, forti e a 
trattar le armi esperti, ed avevano il veleno in petto, 
tanto perchè le loro case in Parma erano state smantel- 
late, quanto perchè era duro quel dover ospitare ora in 
una casa or in un'altra, (perocché erano in esiglio e in 
bando, ed avevano numerosa famiglia e poco denaro, 
fuggiti da Parma a miracolo per non restare prigionieri 
dell' Imperatore) vennero da Piacenza, entrarono in Parma 
ai 15 di Giugno, ed espulsero que'di parte imperiale. 
Prima però arrivati da Piacenza a Noceto (1), adunatisi 
in un prato, e armati su' loro cavalli, tennero una conciono, 
ed elessero Ugo Sanvitali loro Capitano e vessillifero, ben 
sapendo che, quando non vi è chi governa, il popolo 
cade a mina. Ed era quel!' Ugo uomo forte, e saggio ed 
esperto nell' armi. Tra loro oravi pure Ghiberto da Gente 
oratore affascinante, che disse: Assaltiamo ora compatti 
i nostri nemici come unanimi abbiamo eletto il nostro 
capitano. E Gherardo da Arcile soggiunse, e Sia in noi 
ardire e prontezza a vivere o a morire da forti: ninno 
fugga, ninno tremi di paura ; perocché il Signore com- 
batterà coi forti, e il suo aiuto verrà su voi dal cielo >. 
Inanimiti adunque a tali parole, corsero all'assalto e 
diedero gran battaglia al Podestà e ai militi Parmigiani 



( 1 Sulla ginistra d*;I Taro a icont« dtU' limili a eirca dodici ckiltmttri da 
Paxma. 



92 

a Borghetto di Taro (1); ed ivi cadde morto Enrico Testa 
d'Arezzo Podestà di Parma, mio conoscente ed amico, 
che voleva bene a tutti i frati Minori. E parimente 
restarono sul campo il suo scudiere, e Manfredo Cornaz- 
Zani, e Ugo di Magnarotto de' Visdomini, e molti altri ; 
e Bartolo Tavernieri, fexito, rifuggissi a Costamezzana (2) 
con alcuni suoi amici. E allora alcuni tedeschi del par- 
tito imperiale dissero ai fuorusciti: Venite a. Parma, e 
sicuramente occuperete la città, che noi non faremo 
resistenza. Ed incontanente i predetti Cavalieri Parmi- 
giani, banditi dall' Imperatore, mossero sopra Parma, e 
la presero, e la tennero. I Parmigiani allora convocarono 
un consiglio, ed elessero loro Podestà Gherardo da Cor- 
reggio. E questo accadde ai IG di Giugno, Domenica. E 
il Lunedì successivo i Parmigiani mandarono ambasciatori 
al Comune di Eeggio Armanno Scotti ed un altro in 
sua compagnia a domandare che si dessero liberi nelle 
loro mani que' prigionieri di Parma, che si sostenevano 
nelle carceri di Reggio. Ma Buoso Podestà di Reggio 
negossi di concederli. E questi fuorusciti riuscirono per 
molte ragioni ad invadere facilmente ed occupare Parma. 
1« perchè il Re Enzo, a cui il padre aveva commessa 
la difesa di Parma, era andato coi Cremonesi ad asse- 
diare Quinzano (3) nella diocesi di Brescia; 2*» perchè 
r Imperatore era in una città di Lombardia, che si 
chiama Torino, per correre a Lione a far prigionieri il 
Papa e i Cardinali; che, come si dice, alcuni avevano 
promesso di dargli in mano tutta la Corte Romana. Ma 
nutrirono propositi, che non poterono effettuare. Perchè? 
Perchè Giobbe nel libro V ha detto che Dio: Disperde 



i\) Sulla sinistra del Taro a pochi cliilometri Orest di Noceto. 

(2) Alla sinistra del Taro, a Sud-Ovest di Parma a monte dell' E oili-).- 
e a 20 circa chilometri da Parra<). 

^3/ A pieno Nord di Cremona sulla sinistra deir Ogflio, e sulla strada 
CroQa B escìa. 



93 

i pensieri degli astuti, e fa che le lor mani non pos- 
sono ar nulla di bene ordinato; 3<> perchè Bartolo 
Tavernieri in quel dì celebrava le nozze di sua figlia 
Maria conun Bresciano, che per questo motivo s*era recato 
a Parma; e qaelli che andarono contro ai Parmigiani fuo- 
rusciti, che sopravenivano, erano per le succolentissime 
imbandigioni servite al pranzo, intorpiditi, e brilli di t 
vino; e s* alzarono da tavola colla cieoa arroganza di 
avvilupparli al primo scontro; ma essendo presso che 
briachi, tanto al Borghetto quanto nella ghiaia del Taro 
n'ebbero la peggio, e molti di loro vi lasciarono la vita; 
.4^ perchè la città di Parma era da ogni parte aperta, 
uè aveva cinta di sorta; 5« perchè que' fuorusciti che si 
avvicinavano per entrare, facevano il segno della croce, 
e a mani giunte gridavano: Per amore di Dio e della 
beata Vergine sua madre, che è la nostra patrona in 
questa città, vi piaccia lasciarne entrare nella città no- 
stra, d'onde senza colpa fummo espulsi e cacciati in 
bando; e del resto il nostro ritorno non turberà la pace 
d'alcuno, né vogliamo ad alcuno fare ingiuria. Udendo 
queste cose i Parmigiani di dentro, che per la via, senza 
armi, erano andati ad incontrarli, vinti dalla loro umiltà, 
furon tocchi da compassione, ed anche riconoscendo che 
venivano con propositi di pace, dissero loro: Entrate in 
città sicuri nel nome del Signoro, ed avrete il nostro 
aiuto in tutto; 6^ perchè quelli che erano in città non 
si pigliavano briga di queste contese, né avevano par* 
teggiato prima per la fazione di quelli che ritornavano, 
né mai avevano impugnate le armi per 1' Imperatore. 
Ma sia banchieri, sìa cambiavalute, sia artigiani, non / 
smettevano per questo di stare a' loro banchi, o alle 
ofScine, come se nulla accadesse; 7^ perchè que' nobili 
e potenti, che erano in città partigiani dell' Impero, 
subito, abbandonata la città, si sparsero per le diocesi 
ai loro castelli e ai loro fortìliai, per tinioredi perderli; 



u 

8« perchè anche i tedeschi dell' Imperatore, avendo sa- 
puto che da que'fuorusciti era stato ucciso il Podestà di 
Parma, temendo anche per la lor vita, li invitavano a 
fare pacificamente della città quello che fosse loro in 
grado. Fecero altrettanto le guardie del palazzo e della 
torre del Comune -Quasi due Re furono En- 
rico Testa Podestà di Parma e Paolo Tavernieri Ca- 
pitano della parte imperiala in Parma a favore dello 
Imperatore. Questi due non poterono star di pie fermo 
alla sua presenza venendo con un esercito che era assai 
sottile; 9^ perchè principalmente speravano di ricevere 
tra breve soccorsi da diverse parti. E 1® da Papa Inno* 
^enzo IV, che aveva in Parma molti parenti e afiSni; e 
perchè i Parmigiani volevano battere V Imperatore ne- 
mico di lui, anzi avevano già cominciate le ostilità; 2« 
da Gregorio Montelungo Legato per la Lombardia, che 
era già preparato in Milano a venire co' milanesi e con 
Bernardo di Rolando de' Rossi Parmigiano e cognato di 
Papa Innocenzo IV . . .; 3® dai Piacentini; 4o dal Conte 
•di S. Bonifazio di Verona; 5^ dai Bolognesi e dai Fer- 
raresi e da tutto il partito della Chiesa. Ma qui è da 
notare, (perchè subito si conosca quel grande intrico di 
cose) che i Modenesi partigiani del Papa erano fuori di 
città, e i partigiani dell' Imperatore erano dentro. Così 
«ra in Reggio; poco dopo anche in Cremona. E perciò 
in quel tempo si ebb« grossa e lunga guerra. Né i con- 
tadini potevano arare, né seminare, né mietere, né pian- 
tar vigne, né vendemmiare, né abitare nelle ville; spe- 
cialmente neir agro parmigiano e reggiano, modenese e 
cremonese. Tuttavia vicino alle città i contadini lavo- 
ravano difesi dai militi delle città stesse, che si sparti- 
vano in quartieri secondo le porte delle città. Ed i mi- 
liti armati difendevano tutta la giornata gli operai che 
coltivavano i campi, E questo era necessario a farsi a 
cagione degli assassini, dei ladroni t dei predoni, che si 



95 

erano moltiplicati a dismisura, E facevano prigionieri 
gli nomini per costrìngerli a riscattarsi con denaro; e 
rapivano, e mangiavano, e vendevano i bovini. E se i 
ricattati non pagavano il prezzo del riscatto, li appen- 
devano per i piedi, o per le mani, e schiantavano loro 
i denti, mettevan loro, per indurii a riscattarsi, rospi 
in bocca; la qual cosa era più dolorosa e abborrita di 
ogni sorta di supplizio. Ed erano piti crudeli che i de- 
monii. E il vedere a que' dì passare un uomo sconosciuto 
per la via, era come vedere il diavolo. Perocché V uno 
sospettava sempre che 1* altro il volesse catturare e in- 
<;arcerare, perchè, secondo il detto de'Proverbii 13, fos- 
sero riscattj della vita dell' uomo le sue ricchea^e, E 
il territorio «ra ridotto ad una solitudine, non trovan- 
dovisi ne agricoltori, né passeggieri. Perocché ai tempi 
di Federico, specialmente dopo che fu deposto dall* Im- 
pero, e Parma gli si era ribellata, e avevagli dato il 
calcio, le strade maestre erano deserte, ed ì viandanti 
andavano per sentieri fuori di strada, e si moltiplicarono 
i mali sulla terra. E sovrabbondarono gli uccelli e le 
bestie selvatiche, come i fagiani, le pernici, le quaglie, 
le lepri, i cavrioli, i corvi, i bufali, i cinghiali e i lupi. 
E i lupi, che non trovavano presso le ville, secondo il 
consueto, animali da divorare, come agnelli e pecore, 
essendo le terre state messe totalmente a fuoco, in bran- 
chi numerosissimi ululavano per fame fin presso alle 
fosse delle città, e sbranavano uomini, donne, ragazzi, 
che trovavano a dormire sotto i portici, o sui carri; e 
talora, rompendo, penetravano attraverso le muraglie delle 
case e divoravano i banàbini. Nessuno potrebbe credere 
senza aver veduto, come ho veduto io, le orribili cose 
che in quel tempo si facevano tanto dagli uomini, come 
dalle fiere d' ogni specie. Anche le volpi s' erano di tanto 
moltiplicate, che ne ascesero due sul tetto dell'infermeria 
a Faenza, in quaresima, per ghermire due galline che erano 



V 



9G 

nel solaio. Delle quali ne fu presa una nello stesso convento 
de' frati Minori, dove io era, ed ho veduto co' miei occhi. 
Ed io ho dimorato cinque anni a Faauza, cinque a Bavenna, 
e più anni or qua, or là per la Bomagua, un anno a Ba- 
gnavacallo (1), ed un' altro a Montereale (2). E quella 
maledetta guerra invase, corse e distrusse tutta la Ro- 
magna nel tempo, in cui io vi dimorava; e quando i 
Bolognesi coi Lombardi ed altri, che erano accorsi in 
loro aiuto, assediarono Forlì, io era con loro. Ma non la 
poterono prendere, come piacque a Dio e al beato Fran- 
cesco, alla cui vigilia cessò l'assedio, E dimorando io io 
villa, un certo secolare mi disse che aveva preso alla 
,) trappola in alcuni villaggi incendiati ventisette gatti 
\ grossi e belli, e ne aveva vendute le pelli a chi le con- 
ciava, e non vi ha dubbio alcuno che una volta in tempo 
di pace fossero domestici in quelle ville. Il sesto aiuto poi 
che ebbero i Parmigiani fuorusciti, che entrarono in città, 
fu che non solo l' Imperatore era stato scomuni(;ato e 
deposto dall' Impero; ma Papa Innocenzo IV aveva 
eziandio prosciolti tutti dalla sudditanza di lui, come 
appare chiaro sulla fine di quel decreto, che fu redatto 
nel Concilio generale, in cui fu proclamata la sua depo- 
sizione, ove si dice: « Prosciogliendo in perpetuo dal 
giuramento tutti quelli che per giuramento di fedeltà 
sono a lui vincolati, e proibendolo colla nostra autorità 
apostolica, fermamente comandiamo che nessuno ubbidisca 
a lui quale Imperatore e Be; e se alcuno a lui come 
Imperatore e Be presterà consiglio, aiuto, o favore, sia 
per questo fatto solo scomunicato t . E per la sua ingra- 
titudine a tutta ragione meritò l' Imperatore questa pena. 
Perocché aveva osato alzare la fronte e ricalcitrare contro 
la Chiesa, che lo aveva allevato, difeso da' nemici e 



(1) Tra il Lamene t il Senio %à 0r«it « non lunari à% Batobu», 

(2) Koir agro di Foilì. 



1)7 

innalzato al fastigio dell' Impero. E perseguitava la Chiesa, 
• le moveva accanita guerra; il che era ingratitudine 
grandissima. E tale fu Federico; e perciò a ragione 
deposto dair Impero; perocché non riconobbe i favori 
ricevuti. E nota che tutte quelle surricordate maledizioni 
di guerre, sterilità di campi, moltitudme di bestie sel- 
vaggie, quantunque io le abbia narrate in anticipazione, 
a tempo loro furono vere, cioè dopo che Parma la ruppe 
coir Imperatore, e parteggiò per la Chiesa. Ora ripigliamo 
il filo della nostra storia. L' anno adunque 1247 lie Enzo, 
che era all' assedio di Quinzano coi Cremonesi, avendo 
saputo che i banditi da suo padre, che erano a Piacenza, 
avevano occupato la città di Parma, si disanimò talmente 
che, sciolto r assedio di Quinzano, s' affrettò a partire 
marciando tutta la notte, non con canti, ma muto e 
gemente, come quando un esercito si dà alla fuga dopo 
una rotta. Io soggiornava allora nel convento de' frati 
Minori a Cremona, perchè io era frate Minore; e perciò 
seppi benissimo queste cose. Sino dalla prim' alba i Cre- 
monesi si trovarono col Be Enzo ad una conferenza che 
durò sin a mattina inoltrata; e dopo in tutta fretta 
presero cibo, e uscirono insieme col carroccio in testa. 
Nessuno atto a portar l' armi e a battersi restò in Cre- 
mona. Ed io credo di fermo che se difilato fossero corsi 
sopra Parma, e avessero coraggiosamente combattuto, 
senza dubbio 1' avrebbero ripresa; sia perchè Parma 
era d* ogni parte aperta, sia perchè non era ancor giun- 
to a' Parmigiani alcun aiuto; e molto più perchè la 
maggior parte dei cittadini se ne stavano indifferenti; ne 
parteggiavano per quelli che di recente erano rientrati, ne 
per quelli che erano fuggiti, ma si curavano soltanto de'fatti 
loro. E se l'uno de' belligeranti conoscesse lo stato del 
suo nemico bene spesso potrebbe sconfiggerlo. Ma per 
volere di Dio Be Enzo s' attendò coir esercito Cremonese 
presso il Taro morto, e non corse su Parma, aspettando 

Salimbene, Cronaca. 7 



98 

che il Signore la colpisse colla sua destra. Voleva anche 
quivi attendere l'arrivo dell' Imperatore suo padre, che 
era a Torino, città sui confini della Lombardia ; che la 
Lombardia si estende sino a Susa e al Moncenisio. Di là 
comincia la signoria del Conte di Savoia, e continuando 
si entra nel Ducato di Borgogna, ove è la città di Lione, 
che è la prima metropoli della Francia. Ed ivi soggior- 
nava allora Papa Innocenzo IV, co' suoi Cardinali. Taro 
morto poi si chiama una massa d' acqua, che esce dal 
Taro vivo o corrente allorché esso ribocca, e forma un 
bacino d' acque stagnanti, come di lago, in cui abbondano 
le scardove, i lucci, le anguille, e le tinche; e si trova 
presso il convento dei Cistcrciensi, chiamato da loro 
Fontevivo (1), che dista sette miglia da Parma. Ma 
intanto che ivi Be Enzo aspettava l' arrivo del padre, da 
ogni parte ed ogni giorno sopravvenivano aiuti ai Parmi- 
giani fuorusciti, che erano rientrati in città. E Bizzardo 
Conte di S. Bonifacio di Verona, strenuo e prode guer- 
riero, quando Parma si ribellò all' Imperatore, per primo 
accorse in aiuto de' Parmigiani ; i quali per riconoscenza 
dui segnalato servizio loro fatto, gli assegnarono per 
alloggio il palazzo imperiale, che è all' Arena (2), e gli 
affidarono la guardia di quella parte della città che ò 
volta verso Beggio. Il giorno dopo arrivarono i Piacentini» 
che erano trecento cavalieri bene equipaggiati d'armi e 
di cavalli. Questi ebbero a difendere la città accampati 
nella ghiaia del torrente, tenendosi anche di pie fermo 
lunghe ore in sella, se le mosse del nemico lo rendevano 
necessario. E tale servizio era per loro pih un divertimento 
che una fatica. Talora restavano anche nei loro alloggia- 
menti^ se ne ivano per città sollazzandosi a piacere. 



(!) Alla sinistra del Taro poco più che due chilometri al disotto deirCmilia. 
(2) Neil) parte orientale della città, circa sull'area deirattaale eollegio 
Maria Luigia. 



99 

Tre giorni dopo l'arrivo del Conte di S. Bonifacio giunsero 
da Milano c^n mille cavalli Gregorio di Montelango 
Legato del Papa, e Bernardo di Eolando Bossi, cognato 
di Innocenzo IV. E questi facevano la guardia, quand' era 
necessario, nella ghiaia del torrente a monte della città. 
Ed i Parmigiani col Legato si appostarono fuori Città 
lungo la strada che va a Borgo S. Donnino ; e per ripa- 
rarvisi dalle incursioni del nemico si munirono di fossa 
e di steccato. Ma V Imperatore infiammato d' ira e furi- 
bondo per le cose accadutegli, volò verso Parma, e in 
una villa, che si chiama Grola (era ricca di vigneti, 
che producevano buon vino, che il vino di quella terra 
è ottimo) costruì una città cinta da ampie fosse, e la 
chiamò Vittoria, come presagio degli eventi futuri ; e le 
monete coniatevi fece chiamare Vittorini, e la chiesa 
maggiore, S. Vittorio. Ivi stanziavano V Imperatore col suo 
esercito e Be Enzo coi Cremonesi. E l' Imperatore mandò 
pregando i suoi partigiani di accorrere subito a grandi gior- 
nate, in suo aiuto. Il primo ad arrivare fu Ugo Botteri Par- 
migiano, nipote, da parte di sorella, di Innocenzo IV, Pode- 
stà allora di Pavia, e condusse tutti i Pavesi atti a portar 
Tarmi. Ne il Papa potè mai né con promesse, ne con pre- 
ghiere staccare questo suo nipote da Federico; quantunque 
dimostrasse sempre maggior predilezione alla madre di 
lui che alle altre due sorelle, eh' ella aveva, anch' esse 
maritate a Parma. Dopo lui arrivò Ezzelino da Bomano 
(1), Signore allora della Marca Trivigiana, conducendo 
seco numerosissimo esercito. Questi incuteva più terrore 
che il diavolo ; che per lui era niente uccidere uomini, 
donne, ragazzi, e incrudelire atrocemente. Neppur Nerone 
fu pari a lui nella efferatezza, ne Domiziano, ne Decio, 
né Diocleziano, sebbene fossero stati i piti crudeli tiranni. 



(1) Dne miglia al Nord di Bassano snl Brenta. È questo il castello, d' onde 
ha tratto nome e origine di potenza la famiglia di Ezzelino. 



100 

Perocché fece bruciare in un sol giorno undici mila 
Padovani nella piazza di S. Giorgio a Verona (1), appic- 
cando il fuoco ali* edifizìo entro cui erano, e mentre le 
fiamme li struggevano, caracollava attorno a loro, e 
correva tomeamenti co' duci cavalieri. Sarebbe lunga e 
miseranda la narrazione di tutte le sue atrocità, e ci 
vorrebbe un grosso volume. E credo di fermo che siccome 
il Piglio di Dio volle avere uno specialissimo amico e 
fatto a sua somiglianza, cioè il beato Francesco ; cosi il 
diavolo volle Ezzelino. Del beato Francesco si dice che 
a lui solo Iddio diede cinque talenti. Perocché nessuno 
mai visse in terra, tranne il beato Francesco, a cui 
Cristo imprimesse a sua somiglianza le cinque piaghe. 
Sicché, come disse a me frate Leone suo compagno, che 
era presente al lavacro del suo corpo fattosi prima di 
seppellirlo, pareva appuntino un Crocifisso deposto dalla 
Croce. Perciò gli si attaglia benissimo il detto dell' Apo- 
calisse I : Vidi uno somigliante ad un figliuól d* Uomo. 
In che poi fosse simile non ridico, poiché l' ho già scritto 
altrove, e mi affretto ad altro. E siccome sembra suonar 
male il dire che un uomo é simile a Dio, principalmente 
perchè la Scrittura dice in Giobbe XXXII : Non con- 
fronterò Dio ad un uomo, sappi che la scrittura dice 
in altro luogo : Vi sarà uno simile a Dio tra i figli 
di Dio? Ma Ezzelino in molte malizie e atrocità fu 
pienamente simile al diavolo. Dopo Ezzelino arrivarono 



(l) Piazza S. Giorgio trovati a pieno Nord di Varona, «alla ainiitra dul- 
r Adige; e. sul murello di einta del conTento di S Giorgio, leggesi anclie oggi 
•n pietra la segnante iscrizione : 

EztiUno 111 da Romano 

iosptttandol* a parte Quel fa legati 

Fece trucidare undicimila Padovani 

Inermi § prigioni 



loi 

a soccorso di Federico molte genti, cioè i Baggiani e i 
Modenesi di parte Imperiale, banditi dalle loro città, e 
quo' di Bergamo e d' altre città della Lombardia e della 
Toscana e d' altre parti del mondo, che non erano del 
partito della Chiesa. Inoltre a lui ne vennero di Borgogna, 
di Calabria, di Paglia, di Sicilia, di Terra di lavoro, di 
Grecia, e di Lucerà de' Saraceni, e quasi d' ogni nazione, 
che è sotto il padiglione del cielo. E cosi adunò uno 
smisurato esercito. Con tanta gente però non gli fu 
possibile occupare che la strada che va a Borgo S. 
Donnino: le altre parti della città non s'accorgevano 
quasi d' essere assediate. E perchè V Imperatore s* avea 
fatto proposito di distruggere sin dalle fondamenta la 
città di Parma, e trasportarne gli abitanti a Vittoria, e 
rasa Parma al suolo, in pena di ribellione, e per segno 
di perpetua vergogna, e per esempio alle altre città, 
sullo spianato seminarvi il sale come simbolo di sterilità, 
tutte le donne Parmigiane ricche, nobili e potenti, tutte 
si recarono a pregare la beata Vergine che liberasse 
Parma dall'Imperatore e dagli altri nemici: perocché i 
Parmigiani tenevano in grande reverenza il nome di lei, 
come titolare della chiesa matrice. E, per essere più 
facilmente esaudite, fecero fare d'argento il modello in 
rilievo d*una città, e lo offrirono come dono e voto alla 
beata Vergine. Tale opera rappresentava in argento, ed 
io l'ho vista, tutti ì principali edifìci di Parma, il 
duomo, ma non quale era, il battistero, il palazzo del 
vescovo, il palazzo del Comune ed altri molti edifizi, 
che insieme raffiguravano la città. La Madre pregò il ^ 
Figlio ; il Figlio esaudì la Madre, a cui por ragione nulla \ 
poteva negare. E avendo la Madre della misericordia 
pregato il Figlio di liberare la città da quel nembo di 
nemici che le soprastava, e già era sul punto di dar 

fiato alle trombe per la pugna Nel tempo però che 

corse tra la cacciata degli imperiali dalla città e la 



102 

sconfitta che i Parmigiani inflissero all'Imperatore a 
Vittoria, uscivano ogni dì dall'una e dall'altra città i 
balestrieri, gli arcieri o saettatori, i frombolieri, e, come 
ho visto io co' miei occhi, si battevano accanitamente. 
Ma anche gli assassini scorrazzavano quotidianamente 
per la diocesi, portando in ogni luogo rapina e incendio ; 
e Parmigiani, Eeggiani e Cremonesi reciprocamente si 
danneggiavano il piU che potevano. Sopragiunsero poi 
anche i Mantovani, e li ho visti io co' miei occhi incen- 
diare tutto Casalmaggiore (1). E l'Imperatore ogni 
mattina si recava co' suoi nell' alveo della Parma, e, 
sotto gli occhi stessi de' Parmigiani, per disanimarli col 
terrore, faceva decapitare tre o quattro, e anche pih se 
ne aveva il maltalento, de' Parmigiani, o Modenesi, o 
Beggiani di parte della Chiesa, ch'egli avea prigioni. E 
questa decapitazione si eseguiva nell' alveo del torrente 
pili in su del ponte di Donna Egidia (2), in un luogo 
detto Biduzzano (3). E intanto tutta la milìzia dell' Im- 
peratore stava in armi, per timore che i Parmigiani 
cogli alleati loro, che erano sempre coli' armi in mano, 
irrompessero alla vendetta. Ma è proverbio che dice: 

Non faciunt anni, quod facit una dies 
Non fan molt' anni — quanto può fare un giorno. 

E questo giorno fu quello in cui i Parmigiani costrin- 
sero r Imperatore a fuggire ignominiosamente dalla sua 
città di Vittoria. E bene lo meritò, perchè fece subire 
morte tormentosa a molti innocenti. E ne sono prova 



(\) A Kord di Parma luUa sinistra del Po. 

(2) Ora detto ponte di Caprazuoca, allora di Donna Egidia, perchè Egidia 
da Pslù lo fece costruire a proprie spese. 

(3) Quel Biduzzano corrisponde al luogo, ove ora la Baganza mette foce 
nel torrente Parma, quasi sotto le attuali mura di cinta della città di Parma. 
Ora non sussiste più un luogo col nome di Biduzzano. Molti cambiamenti dare 
avere avuto quel punto d'incontro delle aeque dei due torrenti, e quindi n'è 
scomparso sino il nome. 



10$ 

Andrea da l^rezzo, nobile cavaliere Cremonese, e Corrado 
da Berceto, chierico e prode guerriero, cui in molti e 
varii modi tormentò col fuoco, coir acqua e con altre 
maniere di supplizii. Anche duecento militi mandati 
dai Parmigiani a Modena per guardia di quella città, 
prima che Parma la rompesse coli' Imperatore, furono 
dai Modenesi di parte imperiale incarcerati, e incatenati 
tostochè seppero che Parma s'era ribellata all'Impero. 
Altrettanto fecero i Reggiani a que' Parmigiani, che 
colà per lo stesso motivo si trovavano. L'Imperatore 
dunque mandò a prendere que' militi per averli prigio- 
nieri in Vittoria. E quando ne aveva pel capo il bestiale 
talento, il che accadeva principalmente quando lanciava 
insulti alla città di Parma con ingiuriose parole, o una bat- 
taglia gli era riuscita sinistra, sfogava la sua ira feroce nel 
sangue di alcuni di que'prigìonieri. Perocché molte volte ten- 
tò di sorprendere ed occupare la città col nerbo delle sue for- 
ze. Talvolta però anche manipoli di soldati della Marca di 
Ancona disertarono dal campo dell'Imperatore, e fuggendo 
entrarono in Parma, dicendo di volersi unire al partito della 
Chiesa; e furono lietamente e festosamente accolti. Ma a 
dir vero disertavano perchè 1* Imperatore sui primi giorni 
della ribellione di Parma, temendo che gli sfuggisse di 
mano la Marca d'Ancona, aveva fatto mettere sotto cu- 
stodia molti militi Anconitani ; parte de' quali nelle 
pubbliche prigioni, e parte confinati in una zona della 
città, in cui godevano qualche maggiore libertà; e que- 
sti, che erano sotto più larga custodia, avevano, sebbene 
da loro non conosciuto, un marchio d' infamia. Ma un giorno 
arrivò un messo dell' Imperatore a comandare che cinque 
militi Marchigiani, che erano a Cremona in una certa casa 
(ed era appunto il momento in cui si lavavano le mani per 
pranzare) subito, senza indugio montassero a cavallo, e in- 
sieme col messo si recassero ove era l' Imperatore. E 
giunti fuori di città ad una piazza, che si chiama Mesa 



104 

(1), li fece condurre ove erano le forche, ed impiccare. 
Ed i carnefici andavano ripetendo: così comanda V Im- 
peratore, perchè siete traditori. Eppure erano accorsi a 
sostenerlo. Il giorno dopo, i frati Minori andarono, li 
deposero e seppellirono, e a pena potevano tener lontano 
i lupi, che non li divorassero ancor pendenti dal pati- 
bolo. Tutte queste cose io le ho vedute, perchè di quel 
tempo, parte V ho passato a Parma, parte a Cremona. 
Sarebbe lungo raccontare quanta strage menasse Y Im- 
peratore sopra quelli che tenevano le parti della Chiesa. 
Perocché Gerardo da Canale di Parma lo mandò in 
Puglia, e lo fece sommergere in alto mare con al collo 
legata una mola da macino. Eppure era stato prima 
uno de' suoi piU intimi, e aveva avuto da lui molte po- 
desterie, ed era rimasto sempre con lui a campo nei 
pressi di Parma. Unico motivo di sospettare di lui ebbe 
r Imperatore il vedere che in Parma non atterravano 
la torre della casa di lui. Laonde talora V Imperatore 
fingendo scherzare, e ironicamente ridendo, gli diceva: 
Ci amano molto, o Gerardo, i Parmigiani, e ne è prova 
che mentre atterrano dalle fondamenta i palazzi di quei 
loro concittadini, che tengon fede air Impero, non hanno 
ancor toccato ne la vostra torre, ne quel mio palazzo, 
che ho air Arena. Ma parlava ironicamente, né Gerardo 
lo intendeva, credendo che ogni tempo corresse sempre 
eguale. Ma non è così, anzi: 

Non eodem cursu respondent intima primis. 

Non gira sempre egual la cieca Dea; 
Or rido e t* accarezza, ed or V è rea. 



il^ A Cremona tra le attuali Porta Romana e Porta Po era aperta nn* altrv 
Porta, detta Porta Mesa, e subito fa ori di quest* ultima vi era uno spianato o 
nna piazza che prendeva nome dalla por^a che vi metteva. Su quello spiai7.o o 
c&mpo erano le forche. Ora di Porta Mosa, per ricostruzione dello mura awonnfa 
snlla fine del secolo passato, non resta più traccia; ma in città la strada, che 
ronducera alla porta soppressa, riliene aueora il nome di Via a Porta Uosa; «d 
•r». an ^«•ir»ntirn campo, o «pìa/./o, ri è il tir# a ««g-no. 



105 

Quando poi al tempo dell' assedio partii da Parma per 
andare in Francia, io passai da Fontanellato (1), ore 
allora soggiornava Gerardo da Canale; e mi vide, e mi 
confidò che procurava di rendersi utile ai Parmigiani 
assediati. Ed io gli risposi: Or che il vostro Imperatore 
assedia Parma, o siate tatto suo, o tutto nostro. Questa 
fede divisa non vi gioverà. Perocché la Scrittura dice 
ecc. Ma non badò a me, e non fece quello eh* io gli 
aveva consigliato. Quindi con una mola da macino ap- 
pesa al collo fu sommerso in alto mare, come pih sopra 
è detto. Ma Bernardo di Belando Bossi Parmigiano, 
cognato di Papa Innocenzo IV, come marito di una so- 
rella del Papa, intese il valore di un' allegoria dell' Im- 
peratore meglio che non ne avesse compresa 1' altra 
Gerardo da Canale. Cavalcando un dì in compagnia del- 
l' Imperatore, ed avendo il suo cavallo incespicato, l'Im- 
peratore gli disse: Bernardo, avete un cattivo cavallo; ma 
spero e prometto di darvene tra pochi giorni un migliore, 
che non incespicherà di sicuro. Ma Bernardo intese subito 
il senso nascosto di quel linguaggio, e che si alludeva 
alla forca; e infiammato di sdegno contro l' Imperatore, 

l'abbandonò. £ raccolti alcuni militi di tra i 

quali era Gerardo da Correggio .... vidi, e Ghiberto 

da Gente E tanta rottura avvenne, quantunque 

il detto Bernardo fosse stato compare dell' Imperatore 
ed amicissimo e da lui amatissimo. Sicché quando vo- 
leva parlare coli* Imperatore nessuna porta era chiusa. 
Ma Federigo non sapeva tenersi amico alcuno. Che anzi 
stoltamente sì vantava di non aver mai nutrito alcun 
maiale, di cui non avesse poi avuto la sugna. E voleva 
dire che non aveva mai porta occasione ad alcuno di 
straricchire senza avergliene poscia arraffato il marsupio, 



11) Ad Ovesl-Ovest-Nord di Parma a ralle dell' Emilia, 18 chilometri di- 
stanU da Parma. Ha un magnifico castello, In cui si rera a villeggiare la famigli» 
de' Conti Sanvitali, a «oì appartien*. 



106 

il tesoro. La qual vanteria era da vile e da folle. Ma 
ciò apparve chiaro in Pier delle Vigne, che nella Corte 
dell' Imperatore fu primo consigliere e segretario e gran 
tesoriere. L' avea tratto dal nulla, e al nulla lo volle 
ridurre. E a questo fine studiò modo di poter seco lui 
attaccar briga e di apporgli un' aecusa. Bd ecco come. 
Federico inviò a Lione -presso Papa Innocenzo IV il 
Giudice Taddeo e Pier delle Vigne, come suo affeziona- 
tissimo, e tenuto in più conto d' ogni altro alla Corte, e, 
con questi alcuni altri, perchè rattenessero il Papa dal- 
l' affrettar troppo l' esecuzione del proposito che aveva 
di deporlo. Perocché aveva saputo che appunto per questo 
era stato convocato un concilio. Ed aveva comandato che 
nessuno degli inviati conferisse col Papa senza che ve 
ne fosse presente almeno un altro, o senza l' intervento 
di tutti insieme. Ma, dopo il ritorno, i colleghi calunnia- 
rono Pier delle Vigne di aver avuto pih volte colloquii 
confidenziali col Papa senza che alcuno di loro fosse 
presente. Perciò 1' Imperatore mandò a prenderlo, Io 
fece incarcerare e uccidere. E, come a giustificazione, 
Federico andava dicendo con Giobbe XIX: Tutti i miei 
consiglieri segreti mi ahhominan^o; e quelli ch'io amava 
si sono rivolti contro di me. L' Imperatore in quel tempo 
era facile a turbarsi, perchè era stato deposto dall' Im- 
pero, e Parma gli si era ribellata, ed egli colle sue so- 
perchierie e colle ingannevoli promesse credeva di sop- 
piantare la Chiesa, e rattenerla dal procedere contro di 
lui. Ma vedendo che F evento non riesciva a seconda 
della malizia del suo cuore, nessuna meraviglia se anche 
una cosa da nulla lo facea uscir di cervello. Giacché 
secondo il detto de' Proverbii 29o L' uomo iracondo move 
contese, e V uomo collerico commette molti misfatti* 
Diflfatto mandava a morte Principi, Baroni e Consiglieri 
suoi, incolpandoli di tradimento. Ed a Federico, che 
molti uccise e molti fece uccidere, si può giustamente 



107 

applicare ciò che dice dell' Anticristo Daniele 80: JE7' sarà 
rotto senza opera di mano. ( E qui V abbate Gioa- 
chimo parlando di Federico aggiunge: sottintendi umch 
na.) E la visione de'giorni di sera, e di mattina^ che 
è stata detta, è verità. Or tu serra la visione, perdoc" 
che è di cose che avverranno di qui a molto tempo. 
Parimenti si deve sapere che Federico non potè trarre 
in inganno la Chiesa, perchè è detto ne* Proverbii 28o: 
La sua malignità sarà palesata in piena adunanza. 
Il che ebbe pieno adempimento nel concilio di Lione, 
che lo depose dall' Impero; e ne divulgò per tutto il 
mondo la malignità. È vero però che non vidi mai 
uomo che meglio di lui avesse le qualità di gran Principe ; 
e ne aveva 1' apparenza e la sostanza. Perocché quando 
brandiva la spada in battaglia, colla clava ferrata 
calava fendenti a destra e a sinistra, i nemici lo schiva- 
vano e lo fuggivano come un diavolo. E quando mi voglio 
rafSgurare alla mente la sua persona, mi si presenta 
l'immagine di Carlo Magno, quale ce l'hanno descritta 
i suoi contemporanei, e la sua, quale la ho vista io 
co' miei occhi. Dice il Poeta: 

Obsequio qwmiam dulces retinentur amici. 
Amico tuo sarà chi tu rispetti. 

La qual cosa Federico non sapeva fare, non voleva, 
a cagione della sua grettezza ed avarizia. Anzi finiva 
per avvilirli tutti, gettar loro sul viso il fango della ver- 
gogna ed ucciderli per carpire, e avere per sé, e per i 
proprii figli i loro tesori, le loro sostanze e le loro pos- 
sesBioni. Perciò al bisogno trovò pochi amici. Ora ritorniamo 
a Federico, che dal 1247 sul terminar del Giugno sino 
al Martedì 16 Febbraio del 124S, giorno in cui fu presa 
Vittoria, andò sfogando contro Parma la maledetta ira 
che tutto r infiammava. 

Nel detto giorno i Parmigiani tutti, militi e popolani, 



108 

pronti in armi per la battaglia uscirono dalla città, e 
con loro le donne, i ragazzi, le fanciulle, i giorani, le 
donzelle, i vecchi e gli imberbi; e cacciarono, virilmente 
pugnando, Y Imperatore da Vittoria, e sconfissero V innu- 
merevole sua fanteria e cavalleria; e grande fu la strage 
che se ne fece, e il numero de* prigionieri che se ne 
condusse a Parma ; liberarono i Parmigiani che l'Impera- 
tore aveva prigionieri a Vittoria ; trassero a Parma il car- 
roccio de' Cremonesi, che era pure a Vittoria, e lo posero 
a trionfo nel Battistero. E quelli che avevano in uggia 
i Cremonesi per offese da loro ricevute, come i Milanesi, 
i Mantovani e non pochi altri, quando venivano a visitare 
il nostro Battistero, e vedevano il carroccio de' loro nemici, 
strappavano e portavan seco per isfregio e per ricordo le 
tappezzerie che ornavano Berta, che tal era il nome del 
detto carroccio; sicché col tempo rimasero solo le ruote 
e il letto del carro sul pavimento, e Tasta dello stendardo 
ritta e appoggiata al muro. Così pure 1 Parmigiani fecero 
bottino e preda di tutto il tesoro dell' Imperatore, che 
era ricco d' oro, argento, pietre preziose, vasi e indumenti; 
e s' impossessarono di tutti i suoi ornamenti, di tutta la 
suppellettile e sino della corona imperiale, che era di 
gran peso e valore, tutta d'oro, tempestata di pietre 

preziose, cesellata e con figure a rilievo Era grande 

come un' olla ; tenevala più a simbolo, a pompa e come 
tesoro, che quale ornamento del capo; perchè, messa sul 
capo senza adatti limbelli trasversali fermi sul cerchio, 
avrebbe chiusa dentro di se tutta la testa appoggiandosi 
sulle spalle. Ed io lo so, che la ho avuta in mano, quando 
si custodiva nel Duomo di Parma. Questa corona la trovò 
un ometto di piccola statura, chiamato a derisione Passo- 
corto, perchè era piccino, e la portava per le pubbliche 
vie in mano, come si porta un vaso, per mostrarla a chi la 
voleva vedere, come trionfo della riportata vittoria, ed a ] 
sempiterna ignominia di Federico. Perchè tutto ciò che 



109 

uno poterà trovare era sao; né alcuno osava toglierlo a 
lui. E, cosa singolare, in tanta avidità di ricerca, non si 
ebbe a deplorare alcuna contesa, né fu udita parola 
offensiva. Quella corona la comprarono poi i Parmigiani 
da quel loro concittadino, e gliela ps^arono duecento lire 
imperiali, colla giunta di un caseggiato presso la chiesa 
di S. Cristina, ove era in antico la guazzatola de' cavalli. 
E fecero poi legge che chiunque possedesse alcun che 
de* tesori di Vittoria, metà fosse sua, e metà del Comune. 
Ed i poveri si arricchirono molto delle spoglie di un 
Principe tanto dovizioso. Gli oggetti personali dell' Impe- 
ratore, e d' uso della guerra, come il padiglione e simili, 
li ebbe il Legato Gregorio di Montelungo. Le immagini 
e le reliquie, che l' Imperatore aveva, furono collocate a 
custodia nella sacristia della chiesa maggiore dedicata 
alla beata Vergine. Perocché, quantunque vi fossero altri 
guerrieri a debellare e cacciar in fuga l' Imperatore, pure 
dessa fu che col suo braccio operò come quella donna 
Ebrea, che scatenò lo scompiglio nella magione di Be 
Nabuccodonosor. Duci dell' esercito furono il Legato 
Gregorio di Mentelungo, uomo saggio ed esperto in molte 
cose ; e Filippo Visdomini Piacentino, personaggio di 
probità distinta e di valore, allora Podestà di Parma, 
come ho detto in altra cronaca, in cui parlai delle dodici 
scelleratezze dell' Imperatore Federico. E sappiano ì po- 
steri, che dei tesori, che si trovarono a Vittoria, pochi 
ne rimasero a Parma; atteso che mercanti accorsi da 
diverse parti li comprarono e li ebbero a buon mercato 
e li esportarono ; cioè vasi d' oro e d' argento, gemme, 
perle, margherite, pietre preziose, indumenti di porpora 
e di àeta, ed ogni sorta di roba che serve ad uso e ad 
ornamento delle persone. E si sa che molti altri tesori 
in oro, argento e pietre preziose sotterrati in orci , cassette 
e sepolcri restarono nel luogo ove sorgeva la città di 
Vittoria, ma non si conosce ove sieno sepolti. Ed è 



110 

notabile che qnsmdo i mercanti comprarono il ricco 
bottino che i Parmigiani fecero a Vittoria, si adempì 
quel detto de' Proverbi ecc. E noto per giunta che dopo 
Io smantellamento di Vittoria, tutti i proprietarii rico- 
nobbero sì chiaro il luogo ove ciascuno aveva la sua 
vigna, che non ebbe a sorgere tra loro contesa o lite di 
sorta. Così quando Federico fu cacciato in fuga dai 
Parmigiani si verificò la sentenza biblica dei Proverbii IO*.: 
Come il turbine passa via di subito, così l'empio non 
è pia. E perchè ? Perchè V empio è espulso dalla sua 
malignità. Di fatto in pieno concilio a Lione Io depose 
dair Impero Papa Innocenzo IV Y anno 1245. Inoltre è 
da sapere di Federico che dopo la distruzione di Vittoria, 
e dopo eh' egli ebbe fatte tutte quelle altre cose eh' io 
narrai in altra cronaca, rìtornossene in Puglia, d' onde 
meglio per lui se non fosse tornato indietro, e non avesse 

mosso guerra ai Lombardi. Daniele IF questo si può 

appropriare a Corrado figlio di Federico, che sopravisse 
pochi giorni al padre, e morì di un clistere avvelenato. 
Quello poi che segue: E starà in luogo di lui lo sprezzo y 
può applicarsi a Manfredi, che nacque illegittimo da una 
figlia d'una sorella del Marchese Lancia e dall'Imperatore, 
che poi la sposò in punto di morte. E quel che si aggiunge: 
Non gli saran fatti onori da Re ebbe suo adempimento 
quando Be Carlo lo uccise in battaglia. Ciò poi che, più 
sopra^ Daniele disse di Federico: E farà cessare il prin- 
cipe del suo vitupero, si può attribuire a Papa Inno- 
cenzo IV, che per timore di Federico lasciò Berna e 
pose sua stanza a Lione. E fu veramente il Prìncipe del 
suo vitupero, perchè in pieno concilio a Lione lo spode- 
stò dell' Impero. Quello poi che segue: E il suo vitupero 
si rivolgerà contro lui stesso, questo lo vedemmo veri- 
ficato noi co' nostri occhi. Or mi ricorda di quelle cose, 
che ho ommesse nella rubrìca dell' anno passato, perchè 
r animo mio era tutto e solo intento a scrivere di quanto 



Ili 

riguardava Federico. Ma meritando di essere raccontate, 
e avendo promesso di farlo ai molti, che me ne fanno 
ressa, non ò bene eh' io manchi alla mia parola, e per 
cagione mia rimangano ignorate. L' anno dunque 1247 
partii da Parma e andai a Lione, ove parlai in fami< 
gliarità con Papa Innocenzo lY in sua camera. Dopo la 
festa d' Ogni Santi poi incominciai il mio viaggio per 
la Francia (1), e lo stesso dì in cui giunsi al primo 
convento di frati Minori che s' incontra dopo Lione, ar- 
rivò colà frate Giovanni da Magione (2), reduce dalla 
Tartarìat ove era andato per missione di Papa Innocenzo 
IV. Frate Giovanni era uomo socievole, letterato, oratore 
facondo, destro in molte cose, ed una volta fu ministro 
Provinciale nelF Ordine. Egli mostrò a me e ad altri 
frati una coppa di legno, che aveva portata da regalare 
al Papa, nel fondo della quale eravi il ritratto di una 
bellissima regina, non dipintovi, o impressovi con altro 
artificio, ma formatovisi per influenza di una costella* 
zione. E se anche cento volte la si fosse segata a sotti* 
lissimi strati, avrebbe pur sempre mostrato lo stesso 
ritratto. E perchè a taluno non paia questa cosa incre- 
dìbile, lo possiamo assicurare con un altro fatto, e pro- 
varne la credibilità. Infatti V Imperatore Federico donò 
in Puglia ai frati Minori una chiesa vetustissima, diroc- 
cata e da tutti abbondanata; e nell' area, dove prima 
era V altare, era cresciuto un noce di smisurata grossezza 
che, segato longitudinalmente, presentava in ogni tavola 
la figura di nostro Signor Gesh Cristo; e se cento volte 



(1) Farti da Lion$ per la' Francia. Vaol dir* pel regno di Francia qnale 
•za allora politicamente costituito, di cni Lione non faceva parte, ed era uno 
•tato a i>, retto dagli ArcivescoTi prò tempore di Lione stessa. 

(2i Sallmbene chiama Planum Carpi il paese natiyo dell' illustre viaggia- 
tore fra Giovanni. Neir Umbria in seguito lo dissero Pian di Carpine. Ora ft valle 
di Magione; e Magione siede presso il Trasimeno sulla ferrovia a 21 chilometri 
da Perugia, alla cui Provinola • circondario appartiene. 



112 

ta r avessi risegato, cento volte avrebbe ripresentato tale 
figura. II che in vero è avvenuto per miracolo, essendo 
cresciuto ,11 noce in quel luogo, nel quale si rinnovava 
la passione dell' immacolato Agnello nell' ostia salutare, 
e nel venerabile sacrifizio; tuttavia alcuni sono di fermo 
parere che ciò possa anche essere effetto deir influenza 
di una costellazione. Inoltre lo stesso frate Giovanni ci 
disse che portava a regalare al Papa una bellissima cap- 
pella, e per cappella intendeva il complesso degli indu- 
menti pontificali, che occorrono a celebrare la messa 
iielle solennità. Disse pure a noi frate Giovanni, che, 
per arrivare sino alla residenza del gran Signore dei 
Tartari, aveva durato gran fatica, e aveva patito di fame, 
di freddo, e di caldo. Disse finalmente che que' popoli 
si chiamano Tattari, non Tartari; che mangiano carne 
di cavallo, e bevono latte di asina; che vide colà gente 
d' ogni nazione che è sotto il padiglione del cielo, ec- 
cetto che di due; che non gli fu permesso presentarsi 
all'udienza del gran Signore dei Tattari, se non vestito 
di porpora; che fu accolto da lui e trattato onorificamente, 
con gentilezza e cortesia; e che gli domandò quanti erano 
i dominatori dell' Occidente. Al che rispose che due: cioè 
il Papa e V Imperatore, e che tutti gli altri ricevevano 
i loro poteri da questi due. Poi volle sapere quale dei 
due fosse il più potente. E frate Giovanni, detto che il 
Papa, tirò fuori una lettera credenziale del Papa stesso, 
e gliela diede. Dopo averla fatta leggere, disse che a- 
vrebbe scritta anch' egli una lettera di risposta al Papa, 
e la darebbe a lui da consegnare: come poi fece. Questo 
frate Giovanni scrisse un grosso libro sui costumi dei 
Tartari, e intorno a tante altre mirabili cose del mondo, 
che co' proprii cachi aveva vedute. Ed, ogni volta che 
gli gravava riparlare delle costumanze dei Tartari, fa- 
ceva leggere quel libro, come molte volte ho udito io e 
veduto. E quando gli uditori ne restavano meravigliati, 



113 

non intendevano, esso faceva Y esposizione e la spie- 
gazione d' ogni cosa non intesa, o poco creduta. Da quel 
libro non trassi copia di nulla, tranne che della lettera 
suaccennata, perchè io non aveva tempo di scrivere. K 
la lettera era del tenore seguente: 

Lettera del Signore dei Tattari a Papa Innocenzo IV. 

La Forteissa di Dio, V Imperatore di tutti gli uo- 
mini manda al Gran Papa questa lettera autentica 
e vera. Tenuto consiglio intorno al modo di aver pace 
con Noi, Tu Papa, e Voi tutti, o Cristiani, mandaste 
a Noi un Vostro ambasciatore, siccome da lui stesso 
sapemmo, e stava scritto nella Vostra lettera. Se dun- 
qtie desiderate vivere in pace con Noi, Tu, Papa, e 
Voi tutti. Re e Monarchi, non tralasciate per nulla di 
recarvi da Me, per definire i patti della pace, e allora 
udirete la Nostra risposta, e nello stesso tempo cono- 
scerete la Nostra volontà. Tra V altre cose la Tua 
lettera dice che Noi dobbiamo ricevere il battesimo e 
farci cristiani. A che con poche parole rispondiamo di 
non intendere perchè dobbiamo abiurare la Nostra fede. 
Ad uri altra cosa, che si legge nella Tua lettera, cioè 
che Ti meravigli di tanta strage e?' uomini specialmente 
cristiani, e principalmente di Polacchi, di Moravi e 
di Ungheresi, parimente rispondiamo di non intendere 
neppur questo. Tuttavia perchè non paia che non si 
voglia neppure parlare di questa accusa, per risposta 
Ti diciamo che non obbedirono né alla parola scritta 
di Dio, né agli ordini di Cuinis-Kan e Kan; che anzi, 
consigliatisi in una numerosa assemblea, ne uccisero 
i rappresentanti. Perciò Iddio comandò di sterminarli, e 
li pose nelle Nostre mani. Altrimenti se ciò non avesse 
comandato Iddio, che avrebbe j)otuto fare un uomo ad 
un altro uomo? Ma Voi, uomini d' Occidente, Voi credete 

Salimbenb, Cronaca. 8 



114 

d' essere i soli cristiani e tenete in dispregio gli altri 
Ma come mai potete conoscere a chi Iddio siasi degnato 
di conferire la sua grafia? Noi adorando Dio, colla 
fortezza di Dio sterminammo ogni terra dall' oriente 
sino all' occidente, e se questa forza non Ci venisse da 
Dio, che mai avrebbero potuto fare gli uomini? Però 
se Voi deponete le armi, e volete consegnare a Noi le 
Vostre fortezze, Tu, o Papa, insieme con tutti i Re 
del cristianesimo, affrettatevi di venire da Me, che trat- 
teremo di pace; e allora conosceremo che effettivamente 
volete pace con Noi. Se poi non darete ascolto né alla 
parola di Dio, né alla Nostra lettera, né ai Nostri 
consigli, allora si mostrerà chiaro che con Noi volete 
guerra. Che cosa sia per avvenire poi dopo, Noi non 
lo sappiamo: Iddio solo lo sa. — Cuinis-Kan (1) pri- 
mo Imperatore — secondo Thaday-Kan — Terzo Tujuh- 
Kan (?) 

Nulla più era scritto nella lettera del signore dei Tattari 
mandata al Papa. E qui si noti che questa infelice Italia 
prima la invasero i Vandali, che vennero dall' Africa e 
trassero seco prigioniero Paolino vescovo di Nola, di cui 
parla ampiamente il beato Gregorio nel principio del 3° 
libro Dei dialoghi. Secondi le piombarono sopra gli Unni, 
il cui Re era Attila flagello di Dio, che venne nell'anno 
medesimo del pontificato di Leone I. Papa, e distrusse 
Acquitela, la prima città che incontrasse in Italia. E 
tutta l'Italia e Roma avrebbe messo a sacco e a fuoco, 
se Papa Leone non avesse osato corrergli contro, e col- 
r aiuto della destra di Dio non avesse ottenuto di fiaccarne 
r orgoglio e ricacciarlo in Ungheria. Tale era Leone I, 
il quale a giudizio dell' abbate Qioachimo, si rassomiglia 
a Giosafatte Re di Giuda (Vedi libro Delle Figure, e il 
libro Delle Concordanze di Gioachimo). Terzi a invadere 



(1) Figlio e successore del famoso Gengis-Ean. 



115 

e devastare V Italia furono i Goti, de' quali parla in un 
dialogo il beato Gregorio. E molti Re Goti regnarono in 
Italia, tra' quali fu grandissimo Teodorico in Kavenna; 
tanto che, quando insorgevano discordie per Y elezione 
del Papa, sin da Eoma si veniva a Ravenna per doman- 
darne a lui consiglio ed aiuto. Egli fece erigere a Ravenna 
la chiesa dei Goti ; e si vede ancor oggi in quella città 
la torre del suo palazzo (1). Fece fabbricare anche la 
chiesa di S. Martino in cielo d' oro (2), che ora si chiama 
di S. Apollinare nuovo, perchè vi fu trasportato dalla 
città di Chiassi (3) il corpo del ridetto Santo. Fondò 
anche fuori di Ravenna la chiesa di S. Maria Rotonda, 
che è coperta da una pietra di un sul pezzo. Ivi egli fu 
sepolto in un' arca di porfido, che anche oggi si vede, 
ma vuota, perchè il beato Gregorio Papa, quando andò 
a Ravenna, fece levarne le ceneri e gettarle in una fogna. 
E ciò fece fare per quattro ragioni: lo perchè sebbene 
quegli fosse cristiano, era però Ariano ; 2° perchè condannò 
a morire tre grandi uomini, cioè Boezio, Simmaco e Gio- 
vanni Papa 4® perchè fu sepolto dai demonii in un'urna 

di colore del fuoco, come dice il beato Gregorio nel quarto 
libro dei dialoghi. Quarti a saccheggiare e disertare l' Italia 
furono i Longobardi, de' quali parla Paolo istoriografo 
nel primo libro della loro istoria: « Spesso innumerevoli 
torme di schiavi condotti via dalla Germania sono or qua 



(1) Questa torre, detta egregia in una cronaca Ravennate, sorgeva in quell'area 
che si stende dalla strada del Corso a porta Alberonì, e, restaurata da Federico II 
nel 1240, fa atterrata secondo il Kiccobaldi, nel 1295. 

(2, Detta in cielo d' oro perchè il soSìtto era ornato di stucchi dorati. 

'3) A quattro chilometri circa da Ravetina C. O. Cesare cavò a mani un porto 
per stanza di una flotta romana, e sul lido di fronte costruì un castrtitn stativumy 
un accampamento stabile per alloggio di una legione in servizio della flotta. Tra- 
sportato il centro dell' Impero romano a Costantinopoli, fu ritirata -la flotta e la 
legione ; restò V accampamento, che era già fornito di non pochi edifizii, e il 
p«polo di Ravenna lo invase, e mutò in una città, che sorse non inferiore a Ra- 
venna, e, da classis flotta, prese il nome di Chiassi. Distrutta poi, rimase il nomo 
stesso si luogo • al circondario dove era stata. 



116 

or là dai popoli meridionali comprate a prezzo. Spesso 
anche molta gente emigra da quella regione, perchè è 
tanto prolifica da non poterli tutti alimentare, e quindi 
innondano e disertano l'Asia, e specialmente la vicina 
Europa. E ad ogni passo ne fanno testimonianza le sman- 
tellate città deir lUirio e della Gallia, principalmente 
deir infelice Italia, che ebbe a provare la ferocia di quasi 
tutte quelle orde. Anche i Goti, i Vandali i Bugi, gli 
Eruli, i Turcilingi ed altre barbariche genti sbucarono 
dalla Germania. Parimenti dalla Germania derivano la 
loro origine i Vinuli, o Longobardi, che poi regnarono 
felicemente in Italia ; però si assicura che furono diverse 
le cause della loro emigrazione. Anche dall' isola che si 
chiama Scandinavia ne vennero ad assalirci; della quale 
isola ne parla anche Plinio il Giovane ne' libri in- 
torno alla natura delU cose, » Fin qui Paolo. "Quinti 
ed ultimi (e voglia il cielo che siano gli ultimil) si pre- 
parano a venire i Tattari, come racconta frate Giovanni 
da Magione, il quale ha avuto famigliari coUoquii col 

gran Signore dei Tattari. Magione poi : e nella provincia 

di Perugia. E si noti che queste vaghe voci d' invasioni 
dei Tattari cominciarono a correre la prima volta a' tempi 
di Papa Gregorio IX. Poi Papa Innocenzo IV mandò in 
ambasciata al loro Imperatore frate Giovanni da Magione. 
— Finalmente Papa Giovanni XXI di nuovo mandò a 
loro un' ambasciata composta di sei frati Minori ; due 
delle Provincie di Bologna, de' quali uno era lettore, frate 
Antonio da Parma, l'altro suo compagno e confidente, 
frate Giovanni da S. Agata; due della provincia della 
Marca d' Ancona, e due della provincia di Toscana, tutti 
frati lettori, accompagnati da tre frati di confidenza. 
Uno de' lettori della Toscana, che andò in Tattaria, fu 
frate Gerardo da Prato, col quale io aveva coabitato nel 
convento di Pisa, quando eravamo giovani. Questi era 
fratello di frate Arlotto, che si dottorò a Parigi ed ebbe 



117 

una cattedra. Eitornarono poi questi frati Minori dalla 
Tattària in buonissima salute, e dicevano meraviglie dì 
quel paese, come ho udito io co' miei orecchi. Quando 
frate Giovanni da Magione, reduce dalla Tattaria, giunse 
a Lione dà Papa Innocenzo IV, e fece la relazione delle 
sua missione, e presentò la lettera e i doni di quell'Im- 
peratore, il Papa gliene dimostrò la sua riconoscenza in 
cinque modi: 1^ lo trattò con molta cortesia, dolcezza e 
famigliarità ; 2** lo tenne presso di se in Corte tre mesi, 
(fino a che fu dai Parmigiani presa e distrutta la città 
di Vittoria, e V Imperatore Federico ne fu sloggiato e 
cacciato in fuga) perocché aveva sempre seco sei frati 
Minori, e li volle avere fin che visse, come io ho visto 
co' miei occhi; 3® il Papa commendò 1' opera e la fedeltà 
di lui, e gli disse; Sia tu benedetto, o figlio, da nostro 
Signor Gesù Cristo e da me suo Vicario, perchè veggo 
in te adempiuto il detto di Salomone ne' Proverbii 25.® 
che dice : ecc.; 4^ gli conferì l' Arcivescovado di Antivari, 
secondo quel che dice .Matteo 25*" : ecc ; ò^ lo spedì di 
nuovo come suo Legato presso Lodovico Re di Francia. 
A che fare fosse poi inviato al Ee di Francia, frate 
Giovanni interrogatone non volle mai dirlo, ma è opinione 
comune che la causa della sua legazione fosse la seguente. 
Papa Innocenzo aveva deposto Federico dall' Impero, e i 
Parmigiani s'erano ribellati all' Imperatore e per sopras- 
sello r avevano sconfitto e cacciato in fuga ignominiosa, 
e gli avevano così rasa al suolo la città di Vittoria, che 
esso aveva fatto costruire vicino a Parma, che non ne 
restava traccia. E perciò era irritatissimo, e come orsa 
che inferocisce al bosco se le sono rapiti i figli, fiammava 
d' ira e di furore. E ridotto a fuggire si ritrasse a Cre- 
mona, poi corse sopra Torricella (1), e scorrazzava sul 



(1) Al Nord-Nord-Ove«t di Parma sulla d<slra del Po; però vo ne ha 
un' altra di riinpetto a questa sulla sinistra. 



118 

parmigiano, e faceva ogni maggior danno che poteva; 
quel che non poteva, minacciava di farlo. E prima di 
ritornare al sno regno ne fece di gravissimi, come diremo 
tra breve, e come già narrammo in altra cronaca. Il Papa 
dunque riconoscendo Federico come il terribile persecutore 
della Chiesa, e pronto a seminare veleno ove potesse, e 
temendo non poco per la propria persona, mandò pregando 
il Ee di Francia a differire la sua crociata in Terra Santa, 
fino a che si riconoscesse che cosa finalmente avesse 
Iddio decretato per Federico. Allegava anche che in 
Italia scorrazzavano masnade d' uomini infedeli, perversi, 
pessimi, pestiferi, rapinanti, nudi di tutto e oppressi dai 
debiti, che, raggruppatisi intorno a Federico, lo seguivano 
«ome loro principe, e portavano la devastazione sui beni 
della Chiesa. Che si poteva dire di più ? Ma pure il Papa 
fece pregare invano, ne potè distogliere il Re dal propo- 
sito di andar oltremare, essendo già pronti i crociati e 
i denari per Y impresa. . E mandò rispondendo che il 
Papa abbandonasse Federico al giudizio di Dio, perchè 
Dio solo può atterrare i superbi. Lodovico dunque Re 
di Francia con animo saldo, proponimento irrevocabile, 
e mente pronta e divota si disponeva al viaggio e a 
soccorrere, quanto più presto potesse, Terra Santa. Quando 
adunque vidi la prima volta frate Giovanni da Magione, 
reduce dalla Tattaria, il dì successivo andò a Lione da 
Papa Innocenzo, che lo aveva mandato, ed io mi posi in 
viaggio per la Francia. E mi fermai a Briangon, che è 
nella Sciampagna, poi a Troyes quindici giorni, ove 
trovai molti mercanti Lombardi e Toscani; perocché, 
come anche a Provins, vi si fa una fiera che dura due 
mesi. Troyes poi è la città natale di Papa Urbano IV, e 
di maestro Pietro, prete, storiografo. Poscia mi recai a 
Provins, ove soggiornai dal giorno di santa Lucia sino al 
giorno della Purificazione. Il giorno della Purificazione 
arrivai a Parigi, e vi stetti otto giorni, e vidi molte 



119 

cose che mi piacquero. Dopo ne partii per fermarmi 
nel convento di Sens, perchè i frati Francesi mi tenevano 
volentieri in loro compagnia, essendo io giovane, pacifico, 
vivace, e facile a lodare i fatti loro. E trovandomi io 
nell'infermeria per infreddatura, alcuni frati Francesi 
di quel convento corsero festosamente da me con una 
lettera in mano e dissero : Ottime notizie da Parma ; i 
Parmigiani cacciarono V Imperatore Federico dalla città 
di Vittoria, lo costrinsero a precipitosa e vergognosa 
fuga, distrussero la sua Vittoria dalle fondamenta, fecero 
bottino di tutto il tesoro dell' Imperatore, appresero il 
carroccio dei Cremonesi e lo tirarono in Parma ; e questa 
è una copia della lettera mandata in Lione al Papa dai 
Parmigiani. E mi interrogavano a che serviva quel 
carroccio. Ed io risposi che i Lombardi chiamano car- 
roccio quel carro, su cui in tempo di guerra innalzano 
lo stendardo ; e, se una città perde in battaglia il suo 
carroccio, se lo reca ad onta tanto, quanto farebbero i 
Francesi e il loro Se, se in battaglia fosse strappato loro 
dalle mani Torifiamma. Questa cosa suscitò nell'animo 
loro sorpresa e maraviglia, ed esclamarono: Oh DioI 
quale mirabile parola abbiamo udito I Questa notizia mi 
fece star subito meglio di salute. Ed in quel punto ecco 
presentarsi frate Giovanni da Magione, reduce dal Se 
di Francia, presso il quale Y aveva mandato il Papa in 
missione. Ed aveva seco un libro da lui composto intorno 
al paese e ai costumi e al carattere dei Tattari ; e i 
frati lo leggevano in sua presenza avidamente, ed egli 
spiegava e chiariva quelle cose, che s' incontravano 
oscure, difficili ad intendersi e a credersi. Io fui com- 
mensale di frate Giovanni tanto nella casa dei frati 
Minori, che altrove più volte nelle abbazie e ne' principali 
monasteri. Perocché egli era spesso invitato a pranzi e 
a cene, sia perchè Legato del Papa, sia perchè inviato 
al Re di Francia, e perchè reduce dai Tattari, ed anche 



120 

perchè era dell'Ordine de* Minori e tenuto in riputazione 
di sant' uomo. E quando andai a Clugny, dissero a me 
i monaci di quel paese: Dio volesse che i Papi avessero 
mandato sempre Legati quale era quel frate Giovanni, 
che tornò dalla lattaria. Perocché di questi Legati ve 
ne sono, ohe, so vi riescono, spogliano le Chiese, e portano 
via tutto quello che possono. Ma frate Giovanni, quando 
passò da qui, non volle accettar nulla, tranne quanto 
panno occorreva per fare una tonaca al suo compagno. 
E tu che leggi, sappi che quello di Clugny è un nobi- 
lissimo monastero dei monaci neri di S. Benedetto in 
Borgogna. In questo chiostro vi sono più Priori, e vi ha 
tanto numero di stanze da potervi ospitare il Papa 
co' suoi Cardinali e tutta la sua Corte, e contempora- 
neamente r Imperatore colla sua, senza disagio de' monaci; 
che non sarebbe perciò necessario che nessun frate dovesse 
lasciare la sua cella, ne sopportare altro disturbo. E nota 
che la Regola di S. Benedetto, quanto ai monaci neri, 
è meglio osservata nelle provincie d'oltremente, che in 
Italia. Nota inoltre che 1' Ordine di S. Benedetto» quanto 
ai Monaci neri, ha quattro cospicui monasteri, uno in 
Borgogna, a Clugny, uno in AUemagna, a S. Gallo (1) ; 
un altro in Lombardia nella diocesi di Mantova a S. 
Benedetto di Polirono, dove è sepolta la Contossa Metilde 
in un arca di marmo; finalmente il quarto, che è capo 
di tutti, a Montecaosino (2). Dal convento di Sens poi, 
ove io mi trovava quando la città di Vittoria fu presa 
e distrutta dai Parmigiani e l' Imperatore ne fu cacciato 
in vergognosa fuga, passai ad Auxerre, ed ivi fermai 
mia stanza, perchè il ministro Provinciale di Francia mi 



(l) Città e Cantone della Svizzera tedesca: La celebre Abbazia fu fondata 
nel 700, 

(2; Moutecassino, a' cui piedi è S. Germano, che, sulla ferrovia Roma 
Napoli, dista da questa città 111 chilometri. La magoifioa Abbazia, cha è sul- 
l'altura, fu fondata nel 529. 



121 

aveva addetto specialmente a quel convento. Questa città 
poi fu detta in latino Aìtisiodorum, quasi volesse signi- 
ficare alta sede degli Dei, o alta stella, perchè molti vi 
subirono il martirio. Qui evvi anche il monastero e il 
corpo di S. Germano, Vescovo della città, che fu chiaris- 
simo astro di gloria, ed iride fulgida dipinta sulle nubi, 
come ben sanno coloro che hanno letto la sua biografia. 
Fu oriondo di Auxerre anche maestro Guglielmo, che 
scrisse la Somma, poi compose un' altra Scymma, intorno 
agli uffici della Chiesa, ed io frequentai casa sua. Questo 
maestro Guglielmo, come mi dicevano molti sacerdoti 
della diocesi di Auxerre, disputava con molta grazia ; e 
quando sosteneva dispute a Parigi, nessuno lo superava, 
poiché era logico stringentissimo, e dottissimo teologo. 
Ma quando voleva predicare, non sapeva quello che si 
dicesse; eppure nella sua Somma aveva saputo dare 

molti e buoni avviamenti al comporre Esempio 

deir abbate Giovachino, che dice di aver ricevuto da Dio 
la virtù d* intendere la Bibbia, e la conoscenza delle 
cose future. Maestro Guglielmo di Auxerre adunque ebbe 
la grazia di disputare, ma non quella di predicare al 
popolo. Così ogni uomo ha suo dono da Dio, come p. e. 
quel ciabattino, che nel paese de' Saraceni traslocò un 
monte, e liberò i cristiani. Kicercalo in quel sermone di 

frate Luca, che incomincia : Aspettiamo il Salvatore 

Cosa diversa è V interpretazione de' sermoni. E nota che 
l'interpretazione de' sermoni può essere di due maniere. 
L' una è quella degli interpreti o traduttori, che traspor- 
tano i libri da una in altra lingua, de' quali ho detto 
quanto basta allorché scrissi la storia dell' Imperatore 
Adriano, essendosene offerta l' occasione, perchè a' tempi 
di lui visse Aquila, che fu il primo che facesse traduzioni. 
Di che cercane in una cronaca che comincia : Ottaviano 
Cesare Augmto: eh' io compilai nel convento di Ferrara 
l'anno che Lodovico Ke di Francia fu fatto prigioniero 



122 

oltremare dai Saraceni, cioè nel 1250 ; cronaca, che io, 
spigolando da parecchie memorie scritte, condussi avanti 
sino alla dominazione dei Longobardi. Dopo deposi la 
penna, e la troncai lì, perchè io era tanto povero che 
mi mancava sin la carta o la pergamena. Ed ora volge 
Tanno 1284. Non tralasciai però di ritoccare altre cro- 
nache, che, a mio giudi ciò, mi erano riuscite ben 
composte, e procurai di migliorarle risecandone le super- 
fluità, riducendone a maggiore proprietà la dizione, 
appurando i fatti, e levandone le contradizioni. Non 
potei però purgare al tutto la dizione, perchè alcune 
parole, che si scrivono, sono tanto radicate nell'uso, che 
nessuno potrebbe cancellarle dall'animo del popolo, che 
così le ha imparate. Delle quali potrei citare molti 
esempi. Ma agli zotici ed ignoranti non vale alcun 
esempio ; perchè chi ammaestra uno stolto fa come chi 
volesse rimettere insieme un vaso di terra rotto, Eccle- 
siastico XXII. Perocché chi fa parole con uno che non 
ascolta, cioè che non intende, fa come chi vuole svegliare 
il dormiente dal suo letargo. Chi collo stolto ragiona 
di sapienza, parla con uno che dorme, il quale in fine 
del ragionamento dice: Chi è costui? Perciò ad un 
cotale, canzonandolo, si potrebbe dire : Erla he le fa- 
rina (?) Ora ritorniamo ad Auxerre. Mi ricorda che, 
quando io era nel convento di Cremona, l'anno in cui 
Parma mia città nativa si ribellò al deposto Imperatore 
Federico, frate Gabriele da Cremona dell' Ordine de' frati 
Minori, che era un celebre lettore ed uomo di santissima 
vita, disse a me che Auxerre aveva maggiore quantità 
di vigne e di vino che Cremona e Parma e Reggio e 
Modena insieme. All'udirlo rifuggì l'animo mio dal 
prestarvi fede; non mi pareva credibile: Ma quando 
poi fui di stanza ad Auxerre, mi persuasi che egli non 
aveva esagerato, perchè quella diocesi comprende un 
largo territorio, e i colli, i monti e le pianure sono tutti 



123 

a viti. Essendo che i coloni di quel paese non seminano 
grani, non mietono, ne colmano i granai, ma invece 
mandano i loro vini a Parigi giù pel vicino fiume (1), 
che entra nella Senna, ove li vendono ad alto prezzo, e 
ne ricavano quanto loro bisogna pel vitto e pel vestiario. 
Ed io tre volte uscendo dalla città ho girato tutta la 
Diocesi di Auxerre; una volta con un frate che andava 
qua e là predicando, e fregiava della croce quelli che 
erano per andare in Terra Santa al seguito dei Be di 
Francia. Un' altra volta con un altro frate, che predicò 
nel Giovedì Santo ai monaci Cistercensi in un magnifico 
monastero. E si fece pasqua in casa di una contessa, 
che ci servì, cioè fece servire a tutti i commensali, dodici 
pietanze; e se il conte suo marito fosse stato a casa, 
r imbandigione sarebbe stata più lauta. Questo frate mi 
fece vedere il monastero di Pontigny, ove Papa Adriano 
III, che soggiornava a Sens, mandò con speciale racco- 
mandazione il beato Tomaso Arcivescovo di Cantorbery, 
quando Ke Artaldo lo espulse dall' Inghilterra. La terza 
volta la visitai con frate Stefano, e vidi e imparai molte 
cose degnissime di storia; ma per brevità le tralascio e 
mi affretto a dirne altre. E sappi che nella provincia di 
Francia, parlo per quel che ha attinenza coi frati Minori, 
vi sono otto conventi, in quattro de' quali si beve birra, 
negli altri quattro bevono vino. Sappi anche che sono 
tre le regioni francesi che abbondano di vino, cioè la 
Rochelle, Beaune(2), ed Auxerre. Ad Auxerre però i vini 
rossi sono poco pregiati, perchè non sono così buoni 
come i vini rossi italiani. Perciò coltivano per lo più le 
uve bianche e talora color d'oro, che danno un vino 
aromatico, confortante e di squisito sapore, e chi ne beve 
diventa allegro e franco ; sicché del vino d' Auxerre si 



ll[ Il Tonne. 

(2) Beaune: Bella città del dipartimento Costa d' Oro, posta in fertilissima 
pianura, e ricca di celebri vigne. 



124 

può dire benìssimo quel de' ftoverbii 21. • ecc. ed è così 
forte che, se lo lasci alcun tempo nel fiasco, trasuda. È 
sappi finalmente che i Francesi usano dire con un lor 
gioc© di parole che il vino buono deve avere tre t, e 
sette f il buonissimo. Perocché dicono scherzando : 



El vin bon et boi sei dance 
Forte et fer et fin et frauce 
Froist et fras et fromijant 



Buono e beli» è '1 vin che grilla , 
Bello e buon quel che si spilla 
Forte, fin, fresco, frizzant«, 
Fiero, fervido, fragrante. 



E Maestro Morando, che insegnò grammatica a Padova, 
fece, a seconda del suo gusto, il panegirico del vino 
cantando : 



Vinum dnlce gloriosnm 
Fingne facit et carnosum 
- Atqne pectas aperit. 
Et maturam gnstn plenum 
Yalde nobis est amoenum 

Qnia sensu9 acait. 
Vinum forte vinum purum 
Reddit hominem securum 

Et depellit frigora. 
Sed acerbnm lingnas uiordet, 
Intestina cuncta sordet, 

Corrumpendo corpora. 
Vinum vero quod est glaucura 
Potatorem facit raucum 

Et frequenter mingere. 
Vinum vero turbolentum 
Solet dare corpus lentum 

Et colorem tingere. 
Vinum rubenm subtile 
Non est reputandum vile 

Nam colorem generat. 
Auro simile citrinum 
Yalde fovet intestinum 

Et languores saffocat. 



11 vin dolce, onor del mondo, 
Mi fa tondo, rubicondo, 

E cuor contento. 
Quel severo a gusto pi«no 
Fa sereno, rende ameno, 

E dà, talento. 
Un vin forte, un vino puro 
Fa sicuro, imperituro, 

E '1 sen m' avvampa. 
Ne corrode quell'agresto, 
K'è molesto, greve, infesto, 

E non si campa. 
Chi '1 vin bjve verde mare 
A me pare gracidare, 

E piscia ognora. 
Quel pisciando turbolento 
Kende lento, sonnolento 

E ne scolora. 
Il rubino non ò vile, 
È sottile, ò gentile 

E fa bel sangue. 
Quello poi eh' al sol s' indora 
Fiero incuora, fior ristora 

L' uomo che languo. 



I Francesi per tanto sono avidi del buon vino. Ne è da 
meravigliare, perchè il vino rallegra Dio e gli uomini, 
è detto nel 21o dei Giudici Senza punto esagerare i 



125 



Francesi e gli Inglesi vanno pazzi per vuotar calici. 
Quindi è che i Francesi patiscono flussione d' occhi, e il 
troppo bere fa loro gli occhi arrovesciati, rossi, cisposi 
e scerpellati. E la mattina per tempissimo, snebbiata la 
mente dai fumi del vino, con quegli occhi siffatti vanno 
da un sacerdote, che abbia detto messa, e lo pregano di 
far cadere sui loro occhi stille di queir acqua, che gli 
ha servito per il lavabo. Ai quali diceva a Provins frate 
Bartolomeo Guiscolo da Parma, come ho udito io stesso 
più volte : Ale Ice maletta ve don De ; metti del aighe 
in les vin^ non in Us odi : Andate che Dio vi mandi 
alla malora ; mettete acqua nel vino, non negli occhi. 
Anche gli Inglesi sono avidi di quei vini di Francia, e 
ne tracannano a iosa. Perocché uno prende una coppa, 
e la ingolla tutta, poi dice : Gè bui ; a vie Che è come 
dire ; Berrete anche voi quanto berrò io; e se n'ha molto 
per male se l'altro fa diversamente da quello ch'egli 
insegnò colla parola e suggellò coli' esempio. Ma così 
operando si contravviene a quello che dice la Sacra 
Scrittura nel libro 1^ di Ester, ecc. Però bisogna perdo- 
narlo agli Inglesi se nuotano nel buon vino, quando pos- 
sono, perchè a casa loro di vino ne hanno poco. Sono 
meno scusabili i Francesi, che ne abbondano, se per 
iscusa non tengasi la sentenza : È difficile abbandonare 
le cose a cui siamo avvezzi. Nota che in una poesia si 
legge : 



Det vobis pisce m Normandia terra 
marinam; 

Anglis £niin«ntiim, lao Scoti a, Francia 
Tinnm; 

Silva f«ras , aor volticrea , armenta 
bntimm; 

Ilortns delitias, nemus umbra, stagna 
papyrum. 



Tatto per voi feconda e vi matura 
Il cbimico fornel della natura. 
11 mar di Normandia vi pesca il pesce; 
L'Inghilterra per voi le spiche cresce; 

Pingue la Scozia il latte a voi distilla; 
Ricca la Francia a fiumi il vin vi spilla; 
Moltiplica la preda a' vostri strali 
Quanto la selva ormeggia o va suirali; 

L'orto frutta vi fe, l'ovil bfltiro, 
Lo stagne e'I bosco danno ombra e 
papiro. 



126 

E qui è da notare che in certi mesi la parte del 

giorno illuminata dal sole è più lunga in Francia che 
in Italia, come sarebbe nel mese di maggio; e nell' inverno 
è più breve, e n'ho fatto io l'esperienza in persona. Ri- 
torniamo ora sulla nostra via, e continuiamo a parlare 
del Re di Francia. 
a. 1248 L' anno dunque 1248, poco dopo la Pentecoste, da Au- 
xerre passai al convento di Sens, perchè quivi si do- 
veva adunare il capitolo provinciale a discutere gli inte- 
ressi dell'Amministrazione della provincia di Francia, e 
stava anche per arrivare Lodovico Re de' Francesi. Adu- 
natosi pertanto il capitolo, il ministro della provincia di 
Francia coi definitori si avvicinò al c< spetto di frate 
Giovanni da Parma ministro Generale, che era in quel 
convento; e disse: Padre, noi abbiamo esaminati ed ap- 
provati quaranta frati venuti al capitolo per ottenere la 
facoltà di predicare, e l'abbiamo loro conferita, e li 
abbiamo rinviati ai loro conventi, perchè questo nostro, 
ove si tiene il capitolo, non risenta disagio da troppa 
agglomerazione di frati. E il ministro Generale rispose 
loro che avevano operato male, senza conoscere la Re- 
gola, che prescrive non potersi conferire la facoltà di 
predicare dai ministri provinciali quand'è presente il 
ministro Generale. « E aggiunse : L' esame fatto l'approvo; 
ma comando che siano richiamati, e ricevano da me la 
chiesta facoltà, a norma della nostra Regola. Così fu 
fatto » e si fermarono poi a Sens finché fu terminato il 
capitolo. Partito il Re di Francia da Parigi per onorare 
il capitolo di sua presenza, quando si seppe che era poco 
lungo dal convento, uscirono tutti i frati Minori ad in- 
contrarlo, e fare a lui onorifico ricevimento. E frate Ri- 
galdo dell' Ordine de' Minori, maestro cattedrato a Parigi, 
e Arcivescovo di Roueu, vestito pontificalmente uscì dal 
convento, ed in fretta andava incontro al Re interrogando 
ad alta voce: Ov'è il Re? Ov'è il Re? Ed io gli tenea 



127 

dietro, perchè solo e smarrito errava colla mitra in capo 
e il pastorale in mano. Aveva egli perduto tempo nel- 
l'appararsi, sicché gli altri frati erano già usciti e sta- 
vano allineati a destra e a sinistra sui ciglioni della 
strada colle spalle volte alla città, volendo vedere il primo 
spuntare del corteggio reale. Ed io vidi spettacolo che 
mi fece vivissimamente meravigliare, e meco stesso an- 
dava ragionando : Ho pur letto non una, né due volte 
sole, che i Galli Senoni furono un popolo nobile e po- 
tente, e che, capitanati da Be Brenne, entrarono di forza 
in Boma; ma veramente ora le loro donne, per la pih 
parte, somigliano a tante fantesche. E si che so il Be 
di Francia passasse per Pisa e per Bologna tutto il fiore 
delle nostre matrone gli correrebbe incontro. Ma in quel 
punto mi tornò a mente d'aver udito dire d' un uso dei 
Francesi, e lo riconobbi vero. Ed é che in Francia i 
cavalieri e le loro nobili dame abitano le castella delle loro 
ville; in città soggiorna soltanto la borghesia. Il Be poi era 
mingherlino, gracile, macilente, e di statura in propor- 
zione troppo alta, di volto angelico e raggiante di grazia. 
E veniva alla chiesa de' frati Minori non in pompa reale, 
non a cavallo, ma a piedi, ed in abito da pellegrino, col 
bordone e la bisaccia al collo, che dava decoro agli omeri 
reali ; e colla stessa umiltà e conforme vestiario lo segui- 
vano i suoi tre fratelli germani : primo de' quali era 
Boberto, e l'ultimo si chiamava Carlo, che fece poi 
meravigliose prodezze degnissime di storia. Il Be non si 
prendeva cura del corteo de' nobili, ma piuttosto delle 
orazioni e de' voti de' poveri; ed era di fatto più monaco 
nelle divozioni, che soldato nell'armi. Entrato pertanto nella 
chiesa de' frati, e fatta una devotissima genuflessione, 
pregò davanti all' altare. E mentre usciva di chiesa, 
giunto sulla soglia della porta, io mi gli trovai vicino. 
Quand' ecco gli fu offerto, e, per mezzo del tesoriere della 
chiesa di Sens, presentato un grosso luccio ancor vivo 



128 

in acqua, dentro una conca d'abete, che i Toscani chiamaoc 
bigoncio, e che serve loro per bagni e per lavacro ai 
fanciulli, che sono ancora in culla. Per vero in Francia 
il luccio è un pesce, che si paga caro e si giudica squisito. 
11 Re ringraziò il donatore e il presentatore del dono ; 
poi disse ad alta voce, da tutti intesa, che nessuno entre- 
rebbe nell' aula capitolare, tranne i cavalieri e i frati, ai 
quali voleva parlare neir adunanza. Eadunato il capitolo, 
il Be cominciò a fare la sua confessione, a raccomandare 
a Dio se stesso, i suoi fratelli, la Begina sua madre, tutto 
il suo seguito, e inginocchiatosi divotissimamente invocò 
le orazioni ed i suffragi de* frati. E alcuni frati francesi 
che mi stavano a fianco, ammirando tanta pietà e divozione, 
piangevano dirottamente di consolazione. Dopo il Re, 
sorse a parlare il Cardinale della Corte romana, Oddone, 
che era stato una volta gran Cancelliere di Parigi, e 
voleva andare col Be in Terra Santa, e in poche parole 
si sbrigò. Terzo a parlare s' akò frate Giovanni da Parma, 
ministro Generale, a cui per ufficio toccava rispondere, 
e disse: L'ecclesiastico 32"* dice: Parla tu con eletto 
discorso, tu che in grado avanzi gli altri, poiché a te 
spetta la prima parola, 11 Be, padre e benefattore, che 
si degnò di parlare affabilmente ad un' adunanza di poveri, 
venne in mezzo a noi umile e benigno. E come ben 
conveniva parlò primo tra noi; ne ci domandò oro, ne 
argento, di cui, la Dio mercè, il suo tesoro abbonda; ma 
desidera vivamente le nostre orazioni ed i nostri suffragi 
per uno scopo che e lodevolissimo. Di fatto il Be nostro 
imprese questo pellegrinaggio e- questa crociata a gloria. 
di nostro Signor Gesù Cristo, a soccorso di Terra Santa, 
a sterminio de' nemici della fede e della croce di Cristo, 
ad" onore di tutta la Chiesa Cattolica e di tutto il Cristiane- 
simo, a salute dell' anima sua e di tutti coloro che seco lui 
vanno oltremare. Laonde, sia perchè fu il nostro principale 
benefattore e sostenitore non solo a Parigi, ma eziandio 



129 

in tatto il suo regno ; sia perchè volle degnarsi di venire 
tra noi t^to umilmente e con tanto nobile corteo, e 
chiede a noi di pregare per un santo fine, è doveroso e 
conveniente che noi ricambiamo a lui, almeno per quanto 
possiamo, i segnalati benefici, e T alto onore che abbiamo 
ricevuto. E siccome i frati Francesi sono lieti e prontissimi 
di fare tutto il possibile a questo scopo, anzi sono d'animo 
disposti a pili di quello eh' io sapessi decretare, perciò 
non impongo loro comandamenti di sorta. Avendo però 
io incominciato a visitare tutti i conventi dell' Ordine^ 
mi sono proposto nell'animo di prescrivere a ciascun 
sacerdote di celebrare quattro messe pel Ee e pel suo- 
corteggio : Una dello Spirito Santo; un' altra della Croce; 
la terza della beata Vergine ; la quarta della Trinità. £^ 
se fatalmente accadesse che il Figlio di Dio lo richia- 
masse al seno del Padre eterno, altri più fervidi suffragi 
aggiungeranno i frati* E se per parte mia non ho abba* 
stanza soddisfatto al desiderio del Be, il Re comandi ; 
che tra noi non manca chi obbedisca; può solo mancare 
chi comandi. Udite il Be queste parole, ringraziò il 
ministro Generale, ed accolse con tanto gradimento quelle 
disposizioni che le volle scritte in una lettera autografa 
del Generale stesso e autenticate col suo sigillo. Così fu 
fatto. E le spese di quel dì le fece il Be e pranzò coi 
frati in refettorio. Ài pranzo intervennero i tre fratelli, 
del Be, il Cardinale della Corte romana, il ministro 
Generale dell' Ordine de' Minori, frate Bigaldo Arcivescovo f 
di Cantorbery, il ministro Provinciale di Francia, i ! 
Custodi, i Definitori, i frati di fiducia, tutti quelli che 
erano ammessi al capitolo, e i frati nostri ospiti, che 
chiamiamo forestieri. Biconoscendo pertanto il ministro- 
Generale la nobiltà e dignità del reale corteggio, cioè 
tre Conti, il Cardinale Legato della Chiesa romana e 
Arcivescovo di Bouen, non volle arrogarsi gli onori di 
preminenza dovuti alla saa dignità, quantunque il Be 

Salimbbns (Cronaca) 9 



130 

lo invitasse a sedergli a fianco; ma volle piuttosto dimo- 
strare col fatto quella cortesìa e quella umiltà, che il 
Signore predicò colla parola e coli' esempio ; e prese 
posto alla mensa de' poveri, la quale dalla sua presenza 
acquistò splendore, e tutti ne restarono edificati, e ne 
ebbero buon insegnamento. E in quel dì il Be fece quel 
che insegna la Sacra scrittura, Ecclesiastico lY ; Benditi 
affabile nella conversazione de' poveri. La prima imban- 
digione servita in quel di a mensa furono le ciliegie; 
poi pane bianchissimo, e vino abbondante e di qualità 
veramente degna della magnificenza reale. E, secondo 
r usanza de' Francesi, eranvi molti che invitavano, in 
modo da costringere ^ bere, anche chi non voleva. Poi si 
portarono innanzi le fave fresche cotte nel latte, pesci, 
granchi, pasticci d'anguille, riso con latte di mandorle 
e polvere di cinamomo, anguille rosolate con squisitissima 
salsa, torte, giuncate e frutta in abbondanza e bellissima. 
Ed ogni cosa fu servita con molto garbo, e molta compi- 
tezza. U dì successivo poi il Be intraprese il suo viaggio; 
ed io, chiuso il capitolo, lo seguii, poiché io aveva rice- 
vuta dal ministro Generale l'obbedienza di andare a 
dimorare nella Provenza. E mi riesci agevole trovarmi 
dove era il Be, perchè spesso egli deviava dalla strada di- 
retta per andare ai romitaggi dei frati Minori e di altri 
religiosi, di qua di là vagando a destra a sinistra, per 
raccomandarsi alle loro orazioni. E cosi andò facendo 
sinché giunto al mare s'imbarcò per Terra Santa. E 
facendo io una visita ai frati di Auxerre al cui convento 
io aveva appartenuto, un di mi recai a Yezellay (1), 
nobile castello della Borgogna, ove in quei tempi si credeva 
che vi fosse il corpo della Maddalena. L' indomani era dome- 
nica. E la mattina per tempissimo il Be si recò al convento 
de' frati per raccomandarsi alle loro preghiere, ed aveva 



(1) Vetellay; pochi cliilometri distolte da Anztxre. 



181 

lasciato il suo corteo nel castello, che era vicino al con- 
vento. Condusse seco soltanto i suoi tre fratelli ed alcuni 
staffieri a «ustodire i cavalli; e fatta una reverente ge- 
nuflessione davanti all'altare, i frati teneano gli occhi 
vaiti agli scanni su' quali sedere; ma il Be sedette in 
terra e nella polvere, come ho visto io co' miei occhi, 
perocché quella chiesa non aveva un piano lastricato. E 
ne chiamò presso di se dicendo: Avvicinatevi a me, frati 
miei carissimi, e ascoltate le mie parole. Allora facemmo 
corona intorno a lui, e come lui sedemmo interra, e fe- 
cero altrettanto i suoi tre fratelli germani. E si racco- 
mandò ai frati, invocò le loro orazioni e li pregò de'loro 
suffragi. All' uscire di chiesa gli fu detto che suo fratello 
Carlo pregava ancora con fervore, e il Re se ne com- 
piacque, e, per aspettarlo, non montò a cavallo; e gli altri 
due fratelli in sua compagnia parimente aspettavano 
fuori della porta della chiesa col Be. Carlo era il fratello 
minore,. Conte di Provenza, marito d'una sorella della 
Begina; e faceva molte genuflessioni davanti ad un altare 
che era su un fianco della chiesa vicino alla porta. Bd 
io mi trovava in un punto da poter osservare tanto Carlo 
che pregava fervidamente, quanto il Ee che fuori aspet- 
tava pazientemente; e ne rimasi molto edificato. Dopo 
continuò il Be la sua via, e dato sesto alle sue cose, si 
affrettò al naviglio, che era pronto. Io poi andai a Lione, 
ove trovai ancora Papa Innocenzo IV co' suoi Cardinali. 
In seguito discesi sino ad Arles, distante cinque miglia 
dal mare, ed era la festa del beato Pietro Apostolo. In 
que' giorni arrivò a quel convento anche frate Raimondo 
ministro della Provenza, che poi fu fatto Vescovo, e mi 
ricevette onorificamente, ed era con lui il lettore di Mom- 
pellier. Di lì passai per mare a Marsiglia, e da Marsiglia 
andai a Jeres (1) per fare visita a frate Ugo daDigue(2) 



(Ij Jer«B dista ora quattro chilomotrì dal mare di fronte alle isole omonime, 
(2) Di|rn*: CapolaoffO del dipartimento Basse Alpi, sul Bleone influente 
della Dnranza. 



132 

da Barìols (1), cui i Lombardi chiamano frate Ugo da 
Mompellier. Egli era uno de' più illustri chierici del 
mondo, predicatore affascinante, gradito dal clero e dal 
popolo, forte a disputare e pronto a discutere di ogni 
cosa. Tutti gli avversarli inviluppava, e, strìngendo gli 
argomenti, conchiudeva in proprio senso; aveva parola 
facondissima, e voce sonante come di tromba, o di tuono, 
di gonfio torrente in cascata: non mai indietreggiava^ 
non mai s' intricava, era sempre pronto a rispondere a 
tutto. Erano come il sole fiammeggianti le sue parole, 
se parlava della corte celeste e della gloria del paradiso, 
erano terribili, se discorreva delle pene infernali. Nativo 
della Provenza, aveva statura mediocre, e tinta bruna, 
ma non era brutto. Era uomo acceso in sommo grado 
delle cose spirituali, sicché ti pareva di vedere e di à- 
icoltare un altro Paolo, un secondo Eliseo; ed ognuno 
sentivasi il tremito quando predicava. Ed ecco le parole 
che ardiva pronunciare a), cospetto del Papa o de' Car- 
dinali in concistoro, né solo a Lione, ma anche molto 

prima quando la Corte pontificia era a Aoma: « 

Papa Innocenzo IV, vi ha dato il cappello rosso afSnchè, 
come ragion vuole, abbiate una distinzione tra gli altri 
cappellani. Ma in passato non eravate chiamati Cardinali, 
sibbene diaconi della Corte romana, e i preti si ritene- 

Yano vostri pari, e vostri predecessori Frate Ugo 

era solito dire che aveva quattro amici, eh* egli amava 
sopra tutti gli altri; primo de* quali era frate Giovanni 
da Parma ministro Generale ( ed era naturale, perchè 
furono ambedue illustri chierici, cultori dello spirito, e 
caldissimi Gioachimiti ); e per Y amicizia di frate Gio- 
vanni da Parma, e poi, perchè s'accorse eh' io aveva 
fede nella dottrina di Gioachimo Abbate dell'Ordine che 



(1) Bariols: Nel dipartimento d«l Vare, sulla Paranza, ad Orest ài Dra 
gnìgnan, die n' è il eapoluogro* 



138 

è a Flora, (1) ebbe anche per me molta deferenza ed 
intrinsichezza. II secondo amico era V Arcivescovo di 
yienna(2), uomo santo, letterato, onesto, che amava assai 
r Ordine del beato Francesco. Perciò in servigio dei frati 
Minori fece costruire un ponte di pietra sul Bedano, 
perchè aveva dato nella sua diocesi un convento da abi- 
tare ai frati, che stavano al di là del fiume. E trovali* 
domi io una volta a Vienna, venne da Lione, per con- 
fessare e predicare, frate Guglielmo dell' Ordine dei 
Predicatori, autore della Somma dei vieii e delle virtù; 
ed ospitò presso i frati Minori, perchè i Predicatori in 
quella città non avevano convento. E piacque al Guar- 
diano eh' io gli fossi compagno, e ci trattammo con re- 
ciproca famigliarità, perchè era uomo umile e cortese, 
sebbene di piccola statura (3). Io gli domandai com'era 
che i frati Predicatori non avessero convento a Vienna; 
ed egli rispose che, piuttosto che due o tre conventi, 
amavano averne uno solo, ma buono, a Lione. E pregato 
da me di predicare ai frati neir imminente giorno della 
Annunciazione della beata Vergine, perchè io desiderava 
vivamente di udirlo, avendo egli oltre la Somma scritto 
anche un trattato De' Sermoni, rispose che volentieri, 
purché lo invitasse il Guardiano. E lo invitò, e fece una 
bellissima orazione intorno all' Ànnunziazione della beata 
Vergine, il cui tema, od esordio era: Missus est Ange- 
lus: È stato inviato un Angelo. Un altro giorno, mentre 



(Ij L' Abbate OioacMmo nativo di Celico, villaggio vicino e ad Cst di Co' 
8eBza> fece professione monastica nel monastero di C'oraci, villaggio vicino e al 
Snd di Cosenza. Era nato nel 1111. Comandato da Clemente III di continaare i 
commentarii sulla saera scrittura, si ritirò col sno discepolo Bainiero in nn Inogo 
solitario detto Flora, sulla vetta d' un monte presso Cosenza, ove eressa un oia- 
torio e qualche cella. Ivi si moltiplicò il numero de' suoi discepoli, e fondò un 
nuovo iBonastero, e una congregazione con Begula più austera di quella dei Ci- 
sterciensi, a cui egli apparteneva, e la chiamò Contjregazione di Flora o Floreuse, 
e ne fa proclamato Abbate. 

(2) Vienna: Città sul Rodano, dipartimento dell' Isero. 

(3) Sehbeiye di piccola statura : Vedine la ragione nei seguenti v«ni. 



134 

io soggiornava ancora a Vienna, giunse frate Guglielmo 
Dritto dell' Ordine de' Minori, autore del libro Della 
memoria, e per piccolezza di statura si assomigliava 
all' altro Guglielmo, di cui ho fatto menzione piìi su, 
ma non in quanto al carattere, che pareva più impaziente 
e impastato di furia, come di solito i piccoli. D' onde 
quel detto: 



Vix humllis parvus. Vix longus 
cttm ratien«, 

Vix reperitar homo ruffui Bine 
prodi tione. 



L* ttom piccino di statura 
É superbo di natura, 

L*uomo lungo di persona 
Egli é raro se r^igiona. 

Chi di rosso ha tinto il pelo 
Tradirà la terra e il cielo. 



Nel convento di Lione io 1' ho udito aver la prontezza 
di fare il correttore a tavola in presenza di frate Gio- 
vanni ministro Generale e di Papa Innocenzo IV; e allora 
non aveva ancora composto quel suo libro, che da lui 
s' intitola. Il terzo amico poi che diceva d' avere frate 
Ugo era Eoberto Grossatesta vescovo di Lincoln, uno dei 
pik eminenti chierici del mondo. Questi, dopo che li aveva 
già volgarizzati Borgoudione giudice Pisano, tradusse di 
nuovo il Damasceno ed i testamenti dei dodici patriarchi, 
e molte altre opere. Il quarto amico di Ugo era frate 
Adamo da Marisco (1) dell'Ordine dei Minori, uno dei 
più illustri chierici del mondo. Fu chiarissimo in Inghil- 
terra e scrisse di molte cose, come quello di Lincoln. (2) 
Ambedue Inglesi, e, compagni in vita, furono ambedue 
sepolti nella chiesa episcopale. Terzo compagno di questi 
due fu maestro Alessandro dell' Ordine de' frati Minori 



(1) Marisco: Paese della diocesi di Bath in Inghilterra, sol cabale di 
Bristolf Ovest di Londra. Bath è antica e cespicua città romana. 

(2) Lincoln: Città che possiede molti monumenti Sassoni e Normanni, po^tu. 
su ripido colle a pieno Nord di Londra verso il mare del Nord, a 53 circa di 
latitndine. 



135 

Inglese, e maestro con cattedra a Parigi, che compose 
molte opere, e, come dicevano quelli che lo conoscevano 
a fondo, non ebbe al suo tempo uno pari a lui sulla 
terra. Io ricordo che, quando io era ancor giovane ed 
abitava nel convento di Siena in Toscana, frate Ugo che 
era di ritomo dalla Corte romana, parlò mirabilmente 
intomo alla gloria del paradiso e al disprezzo del mondo 
al cospetto de' frati Minori e Predicatori, che erano ac- 
corsi ad ascoltarlo; e di qualunque cosa fosse interrogato, 
subito, senza por tempo in mezzo, aveva in pronto la 
risposta. E chi l' udiva si meravigliava di tanta sapienza 
e prontezza. Trovandosi egli a Pistoja nel tempo in cui 
era imminente la convocazione di un concilio a Lucca 
nel giomo delle Generi, né avendo i frati di Lucca chi 
predicasse, ricorsero a frate Ugo pregandolo di favorirli 
in quella ricorrenza. Egli lo promise e attenne. Arrivò 
pertanto a Lucca per la via di Poscia appunto in quel 
momento, in cui doveva egli andare alla chiesa episco- 
pale. E tutta l'adunanza gli andò incontro per accom- 
pagnarlo, per fargli onore, e per desiderio di ascoltarlo. 
Ma vedendo que' frati fuori di porta, meravighato disse : 
Ah! Dio dove vanno costoro ? E dettogli che i frati gli 
facevano quel ricevimento per onorarlo, e perchè deside- 
ravano di udirlo, rispose: Non pretendo tanto onore, 
perchè non sono Papa; se poi vogliono udirmi, vengano 
quando io sarò alla chiesa. Ora io anderò avanti con un 
compagno solo, che non voglio trovarmi in mezzo a tanta 
caterva di gente. E, quando giunse alla chiesa, li trovò 
tutti raccolti e pronti ad udirlo. Sermocinò adunque frate 
Ugo, e disse tante mirabili cose e tanto mirabilmente 
ad edificazione e consolazione del clero, che tutti rima- 
sero stupefatti della sua graziosa e calda orazione. Ed i 
chierici della diocesi di Lucca sino a molti anni dopo 
hanno sempre ripetuto di non aver mai udito uomo par- 
lare tanto eloquentemente. Perocché altri oratori avevano 



186 

declamato il loro sermone come un salmo che avessero 
imparato a memoria. £2 per lungo tempo suonarono le 
lodi di frate Ugo e della sua predica, e, in grazia di lui, 
crebbe la buona opinione e la reverenza per tutto l'or- 
dine de' Minori. Io V ho udito predicare un' altra volta 
al popolo nella Provenza, vicino al Bedano, a Tarascon 
(1), e a quella predicazione vi fu immenso concorso dì 
nomini e donne di Tarascon e di Beaucaire (2), che sono 
due bellissimi ca^telIi l'uno di fronte all'altro sulle due 
opposte rive del Rodano. In ciascuno de' due castelli vi 
è un convento di frati Minori» A quella predicazione vi 
ebbe anche numerosa aflSuenza d'uomini e donne sin di 
Avignone e di Arles. E parlò loro, come ho udito io coi miei 
orecchi, non vuote ciancio, ma parole piene di utili insegna- 
menti, che, per la dolcezza dell'animo e il calore e la forza 
del convincimento che le inspirava, scendevano a toccare 

il cuore. Egli era stimato come un profeta Sarebbe 

ridicolo assai ch'io non volessi credere che altri non sia 
Vescovo, Papa, perchè noi sono io... Vi era anche alla 
Corte del Conte di Provenza un maestro Rainero da Pisa, 
che si spacciava per filosofo universale, e confondeva per 
modo i notai, i medici, e i giudici della Corte che nes- 
suno poteva ivi pih salvare la propria riputazione. Espo- 
sta dunque a frate Ugo la loro inquietudine, lo prega- 
rono di andare in loro soccorso, e difenderli da quel 
molesto avversario. Ai quali frate Ugo rispose: Fissate 
col Conte un giorno per una disputa in palazzo, e in- 
sieme col Conte vi si trovino cavalieri, cittadini cospicui, 
giudici, notai e fisici; e disputate secolui, e il Conte 
mandi in cerca di me; e mostrerò e proverò a quel 
maestro eh' egli è un asino, e che il cielo è una padella. 



(l) Tarascon: è salla sinistra del basso Rodano, a circa 15 chilometri Nord 
di Arles. 

• (2^ Beaneaire: sulla destra del basno Rodano unita con ponte a Tarascon. 



137 

Tatto fu pronto; e lo inviluppò così, o così gli chiuse 
la bocca, che si vergognò di essere nella Corte del Conto, 
è, senza salutare alcuno, scappò via, nò osò piti mai ivi 
dimorare, non che presentarsi. Perocché nniraliro era ohe 
un acuto sofista, e credeva di intricare tutti co' suoi se^ 
fismì. Liberò pertanto frate Ugo da un soverchiatore 
quei meschini che non avevano alcun aiuto, e perciò 
baciavano mani e piedi al loro liberatore. E qui con- 
viene si noti che questo Conte di Provenza ò chiamato 
Raimondo di Berengario; ed era bell'uomo, benevolo ai 
frati Minori, e padre della Regina d'Inghilterra e della 
Regina di Francia, ed una terza sua figlia era moglie del 
fratello del Re d'Inghilterra, ed una quarta era moglie di 
Carlo fratello del Re di Francia, dalla quale ricevette la 
Contea di Provenza. Nella Provenza poi vi è un castello 
molto popolato tra Marsiglia e Yentimiglia, ossia 
Nizza a mare, lungo la strada che mena a Genova, dove 
si trovano aie per fare il sale, e quindi prende nome da 
queste aie. Ivi abita gran numero d' uomini e di donne 
che fanno penitenza nelle loro case in abito secolare, 
e sono devoti assai ai frati Minori, e ascoltano volen- 
tieri le loro prediche. I frati Predicatori , ivi non 
hanno convento, perchè si dilettano e vogliono la conso- 
lazione di stare soltanto in monasteri grandiosi, e non 
ne' piccoli. In questo castello il più del tempo abitava 
frate Ugo. Ivi erano molti notai e giudici, e medici e 
letterati che ne' giorni di solennità avevano loro com- 
vegno alla cella di frate Ugo per udirlo parlare della 
dottrina dell'Abbate Gioaehimol ed insegnare e spiegare 
i misteri della Sacra Scrittura, e predire il futuro. Pe- 
rocché era un tenacissimo Gioachinoiita, e possedeva tutti 
i libri dell' Abbate Gioachimo. Ed anch' io una volta vi 
intervenni per udire come frate Ugo esponeva quella 
dottrina, di cui anche prima, quando io era a Pisa, aveva 
udito già un'altra esposizione fatta da un Abbate dell'Or- 



138 

dine di Flora, che era un vecchietto e santo nomo, il quale 
per timore che Y Imperatore desse alle fiamme il convento 
ov* egli abitava, che era tra Lucca e Pisa, sulla strada 
che va a Luni (1), aveva collocato, come in luogo sicuro 
nel convento di Pisa, tutti i libri pubblicati da Gioachimo, 
e che egli possedeva. Poiché egli credeva che in Federico 
a quel tempo si dovessero adempire tutti i misteri, 
perchè era in discordia vivissima colla Chiesa. Anche 
frate Rodolfo di Sassonia, lettore a Pisa, che era un 
logico stringente, un insigne teologo ed un impareggiabile 
disputatore, smesso lo studio della teologia per meditare 
su que' libri dell' Abbate Gioachimo, che erano depositati 
nel nostro convento, divenne passionatissimo Gioachimita. 
Ed anche quando il Be di Francia era sulle mosse per 
andare in Terra Santa, ed io mi trovava nel convento di 
Provins (2), erano ivi due frati, che professavano tutte 
le dottrine di Gioachimo, e che con ogni loro potere 
[ tentavano di farmele abbracciare. Uno era di Parma e 
si chiamava frate Bartolomeo Guiscolo; uomo cortese, 
dedito onninamente alle cose dello spirito, oratore emi- 
nente, Gioachimita, e di parte imperiale. Fu una volta 
guardiano del convento di Capua. In ogni sua cosa era 
spigliatissimo; e morì in un capitolo generale convocato 
a Roma. Da secolare insegnò grammatica; frate, scrisse, 
[ miniò, insegnò e fece tante altre cose. In vita sua fece 
^ prodigi, ed in morte operò miracoli ancor maggiori. 
E di vero quando V anima sua si sciolse dal corpo, i frati 
che erano presenti, videro meraviglie da restarne stupe- 
fatti. L'altro era Gherardino da Borgo S. Donnino (3), 
che fu allevato in Sicilia, e insegnava grammatica; giovane 



(i) Antica città distrutta, che era alla foce della Magta, che si tersa in mare 
Itibito fuori del golfo di Spezia air Est. 

(2) Provins. Alla destra della Senna Sud-Est e non lontano di Paritfi. 
(B; a 22 chilometri Ovest di Parma soir Emilia. 



139 

morigerato, onesto e buono, eccessivo soltanto nella 
tenacità con cui seguiva irremovibilmente le opinioni e 
gli insegnamenti di Gioachimo. Questi due mi sollecitavano 
ad aver fede nelle scritture dell'Abbate Gioachimo, e 
a studiarle, e ne possedevano V esposizione su Geremia 
ed altre opere. E stando appunto allora il Be di Francia 
in fare i preparativi per andar oltremare con un esercito di 
crociati, eglino lo motteggiavano e lo deridevano dicendo 
che la impresa gli sarebbe andata male, come poi dimostrò 
r evento ; e mi facevano vedere così star scritto nell' espo- 
sizione di Gioachimo sopra Geremia, e perciò doversi 
aspettare che s' adempisse. E, leggendosi per tutta la 
Francia nella messa conventuale d' ogni dì il salmo : Oh / 
Dio le nazioni sono entrate nella tua eredità ecc. eglino 
parimente mettevano questa sentenza in beffa, e dicevano : 
È necessità che si effettui ciò che dice la Scrittura, che 
ha ne' Treni 3° : Tu hai distesa una nuvola attorno a 
te perchè V orazione non passasse ; perocché il Ee di 
Francia sarà fatto prigioniero, e i Francesi saranno 
disfatti, e molti periranno di pestilenza. E perciò questi 
due vennero in odio ai frati Francesi, i quali rispondevano 
che queste cose si erano verificate nelle crociate prece- 
denti. Eravi anche contemporaneamente a noi nel convento 
di Provins frate Maurizio lettore, bell'uomo, nobile e 
letterato distinto, che da scolare aveva fatto studi a Parigi, 
e da frate aveva fatto un corso di studi di otto anni. 
Costui era del territorio di Provins, essendoché in Francia 
i nobili dimorano nelle loro ville e castella, e i borghesi 
nelle città. Provins poi e nobile castello della Sciam- 
pagna distante da Parigi venticinque leghe. Questo frate 
Maurizio adunque, che da poco era diventato mio amico, 
m'andava dicendo: Frate Salimbene, non aggiustar fede 
a questi Gioachimiti, perchè essi turbano la coscienza 
dei loro confratelli colle loro dottrine; piuttosto aiutami 
a scrivere, ch'io voglio provarmi a fare un buon libro 



140 

• 

4i precetti ebe sia utile a predicare. Allora i Gioaohimiti 
si separarono spontaneamente; ed io andai ad Anxerre 
(1); frate Bartolomeo al convento di Sens (2); frate 
Cfhìrardino fu mandato a Parigi a studiare per missione 
della provincia di Sicilia, alla quale era stato destinato. 
A Parigi dunque studiò quattr' anni, e commise una 
follia, componendo un libello, divulgandolo e distribuen- 

^ dolo ai frati più ignoranti. Di questo libello parlerò di 
nuovo, quando scriverò di Papa Alessandro 4.^, che lo 
proibì. E siccome per quel libello furono mossi rimpro- 

\ veri all' Ordine sì a Parigi che altrove, il prenominato 
Bartolomeo, che ne era V autore, fu sospeso dall' ufficio 
di lettore, di predicatore, di confessore e da ogni altra 
incombenza che poteva legittimamente esercitare nel* 
Y Ordine. £ perchè non volle venire a rescipiscenza e 

/ riconoscere la sua colpa, ma perdurò ostinato e procace 
nella sua pertinacia e contumacia, i frati Minori lo mi- 

/ sere in prigione ai ceppi, e lo sostentavano del pane 
della tribolazione e deir acqua dell' angustia. Quel mise* 

i rabile neppur per questo volle rimuoversi dal proposito 

V della sua ostinazione, e morì piuttosto in carcere, e fu 
privato dalla sepoltura ecclesiastica, sotterrato in un 
angolo dell'orto. Sappiano dunque tutti che nell'Ordine 
de' frati Minori si applica il rigore della legge contro i 
trasgressori della Eegola; nò si deve imputare a tutto 
r Ordine la stoltizia di uno solo. L' anno poi 1248 tro- 
vandomi a leres (3) con frate Ugo, ed accortosi egli ch'io 
lo interrogava con viva passione intorno alle dottrine 
dell' Abbate Oioachimo, e che avidamente io ne udiva 
parlare, e ne aveva piacere, un dì mi disse: Ne sei tu 
infatuato di queste dottrine, come altri che ne sono 



(i; Suir Yonne alla sinistra della Senna, sud di Parigi. 
(2) Al confluente del Tonne e del Vannes Sud-Est di Parigi. 
^3) Xeres: Paese sulla sponda del Mediterraneo di frante alle Isole omoni- 
me, dipartimento del Varo. 



14i 

segnaci? E in realtà da molti sono stimate follie. Po" 
rocche qnatunqite l'Abbate Oìoachimo fosse un sant'uomo, 
tuttavia ha tre cose, nelle quali bisogna contrastargli. 
Primo fu la proibizione del suo opuscolo, che pubblicò 
contro il maestro Pietro Lombardo, nel quale lo chiamò 
eretico e pazzo, come ho scritto in altra cronaca. All' Ab- 
bate Gioachimo pareva che Pietro Lombardo ammettesse 
la quaternità nella Trinità, dove dice: Poiché è tm tut" 
f insieme il Fadre, il Figlio e lo Spirito Santo, e 
quelV insieme non è né generante, né generato, né pro- 
cedente. Onde l'Abbate Gioachimo deduce che Pietro 
Lombardo trovava in Dio non solo una Trinità, ma una 
quaternità, cioè tre persone distinte, e di più quella 
essenza di tutte tre le persone unite, che quasi ne for- 
mavano una quarta. Ma di questa quistione ne ho par- 
lato in un'altra cronaca più breve, come sta ne' Decretali, 
nella quale notai anche otto punti, ne' quali il maestro Pie- 
tro Lombardo nelle sue sentenze è caduto in errore. Guarda 
nella cronaca < Delle similittidini e degli esempi, dei sim- 
boli e delle figure, e dei misteri del vecchio e del niiovo 
testamento^ » Seconda cosa per cui non si doveva aggiustar 
fede all'Abbate Gioachimo, fu la predizione delle tribolazioni 
future.... La quale fu cagione che i Giudici uccidessero i 
profeti. Perocché gli uomini carnali non ascoltano volentieri 
chi parla delle tribolazioni future. Ed è perciò che l'Ab- 
bate Gioachimo quando tenne parola delle tribolazioni, 
soggiunse: « Queste cose non le credono coloro a cui 
r ambizione ha ottuso il cuore; non vogliono che perisca 
il regno del mondo quelli a cui rifugge 1' animo dal 
sopportare il giogo^ che conduce al regno del cielo; né 
che finisca 1' impero degli Egiziani, coloro chd non si 
affrattellano cogli abitatori di Gerusalemme. > Terza 
cagione^ per cui non si possono condividere tutte le 
opinioni dell' Abbate Gioachimo, furono i suoi seguaci; 
i quali vollero anticipare i termini da lui indicati. E di 



142 

loro disse: Ho timore che mi accada qaello per cui il 
Patriarca Giacobbe si lamentava de' suoi figli, dicendo 
Genesi 34* ecc. Né l' Abbate Gioachimo fissò alcun ter- 
mine certo, quantunque a taluno paia che sì; ma ac- 
cennò soltanto più termini, dicendo: « Iddio può mostrare 
ancora pih chiaramente i suoi misteri; e lo vedranno 
coloro che sopravviveranno a noi. » Quando poi vidi che 
nella cella di frate Ugo si univano giudici e notai, fisici 
e letterati per udirlo esporre le dottrine dell' Abbate 
Gioachimo, mi ricorse alla memoria il fatto di Eliseo, 
di cui si legge nel libro dei Be 6:"" Eliseo sedeva nella 
sua casa, e i vecchi sedevano con lui. In quo' giorni 
giunsero due Gioachimiti dal convento di Napoli; 1' un 
de' quali si chiamava frate Giovanni di Francia; 1' altro 
frate Giovannino Pigolino di Parma, cantore napoletano. 
Eglino vennero a Jeres per vedere frate Ugo e udirlo 
parlare di queste dottrine. Sopravvennero anche due frati 
Predicatori reduci da un loro capitolo generale celebra- 
tosi a Parigi, chiamati l'uno frate Pietro di Puglia, 
lettore nel convento del loro Ordine a Napoli, uomo di 
lettere ed oratore esimio, ed aspettava il momento di 
imbarcarsi, perchè non avevano in quel paese un con- 
vento del loro Ordine. A costui un dì dopo il pranzo 
disse frate Giovannino cantore napoletano, che lo cono- 
sceva davvicino: Frate Pietro, che ve ne pare della dot- 
trina dell'Abbate Gioachimo? A cui rispose: Mi curo 
tanto di Gioachimo e della sua dottrina, come della 
quinta ruota del carro. (Anche Gregorio in un' omelia 
sopra Gioachimo al luogo che dice: Vi saranno segnali 
nel sole, nella luna e nelle stelle, credette che fosse 
imminente la fine del mondo, perchè al suo tempo erano 
arrivati i Longobardi, e distruggevano ogni cosa). Andò 
dunque subito frate Giovannino alla cella di frate Ugo , 
e alla presenza del piti volte nominato uditorio, gli disse: 
È qui un certo frate Predicatore, che non ^ crede nulla 



U3 

di questa Tostra dottrina. À cui frate Ugo rispose: Che 
importa a me se non crede? Disgrazia sua: Egli se ne 
accorgerà quando la discussione aprirà V intelletto a chi 
ascolta: tuttavia chiamatelo a disputare con me, e ve- 
dremo di che dubiti. Invitato adunque andò, ma a 
malincuore, tanto perchè stimava poco Qioachimo, quanto 
perchè giudicava che in quel convegno nessuno potesse 
stare al pari di lui in letteratura e nella scienza delle 
Sacre Scritture. Vedendolo pertanto frate Ugo, gli rivolse 
subito la parola dicendo : Se' tu colui che ha dubbii 
intorno alla dottrina di Gioachimo? Quell'io, rispose 
frate Pietro. A cui frate Ugo domandò: Leggestu mai 
Gioachimo ? E frate Pietro : L' ho letto, e letto bene. E 
frate Ugo di rimando : Credo che tu l' abbia letto come 
una donnetta legge il salterio, che giunta al fìne ignora, 
non ricorda ciò che abbia letto in principio. Così molti 
leggono e non intendono, o perchè non tengono in pregio 
le cose che leggono, o perchè s' è indurato il loro cuore 
insipiente. Or dimmi che cosa ti piaccia udire intc»rno 
agli insegnamenti di Gioachimo, affinchè io sappia di 
che vai dubbiando. E frate Pietro disse: Vorrei che tu 
mi provassi con Isaia alla mano, come pretende insegnar 
Gioachimo, che la vita di Federico debba terminare a 
settant' anni, mentre vive ancora; e come non possa 
morire che per mano di Dio, cioè di morte naturale, e 
non violenta. A cui rispose frate Ugo: Volentieri il farò; 
ma ascolta con pazienza, e non con esclamazioni e cavilli ; 
perocché in questa dottrina è necessario che colui, che 
le si inizia, abbia fede. L' Abbate Gioachimo fu un 1 
sant' uomo, e dice che le cose da lui predette gli furono 
rivelate da Dio a vantaggio degli uomini, secondo il 
verbo che è scritto ecc. Della santità poi di Gioachimo, 
oltre ciò che si legge nella sua biografia, te ne posso 
recare innanzi una splendida prova, la quale dimostra 
la sua somma pazienza. Prima di essere Abbate, quando 



144 

era ancora un ìnfimo fraticello, sdegnato il refettoriere 
c<Hitro di lui, per un anno intero mise nel fiaschetto di 
lui a tavola acqua per vino da bere, volendolo sostentare 
eoi pane della tribolazione e coir acqua delle angustie ; 
e questa punizione tollerò pazientemente sebbene ingiusta, 
e non reclamò* Sedendo sulla fine dell' anno a mensa 
presso r Abbate, questi gli disse : Perchè bevi vino 
bianco, e non me ne dai ? È questa la tua cortesia ? A 
cui il santo Gioachimo rispose : lo, o Padre, aveva ver- 
gogna a profFerirvene» perchè il mio secreto sta in me. 
Allora l'Abbate prese la coppa di lui e assaggiò, ma 
s'accorse che era un cattivo cambio. E avendo bevuto 
acqua, e non convertita in vino, disse : Che è T acqua, 
se non acqua ? S dimandogli : E col permesso di chi, 
usi tu questa bevanda ? Padre, rispose Gioachimo, l'acqua 
è bevanda sobria, che non lega la lingua, che non dà il 
capogiro, né la parlantina. Avendo poi l' Abbate saputo 
in capitolo che questa era un' ingiusta punizione ed una 
vendetta impostagli dalla malignità e da rancore del 
refettoriere, voleva espellerlo dall' Ordine, ma Gioachimo 
si prostrò ai piedi dell' abbate e tanto ne lo pregò* che 
risparmiò a quel converso l' espulsione. Tuttavia lo bia- 
simò e lo rimbrottò acremente e duramente, dicendo : 
Perchè tu non hai fatto nel servizio ciò che è di regola, 
ti do in penitenza di non bere per tutto un anno intero 
che acqua, come tu hai fatto ingiustamente bere al tao 
prossimo e confratello. Che poi la vita dell' Imperatore 
Federico termini, secondo Isaia, come tu trovi ove parla 
della mina di Tiro, nota che in queste parole l' Abbate ì 
Gioachimo per. la terra de' Caldei prende ed intende 
r Impero Somano; per Assur, lo stesso Imperatore Fede- 
rico ; per Tiro, la Sicilia ; per i giorni di un sol Se, 
tutta la vita di Federico : per i settant' anni, intende il 
periodo della vita fissato da Merlino. Che poi Federico 
non debba morire ^ per mano d'uomo^. ma soltanto. per 






145 

oper^ dì Dio, cosi dice Isaia 32<» ecc. E, aggiunse frate 
Ugo, queste cose ebbero il loro adempimento in Federico, 
specialmente presso Parma, quando fu messo in rotta e 
fuga dai Parmigiani, e la sua città di Vittoria fu rasa 
al suolo ; e i Principi e i Baroni del suo Impero, pih volte 
hanno voluto ucciderlo ma non hanno potuto. Udendo frate 
Pietro queste cose, sorrise e disse: queste cose puoi contarle 
a chi ti crede, ma non potrai indurre me a crederle. E 
frate Ugo soggiunse: E perchè? Non credi ai profeti? E 
frate Pietro: veramente ai profeti io credo: ma dimmi 
se questo che tu di', sia il concetto principale del profata, 
il secondario, o se sia un concetto estorto dal princi- 
pale e tradotto ad altro senso, e in qualche modo ap- 
plicato air Imperatore. A cui frate Ugo rispose : Ottime 
osservazioni; epperciò ti dico che se n'è fatta applica- 
zione, come quando nel giorno dei Santi Gervaso e Pro- 
taso si canta T introito: Il Signore parla la pace in 
megzo al suo popolo ecc. perchè nella festa di questi 
Santi fu conchiusa la pace tra la Chiesa e i Longobar- 
di A quanto s' è detto possiamo ancora aggiungere: 

Noi vediamo che della mano sinistra, oltre al comune 
uso, conosciuto anche dagli idioti e illetterati, se ne fa 
un uso moltiplice. Perocché essa serve a notare il 
numero, e al numerare, all'arte musicale, al calendario, 
al numero d' oro, e alla determinazione del giorno di 
Pasqua. Similmente nella divina Scrittura, oltre il senso 
letterale e storico, si trova anche un concetto allegorico, 
anagogico, tropologico, nàorale e mistico; e perciò è 
stimata pih feconda e pih nobile che se fosse ristretta 
ad un solo senso, e servisse ad un solo concetto. Lo credi 
vero tutto questo, disse Ugo, o dubiti ancora? E frate 
Pietro: Credo, e queste stesse cose ho insegnate più 
volte, perchè sono dette dai dottori; ma vorrei che con 
più convincenti ragioni mi argomentassi dei settant' anni, 
che Isaia indica sotto la figura di Tiro. Frate Ugo ri- 

Salimbene, Cronaca. 10 



146 

spose: Quelle cose che Merlino, indorino Inglese, predisse 
di Federico I., di Enrico figlio di lui, e di Federico 
II. figlio dell'Imperatore Enrico, hanno tutta l'appa- 
renza del vero. Ma smettiamo di andar divagando, e 
ritorniamo là d'onde mosse a principio la nostra dìsputa. 
Pognamo dunque i quattro termini di numeri fissati da 
Merlino (1) parlando di Federico IL II primo de' quali 
lo fissa, dicendo: In trentadtie anni cadrà. Il che si 
può intendere a partire dalla sua incoronazione sino 
alla morte, perchè fu imperatore trent' anni e undici 
giorni, e non si credeva ancor morto; e doveva essere 
così affinchè si verificasse il vaticinio della Sibilla, che 
dice: Volerà fama tra ìe nazioni: vive e non vive. Il 
secondo termine di Merlino è: Vivrà nella sua prospe- 
rità settantadue anni; il che come sia per verificarsi, 
vedranno i posteri ed i superstiti, poiché Federico vive 
tutt'ora. Il terzo termine di Merlino è: E due volte 
quinquagenario sarà trattato con ogni deferenza. 11 
che non si deve intendere per due volte cinquanta, sicché 
arrivi al centinaio, ma per cinquanta più due, cioè cin- 
quantadùe anni. Il qual numero si verifica a partire dal 
giorno delle nozze di sua madre sino al diciottesimo 
anno del suo Impero, che fanno cinquantadue anni a 
punto. Intorno a che si ha: L'imperatore Federico 1 



(l) Merlino, secondo le cronache antielie, è il fìratto misterioso di nn 
incabo d' una religiosa, figlia d'un re di Scozia, nei monti della Caledonia. Sebbe- 
ne la saa origine sia favolosa, pure non si può dubitare della sua esistenza, e 
pare si debba fissare al quarto secolo, e forse toccò anche il quinto. D aitò ingegno, 
di lunghe meditazioni, ricco di cognizioni, yersatissimo nelle matematiche e nelle 
scienze naturali, era uomo di molto superiore al suo tempo; e quindi nessuna 
meraviglia che la leggenda tessutane in que* secoli d'ignoranza attribuisse ad 
ispirazione del cielo, ed a spirito di profe/.ia, quanto era in lui effetto della 
scienza e della previdenza calcolata dall' uomo che medita. Ebbe la fiducia dei 
principi, che si giovarono della sua prudenza e sagacia nelle loro imprese. Tia 
gli storici chi na parla come d' un santo, a d' un profeta; chi come d* un mago • 
d' nn incantatore. £, divenuto V uomo leggendario nel secolo quinto, lo rimase 
sino alla fine del medio evo. Fu soggetto di molte tradizioni popolari nel ciclo del 
re Arturo e dei cavalieri della Tavola Rotonda* 



U7 



diede moglie a suo figlio Enrico, Costanza figlia del Re 
di Sicilia, che, ancor nubile, aveva trentanni d*età, ed 
Eurico ne aveva ventuno. E le nozze si celebrarono a 
Milano r anno 1185, diciasettesimo del suo regno. E nota 
che diventò Ee a quattro anni d'età, e fu coronato Im- 
peratore il 1191. E Federico figlio di Enrico fu coronato 
Imperatore nel 1220. Il quarto termine di Merlino in- 
torno a Federico è: E dicioW anni dopo ìa sua incoro^ 
nazione terrà la Monarchia vincendo V invidia. Questo 
ha avuto il suo adempimento in Papa Gregorio 9°, col 
quale si ruppe al segno che questi lo scomunicò, e, dopo, 
contro la volontà del Papa e de' Cardinali, e de' Principi 
del regno, fu Imperatore. Udendo queste cose, frate Pie- 
tro cominciò a parlare ambiguo,- dicendo: Molti cibi vi 
sono nel campo de' Padri; ed un cibo è migliore del- 
l' altro, A cui frate Ugo rispose: Non alterare la Scrit- 
tura, ma le autorità riportale come stanno nel testo. 
Perocché tu ommettesti V ultima parte del versetto in- 
cominciato e la prima del susseguente. Eipetila dunque 
come la disse il Savio ne' Proverbii 13.o Udendo ciò, 
frate Pietro fece come usano alcuni, i quali allora che 
in una disputa non si reggono, passano agli insulti, e 
disse: Sarebbe da eretico addurre come argomento la 
parola degli infedeli; e parlo di Merlino, della cui auto- 
rità ti servisti. Frate Ugo sentissi provocato, e di rimando ' 
rispose: Tu menti; e proverò che hai più volte mentito. 
Ciò che sta scritto di Balaam e di Elia, e di Caifa, e 
della Sibilla, e di Merlino, e di Metodio non è appuntato 
dalla Chiesa. A ciò si può applicare ciò che dice il poeta: 



^on rosa da spinas^ quamvis sit filia 

spince; 
Nec violce pungunt; nec paradisus ób§it 



Figlia di spin la rosa 
Spine giammai non rende; 
Kò la violetta ascosa 
Ib modo alcuno offenda, 
Kè mai del paradiso 
Dolor conturba il riso. 



Vuol dire il Signore, ed anche il poeta, che il buono, il 



148 

vero, r utile non è da disgradare, sia pure ohe venga 

insegnato da un cattivo dottore Così comincia un 

poeta volendo lodare un suo opuscolo: 



l'tilis est rudibits prasmtit cura li- 
belli, 
Jìt/cicilem puerìs prcebet in arti «law, 



Questo libretto, a chi non sa, dimostra 
Lft yift ohs mena dritto air arte nostra. 



Queste cose udendo, frate Pietro si appigliò ai testi 
originali dei santi scrittori e alle sentenze dei filosofi. 
E su questo campo, frate Ugo, che era dottissimo, subito 
lo intricò e gli* chiuse la bocca. Vedendo questo il com- 
pagno di frate Pietro, che era sacerdote e vecchio e 
buon uomo, cominciò ad inframmettersi per cavarlo di 
malefitte. Ma frate Pietro gli disse: taci, taci. Se non 
che, riconosciutosi vinto, si volse a commendare la va- 
stissima dottrina del suo avversario. Finita la disputa, 
ecco subito arrivare un messo del capitano della nave 
a cercare i Predicatori per avvisarli di andar presto al 
porto. E, partiti, frate Ugo disse ai dotti che erano 
presenti, e avevano udita la disputa: Non scandalizzatevi 
se qualche cosa dicemmo di meno che conveniente; pe- 
rocché quelli, che disputano con audacia già montata 
neir animo, sogliono trascorrere facilmente nel campo 
della licenza. E aggiunse: Questi buoni uomini di frati 
Predicatori si gloriano sempre della loro scienza, e si 
millantano che neir ordine loro è la fontana della sa- 
pienza, come dice T Ecclesiastico I: La fonte della 
Sapienza è la paróla di Dio in cielo. Quando poi 
alloggiano nei conventi de' frati Minori, ne' quali tro- 
vano sempre carità, premure e cortesie, dicono d' aver 
albergato in casa d' uomini idioti. Ma la Dio mercè, ora 
non potranno dire d' aver ospitato presso uomini idioti, 
perchè ho fatto come insegna il savio ne' Proverbi 24.o 
ecc. Poi eh' ebbe finito di dire, l' uditorio secolare se 
ne dipartì molto edificato e consolato, dicendo: Oggi 



ì4d 

abbiamo udito mirabili cose; ma domenica ventura ab- 
biamo desiderio d' udir parlare della dottrina di nostro 
Signor Oesìi Cristo. A cui frate Ugo rispose: Se voglia 
il cielo eh* io stia bene, vi contenterò di buon gra- 
do; venite pure. Poco dopo, i due frati Predicatori ri- 
tornarono, perchè il tempo non permetteva alla nave 
di prendere il mare, e stettero con noi in buona com- 
pagnia. Dopo cena frate Ugo trattò con loro cordialmente 
e famigliarmente. E frate Pietro sedette in terra a' piedi 
di frate Ugo, nò vi fu nessuno che riuscisse a farlo 
alzare, e sedere nello stesso sedile a fianco di frate Ugo ; 
neppur frate Ugo stesso, quantunque ne lo pregasse viva- 
mente. Frate Pietro adunque non pih disputatore nò 
contradditore, ma umile e attento ascoltava le dolci e 
in una schiaccianti argomentazioni di frate Ugo, che 
sarebbero veramente degne di essere riferite ; ma per 
brevità le tralascio, per affrettarmi a dir d* altro. Fu in 
quella sera che il compagno di frate Pietro in disparte 
mi disse: Per amor di Dio, frate Salimbene, favorite 
dirmi chi sia questo frate, se Prelato, Guardiano, Custode, 
Ministro. Non ha alcun ufScio, risposi, chò non ne 
vuole ; fu una volta Ministro Provinciale, ora è semplice 
frate, ma uno de' pìh dotti chierici del mondo, e per 
tale ò giudicato da tutti quelli che lo conoscono. Ed egli 
rispose : Lo credo ben vero, perchè io non ho mai udito 
uomo al mondo argomentare sì forte e sì diritto, e così 
dotto in ogni scienza ; e resto meravigliato come non sia 
addetto ad uno de' piìi cospicui conventi. Ed io risposi : 
La sua umiltà e la sua santità si consolano di albergare 
nell' oscurità de' piccoli luoghi. E soggiunse : Sia egli 
benedetto, che pare in tutto uno de' cittadini del cielo. 
Stettero pertanto fra noi que' frati Predicatori a Jeres 
fino a che il mare permise di sciogliere la vela. E al 
momento della partenza frate Pietro disse a frate Ugo: 
In verità vi assicuro che starei sempre volentieri con 



150 

voi per discutere intorno alla divina Scrittura. E dopo 
il ricambio di molti e molti complimenti, i frati Predi- 
catori partirono consolati ed edificati. La domenica suc- 
cessiva alla loro partenza tutti gli uomini di lettere di 
Jeres convennero alla cella di frate Ugo per ascoltare i 
suoi ammaestramenti. E, finita la conferenza, un secolare 
del paese stesso, eh' io vidi e conosceva, e che era stato 
presente durante la conferenza, si levò e pregò frate 
Ugo che si degnasse di riceverlo neir Ordine de' frati 
Minori. È da sapere che frate Ugo per essere persona 
spettabilissima, chierico tanto stimato, uomo dottissimo 
nelle cose dello spirito, e già altra volta esso stesso 
Ministro, aveva dal Provinciale facoltà di ammettere 
persone neir Ordine. Quest' uomo che domandava di farsi 
frate, fu poi il fondatore dei Saccati ; ed aveva un com- 
pagno che anch'esso voleva entrare, e furono inspirati 
da Dio a farsi monaci air udire la predicazione di frate 
Ugo. Ai quali frate Ugo rispose : Andate ai boschi^ e 
imparate a vivere di radici, perocché il tempo delle 
tribolazioni è vicino. Andarono, si fecero mantelli briz- 
zolati, come anticamente usavano portare i frati di 
servizio dell'Ordine di S. Chiara. E cominciarono a 
mendicare il pane per quel paese, nel quale avevano 
convento i frati Minori, e ne raccattavano in abbondanza; 
perchè noi e i frati Predicatori demmo a tutti 1' esempio 
del mendicare; sicché ognuno che prende il cappuccio, 
vuol anche iitituire un' Ordine di mendicanti. Questi si 
moltiplicarono prestissimo; e dai frati Minori della Pro- 
venza erano chiamati ironicamente e per beffa i Boscaioli. 
Ma frate Ugo aveva molti nemici e detrattori nel suo Ordine, 
e particolarmente in Provenza, sia in causa della dottrina 
dell' Abbate Qioachimo, eh' egli professava, sia perchè 
gli 8i attribuiva la fondazione dell' Ordine de' Boscaiuoli. 
Ma non l'aveva altrimenti fondato, soltanto ne aveva 
data occasione, dicendo: Andate ai boschi, e imparate 



151 

a campetr di radici^ perchè it tempo delle tribolajgioni 
è vicino; fìnaltnente perchè non volle ammetterli nel- 
r Ordine del beato Francesco, quantunque ne avesse 
facoltà. In seguito poi vestirono una cocolla a sacco non 
di tutta lana, anzi di quasi tutto lino, e, sotto, vestivano 
buonissime tuniche a sacco anch' esse, onde furono poi 
detti frati Saccati ; e calzarono i sandali, come li hanno 
i frati Minori. 

E chiunque ora voglia fondare una nuova Begola, 
toglie sempre qualcosa dai frati Minori, chi i sandali, 
chi il cordone, chi anche il vestiario completo. Ma final- 
mente r Ordine de' Minori ha ottenuto dal Papa un 
privilegio, per cui nessuno può arrogarsi di vestire in 
modo da poter essere scambiato con un frate Minore. E 
quest' ordinanza fu promossa dal fatto che i frati detti 
Britti nella Marca d' Ancona, solevano portare un abito 
in tutto somigliante a quello dei Minori. E Papa Ales- 
sandro lY li unì in una congregazione sola cogli altri 
Eremiti, mentre prima gli Eremiti erano divisi in cinque 
varie comunioni; e vi erano Eremiti detti di S. Agostino, 
Eremiti di S. Guglielmo, quelli di Favale, i Britti e ì 
Giambonitani, denominati da un Giovanni Buono, vìvente 
a' tempi del beato Francesco, sepolto a mia ricordanza 
in Mantova, e che aveva istituita una congregazione di 
Eremiti; ed io ho veduto e conosciuto un suo figlio, che 
era molto pingue e si chiamava frate Matteo da Modena. 
Tutte le altre congregazioni furono incorporate in quella 
di quest' ultimo, che fu poi capo di tutte quelle corpora- 
zioni unite. E così si avverò la scrittura che dice in 
Geremia XV: Potrebbesi rompere il ferro, il ferro d'aqui 
Ione e *l rame ? Perocché : 



Quod nova testa capita 
Inveterata »«ipit. 



iBTecclii par se sa inreecliiar la bottet 
Ognor saprà di quel che nuora in- 
ghiotte. 



Questi Saccati, appena costituiti, si erano diffusi rapida- 



152 

mente per le città d' Italia, ove comperavano case per 
abitarvi, e nel predicare, nel confessare, nel questuare 
usavano que' modi stessi, che solevano i frati Minori ed 
i Predicatori ; perchè, come già dissi, sì noi che i Predi- 
f catori abbiamo sempre insegnato che tutti gli uomini 
^ debbono mendicare. D' onde i secolari si sentivano non 
poco gravati ; e un giorno donna Giuditta degli Adelardi 
di Modena, che era una divota de' frati Minori, avendo 
veduti que' nuovi frati andare di porta in porta alla 
cerca del pane, disse ai frati Minori : In verità n'avevamo 
già tante delle bisaccìe e dei sacchi, che ci vuotavano i 
granai, che non c'era punto bisogno dell'Ordine dei 
Saccati. Ma in processo di tempo Papa Gregorio X, 
Piacentino, inspirato da Dio, in pieno concilio di Lione 
ne soppresse l'Ordine, volendo che non esistessero tanti 
Ordini di mendicanti a carico del popolo cristiano, e che 
quelli che predicano il Vangelo vivessero del Vangelo, 
come r Apostolo Paolo dice aver comandato Iddio, 1.» ai 
Corinzii 9.<> Volle anche sopprimere, anzi far perdere 
sino la memoria degli Eremiti, ma sì astenne dal farlo 
per intromissione di Eiccàrdo Cardinale della Chiesa 
romana, che presiedeva al loro governo. Disse però che 
si riservava di dare in proposito quelle disposizioni che 
avrebbe giudicate migliori. Ma sorpreso dalla morte, il 
/ suo progetto non eflfettuossi. [ Il primo dell' Ordine dei 
Saccati fu Raimondo di Atanulfo, oriendo provenzale, 
del castello di Jeres ove presso il mare si fa il sale. Nel 
secolo fu soldato ed entrò nell' Ordine de' frati Minori, 
ma durante il noviziato fu dimesso dall' Ordine, perchè 
malaticcio. Ebbe un figlio nell' Ordine de' Saccati, che fu 
poi Arcivescovo di Arles. Frate Bertrando da Manara fu 
il primo compagno del suddetto Raimondo. E Manara 
è una contrada presso il summentovato castello, dove 
era un monastero delle Bianche, che erano devote dei 
frati Minori, e le sono tutt'ora un giorno più che l'altro]. 



153 

Soppresse anche quella coirgtega di ribaldi e di porcai 
stolti ed abbietti, che chiamano sé stessi apostoli e non 
li sono, ma sono piuttosto una famiglia di Satana: P«- 
rocchè essi non erano del seme di quegli uomint, |»e' 
qwiU è stata operata la redenzione m Israello, I. 
Macabei Y. Poiché non sono utili né a predicare, né a 
confessare, né a dir messa, né a cantare 1* ufficio eccle- 
siastico, né a fare i maestri, né per dar consigli, e 
nemmeno a pregare pe' loro benefattori; perché tutto il 
dì vanno su e gih per le strade delle città a guardare 
le donne. In che dunque servano la Chiesa di Dìo e 
siano utili al popolo cristianOi non so vedere. Tutto il 
giorno oziosi e vagabondi non lavorano né pregano. La 
prima loro istituzione fu in Parma. E fu appunto quando 
io soggiornava nel convento de' frati Minori di Parma, 
e che io era già sacerdote e predicatore, che si presentò 
un giovine parmigiano di bassi natali, illetterato, laico, 
idiota e sciocco^ per nome Gherardino Segalello, e do- 
mandò d' essere ricevuto neir Ordine de' frati Minori. 
Il quale, non essendo esaudito, tutto il giorno, quando 
poteva, stava nella chiesa de' frati, e pensava a cosa, 
che poscia pazzamente eseguì. Sopra la coperta della 
lampada della congrega zione e frateria del beato France- 
sco erano in giro dipinti gli apostolico' sandali ai piedi e 
co' mantelli avvolti attorno alle spalle, secondo la tradizione 
de' pittori, raccolta dagli antichi e arrivata sino a noi. 
Attorno a questa lampada, egli stava in contemplazione, 
e, preso il suo partito, si lasciò crescere la barba ed i 
capelli, calzò i sandali de' frati Minori, e ne cinse il 
cordone; perché, come già dissi, tutti coloro che si pro- 
pongono di fondare un nuovo Ordine di Begolari, prendon 
sempre qualcosa dall'ordine de' Minori. E si fece una 
tonaca di bigietto e un mantello di grosso filo bianco, 
che portava avvolto attorno alle sp^le, credendo di 
imitare il vestire degli apostoli. E, venduta una sua 



154 

casetta, e riscossone il prezzo, si pose su una tavola di 
pietra, sopra la quale solevano in antico tenere le loro 
concioni i Podestà di Parma, e tenendosi il sacchetto 
dei danari in mano, non li distribuì ai poverelli, ne con 
loro si accomunò; ma, chiamati que' ribaldi che lì vi- 
cino stavano a giocare in piazza, li gittò in mezzo a 
loro, gridando: Chi ne vuole, se ne prenda, e se li tenga. 
Eaccolsero pertanto molto lesti que' ribaldi le monete, 
e andarono a giocarle ai dadi, e a udita di chi le aveva 
date, bestemmiavano il Dio vivente. Egli credette di 
adempiere rigorosamente il consiglio del Signore, Matteo 
XIX. ecc. Ma nota bene che dice: Dà ai poveri^ non 
ai ribaldi. Quest'uomo dunque cominciò male, conti- 
nuò peggio, e finì pessimamente, poiché la sua congre- 
gazione fu riprovata in pieno concilio di Lione da 
Papa Gregorio X. Ed a ragione, e secondo il merito 
loro; perche i Qabaoniti , che colle loro astuzie in- 
gannarono i figli d' Israele, furono giudicati e con- 
dannati a perpetua schiavitìi. Così questi guardiani 
di porci e di vacche tentarono di soppiantare i frati 
Minori e i Predicatori, campando, in un beato ozio e 
senza fatica, delle limosino di coloro, cui i Minori e i 
Predicatori avevano educato colle lunghe fatiche e col- 
r esempio. Di Gherardino Segalello pertanto, che fu il 
loro fondatore, è da sapere che voleva somigliare al 
figlio di Dio. Perciò si fece circoncidere contro l'insegna- 
mento dell'Apostolo, che dice, ai Calati V. ecc. Così 
volle giacere in una culla avvolto tra le fasce, e suggere 
il latte dalle mammelle di una donna. Dopo si recò ad 
un castello, sulla via che da Parma va a Pornovo, chia- 
mato CoUecchio o Collecchi elio, perchè appunto là, dopo 
la pianura, cominciano i colli; e di questo castello par- 
leremo ancora a tempo opportuno. E stando in mezzo 
alla strada, colla sua semplicez za andava dicendo a chiare 
note a chi passava: Andate anche voi nella mia vigna. 



155 

Chi lo conosceva Io giudicava pazzo, sapendo che ivi 
non aveva alcuna vigna; ma i montanari, che non lo 
conoscevano, entravano in una gran vigna, eh' egli addi- 
tava colla mano stesa, e mangiavano uve che non erano 
di lui, credendo che V invito venisse dal vero padrone 
della vigna. Un giorno avendo ricevuto ospitalità da una 
donnetta vedova, che aveva una bella ragazza nubile, 
diedele a credere che Dio gli avesse rivelato di dormire 
quella notte nudo con quella ragazza nuda, per far prova 
se avesse, o no, virtù bastante a mantenere il voto di 
castità. La madre acconsentì, e se ne tenne beata, e la 
ragazza non si rifiutò. Questo non insegnò il beato Giob- 
be, che dice nel 31.o ecc. Questo Qherardino Segalello 
rimase molti giorni solo per Parma senza trovar com- 
pagno. E portava il suo mantello avvolto attorno alle 
spalle, non parlava a nessuno, non salutava nessuno, 
credendo di adempire la parola di Dio, Luca X. ecc. 
E spesso pronunciava ad alta voce quella parola del 
Signore, dicendo: Penitenjsagite, cioè fate penitenza, ne 
la sapeva dire come veramente suona: Poenitentiam 
agite. E così la pronunziarono in seguito molto tempo 
i suoi seguaci, che erano tutti campagnuoli e idioti. Se 
talvolta era invitato a pranzo, a cena, o ad ospitare presso 
alcuno, rispondeva sempre ambiguamente: verrò, o non 
verrò. Il che era contrario a quella parola del Signore, 
Mattia V. ecc. Perciò quando egli veniva al convento 
de* frati Minori cercando se il tal frate fosse in casa, o 
no, il portinaio canzonando e sberteggiandolo, rispondeva: 
c'è in convento, o non c'è. Questo modo di parlare 
non è conforme agli insegnamenti della grammatica, la 
quale vuole che la risposta si faccia precisa come ri- 
chiede la domanda. Quando queste cose accadevano, i 
frati Minori di Parma avevano un inserviente di nome 
Koberto, che era un giovane disobbediente e protervo. 
E a proposito di tali qualità disse benissimo un tiranno: 



l5é 

Questa genia di servi non si corregge che col supplizio. 
Quel Boberto pertanto, famiglio de' frati Minori, come 
vedremo in seguito, fu in qualche medo simile a Giuda 
Iscariota, che consegnò Cristo ai Giudei. Gherardino 
Kegalello lo indusse ad abbandonare i frati Minori, t 
farsi suo compagno. Accettò il partito, e fu una fortuna 
per noi, che, dopo, avemmo un famiglio assai buono. 
Ma, partendo dai frati Minori, portò via la coppa, il 
coltello e la tovaglia, che per uso suo aveva ricevuta dai 
frati. Andavano pertanto ambedue tutta la giornata co' 
loro numtelli girovagando per la città, ed 1 Parmigiani 
ne facevano le meraviglie. Quand' ecco che quasi tutto 
ad un tratto si moltiplicarono sino a trenta, e convenivano 
in una certa casa a mangiare e a dormire; e frate Bo- 
berto, che era stato famiglio de' frati Minori, era il loro 
provveditore. Ed i Parmigiani miei concittadini, uo- 
I mini e donne, elargivano di buon grado e in maggior 
copia a loro che ai frati Minori e ai Predicatori, quan- 
tunque quelli non pregassero pe'loro benefattori, ne dices- 
sero messa, ne predicassero , nò confessassero, ne dessero 
buoni consigli e buoni esempi; perchè erano ignoranti 
affatto, a tutto inetti, non avvezzi alle lotte dello spirito 
colla carne, e, per mancanza di abitudine, non potevano 
mostrare, camminando, quel dignitoso contegno d' incesso 
che hanno sempre i frati Minori e i Predicatori ; ma 
erano puri e semplici guardiani di porci e di vacche. Si 
distinguevano soltanto per il loro girovagare in città a 
guardare le donne ; il resto del tempo poltrivano senza 
far nulla, come dice l' Apostolo ecc. Colle quali parole 
l'Apostolo stesso dipinge la vita e il fare di coloro, che si spac- 
ciano per apostoli, e non sono che congreghe dì Satana. 
Frate Boberto adunque era un ladro, e aveva ripostigli, 
ove, rubate le cose che si mandavano al convento, le 
riponeva. Dopo qualche tempo io ebbi a soggiornare a 
Faenza, ove egli pure abitava in casa di un certo frate 



157 

della Penitenza, chiamato Olutto; e, il Tenerdì santo, 
air ora in cni il figlio di Dio fu crocifisso, apostatò, si 
fece tagliare i capelli, radere la barba, e sposò una ere- 
mitessa. Queste cose io le aveta già udite raccontare, 
ma non le ayeya volute credere prima di parlar seco. 
Interrogatonelo adunque, Boberto non negò d* aver fatto 
quanto s' andava dicendo. Io allora ne lo rimproverai 
fortemente ; ed egli, scusandosene^ cominciò a rivelare le 
colpe di quelli che si spacciavano per Apostoli. E prima 
di tutto disse che frate Gherardino Segalello, primo loro 
istitutore, non aveva mai voluto saperne del governo 
della loro congregazione, sebbene ne lo pr^assero ; e 
diceva loro che ciascuno operasse bene da sé ; che chi 
lavora^ lavora per se, e ognuno riceverà mercede commi- 
surata air opera sua, ciascuno porterà il proprio fardello, 
e ciascuno darà ragione di se stesso a Dio. Perciò quella 
società, non avendo un capo, andò dispersa. In secondo 
luogo mi disse che, intorno ai modo di regolarsi allo 
scopo di eleggersi un rettore, avevano consultato maestro 
Alberto da Parma, che era uno dei sette notai della 
Corte romana e che egli aveva rimessa la cosa ali* Ab- 
bate del monastero de' Cistcrciensi di Fontevivo nella 
diocesi di Parma; il quale se la sbrigò alla spiccia di- 
cendo loro: Non fate conventi, non assembratevi in case, 
ma, come avevate cominciato, andate vagando pel mondo, 
portate i capelli lunghi, la barba intonsa, la testa nuda, 
mantello avvolto attorno le spalle, e cercate ospitalità giorna- 
liera per le case. Il che fu causa della loro dispersione. In 
terzo luogo mi raccontò che Guido Putagio, mio concit- 
tadino, compagno ed amico, entrato nel loro Ordine, e 
veduto che Gherardino Segalello non voleva saperne del 
regime della comunità, ne assunse egli coraggiosamente 

r incarico, e lo tenne molti anni Ma siccome in 

viaggio faceva sfoggio di troppa pompa, di molte caval- 
cature, di largo spendere e di lauti banchetti, come 



158 

usano ì Legati e Cardinali della Corte romana, dispiac- 
que a suoi, e nominarono un altro Superiore, che fa 
frate Matteo, nella Marca d' Ancona. D' onde nacque 
rottura e lotta fra loro, perchè ognuno voleva presiedere 
a quelli di parte sua. Frate Guido Putagio diceva ; Io 
ho assunto V incarico del governo della comunità perchè 
mi è stato dato ; e perciò non debbo abbandonarla. Si 
tenne pertanto tra loro una lunga discussione, e la finì 
che a Faenza si bastonarono reciprocamente gli apostoli 
di frate Matteo e gli apostoli di frate Guido Putagio, e 
fu uno scandalo per Faenza» Ivi io pure soggiornava al- 
lora, e posso quindi fare testimonianza di quanto accadde. 
E la causa di questo conflitto e delle bastonature fa 
questa. Frate Guido Putagio a Faenza dimorava presso 
una chiesuola limitrofa al giardino degli Albrighetti e 
degli Acarisii, e con lui erano pochissimi altri frati, e 
tra loro Gherardino Segalello. Pareva adunque ai frati 
della Marca che se avessero potuto avere tra loro Ghe- 
rardino Segalello, primo loro fondatore, avrebbero avuto 
il sopravento, e perciò, sebbene non vi riuscissero, ten- 
tarono di rapirlo è trarlo nella Marca, d' onde avvenne 
che si bastonarono scambievolmente. Subito dopo venne 
da me frate Guido Putagio, e, gettandosi costernato a 
miei piedi, mi riferì il fatto, ed egli, che la conosceva, 
perchè V aveva vista sino dalle origini, mi rifece la storia 
e mi espose la condizione del suo Ordine. E mi pregò 
di aiutarlo a svignarsela da Faenza, perchè temeva cho 
i Faentini, gonfi di sdegno, d' un subito insorgessero e 
gli mettessero le mani addosso, sia pel tafferuglio sue- 
sposto, sia perchè aveva nel suo Ordine dei nemici e 
degli accusatori mordenti, sia finalmente perchè Bolando 
Putagio suo fratello consanguineo era Podestà di Bologna, 
e i Bolognesi erano già in marcia per avvicinarsi a 
Faenza ed assediarla; e mi disse che, se poteva uscirne 
incolume, aveva intenzione di entrare nell' Ordine dei 



159 

^Templari, perchè Gregorio IO.* in pieno Concilio a Lione 
aveva soppresso Y Ordine degli Apostoli. E ciò che pro- 
mise, mantenne. Quel frate Boberto poi, che era stato 
famiglio dei Minori, per iscusare la sua uscita dal con- 
vento, il suo fallo e la sua apostasia, aggiungeva che 
non s' era mai vincolato ne all' obbedienza né alla ca- 
stità ; e perciò, a suo modo di vedere, era libero di 
prender moglie. Ed avendogli io osservato che non gli 
era lecito per nulla sposare un' eremitessa dedicatasi a 
Dio, che aveva molti anni vestito pubblicamente l'abito 
religioso, ed alle ragioni, per arrota, uneudo esempi e 
pareri di autorevoli scrittori per convincerlo della sua 

follia e malignità. Poi gli citai il fatto elei Re Ir- 

taco, che volle prender moglie Ifigenia, figlia del suo 
predecessore, nulla ostante che dall'Apostolo Matteo fosse 
stata dedicata al Signore, e fosse stata Badessa di più 
che duecento vergini; del qual fallo essa ne scontò la 
pena vendicatrice. Perocché il Ee fece uccidere 1' Apo- 
stolo, che non gli aveva consentito il matrimonio con Ifi- 
genia, e fece accendere un alto fuoco attorno al mona^ 
stero, perchè essa colle altre vergini vi rimanesse dentro 

incenerita In sesto luogo finalmente dimostrai a 

Eoberto che tutti gli apostati, allontanandosi da Dio, 
finiscono di mala morte; e glielo provai tanto coU'esperienza, 
che, con fede non cieca, io ne ho veduta in altri, e da 
altri udito, quanto coli' autorità della Scrittura. Eoberto, 
udendo tutte queste cose cominciò a dar segno di non 

tenere in niun conto Ma ritorniamo a Gherardino 

Segalello, che fu il fondatore dell'Ordine di cotestoro, che 
si spacciano per apostoli e non li sono, e paiono piuttosto 
una congrega di ribaldi stolti e bestiali, che vogliono pap- 
parsi il frutto della fatica e del sudore altrui senza essere 
utili in nulla a chi fa loro elemosina. Di fatti adunatisi da 
diverse parti vennero a far visita a frate Gherardino 
Segalello, come primo loro istitutore; e lo alzarono a cielo 



160 

con tanti elogi» che egli ste^o si ebbe a meravigliare di 
tanto plauso. E raccolti attorno a lui, nuli' altro dicevano 
80 non che ben cento volte V acclamarono ad alta voce: 
Padre, Padre, Padre. E dopo breve tempo di nuovo ripe- 
terono : Padre, Padre, Padre; come que' fanciulli che van- 
no a lezione nelle scuole di grammatica, che ad inter- 
valli ripetono, simultaneamente gridando, ciò che è stato 
insegnato dal maestro. Ed egli di tanto onore li ricambiò 

col cavarsi nudo^ e far cavar nudi tutti loro. e perchè 

folleggiò in loro presenza, e feceli folleggiare anch' essi... 
Dopo ciò li naandò a mostrarsi al mondo; ed alcuni si 
avviarono verso la sede della Corte romana; altri a S. 
Giacomo; altri a S. Michele Arcangiolo; e taluni oltre- 
mare. Egli restò a Parma, d' onde era nativo, e vi fece 
molte mattezze. Perocché svesti e gettò via il mantello, 
in cui s' avvolgeva, e si fece fare una sopraveste bianca, 
senza maniche, di filo grossolano, di cui vestitosi, parerà 
un ciarlatano anzi che un religioso. Aveva poi ai piedi 
le scarpe e alle mani i guanti. — Il suo parlare era 
scurrile, turpe, vacuo, osceno, futile e degno di scherno, 
più per fatuità che per malizia. Per la sua fatuità a- 
dunque e pel suo parlare osceno e insulso, pel suo gia- 
cere a letto nudo con donne nude per mettere a prova 
la resistenza della sua castità, Obizzo Vescovo di Parma, 
che fu nipote da parte di sorella di Papa Innocenzo lY, 
lo fece prendere, incarcerare e mettere a ceppi. Ma poi 
ne lo liberò e lo tenne seco in palazzo. E quando pran- 
zava il vescovo, aveva anch' esso suo pranzo in una sala 
del palazzo alla bassa tavola, alla quale altri pure man- 
giavano a vista del Vescovo, e voleva buon vino e cibi 
delicati. E quando il Vescovo beveva vino nobile, esso 
gridava che ne voleva di quello; ed il Vescovo subito 
gliene mandava. Quando poi era pieno di buon vino e 
cibi delicati, faceva le pazzie. E il Vescovo di Parma, 
che era un uomo amante del sollazzo, per gli atti ed i 



motti di quello stolto rideva, che lo reputava più un 
giocoliere fatuo ed insensato che un religioso. In questo 
tempo eravi anche un frate Minore, che aveva un ni- 
pote, che non era ancor giunto all' età della biforcazione 
della lettera pitagorica ; e lo faceva istruire perchè en- 
trasse poscia neir Ordine de' Minori. Frattanto egli co- 
piava per lo zio frate dei sermoni, de' quali quattro o 
cinque ne imparò a memoria sino alle virgole; ma non 
essendo stato ammesso subito all' Ordine, come deside- 
rava, si fece inscrivere alla congregazione o piuttosto 
alla dispersione di coloro che si vantano apostoli e non 
li sono. E lo facevano predicare anche nelle chiese cat- 
tedrali que' sermoni che aveva imparato; e molti di quegli 
apostoli imponevano il silenzio mentre il giovanetto par- 
lava al popolo accorso. In quel frattempo accadde che 
frate Bonaventura d' Iseo, che predicava a Ferrara nel 
convento dei Minori, vide una parte del suo uditorio 
alzarsi d'improvviso e correr via in fretta; e ne restò 
meravigliato ; perocché era un predicatore famoso e tutto 
grazia, onde di solito lo ascoltavano tanto volentieri che 
nessuno si moveva se non era terminata la predica. Onde 
egli domandò ad uno de' pochi rimasti, come mai gli 
altri si fossero affrettati a partire ; e gli fu risposto che 
un giovinetto degli apostoli stava per fare una predica 
nella chiesa madre del beato Giorgio, ove il popolo ora 
si raguna, e perciò ognuno s' affretta per trovar posto. 
A cui rispose frate Bonaventura: « Veggo che avete 
r animo in agitazione e preoccupato d' altro, perciò vi 
lascio subito tutti in libertà, che predicherei invano se 
continuassi, dicendo la Scrittura ecc. Ma questo inse- 
gnare che fanno quegli apostoli cose che non sanno, 
e che per giunta non sanno nemmeno di non saperle, 
urta i nervi, e sono scempiaggini simili a quelle dei 
ciarlatani. Sarebbe ora veramente grande disgrazia se 
comparisse sulla terra l'Anticristo, perchè tra il popolo 

Salimbene (Cì'onaca) 11 



162 

cristiano avrebbe troppi seguaci. > Ed aggiunse: Il beato 
Giovanni nell'Apocalisse ll.<> dice in persona del Signora: 
Ed io darò a' miei due testimonii di profetizzare; e 
profetizzeranno 1260 giorni^ vestiti di sacchi. Il che 
quantunque in primo e principale luogo si debba appli- 
care ad Enoc e ad Elia, pure non ne pare disadatta 
r interpretazione dell'Abbate Gioachimo, il quale con 
esuberanza di argomenti T applicò a due Ordini di frati, 
cioè ai Minori e ai Predicatori, contro i quali, come 
egli dice, al tempo dell' Anticristo, insorgerà il popolo 
cristiano, e de' quali dice : < E gli abitanti della terra 
goderanno, e si gioconderanno, e' si scambieranno reci- 
procamente i doni, perchè questi due profeti seminarono 
l'afflizione sopra coloro che abitano sulla terra. » La qual 
cosa l'Abbate Gioachimo, riferisce ai due Ordini prenomi- 
nati, e aggiunge che deve avere suo adempimento all'epoca 
dell' Anticristo » E inoltre frate Bonaventura disse: Vera- 
mente in voi si verifica quello che scrisse Seneca (?): Le 
mosche volano al miele, i lupi si gettano sui cadaveri, e le 
formiche corrono al frumento: Questa turba va in cerca 
della preda, non dell' uomo. L' Ecclesiastico 10<> dice : 
GhjLai alia terra che ha un fanciullo per Re, Andate 
pur dunque da quel vostro fanciullo che desiderate d'ascol- 
tare, e vi confessi de' vostri peccati. » Allora, licenziati 
da lui, se ne partirono subito a rapidi passi senza che 
l'uno aspettasse l'altro. Altra volta, soggiornava io allora 
a Bavenna, fecero predicare il sunnominato ragazzo nella 
Chiesa Orsiana (1), che è la chiesa arcivescovile di Ea- 
venna, e fu si affollato il concorso e la fretta d' arrivarvi 
de' cittadini d'ambo i sessi, che l'uno non aspettava 
r altro. E una nobile matrona di quella terra, che era 
una devota dei frati Minori, donna Giulietta moglie di 
Guido Rizzuti da Polenta (2), si lamentò co' frati, perchè 



(1) La cattedrale di RavAnna è detta Chiesa Orsiana, perchè S. Orso nel IV 
secolo la fondò, o almeno la fece restaurare ed ampliare. 

(2) Polenta: Castello sni colli sud-ovest di Cesena. 



h)3 

a pena aveva potuto trovare una compaesana, colla quale 
andare in compagnia; e la Chiesa Orsiana. quando vi 
giunse, era così piena zeppa, ohe dovette starsene fuori 
della porta. Eppure la chiesa cattedrale è tanto vasta, 
che ha quattro navate, oltre la maggiore in mezzo. Que- 
sti che si chiamano apostoli, conducevano anche attorno 
per le città questo fanciullo, e lo facevano predicare 
nelle chiese vescovili; e vi accorreva sempre gran folla 
di popolo d' ambo i sessi, e ne restavano altamente 
meravigliati, perchè i moderni si piacciono molto delle 
novità. Epperciò non è senza mistero che la chiesa tol- 
leri che r eletto de* fanciulli segga nel trono del Ve- 
scovo il di degli Innocenti. L'Abbate Gioachimo Ma 

queste cose si addicono all' Ordine de' Minori e dei 
Predicatori, ne' quali entrano fanciulli iniziati alle let- 
tere, nobili e di onesti costumi. Che poi cotesti apostoli 
non si trovino in istato di salute, possiamo provarlo con 
esuberanza di argomenti: Perchè dovrebbero obbedire al 
Papa Ma Papa Gregorio X, Piacentino, in pieno Con- 
cilio a Lione, soppresse, disperse e sradicò completamente 
la congregazione e 1' Ordine, che costoro avevano comin- 
ciato a fondare, come anche quello de' Saccati, non 
volendo che stessero a carico del popolo cristiano tanti 
Ordini di mendicanti; trovando solo ragionevole che 
quelli, a cui ordinò Iddio di vivere del Vangelo, perchè 
annunziano il Vangelo, abbiano a vivere del Vangelo 
stesso. I Saccati veramente obbedirono al Sommo Pon- 
tefice; e perciò vanno lodati e commendati, perchè pos- 
sono benissimo cercare la salute dell'anime loro entrando 
in altri Ordini, od anche permanendo nell' Ordine loro, 
purché, attenendosi puramente a quanto è loro permesso, 
non facciano nuove vestizioni, e così gradatamente si 
riducano al nulla, e vengano meno da sé stessi. Ma 
quegli stolti, bestiali e idioti, che si chiamano apostoli, 
non sono punto disposti ad obbedire. Anzi preparano 



\ 

V 

\ 



164 

vestiari conformi al loro abito, e li stendono in naostra, 
in disparte, ma sotto gli occhi di coloro che vorrebbero 
essere ammessi airOrdine, e dicono loro: Noi non osiamo 
invitarvi perchè ne è proibito, ma non è proibito a voi 
d' entrare, e perciò fate pur quel che vi aggrada. E così 
crebbero e si moltiplicarono innumerevolmente; né quie- 
tano, né si ristaranno dalla loro stoltizia, finche non 
sorga qualche Pontefice, che, fiammante di sdegno contro 
di loro, non cancelli perfino la loro memoria di sotto il 
cielo. Perocché si deve obbedire ai Sommi Pontefici 
della Corte romana, perchè il Signore dice in Luca X. 
ecc. La seconda ragione è che alcuni di loro non man- 
tengono la castità, a cui sono tenuti tutti i religiosi. 
Fidenti neir autorità degli Apostoli, e credendo di essere 
Apostoli anch'essi menavano seco donna Tripla, sorella 
di frate Guido Putagio, che fu molti anni loro Pro- 
fetessa, e così molte altre donne, che furono la causa 
della ruina del loro Ordine. Terza ragione è che eglino, 
almeno alcuni. di loro, vendono le casette, gli orti, i 

campi, la vigna, e ne portano seco i fiorini d'oro 

Sono acefali ; e alcuni di loro vanno isolati , senza 
disciplina, senza guida. ( Però in un certo castello di 
Puglia, ove i contadini s' arrogarono di proclamarsi tutti 
capitani e buona gente, furono poi messi in faga da un 
barone di Francia, che si recava alla Corte dell'Impera- 
tore. Essi volevano che pagasse un pedaggio, e l'avrebbe 
anche pagato se avesse trovato il loro capo.) Poiché 
lasciano il mestiere, a cui sono adatti, quello cioè di 
guardiani delle vacche e de' porci, e il lavoro della terra. 
Debbono adunque ridar di piglio alla vanga e voltare 
la terra, la quale è vasta e manca di braccia a colti- 
varla Io era già arrivato al punto di biforcazione della 

lettera pitagorica, e aveva già compiuto il terzo lustro, 
cioè aveva percorso il circolo di un' indizione, e già sin 
dalla culla avevan cominciato ad insegnarmi e a pestarmi 



165 

in capo la grammatica, quando entrai nell' Ordine de' 
frati Minori, e subito nel mio noviziato, nella Marca 
d' Ancona, nel convento di Fano, ebbi maestro di Teo- 
logia frate Umile da Milano, che aveva studiato alla 
scuola di frate Aimone a Bologna. Il quale frate Aimone 
poi, che era Inglese, già vecchio, fu fatto Ministro Qe- 
nerale dell' Ordine de' Minori e lo restò sino alla morte, 
cioè tre anni. E, il primo anno ch'io entrai nell' Ordine, 
ho udito spiegare nella scuola di teologia i libri di Isaia 
e di Matteo, e l' interprete ne era il detto frate Umile; 
e d' allora in poi non desistetti mai dallo studiare ed 
essere uditore nelle scuole. E come i Giudei dissero a 
Cristo, Giovanni 2,^ . In quarantasei anni è stato edificato 
questo tempio, così posso dir io, che oggi venerdì, giorno 
di S. Gilberto, in cui scrivo queste cose, sono appunto 
quarantasei anni che sono entrato nell' Ordine de' frati 
Minori, e corre 1' anno 1284. E non cessai più di stu- 
diare; eppure nemmen così ho potuto raggiungere la 

scienza de' miei maggiori Dell' ignoranza de' sapienti 

di questo mondo Una prova ne hai in Gherardo Bozzi, 

il quale predisse che avrebbero avuto prospera la fortuna 
quelli che erano andati a Colorno, perchè vi erano en- 
trati sotto il segno dello Scorpione. Ma era in errore, 
perchè vi entrarono il giorno di S. Domenico, quando il 
sole non è in iscorpione; e poi ne furono subito espulsi. 
Che se poi si riferisca non al sole, ma alla luna, al- 
lora disse vero che entrarono in Colorno sotto il segno 
dello Scorpione; perchè la luna due giorni e piii per 
mese si trova sotto ciascun segno dello zodiaco. Tuttavia si 
potrebbe ancor sostenere che ha errato per tre ragioni: 
La prima è, come lo prova il fatto, cbe ne furono subito 
espulsi; la seconda è che lo scorpione è un animale re- 
trogrado, e quindi doveva segnare un pronostico sinistro ; 
la terza perchè il Signore dice in Isaia iH*: Io sono il 
Signore ec \ che annullo i segni de' bugiardi, e fo im- 



160 

j)a.zzare gii indovini Il che intendeva di fare 

Papa Gregorio 10.® che in pieno Concilio a Lione sop- 
presse e riprovò la congrega degli apostoli ; ma la debo- 
lezza e la pigrizia dei Vescovi li lascia vagare pel mondo 
senza che portino alcun frutto a nessuno. Così, non per- 
chè esista ancora la corporazione di Gherardino Segalello, 
ma anche dopo ohe è stata dispersa, vi sono tali che si 
danno a predicare, i quali se appartenessero all' Ordine 
dei frati Minori, appena si permetterebbe che servissero 
a tavola, e lavassero le stoviglie, o andassero per pane 

da pòrta a porta Perocché non è ragionevole illoro 

ossequio, accontentandosi di una sola tonaca, e credendo 
che ciò sia loro comandato da Dio. Ma realmente sba- 
gliano quegli apostoli, perchè quando il Signore dice : 
Né abbiate due tonache, condanna il superfluo, non 
proibisce il necessario, né ce ne priva. È chiaro dunque 
da quanto s' è detto, che quando il Signore disse ecc. 
non volle inteso letteralmente che V uomo, che n' ha bi- 
sogno, non potesse averne piìi d'una, sia per il bucato, 

sia per ripararsi dal freddo Si dice, ed è vero, anzi 

è cosa onnimamente superflua, che il patriarca di Aqui- 
leia, il primo dì di quaresima, fa servire alla sua mensa 
quaranta pietanze, cioè qualità diverse di camangiari, e 
così via via, giorno per giorno, sino al sabbato santo, ne 
fa diminuire l'imbandigione di una ogni giorno, e dice che 
lo fa per onore e gloria del suo patriarcato. È chiaro 
dunque che. gli apostoli di Gherardino Segalello sono 
stolti, contentandosi di una sola tonaca, ed esponendosi 
a pericolo di freddo, di malattie, ed anche di morte. 
Così pure con una sola tonaca, che usano, si insudiciano 
\ per immondizie, o di pidocchi, che non possono scuotere, 
\ di sudore, o di polvere, e mandano fetore, non potendola 
! ne lavare, né sbattere senza restar nudi. Onde un giorno 
disse, scherzando, una donnetta a due frati Minori : Sap- 
piate che ho un apostolo nudo nel mio letto, e vi starà 



167 

fino a che sia asciutta la tonaca che gli ho lavata. U- 
dendo ciò i frati Minori si risero della leggerezza della 
donna, e della stoltezza dell* apostolo. L' Apostolo dice 
ai Galati 6.<> : Coìui che è ammaestrato nella parola, 
faccia parte d' ogni suo bene a colui che V ammaestra, 
E significa che, chi è ammaestrato deve mettere il ma- 
stro a parte di tutti i suoi beni. 

La qual cosa si fa in Francia, ove, quando io vi era, 
i preti mi dissero che di tutti i beni dei loro paroc- 
chiani riscuotono la decima^ sin anche degli agnelli e 
dei polli. Tuttavia saviamente agiva frate Bon compagno 
da Prato dell' Ordine dei Minori, che era sacerdote, pre- 
dicatore, buon chierico e letterato e uomo dedito alle 
cose spirituali. Quando io seco abitai nel convento di 
Pisa, ove ogni anno ciascun frate riceveva due tonache 
nuove di panno di garbo (1), egli non volevano che una, 
e quella vecchia. Ed avendolo io interrogato, perchè così 
facesse, mi rispose: Frate Salimbene, l'Apostolo dice 
ecc; e appena per questa io potrò ricambiarne Iddio. 
Ma tra gli apostoli dì Gherardino Segalello si trovano 
ribaldi, seduttori, ingannatori, ladroni, fornicatori, che 
fanno turpissime cose colle donne e sin co' fanciulli, poi 
ritornano al loro covile di ribaldi. Quale giudizio adunque 
cadrà su alcuni chierici del nostro tempo che non pre- 
dicano il vangelo, e vivono oziosi del pane dell' altare ? 
Non faticano come i campagnuoli, non si battono come 
i militari, non annunziano il Vangelo, come debbono fare 



(1) Srano a Firenze dae vie, T una nominata di Garbo dalla iltastre famiglia 
omonima, T altra di S. Martino, nelle qaali avevano sede fabbriche di panni. In 
via di Garbo si confezionavano panni fini, nell'altra grossolani. Onde ebbe origine 
l'oso di chiamare panno di garbo il panno fino, e panno di S. Martino il grosso- 
lano. Dalle cose la frase passò alle persone, e si chiamarono di garbo le persone 
gentili e di fina educazione. 



108 

i chierici, e, siccome non serbano ordine alcuno, andranno 
là ove nessun ordine ecc. 11 Segalello pertanto non deve 
osare di intromettersi nelle cose che spettano ai due 
Ordini, dei Minori cioè e dei Predicatori, i quali sono 
adombrati da Geremia sotto il titolo di pescatori e di 

cacciatori Salva V esposizione dell' Abbate Gioa- 

chimo, eh' io da molti anni non ho letta. Cacciatori sono 
i Predicatori, principalmente oltremare, quantunque al- 
trettanto faccia anche l' altro Ordine. Essendo che in 
Italia se ne escusano se non escono dalle città, ove 
abitano i cavalieri, i nobili, i potenti, mentre nelle ville 
e per le castella hanno romitaggi, ove dimorano frati 
Minori e possono bastare al bisogno de' secolari. L'Ordine 
del beato Francesco è simboleggiato dai parvoli, che 
quando si avvicinavano a Gesù Cristo, i discepoli li «gri- 
davano. Così ne' primi tempi alcuni Cardinali non erano 
favorevoli alla istituzione di quest' Ordine. Ma come 
Gesù aveva detto ai discepoli, il Sommo Pontefice Inno- 
cenzo III disse ai Cardinali : Lasciateli venire da me 
questi parvoli, e non vogliate impedirneli; di loro è il 
regno de' cieli. Queste parole pronunciò Innocenzo III, 
dopo che ebbe avuta una visione mostratagli da Dio, 
nella quale vedeva la chiesa di Laterano minacciare 
ruina per vetustà, e che, un poverello umile e spregiato, 
miracolosamente la puntellava che non minasse. E la 
Scrittura nel Nuovo Testamento aggiunge: Poi che ebbe 
su loro stese le mani, partì. E fu perciò che allora 
Innocenzo III ordinò chierici que' dodici che il beato 
Francesco aveva condotti seco al cospetto del Papa, il 
quale ne confermò la Regola e l' Ordine, e conferì loro 
il ministero della predicazione (correva l'anno 1207); 
dopo di che tanto i Cardinali della Corte romana, quanto 
i Sommi Pontefici predilessero sempre V Ordine del beato 
Francesco, riconoscendo e vedendo a prova che i frati 
Minori erano utili alla Chiesa e alla salvezza del mondo 



169 

Intorno al peccato di superbia del primo 

padre Adamo Parimente un tale disse : 

lasso me, ke fu' temptato, 
Com fo Adam nel paradhiso, 
Chi Tolse più ke nò i fo dato, 
Perde lo bene o' era miso. 

Perzò ne prego ogne amadbore, 
Ke no alzo tanto lo core 
Ke cadba interra e sia damnato ecc. 

Altri ancora disse: 

Boni suno li sparaci e li funze, 
E mejo sun le pècor ki le munze. 
Ki ponzo troppo ad alto e no' li zunze, 
Kade in terra, e tutto se dezunze. 

Ne alcunché di buono so vedere negli apostoli di Sega- 
lello tranne la foggia esteriore dell'abito, che sembrano 
portare uniforme a quello degli Apostoli, secondo la 
tradizione che i pittori, da Cristo sino a noi, banno 
mantenuta viva, rappresentando sempre gli Apostoli del 
Nazareno co' capelli lunghi, con barba intonsa, e mantello 
avvolto attorno alle spalle. Poi di buono si può notare 
in loro che cominciarono a comparire circa l'anno 1260, 
quando in Italia*ebbe luogo la divozjone delle flagella- 
zioni, anno, in cui, al dire de' Gioachimiti, cominciò il 
regno dello Spirito Santo, che nel terzo stadio del mondo, 
per mezzo de' monaci, doveva raffigurare una specie 
particolare di mistero, come in seguito spiegheremo pih 
diffusamente (1). Mi fa meraviglia però che l' Abbate 



(1) SegQendo U dottrina de* ternari, i Gioachimiti in tre ordini o stati 
dividevano gli nomini, i tempi, la sapienza, la vita. Abbracciava il primo tre stati, 
tre ordini d' nomini: cioè qnello dei coniugati, che aveva avato luogo sotto il 
regno del Padie «sterno, o sotto l'Antico Testamento; quello dei chierici, sotto il 
regno del figliuolo, e sotto la legge di grazia; e quello dei monaci, che perdurar 
doveva nel tempo della maggior grazia per via dello Spirito Santo* Il secondo 
ternario era quello della sapienza: cioè il Vecchio Testamento dato dal Padre ; il 



( 



170 

Gìoachimo non abbia fatta, da quanto pare, menzione 
alcuna di questi apostoli ne' suoi scritti, come fece del- 
l' Ordine de' frati Minori e de' Predicatori, che, dedu- 
cendolo da molti simboli del Vecchio Testamento, predisse, 
molto prima che sorgesse, la istituzione de' loro Ordini ; 
come più volte, e chiaramente, dimostrai in questa cronaca, 
e in un' altra, e in una terza, e in una quarta, non che 
in un trattato che scrissi sopra Eliseo. Laonde la istitu- 
zione di questi apostoli mi diventa molto sospetta e 
spregevole ; che se fossero stati mandati da Dio, l' Abbate 
Qioachimo ne avrebbe sicuramente parlato. Perocché nel 
libro Delle figure^ come ho letto assai volte, designa 
come futuri sette Ordini dopo la venuta dell' Anticristo, 
de' quali ninno è apparso ancora al mondo ; e si ricono- 
scerebbe facilmente, perchè egli ce ne dipinge il modo 
di vestire, di conversare, e di digiunare. Ma ritorniamo 
a frate Ugo Provenzale dell' Ordine dei Minori, uno dei 
piti illustri chierici del mondo, tutto dedito alle cose 
dello spirito, predicatore famoso, Gioachimita fanatico, e 
così seguitiamo quello che resta da dirne. L' anno 1248 
trovandomi io in Provenza a Castel Jeres, ove i Saccati 
esordirono la loro costituzione, e dove soggiornava frate 
Ugo, imparai da lui tutto quello che egli sapeva dell'in- 
terpretazione fatta* dall'Abbate Gioachimo sui quattro 
Evangelisti, e dopo andai ad Aix, ove dimorai nel con- 
vento de' frati Minori, e scrissi coli' aiuto del mio com- 
pagno r esposizione della dottrina dell' Abbate Gioachimo 
per il Ministro Generale frate Giovanni da Parma, Gioa- 



Naoro che è opera del figliaolo; e V Evangelia eterno, clie doreTS venire dallo 
Spirito Santo. 11 ternario de' t«mpi costituirà ì tre regni sammentoTati : del Padre, 
o lo spirito della legge mosaica; del Figlio, o Io spirito di grazia; dello Spirito 
Santo, ossia la somma grazia, o la rivelazione della verità. Sott» il primo erano 
vissnti gli uomini secondo la carne ; sotto il secondo tra la carne e lo spirito ; 
sotto il terzo, sino al finire del mondo, vissuto avrebbero secondo lo Spirito puro. 
Nella quale ultima epoca dovevano, secondo loro, cessare i sacramenti, le figoiet 
e quanti vi aveva simboli o segni sensibili, e mostrarsi nuda la verità. 



171 

chìmìta anch'esso passionatissimo. Aix è città arcive- 
scovile, sanissima, molto fertile di frumento, a quindici 
miglia da Marsiglia, ove fu primo Arcivescovo S. Massi- 
mino, uno de' settantadue discepoli di Cristo. Qui con- 
dusse seco Marta e Maria Maddalena e Lazzaro, quando 
fu di ritomo da oltremare espulso dai Giudei in odio a 
Cristo, e posto su d'una nave senza vele e senza remi. 
Ma per volere divino approdarono a Marsiglia, dove 
in seguito, Lazzaro, ch'era risuscitato da morte per mi- 
racolo di Dio, fu fatto Vescovo, e scrisse un libro intorno f 
alle Pene dell' inferno, quali egli le aveva vedute ; 
coi propri occhi ; ma quando io andai a Marsiglia e 
cercai di quel libro, seppi che per incuria del custode 
della chiesa era restato preda di un incendio. Fari- 
mente S. Massimino aveva condotto seco il beato Ce- 
donico, che era un cieco nato, a cui Iddio aveva 
dato la vista, onde i discepoli dissero a Gesù Cristo : 
Maestro^ chi peccò, costui o i suoi genitori, onde nac- 
que cieco? Aveva anche Massimino in sua compagnia 
Marcella, fantesca di Marta, che fu la donna, che quando 
Gesù predicava, sclamò in mezzo al popolo afiFoUato: 
Beato il ventre ecc. Questa Marcella, fantesca di Marta, 
ne scrisse poi la vita, e andata a Vienna, vi predicò il 
Vangelo di Cristo, e volò alla pace eterna dieci anni dopo 
che Marta s' era addormentata nel Signore. Nella città di 
Aix ebbe sede, il piti del suo tempo, il Conte di Pro- 
venza, padre della Begina d' Inghilterra, e della Begina 
di Francia, moglie di Lodovico, che andò oltremare due 
volte; e vi dimorava, tanto perchè la città era sanissima, 
quanto per devozione a San Massimino, che n' era stato 
il primo Arcivescovo. Quivi il Conte morì, e fu sepolto 
fuori di città in una piccola chiesetta, e deposto in un 
bellissimo e magnifico sarcofago, ch'io ho visto co' miei 
occhi, fatto fare da sua figlia la Begina di Francia. De- 
siderava vivamente d' essere sepolto nella chiesa de' frati 



172 

Minori; ma i frati non consentircelo, perchè in quel tempo 
non ammettevano nella loro chiesa sepoltura d' estrani 
all'Ordine, sia per evitare i disturbi, sia per non avere 
controversie col clero secolare. E per questi motivi non 
vollero sepolta in una loro chiesa nemmeno S. Elisabetta. 
Avendo io dunque terminato di scrivere il lavoro che 
aveva intrapreso, e che aveva durato sette mesi di fa- 
tica, sopravvenne il settembre, circa il giorno deir Esal- 
tazione della Croce, quando frate Baimondo Ministoo 
Provinciale di Provenza, mi scrisse di andare ad incon- 
trare il Ministro Generale, che veniva di Francia dopo 
avere visitato Y Inghilterra, la Francia e la Borgogna, e 
voleva anche fare una visita in Ispagna. Lo stesso invito 
ricevette per lettera anche frate Ugo, e lo trovammo a 
Tarascon, ove è il corpo di S. Marta, ed ove la Contessa 
madre della Begina di Francia e della Begina d' Inghil- 
terra soleva per lo pih dimorare. E andammo col Ministro 
Generale a visitare il corpo di S. Marta, ed eravamo dodici 
frati oltre il Generale; ed i Canonici ci offersero a baciare un 
braccio della Santa. Operandosi a quella tomba in antico 
moltissimi miracoli, Clodoveo Be dei Franchi, fattosi cris- 
tiano per battesimo ricevuto da San Bemigio, una volta che 
soffriva di grave mal di reni venne alla tomba della Santa, 
e ne guarì completamente; epperciò ne dotò la chiesa di 
tre miglia di terreno ali* ingiro, di qua e di là dal Be- 
dano, donando tutto, terre, ville e castella, e rese quel 
territorio libero ed indipendente. Nel convento de* frati 
Minori di questo castello, una sera, dopo che si era re- 
citata compieta coli* intervento del Generale, e che erano 
già stati in quella casa designati i letti a tutti per dor- 
mire, compreso il Generale stesso, questi usci per andare 
a pregare nel chiostro. Intanto i frati forestieri, per rispetto, 
si astennero dall' andare a letto, aspettando che prima 
ritornasse e si coricasse il Generale. Ma io, accortomi 
della loro irrequietudine pel troppo ritardo, e de' loro 



173 

brontolamenti, perchè avevano bisogno di riposare, e 
anche coricandosi non avrebbero potuto dormire perchè i 
locali, in aspettazione del Generale, erano illuminati da 
Hn cero, andai dal Generale, che era mio famigliare ed 
intimo amico, e inoltre mio concittadino e parente dei pa- 
renti, e lo trovai nel chiostro che pregava, e gli dissi: Padre, 
i forestieri stanchi dalla fatica del viaggio avrebbero biso- 
gno di riposare, ma per rispetto vostro non vogliono co- 
ricarsi negletti loro, se prima voi non v'adagiate nel vostro. 
Ed egli rispose: Va a dir loro da parte mia che se ne 
dormano pure colla benedizione di Dio; e così fecero. 
Ma a me parve volere la convenienza di aspettare il 
Generale per indicargli il suo letto; e, ritornato egli dalla 
preghiera, gli dissi: Padre, questo è il vostro letto, che 
per voi è stato allestito. E dissemi: Figlio, in questo letto 
che mi additi, potrebbe dormire un Papa; frate Giovanni 
da Parma non dormirà punto in questo letto, e si coricò 
in quello eh' era stato designato per me. Allora io ripi- 
gliai: Padre, ve lo perdoni Iddio, che mi toglieste quel 
letto dove sperava di dormire io, perchè era stato asse- 
gnato a me. Ed egli di rimando: Dormi, dormi tu in 
quel letto papale. Ed avendolo io a sua imitazione ricu- 
sato^ Gonchiuse: Voglio che tu ti corichi lì, e te lo co- 
comando; e mi convenne obbedire. All'indomani arrivò il 
Guardiano di Beaucaire, che abitava sull' altra sponda 
del Rodano in Beaucaire, nobilissimo castello, pregando 
il Generale di andare, quando fosse spedito da Tarascon, 
a visitare con tutto il suo seguito que' suoi figli che abi- 
tavano a Beaucaire. E così fece. Intanto che eravamo là, 
arrivarono dall' Inghilterra due frati, cioè frate Stefano 
lettore, che ancor garzoncello era entrato nell' Ordine del 
beato Francesco, ed era beli' uomo, tutto consacrato alle 
cose spirituali, letterato, prudentissimo ne'consigli, sempre 
pronto a predicare al clero, ed aveva bonissimi scritti di 
frate Adamo da Marisco, di cui col mezzo del detto Ste- 



174 

fano, potei udire una lezione sul Genesi. À costai frate 
Giovanni da Parma aveva promesso che, terminata la 
visita deli' Inghilterra, V avrebbe per sua consolazione 
mandato lettore a Aoma. Il suo compagno era un altro 
Inglese, frate locelino, beli' uomo anch' esso, letterato e 
tutto dedito alle cose dello spìrito. Poi arrivarono altri 
due frati a pregare il Generale che provvedesse il con- 
vento di Genova di un dotto lettore. I frati venuti da 
Genova erano frate Enrico di Bobbio cantore del convento 
di Genova, e da madre, zio di frate Guglielmo, che fu 
poi lettore e Ministro; dell' altro non mi ricorda il nome. 
Eglino caldamente pregarono il Generale che per amore 
di Dio esaudisse i frati del convento di Genova, non che 
frate Nantelino loro Ministro Provinciale. E subito il 
Generale, che sapeva in poco tempo spedir molte cose, 
che era uomo pieno di senno, e aveva sempre in pronto 
un giudizio pesato, disse a frate Stefano: Ecco una let- 
tera, colla quale i frati del convento di Genova mi sup- 
plicano di provvedere loro un dotto lettore; se vi piacesse 
di andare lettore colà, se 1' avrebbero per un regalo; io 
poi, quando verrò là, vi manderò a Boma. A cui frate 
Stefano rispose: Di buon grado e con mia consolazione 
sono pronto ad obbedirvi. E il Generale di rimando: Sia 
tu benedetto o figlio; hai fatto buona risposta. Andrai 
dunque con questi frati, che ti avranno per molto racco- 
mandato; e così fu. Dopo ciò lasciammo Beaucaire, di- 
scendemmo pel Bedano ad Arles, che è poco lontana da 
Tarascon; e que' frati si rallegrarono dell' arrivo del Ge- 
nerale, perchè era uomo molto esemplare ed edificante. 
Un giorno trovandosi il Generale da solo, mi appressai 
a lui, ed ecco sorvenire il mio compagno, frate Giovan- 
nino dalle Olle Parmigiano, e dire al Ministro: Padre, 
fate in modo che io e frate Salimbene possiamo avere 
r aureola. A questa domanda il Generale si mise a ridere, 
e disse al mio compagno: E come posso fare che abbiate 



175 

r aureola ? E frate Giovannino rispose ; Dando a noi 
r ufficio di predicatori. Allora frate Giovanni Ministro 
Generale soggiunse recisamente. Foste anche mìei fra- 
telli, non r avreste giammai senza prova d* esame. A 
questo punto presi la parola, e in presenza del Ministro 
dissi ài mio compagno: Vanne, vanne colla tua aureola; 
io l'ebbi già Tufiicio di predicatore V anno passato a Lione 
da Innocenzo IV ; e lo dovrei riavere ora da frate Gio- 
vannino da S. Lazzaro? (1). Mi basta averlo ricevuto da 
chi aveva l'autorità suprema di conferirmelo. Or debbo 
dire che frate Giovanni si chiamava maestro Giovannino 
quando da secolare insegnava logica, e si appellava anche 
da S. Lazzaro, perchè da bambino fu allevato in una 
casa posta in S. Lazzaro, presso Parma, da uno zio pa- 
terno, che era sacerdote, ed era custode di un Oratorio 
di S- Lazzaro, e che a sue spese mantenne a studio questo 
nipote. Ma accadde che questo ragazzo si malo a morte, 
come ne pareva a quelli che V assistevano ; ed un giorno, 
confortatosi in Dio, disse a udita dei presenti : Il Signore 
mi ha colpito col stio castigo, e non mi ha messo nelle 
mani della morte; no, non morrò, ma camperò enar- 
rerò le opere del Signore. Ciò detto, tosto il fanciullo 
si alzò sano, e cominciò a studiare con grande ardore, e 
camminò fortissimamente nelle vie del Signore, finche si 
fece frate Minore; e da allora crebbe sempre maggior- 
mente di virtù in virtù, e ogni dì più si fortificava 
nella pienezza della sapienza e della grazia di Dio. Era 
di statura mezzana, che tenea però più al basso che 
air alto ; aveva belle forme in tutto il corpo, ben com- 
plesso, sano e forte a sostenere le fatiche de' viaggi e 
dello studio; aveva volto grazioso, angelico, sempre gio- 
condo; carattere largo, liberale, cortese, caritatevole, umile, 



(I) Villaggio sair Emilia ad oriente eli Parma e distante dalla città poco più 
d' nn chilometro. 



176 

mansueto, benigno, paziente, divoto a Dio, sempre in 
preghiere, pio, clemente, compassionevole. Diceva messa 
ogni dì, e tanto divotamente, che coloro che 1* ascolta- 
vano ne ricevevano sempre qualche grazia. Predicava cosi 
bene e con tanto fuoco sì al clero che al popolo che in 
molti dell' uditorio, e Tho visto io più volte, provocava le 
lagrime; aveva la parola facondissima, sempre giusta; pos- 
sedeva scienza profonda, giacché era buon grammatico, e 
nel secolo, era stato distinto maestro di logica, e nell'Ordine 
de* frati Minori, teologo e dissertatore insigne. Insegnò 
sentenze a Parigi, e fu molti anni lettore nel convento 
di Bologna e di Napoli. Quando passava da Boma i frati 
lo facevano ogni volta o predicare, o disputare davanti 
ai Cardinali, perchè era da loro riputato gran filosofo. 
Era specchio ed esempio a quanti lo guardavano, perchè 
tutta la sua vita splendeva come un luminare di onestà, 
di santità, di buoni, anzi perfetti costumi. Caro a Dio e 
agli uomini conosceva bene la musica, e cantava benis- 
simo. Non ho mai visto un tanto rapido scrittore, e così 
bello scultore della verità, e con un carattere facilissimo 
a leggersi. Quando n'aveva impegno, fu nelle sue lettere 
nobilissimo modello di stile forbito e sentenzioso. Fu il 
primo Ministro Generale, che cominciò a girare attorno 
per visitare tutte le provincie dell' Ordine; cosa per lo 
innanzi insolita, tranne che frate Aimone una volta andò 
in Inghilterra, d'onde era nativo. E quando frate Buo- 
nagrazia volle pure visitare tutto l'Ordine, oOguendo 
r esempio di frate Giovanni da Parma, non potè durarne 
la fatica, e prima della fine del quarto mese del suo mi- 
nistero, malatosi a morte, cessò di vivere in Avignone. 
Cosi pure frate Giovanni da Parma fu il primo Ministro 
Generale, che ammettesse i devoti e le devote dei frati 
Minori ai benefici dell'Ordine, rilasciando loro lettere 
segnate dal suo sigillo di Generale, per le quali molti si 
fecero devoti a Dio e all' Ordine del beato Francesco ; e 



r 



177 

forse questa concessione servì a loro come occasione di 
abbandonare il peccato, e di convertirsi a Dio, tanto per 
effetto della loro devozione, quanto anche delle preghiere 
che i frati facevano per loro ; perocché come dice Agosti- 
no : JS impossibiU che non siano esaudite le preghiere 
dei molti* La lettera, che loro dava era la seguente, colla 
sola differenza del nome delle persone : « Ai dilettissimi 
in Cristo amici e divoti dei frati Minori Giacomo dei 
Bussoli, donna Mabilia sua moglie, nonché ad Angelica 
amatissima loro figlia, frate Giovanni Ministro Generale 
e servo dell' Ordine de' Minori augura salute e pace 
sempiterna in Dio. Accogliendo con sincero affetto di 
carità la divozione che avete all'Ordine nostro, e che 
conobbi per mezzo di una pia relazione de' frati, e de- 
siderando di ricambiarvi dell'amore vostro verso di noi, 
io vi ammetto a partecipare di tutti i singoli suffragi 
della nostra Beligione tanto in vita che in morte, e in virtù 
della presente lettera, vi concedo la compartecipazione 
piena a tutti i beni, che la clemenza del Redentore si 
degnerà di operare per mezzo de' nostri frati in qualun- 
que parte del mondo sia che dimorino. Iddio vi conservi 
sempre sani. Data a Ferrara 6 settembre 1254. E si noti 
che non voleva rilasciare questa lettera se non a chi 
la domandava, e a chi domandandola, fosse riconosciuto 
veramente divoto a Dio, o uno de' principali benefattori 
dell' Ordine, o che almeno avesse disposizione a diven- 
tarlo. Frate Giovanni da Parma diede anche licenza a 
frate Bonaventura da Bagnorea di far scuola a Parigi, 
quantunque non 1' avesse mai fatta altrove, perchè era 
semplice baccelliere, non per anco dottore. E fu allora 
che frate Bonaventura scrisse le sue lezioni sul Vangelo 
di S. Luca, che sono bellissime e sapientissime; e com- 
pose quattro libri sopra Le Sentente, che anche oggi 
sono riputati di singolare utilità (volgeva allora l' anno 
1248, ed ora corre 1' anno 1284); dettò eziandio in se- 

Salimbene, Cronaca. 12 



178 

guito molti altri libri, che vanno per le mani di molte 
persone. E quando maestro Guglielmo da Santo Amore 
provocò r ira dell* Università di Parigi contro V Ordine 
de' Frati Minori e de' Predicatori, frate Giovanni da 
Parma Ministro Generale , convocata 1' Università a 
piena adunanza, parlò agli scolari e ai Professori, e, te- 
nuto loro uno splendidissimo sermone utile e divoto, in 
fine disse: « Questi, che è il Re dei Re, è il celeste agri- 
coltore; il suo giardino è la Chiesa, o la Religione del 
beato Francesco. Ricevette da voi il seme di una pianta, 
perchè voi siete maestri e padroni nostri, e da voi im- 
parammo la scienza, e noi di e notte ve ne ricambiamo 
il benefìcio, e siamo pronti a ricambiarvene sempre, sia 
pregando per voi, sia predicando, sia curando in ogni 
maniera 1' utilità delle anime vostre. Laonde se volete 
pure schiantarla questa vostra pianta, schiantatela pure, 
se per avventura non si opponga colui che dice ecc. lo 
sono il Ministro Generale de'frati Minori, sebbene indegno, 
impari all'altezza di tanto ufficio, e mio malgrado. Voi siete 
i padroni e maestri nostri. Noi vostri servi, figli e disce- 
poli; e se qualche cosa sappiamo, a voi ne dobbiamo ri- 
conoscenza. Eccoci: Io sottopongo-me stesso, e questi frati 
miei dipendenti^ alla vostra disciplina e al castigo, che 
ne vorrete infliggere. Eccoci, siamo nelle vostre mani; 
fate di noi quel che ve ne pare buono e giusto ». Udite 
queste parole, tutti le accolsero bene e le acclamarono, 
e si calmò quello spirito, che s' era sollevato contro i 
frati; e si alzò uno che aveva ufficio di rispondere per 
tutti, e disse al Ministro Generale: Benedetto che tu sia, 
e benedetto che sia la tua eloquenza. La Religione del 
beato Francesco, che è professata dai frati Minori, è 
buon seme seminato nel campo della Chiesa. É maligno 
uomo chiunque s'adopera a distruggere questa Religione; 
come fece frate Guglielmo da Santo Amore, che scrisse 
un opuscolo, in cui sosteneva che tutti i religiosi e i 



179 

predicatori della parola di Dio, che vivono accattando 
limosina, non possono salvarsi, e distolse molti dall* en- 
trare neir Ordine de*frati Minori e deTredicatori. Ma in 
seguito Papa Alessandro IV ne riprovò e condannò Topu- 
scolo; e S. Lodovico Be di Francia, di buona memoria, 
fece irrevocabilmente espellere da Parigi Quglielmo da 
Santo Amore , perchè seminò la calunnia sopra gli 
innocenti. Tutte le suddescritte cose io le ho sapute 
da maestro Benedetto di Faenza, dottore di scienze fisi- 
che, che era presente , e le ebbe udite, perchè si trovava 
a Parigi, ove fu molti anni a studio, e amava e lodava 
frate Giovanni da Parma. Altra volta i Ministri e i 
custodi adunati in Capitolo generale a Metz, proposero 
a frate Giovanni di riformare la loro Regola aggiun- 
gendo nuovi articoli allo Statuto. E frate Giovanni ri- 
spose loro: Non moltiplichiamo gli articoli della nostra 
Costituzione, ma osserviamo piuttosto fedelmente quelli 
che vi sono. Sappiate che i poveri fraticelli si lamentano 
della moltiplicità delle vostre leggi, che imponete loro 
sul collo; ma voi, che le fate, non le volete osservare, ed 
essi guardano più alle opere che alle parole dei Superiori. 
Vi sia maestra la storia, nella quale non si legge mai 
che Giulio Cesare abbia detto alle sue legioni: Andate, 
pugnate: ma diceva: Andiamo e combattiamo. Quindi 
decamparono in questo Capitolo dalle proposte riforme. 
Tuttavia frate Giovanni Ministro Generale scrisse una 
circolare che inviò ad ogni convento dell' Ordine, colla 
quale comandava che tutti i frati uniformemente adem- 
piessero agli ufSci ecclesiastici secondo la rubrica del- ' 
r Ordinario ; il che prima non si faceva ; perchè se avevano 
nel convento di buon mattino qualche messa da morto, 
in alcuni luoghi s' accontentavan di quella ; e V altra che 
correva in quel giorno, fosse pur anche della domenica, 
di altra festa, la rimandavano sino a circa Torà di 
terza; e molte altre cose si facevano, come ho visto coi 



180 

miei occhi, or contro la rubrica, ora estranee alla rubrica 
stessa; le quali per opera del Padre nostro Ministro 
Generale frate Giovanni da Parma sono state in meglio 
riformate. Egli, a cagione della dottrina dell'Abbate 
Gioachimo, alla quale era troppo attaccato, venne in 
odio a certi Ministri, a Papa Alessandro IV, e a Papa 
Nicolò Ili; i quali Papi, quand*eran Cardinali furono 
governatori, protettori e censori dell' Ordine, e allora lo 
amavano come sé stessi per la sua scienza e santità di 
vita. Onde, dopo lungo tempo, Giovanni Gaetani, che era 
Papa Nicolò III, lo prese per mano un giorno, e condu- 
cendolo qua e là per le sale del palazzo, gli disse: 
Essendo tu uomo di gran senno, non sarebbe m^lio per 
te e per l'Ordine a cui appartieni, che tu fossi qui con 
noi a Corte, anziché seguire la dottrina degli stolti, i 
quali profeteggiano a seconda della loro stoltezza? Ma 
frate Giovanni rispondendo disse al Papa : Io non ambisco 
le vostre dignità, e di questa cosa ne è lodato ogni Santo, 
a cui onore la Chiesa canta : Non cercò la pompa delle 
dignità della terra^mavolò al regno de' cieli. In quanto 
alla saviezza de' consigli, di cui voi mi parlate, vi dico 
eh' io r avrei sicuramente un savio consiglio da dare, se 

vi fosse chi volesse ascoltarlo All' udir queste 

cose il papa sospirò Dopo ciò, frate Giovanni, 

lasciato libero, ritornò al romitaggio di Greccio (1), ove 
era solito soggiornare. Una volta, quando io dimorava a 
Ravenna, frate Bartolomeo Calaroso di Mantova, che era 
lettore e Ministro a Milano, e lo era già stato a Roma, 
e allora si trovava meco nel convento di Ravenna come 
semplice frate, cioè senza alcun ufficio, mi disse : Frate 
Salimbene, io vi dico che frate Giovanni da Parma ha 
guastato sé e il suo Ordine, perehé egli aveva tanta scienza, 



(1) Greecio i sulla sinistra del Velino al di sotto di Bi«ti circa 12 chi- 
lometri. 



181 

santità, ed eccellenza di vita, che avrebbe potuto rifor- 
mare i costumi della Corte romana, e a lui avrebbero 
prestato ascolto; ma dopo che si diede in braccio alle 
profezie d'uomini fanatici, fece disonore a se, e offese 
non poco i suoi ammiratori. A cui io risposi : Pare anche 
a me, e me ne duole vivamente, perchè egli mi amava 
di cuore; ma che volete? I Gioachimiti vanno dicendo: 
Non vogliate tenere in poco conto le profezie. Udita 
questa risposta, frate Bartolomeo replicò: Ma anche tu 
fosti Qioachimita; ed io risposi : Tu di' vero. Ma dopo 1 
che è morto Federico, che fu già Imperatore e già è 
trascorso Tanno 1260, abbandonai al tutto quella dottrina,/ 
e inclino a non credere se non quello che vedrò. Onde 
mi disse : Sia tu benedetto ; se così avesse fatto frate 
Giovanni avrebbe portato la pace nelT animo de* suoi 
frati: Ma io soggiunsi: non lo poteva. Sai che vi sono 
taluni che sono così legati alle massime addottate, che 
dopo, per non mostrarsi in contraddizione con se stessi, 
hanno vergogna a ritrattare le dottrine professate, e 
quindi non hanno la forza di ritornare indietro. Tu sai ' 
che quando la Contessa di Caserta rimproverò l'Imperatore 
Federico di aver fatto male ad impacciarsi nelle guerre 
di Lombardia, mentre poteva godersi ogni sorta di beni 
nel suo regno, e passarvi una vita piena di dolcezze, 
egli le rispose : Riconosco, o Contessa, che avete ragione, 
ma mi sono già spinto tanto innanzi che non posso più 
in nessuna maniera ritrarmene senza vitupero Avessi 
pur io sempre seguito il vostro consiglio, che non sarei 
andato incontro a tanti disastri. A cui aggiunse di ripiglio 
la Contessa: E vitupero maggiore avrete, se vi accadrà 
di peggio (non era ancora stato deposto, ne vinto e cac- 
ciato in fuga dai Parmigiani). E T Imperatore : Io non 
mi aspetto di peggio; anzi nutro fiducia di pigliarmi 
vendetta su' miei nemici E la Contessa di rimando: 
Vendica male l'ingiuria ricevuta, chi la rende pih oltrag^ 



Male al danno appìm provvede 
Chi da follo se lo incoglie ; 
Ma se al peggio volge il piede 
Dacno ed onta ne raccoL'lie. 



1 

giosa, epperciò un tale disse: 

Iniuriam latam sibt nunqttam r indicai 

apte 
Qui ruit in peiua, quo dedecorutur 

aperte. 

Altrettanto accadde ad Ezzelino da Romano, il quale 
sulle mosse per dar di piglio all' armi queir ultima volta, 
che restò sconfitto, chiese consiglio a' suoi se doveva 
passare il fiume, o nò, ed azzuffarsi co' nemici; ma nulla 
ostante che ne fosse dissuaso, rispose: So che giudicate 
meglio di me; ma io voglio passare; e così ad occhi 
aperti corse in bocca alla morte. Avendomi detto frate 
Giovanni da Castelvetro Ministro a Roma, quand'egli 
andava ad un Capitolo generale a Strasbourg, che frate 
Giovanni da Parma ex-Ministro Generale persisteva nelle 
sue vecchie dottrine, ed avendogli io lasciato credere 
che, se mi trovassi con lui, farei tanto da sperare di 
ritrarnelo, mi soggiunse : Vanne dunque a lui, che è 
nella mia provincia al convento di Greccio ; (ove il beato 
Francesco il giorno della natività del Signore cantò il 
Vangelo e rappresentò la scena di Betlemme in un 
presepio col fieno e con un bambino); perocché frate Gio- 
vanni elesse per suo soggiorno quel convento, quantunque 
possa andare dove vuole. E aggiunse quel Ministro della 
provincia di Roma, corri, t' affretta, scuoti quel tuo 
amico, perchè il beato Giacomo dice : Se alcuno di voi 
svia dalla verità^ ed altri lo converte, sappia costui 
che chi avrà convertito un peccatore dall' errore della 
sua via, salverà un' anima da morte, e stenderà un 
velo sopra una moltitudine di peccati Questo frate Gio- 
vanni da Parma però, che aveva molti nemici per cagione 
della dottrina dell'Abbate Gioachimo, ebbe anche molti 
che, lo stimavano e l' amavano ; tra' quali maestro Pietro 
di Spagna, sommo filosofo, logico, disputatore e teologo, 
che fatto Cardinale e poi Papa Giovanni XXI, mandò 
cercandolo, perchè lo riconosceva fornito di tante ed 



183 

esimie virtù. Volle dunque il Papa che stesse sempre 
alla sua Corte, e aveva stabilito di crearlo Cardinale, ma 
la morte gli tolse di mandare ad effetto il suo proponi- 
mento, poiché Papa Giovanni morì dopo non molto sotto 
le mine di una camera. Anche Papa Innocenzo IV 
amava frate Giovanni come Y anima propria, e, quando 
andava da lui, lo ammetteva al bacio del volto, ed ebbe 
pensiero di farlo Cardinale, ma morì prima di nominarlo. 
Parimente Vattazio Imperatore Greco, avuta contezza 
della santità di frate Giovanni da Parma, mandò pregando 
Papa Innocenzo IV d'inviargli frate Giovanni Ministro 
Generale, sperando che per opera sua i Greci sarebbero 
tornati nel seno della Chiesa romana. E, frate Giovanni 
andatovi, Vattazio ne prese tanta stima e amore, che 
volle colmarlo di doni, che poi non furono accettati. Allora 
lo pregò di portare in mano un certo scudiscio ogni volta 
che col suo seguito cavalcava per la Grecia, e glielo diede. 
Ed egli pensando che dovesse servire per sollecitare il 
cavallo, Faccettò, memore di quel verso: 



Kit nocét admisso (idesi: veloci) siih- 
dere calcar equo. 



Se galoppa il cavai più che veloce, 
Un naovo sprone al cavalier non nuoce 



Vedendo dunque nelle sue mani queir arnese, che era 
un emblema imperiale, tutti s'inginocchiavano, quando 
passava frate Giovanni, come usano i latini quando nella 
messa si fa V elevazione del Corpo di Cristo; e facevano 
per lui e per il suo seguito le spese del viaggio. E, dopo 
tante onorificenze. Frate Giovanni ritornò al Papa, che 
lo aveva incaricato di quella missione. Vattazio fu 1* Im- 
peratore, a cui successe Paleologo, non perchè avesse 
secolui alcuna attinenza di parentela, ma occupò il trono 
per usurpazione, dopo avere ucciso il figlio di Vattazio. 
In un Capitolo provinciale celebratosi a Sens, conobbi 
quanto il Re di Francia, di buona memoria, S. Lodovico 
tenesse in venerazione frate Giovanni. E i tre fratelli 



184 

del Re, ed il Cardinale della Corte romana Oddone, che 
in occasione di quel Capitolo pranzarono nel convento de* 
frati, tutti gareggiarono nel mostrargli la loro reverenza. 
Parimente trovandosi frate Giovanni in Inghilterra, ed 
essendosi fatto annunziare per una visita al Re nell' ora 
che era del pranzo, subito il Be s' alzò da tavola, discese 
di palazzo, in fretta gli andò incontro, lo abbracciò e lo 
baciò. Ed essendone rimproverato da*suoi cortigiani, perchè 
s'era abbassato troppo, correndo incontro ad un tale 
omiciattolo, il Ee rispose: Io l'ho fatto per onorare Iddio 
e il beato Francesco, ed anche quest' uomo, di cui ho 
udito celebrare l'insigne santità, e che e un vero servo 
ed amico del Dio Sommo ed Eccelso, e non si degrada 
guari chi onora i servi di Dio; perocché il signore disse 
loro; Chi riceve voi, riceve me. E fu bene accolta la 
risposta del Be, e lodaronlo della deferenza usata per un 
uomo tanto rispettabile. Questo Be fu il padre di Odoardo 
Be d'Inghilterra e passava per un sempliciotto; onde, 
un giorno che era a tavola co' suoi cavalieri, un gioco- 
liere della Corte a udita di tutti disse: Ascoltate, ascoltate: 
Il nostro Be è simile a Gesù Cristo. Provò molta com- 
piacenza il Ee a udire che era assomigliato all' Uomo-Dio; 
ed insisteva perchè il giocoliere spiegasse in che egli 
fosse simile a Gesù Cristo (tanto il Ee che il giocoliere 
parlavano francese, e sulle loro labbra suonava grazioso 
il volgare francese). Allora il giocoliere disse: Del Signor 
nostro Gesù Cristo si dice che tanta sapienza avesse al 
momento della sua concezione, quanta all' età di tren- 
t' anni ; similmente il nostro Ee è tanto sapiente ora, 
quanto lo era da bambino. Si turbò 1' animo del Be, e 
sdegnato ordinò, a chi era presente, di far appendere il 
giocoliere alla forca. Ma quando que' cavalieri che erano 
presenti furono col giocoliere in disparte, non eseguirono 
il comando del Ee; gli legarono soltanto una fune al 
collo, e lo fecero sollevare a braccia alquanto da terra, 



185 

e gli dissero: partiti di qui intanto che si calmi Y ira 
del Be, e non infierisca su di noi e su di te. E ritornando 
a Corte dissero che avevano eseguiti appuntino gli ordini. 
Quando poi frate Giovanni da Parma era lettore a Napoli, 
prima che fosse Generale, e passò da Bologna, un giorno 
che era alla mensa della foresteria con altri forestieri, 
sopravvennero alcuni frati, e con violenza lo fecero alzare 
da tavola per condurlo a pranzare nell'infermeria. Ma 
vedendo egli che il suo compagno restava, ne era invitato 
a lasciare quella mensa, si folse [al compagno ste»so 
dicendogli: Io non mangerò in nessun luogo senza il 
mio compagno. La qual cosa fu giudicata una villania 
da parte di que* frati, ed una somma cortesia e grazia 
pel proprio compagno da parte di frate Giovanni. Un' 
altra volta, quand' era Generale e volle prendersi un po' 
di vacanze, venne al convento di Ferrara, dove io sog- 
giornai sette anni ; ed osservando che a fargli compagnia 
d' onore erano sen\pre invitati alla sua mensa, sì a pranzo 
che a cena, gli stessi frati, gli entrò in animo il sospetto 
che il Guardiano frate Guglielmo da Buzea, Parmigiano, 
avesse i suoi beniamini, e gliene spiacque. Ora, una sera, 
mentre si lavava le mani per andare a cena, il frate che 
lo dovea servire disse al Guardiano: Chi dovrò invitare 
stasera? A cui il Guardiano rispose: Chiamerai frate 
Giacomo da Pavia, frate Avanzo, e il tale, e il tale altro. 
E nota che e' era già stata intesa preventiva, perchè ì 
prenominati s' erano già lavate le mani, e stavan già 
pronti a tergo del Generale, che li aveva già scorti. Allora, 
con tutto r ardore dell' anima sua accesa dallo Spirito 
divino, cominciò a parlare come in parabola; così e così; 
chiamerai frate Giacomo da Pavia, chiamerai frate Avanzo, 
inviterai il tale e il tale altro ; prendi per te dieci porzioni ; 
questa è la fola dell' oca. All' udir questo parlare restarono 
confusi e ne arrossirono quelli che erano stati invitati alla 
mensa ; e non ne rimase meno in vergogna il Guardiano, 



186 

il quale disse al ministro: Padre, io invitava costoro a 
farvi compagnia d'onore, perchè io ne li reputava più 
degni. Ma il Ministro rispose: Forse che la divina Scrit- 
tura ? Io udiva tutto es.««endo 11 vicino. Allora 

ripigliò colui che dovea fare il servizio: Chi dunque ho 
da invitare? E il Guardiano: Prendi gli ordini dal Mi- 
nistro. E il Ministro disse: Mi chiamerai i piìi umili 
fraticelli, perchè il far compagnia al Ministro è un 
ministero che tutti sanno farlo. Andò dunque il frate 
inserviente al refettorio, e- chiamò i più umili e poveri 
fraticelli, dicendo : Il Ministro Generale invita voi a cenar 
seco, io vi comando a nome suo di andare immediatamente 
da lui ; e così fu fatto. Perocché frate Giovanni da Parma 
Ministro Generale, quando arrivava di passaggio ad un 
convento di frati Minori, voleva che sedessero seco a 
mensa anche i più poveri ed umili fraticelli, o tutti 
simultaneamente, ovvero divisi in gruppi, che si alter- 
nassero fra loro, perchè al suo arrivare godessero anch' essi 
qualche cosa, (prima, s'intende, che la sua foresteria 
fosse finita, cioè prima di mettersi a mangiare alla mensa 
comune in refettorio, alla quale, quando si fermava in 
un convento, era solito andare sempre, subito dopo che 
si era riposato dalla fatica del viaggio ). Frate Giovanni 
da Parma fu persona accostevole a tutti, senza predile- 
zione per nessuno; alla mensa, liberale e cortese assai, 
tanto che se aveva a tavola varie specie di vini scelti, 
ne faceva d' ogni specie mescere a tutti , acciocché tutti 
godessero. La qual cosa era reputata cortesia e grazia distin- 
tissima. I compagni, che aveva frate Giovanni da Parma 
quand'era Ministro Generale, sono i seguenti: Primo, frate 
Marco da Montefeltro, (1) uomo onesto e santo, che ebbe 



(1) Montefellro, ora Sasso Felino, tra il Conca ed il Marecdhia a Sud e vici* 
nissimo alla Repubblica di S* Marino, è un piccolo tratto di paese che diede 
nome ad un' illustre famiglia principesca, che ebbe signoria in Urbino, Pesaro, 
Sinigallia, Gubbio ed altre Terre vicine. 



187 

una longevità straordinaria; e fu compagno di frate Cre- 
scenzio, di frate Giovanni da Parma e di frate Bonaven- 
tura : Egli era di Modigliana, (2) ed è sepolto ad Urbino; 
la sua fama è cinta da fulgentissima aureola di miracoli. 
Modigliana è un castello nel distretto di Massa di S. 
Pietro: Urbino è città sui monti, per la quale si va a Cagli, 
che è la chiave della provincia della Marca d'Ancona, 
per dove si va ad Assisi, nella Valle di Spoleto, all'eremo 
del beato Francesco. Frate Marco fu anche Ministro Pro- 
vinciale nella Marca d' Ancona, ove fu lodatissimo il suo 
ministero. Fu buon scrittore, rapido e chiaro, e per le 
fatiche che sopportò, servendo di compagno e da segre- 
tario di tre Ministri Generali, si meritò, e in un Capìtolo 
generale si decretò, che alla sua morte ciascun sacerdote 
dell'Ordine celebrasse per l'anima sua una messa da 
morto. Morì poi l' anno del Signore 1284. Egli era mio 
specialissimo amico, ed amò tanto il Ministro Generale 
frate Bonaventura, che quando, dopo la morte di lui, gli 
tornavano a memoria le sue graziose maniere nel con- 
versare e i suoi meriti letterari, per dolce commozione 
gli piovevan le lagrime dagli occhi. Eppure, quando frate 
Bonaventura Ministro Generale doveva predicare al clero, 
frate Marco gli si presentava e dicevagli: Tu sei come 
un mercenario; e non ricordi che, quando l'altra volta 
predicasti, non sapevi quel che ti dicessi? Ma spero che 
questa volta la non anderà così: E frate Marco gli par- 
lava in questo modo per ispronarlo a predicar sempre 
meglio. Tuttavia frate Marco scriveva e voleva aver 
copia di tutti i sermoni di frate Bonaventura, il quale 
del resto, quando frate Marco gli parlava quel linguaggio 
ingiurioso, ne godeva per cinque motivi: l.<> perchè era 
uomo benigno e sapiente; 2.® perchè così imitava il beato 
Francesco; 3.» perchè era sicuro che frate Marco lo amava 



(2) A pieno Sud di FKenxa, tia'colli. 



188 

di tutto cuore; 4.o perchè quel fare gli spegnerà ogni 
seme di Tan^loria; 5.^ perchè ne riceveva stimolo ad es- 
sere più accurato. Degli altri compagni di frate Giovanni 
diremo altrove a luogo opportuno. Cosi quando suonava 
la campanella che chiamava chi n'era incaricato dal 
convento, a mondare i legumi e gli erbaggi, frate Gio- 
vanni, anche quando era Ministro Generale, accorreva e 
lavorava cogli altri frati, come ho visto co' miei occhi; e 
perchè io aveva secolni famigliarità, gli diceva: Padre, 
voi fate quello che insegnò il Signore in Luca 22, ecc; 
e rispondeva: È così che noi dobbiamo esercitare la per- 
fetta umiltà, e quella giustizia davanti alla quale dob- 
biamo essere tutti eguali. Parimente non mancava mai 
né di giorno né di notte all' ufficio ecclesiastico, special- 
mente poi al mattutino, al vespro e alla messa conven- 
tuale; checché il guardacoro gli accennava, subito lo ese- 
guiva, intonare antifone, cantare lezioni e responsorii, e 
dire le m^sse conventuali. Nel convento di Lione, come 
ho veduto io, predicò due volte ai frati nel Giovedì Santo; 
una volta la mattina, e 1' altra volta all' ora che gli fu 
prefìssa, ed eranvi ad ascoltarlo Vescovi e Ministri del- 
l' Ordine nostro. E ciò avvenne quando Papa Innocenzo IV 
risiedeva a Lione co' suoi Cardinali. Il Venerdì Santo poi 
avrebbe officiato, se Guglielmo, Vescovo di Modena e Car- 
dinale, non si fosse offerto di fare l' officiatura, a cui, come 
conveniva, cedette per gentilezza. Nel Sabato Santo il guar- 
dacoro gli accennò di cantare l'ultima profezia e la cantò. 
Insomma era ricco d'ogni virtù, e, sin anche quand*era 
Generale, voleva fare le parti dell' amanuense per gua- 
dagnare di che vestirsi colle proprie mani. Ma i frati 
non glielo permettevano, perchè lo vedevano occupatissimo 
per il regime dell'Ordine, e quindi gli davano di buon 
grado tutto il necessario. Fu eletto Ministro Generale l'anno 
1247 in un Capitolo generale adunatosi a Lione in Agosto, 
tempo in cui aveva ivi trasportata la sua residenza Papa 



189 

Innocenzo IV. Governò lodevolmente dieci anni Y Ordine 
de' frati Minori; e anticipò V ultimo Capitolo generale 
celebratosi sotto il suo Generalato, per affrettare il giorno 
delle sue dimissioni, non volendo più saperne d'essere 
Generale, e si tenne il giorno della Purificazione del 1257. 
I Ministri, i custodi ed i deputati soprassedettero un 
giorno intero senza dar corso a nessuno degli affari del 
Capitolo, perchè non volevano saperne di accettare le 
dimissioni. Allora entrato in Capitolo motivò, secondo che 
seppe meglio e volle, la sua deliberazione, e, quelli a cui 
spettava V elezione, facendo ragione alla angustia, da cui 
era premuto l'animo di lui, quantunque a malincuore, 
gli dissero: Padre, voi che visitaste tutti i conventi dell'Or- 
dine, e conoscete le virtù e le doti dei singoli frati, in- 
dicatene uno idoneo a questo ufficio, e sia vostro succes- 
sore. E subito designò frate Buonaventura da Bagnorea; 
e aggiunse che uno più degno di quello non lo conosceva 
in tutto r Ordine; e per voto unanime fu eletto. Prega- 
rono poi frate Giovanni di tenere la presidenza del Capi- 
tolo fino alla sua chiusura, ed accettò. Il successore frate 
Bonaventura resse 1' Ordine diciassette anni, e fece molto 
di bene. Frate Giovanni, esonerato dall' ufficio, andò ad 
abitare nel romitaggio di Greccio, dove il beato Francesco, 
il dì della Natività del Signore, aveva rappresentata la 
scena del presepio, di che è parlato estesamente nella sua 
biografia. Ed ivi frate Giovanni abitando, vennero due 
uccelli selvatici da una vicina boscaglia, grossi come oche, 
e fecero loro nido, deposero le uova, e covarono i pulcini 
sotto il tavolo che gli serviva a continuo studio, e da lui 
si lasciavano senza renitenza accarezzare. Ed andato un 
giorno a fargli visita un Vescovo, desiderò di avere, ed 
ebbe da lui per favore, uno di que' pulcini. Inoltre una 
mattina frate Giovanni, svegliato per tempissimo il suo 
Camillo, perchè voleva dir messa, questi rispose che s'al- 
zerebbe subito; ma siccome si trovava ancora mezzo tra 



190 

y^ il sonno e la veglia, di nuovo cadde in preda al sopore. 
Dopo qualche tempo si risvegliò, si vergognò della sua 
sonnolenza, e, accorso alla chiesa, trovò che frate Gio- 
vanni diceva messa, e aveva un Camillo in cotta, ch*^ lo 
serviva benissimo; e, finita la messa, senza dir verbo si 
ritirarono. Nel corso della giornata però frate Giovanni 
disse al suo Camillo: sia tu benedetto, o figlio, perchè 
oggi mi hai servito messa con tanta attenzione e devo- 
zione, che son di credere avermi perciò Iddio conceduta 
la straordinaria consolazione, che oggi ho provato nel dir 
messa. A cui il Camillo rispose: Padre, perdonate se 
quando mi chiamaste io era così vinto dal sonno che non 
potei accorrere prontamente a servirvi; e quando arrivai 
vidi che altri vi serviva. Eppure io so che non c'è nel 
convento nessun forestiero, ed ho interrogato ad uno ad 
uno tutti i frati di casa se mai alcuno di loro vi avesse 
servito alla messa, ed ognuno ha risposto che no. A cui 
frate Giovanni rispose: Io credeva che fossi tu, ma chic- 
che sia stato, sia egli benedetto, e sia benedetto il nostro 
Creatore in tutti i suoi doni. Molte altre bellissime e 
buonissime cose vidi, udii e conobbi di Frate Giovanni 
da Parma, già Ministro Generale, degne di essere tra- 
mandato ai posteri, ma che passo in silenzio, sia per 
brevità, sia perchè mi affretto a parlare d* altro, sia per- 
chè la Scrittura dice nelF Ecclesiastico 11. Prima che 
muoia non lodare nessun twmo. E frate Giovanni 
vive tuttora, sebbene carico d' anni, ed ora, che questi 
fatti affido alla carta, volge V anno del Signore 1284, 
giorno successivo alla festa dell' invenzione di S. Mi- 
chele, anno IV del Pontificato di Martino IV, indi- 
zione 12, mese di Maggio, martedì. Il padre di frate 
Giovanni si chiamò Alberto Uccellatore perchè si di- 
lettava di andare a caccia d' uccelli, e ne faceva pro- 
fessione. Dunque, come più su è stato detto, gloriandomi 
io in Arles, al cospetto di frate Giovanni d* aver ricevuto 



191 

la facoltà di predicare a Lione da Papa Innocenzo 17, 
il mio compagno frate Giovannino dalle Olle soggiunse: 
Preferirei d' averla dal Ministro Generale anziché da un 
Papa qualunque; e so è necessario passare sotto la prova 
di un esame, ci esamini frate Ugo, e alludeva a quel- 
r illustre Ugo Provenzale, che si trovava allora nel 
convento di Arles in occasione dell'arrivo del Ministro 
Generale, di cui era intimo amico. Ma frate Giovanni 
rispose: Non permetto che vi esamini frate Ugo vostro 
amico, che sarebbe vosco indulgente; chiamatemi invece 
il lettore e il ripetitore di questo convento. Chiamati, 
accorsero, e il Generale disse loro: Eitiratevi in disparte 
con questi due irati e sottoponeteli ad esame sulle ma- 
terie e suir arte del predicare; e riferitemi se meritano 
di avere facoltà di predicare. E a me la conferì, al mio 
compagno la negò, perchè era ignorante. Il generale tut- 
tavia gli disse: Ciò che si differisce, non è perduto; stu- 
dia, figlio mio, e dammi la consolazione di prepararti 
a rispondere meglio a chi ti esaminerà. In quel frattempo 
arrivarono due frati Toscani; uno di Prato, frate Gherardo 
fratello di frate Arlotto, ed uno da Colle (1), frate Be- 
nedetto, che andavano a studio a Tolosa. Eglino erano 
allora diaconi ed erano buoni scolari, ed avevano studiato 
meco più anni nel convento di Pisa. Essi, volendo par- 
tire all'indomani, mandarono frate Marco dal Generale, 
di cui era compagno, a pregarlo che volesse conferire 
loro la facoltà di predicare, e di essere promossi al sa- 
cerdozio. Quella sera il Generale recitava compieta, ed 
io solo era con lui quando in quel momento arrivò frate 
Marco, e interruppe la nostra compieta per fare la sua 
ambasciata. Ma il Generale col calore e coir enfasi di 
quello spirito, che soleva avere quando gli pareva d'essere 



■1) Circa 20 chilomatri da Siena ad Ovest e a pochissinia distanza della ferro- 
via Siena-Empoli. 



I 

1 



192 

eccitato da zelo divino, rispose a frate Marco suo com- 
pagno: Fanno male que* frati, ed è impudenza domandar 
tanto, mentre 1* Apostolo dice: Nessuno arroghi a se 
stesso gli onori Ecco: Essi sono or or partiti dal Mini- 
stro loro, che conosceva la loro abilità, e poteva loro 
conferire quanto domandano a me; vadano dunque a 
Tolosa, dov« sono mandati a studiare, ed imparino, che 
ivi non sono necessarie le loro prediche; a tempo debito 
potranno ottenere quello che desiderano. Allora frate 
Marco, vedendo il Generale conturbato, diede un' altra 
piega al discorso e disse: Padre, dovete credere che non 
eglino mi hanno mandato, ma frate Salimbene può avermi 
detto eh' io parlassi a voi per loro. E il Generale di ri- 
mando: Frate Salimbene è sempre stato qui con me a re- 
citare compieta; quindi son certo che non ha dato a te 
questa incumbenza. Si ritirò adunque frate Marco dicendo: 
Così volete, così si faccia. Io mi accorsi che frate Marco 
non aveva accolta con animo sereno quella risposta; e, 
finita la compieta, andai per confortarlo, e mi disse: Frate 
Salimbene, ha fatto male frate Giovanni a farmi diventar 
rosso la faccia, e non ascoltare la mia preghiera per sì 
poca cosa. Anch' io fatico per Y Ordine nostro, sono suo 
compagno e segretario, sebbene io mi trovi in età avan- 
zata. È vero che sono partiti or ora dal loro Ministro, 
che li conosce a pieno, e appunto perchè li conosce buoni 
di indole e di ingegno li manda a studio a Tolosa, perchè 
vadano poi a Parigi. Ma questi frati gradivano più d'avere 
la facoltà di predicare dalla santità e dignità di frate 
Giovanni, che da frate Piero da Cori (2) loro Ministro. 
Volevano poi essere promossi al sacerdozio perchè la città 
di Pisa, dove abitarono, da trent'anni, come sapete, è inter- 
detta delle ufficiature ecclesiastiche, avendo i Pisani fatto 



(2) Dista 9 miglia sad-Est da Yelletri. Cori è antica città dei Volsoi, ha mun 
ciclopIi«h« e avanzi considerevoli di templi antichi. 



193 

prigionieri in mare molti Cardinali ed altri Prelati, e per 
giunta occupano di forza sui monti dieci castelli del 
Vescovo di Lucca, ed hanuo invaso la Garfagnana contro 
la volontà della Chiesa. (La Garfagnana è un territorio 
montano tra il Lucchese e il Lombardo). Laonde, trovan- 
dosi eglino a Pisa, non si presero pensiero della promozio- 
ne al sacerdozio; ma ora desidererebbero d'esser fatti preti 
per dir messa pe' vivi e pe' morti ed essere più utili ai 
frati, presso i quali si recano; e questi giovani se lo 
avrebbero in tutta loro vita per un benefizio, ed ora sa- 
rebbero riconoscenti della grazia se l'avessero conseguita; 
e sallo Iddio con qual rossore sulla fronte mi presento 
a loro per annunziare che sono state vane le mie pre- 
ghiere. A cui io breve risposi e dissi: Mi piacciono le 
tue considerazioni più che la risposta del Generale; ma 
abbi pazienza, che la pazienza per V uomo è perfezione. 
Quella sera stessa il Generale fece chiamar me e il mio 
compagno, e ne disse: Figliuoli; spero di partirmi presto 
da voi, perchè mi sono proposto di fare una visita ai 
frati della Spagna. Perciò sceglietevi un convento, qua- 
lunque esso sia fra tutti quelli dell'Ordine, ove vi piaccia 
andare, eccetto però quello di Parigi, e là vi manderò; 
avete tempo tutta notte a pensare, a scegliere, a deliberare; 
domani me ne farete cenno. E l'indomani al primo incon- 
trarci, ne disse: Quale deliberazione avete presa? quale 
scelta avete fatto? A cui io risposi: Nulla deliberammo a 
proposito della scelta d' un convento ove andare per non 
essere noi stessi la causa del nostro dolore; ci rimettiamo al 
vostro volere; mandatene ove a voi piace, e noi obbediremo. 
Accolta per virtuosa la nostra risposta, ne soggiunse: 
Andateneve dunque al convento di Genova, ove vi trove- 
rete in compagnia di frate Stefano Inglese, che manderò 
colà. Intanto scriverò al Ministro e a que' frati, che vi 
usino que' riguardi che userebbero a me stesso; e che tu, 
frate Salimbeue, sia promosso al sacerdozio, e il tuo com- 

Salimbene, Cronaca. 12 



194 

pagno Giovannino al diaconato. E quando verrò là, se vi 
troverò contenti, n' avrò tanta consolazione, se no, troverò 
modo di contentarvi; e tutto fu fatto.. Poi quel giorno 
stesso il Generale disse a frate Ugo amico suo: Che ne 
dite, frate Ugo? Dobbiamo andarcene insieme in Ispagna 
per adempire il consiglio dell' Apostolo ? E frate Ugo 
rispose; Anderete voi, Padre; io desidero chiudere i miei 
giorni nella terra de* padri miei. E subito lo accompa- 
gnammo alla barca che Y aspettava sul Rodano. Era la 
festa di S. Michele, dopo nona, e, datone Taddio, si mosse 
per arrivare in giornata a S. Egidio. Noi per mare an- 
dammo a Marsiglia, ove trovammo frate Stefano Inglese, 
che mi pregò di dire al Guardiano che per la festa del 
beato Francesco avrebbe predicato volentieri al clero e 
ai frati. Ma il Guardiano rispose che V avrebbe udito di 
molto buon grado, se non avesse temuto di fare uno sfregio 
al Vescovo, che doveva andare a rendere quella festa 
più solenne del solito. Passata la solennità del beato 
Francesco, prendemmo il mare e andammo a Jeres, al 
convento di frate Ugo; e frate Stefano, che non potè tro- 
vare imbarco col suo compagno s' avviò per terra al con- 
vento di Genova. Io poi ed il mio compagno facemmo 
sosta a Jeres per godere la compagnia di frate Ugo, dalla 
festa del beato Francesco sino al giorno d' Ognissanti. 
Ed io era ben lieto dell' occasione di starmi in conversa- 
zione di frate Ugo, col quale tutta la giornata si parlava 
della dottrina dell' Abbate Gioachimo. Perocché egli ne 
possedeva tutte le opere pubblicate, era uno de' suoi pih 
caldi seguaci, uno de' chierici più illustri del mondo per 
scienza e santità incomparabile. Tuttavia io era in di- 
spiacere perchè il mio compagno era malato morto 
e non voleva aversi riguardi, e per 1' una parte l' in- 
verno rendeva più difficile la navigazione, e per l'altra, 
queir anno, il soggiorno di Jeres era malsano pel vento 
marino, ed anch' io, non malato, appena poteva respirare 



195 
di notte, anche stando all' aperto. Ma la notte si udivano 1 



lupi a torme ululare, e li ho uditi più volte; perciò dissi 
al mio compagno, che era un giovane sempre inchiodato 
nelle sue idee: Tu non vuoi averti riguardi da ciò che ti 
fa male, e sempre fai ricadute. Io riconosco questo paese 
molto insalubre, e non vorrei morire ora, perchè vorrei 
arrivare a vedere le cose che predice frate Ugo. Perciò 
sappi che, se trovo tra' nostri frati una compagnia che 
mi garbi, partirommi con quella. Allora rispose: Mi pia- 
ce la proposta, verrò anch'io con te; ma si arrese 
perchè sperava che nessun frate fosse per mettersi in 
viaggio con noi. Quand' ecco , per grazia di Dio, subito 
presentarsi un certo frate Ponzio, sant' uomo, che aveva 
dimorato con noi nel convento di Aix, ed andava a 
Nizza, del cui convento era stato eletto Guardiano. Quando 
ci vide, mostrossi tutto festoso, e gli dissi : Vogliamo 
venir con voi, giacché noi dobbiamo andare a Genova. 
Egli se ne mostrò molto lieto, e disse : Vado subito a 
procurarmi un imbarco. L'indomani, dopo il pranzo, ci 
recammo alla nave, che era distante dal convento dei 
frati un miglio. Ma il mio compagno non voleva seguirmi. 
Veduto però eh' io assolutamente partiva, si licenziò dal 
Guardiano del convento, e, dopo noi, si mise in via. E 
dandogli io la mano per aiutarlo a salire a bordo, si 
trasse indietro, come io gli facessi orrore, e disse : Non 
sia che tu mi tocchi, tu che non mi hai serbata ne fede, 
né buona compagnia. Ed io di rimando: Miserabile, sii 
riconoscente alla bontà di Dio verso di te, la quale mi / 
ha rivelato che se tu fossi rimaso qui, ne saresti morto. ^^ 
Ma egli era tanto protervo che non aggiustò fede alle 
mie parole finché il morbo colla sua gravità non glielo 
fece intendere. Difatto tutto l' inverno non potè liberarsi 
dalla malattia, che aveva contratta in Provenza. (. . , . 
e mi imbarcai il giorno di S. Mattia, e, da Genova al con- 
vento di frate Ugo, navigai quattro giorni; e trovai morti 



/ 

/ 



196 

e sepolti sei frati di quel convento; primo de' quali il 
Guardiano, che aveva accompagnato alla nave il mio 
compagno; un altro fu frate Guglielmo da Pertuis (1), 
eccellente predicatore, che una volta aveva soggiornato 
nel convento di Parma, ed altri quattro che non è neces- 
sario nominare. Quando poi, al mio ritorno al convento 
di Genova, dissi al mio compagno che erano morti i sud- 
detti frati, mi rese molte grazie d' averlo tratto dalle 
fauci della morte. Finalmente guari, e dopo alcuni anni 
andò in una provincia d' oltremare, ( queir anno in cui 
per la seconda volta parti per una crociata il Be di 
Francia ) e andò a Tunisi, ove fu fatto custode, e, come 
custode, venne poi ad un Capitolo generale celebratosi 
ad Assisi, in cui fu creato Ministro Generale frate Bo- 
nagrazia. e fu distribuita ai frati una chiosa della Begola. 
E avendo poi i cristiani che erano in Egitto prigionieri 
dei Saraceni mandato a pregare Papa Nicolò III che per 
amore di Dio inviasse loro un buono ed adatto sacer- 
dote, a cui potere confidenzialmente confessare i pro- 
prii peccati, il Papa incaricò il Ministro Generale di 
designare un frate, ed il Generale Bonagrazia volle che 
quel sunnominato mio compagno, in virtù di salutare 
obbedienza, e per la remissione di tutti i suoi peccati, 
andasse dai prigionieri cristiani, che erano in Egitto. 
Egli poi ottenne dal Ministro Bonagrazia di poter venire 
al primo Capitolo generale, e poscia andare nella prov- 
vincia di Bologna, alla quale a principio apparteneva. 
Ed ogni cosa fu fatta a dovere. Perrocchè e per opera 
sua e coir aiuto d' altri ne venne molto di bene a quei 
cristiani. E vide il rinoceronte, e la vigna del balsamo, 
e portò manna in un vaso di vetro, ed acqua della fon- 
tana di S. Maria, senza la cui irrigazione la vigna del 
balsamo non può fruttare, e portò seco pezzi del legno 



(1^ Pertuis: Sulla, dostn delln, Duranza, pieno Nord di Ma«siglia. 



19; 

del balsamo, e molte altre cose nuove per noi, e le fa- 
ceva vedere ai frati; e riferiva come i prigionieri cristia- 
ni erano trattati dai Saraceni, i quali li fanno scavare 
le fosse de' loro castelli, e asportarne la terra in corbelli, 
e non si danno loro che tre piccoli pani per testa al 
giorno. Dopo dunque che fu celebrato il primo Capitolo 
generale in Alemagna, a Strasbourg, al quale egli era 
intervenuto, fu colto da morte nel primo convento che 
trovò sulla via del suo ritorno presso Strasbourg, e riful- 
se per miracoli che operò. Tale era frate Giovannino 
dalle Olle di Parma, che appartenne alla provincia di 
Romagna, ossia dell' Esarcato Greco, alla provincia di 
Bologna, e alla provincia di Terra Santa; e fu mio com- 
pagno in Francia, in Borgogna, in Provenza e nel con- 
vento di Genova; scrittore buono, buon cantore, buon pre- 
dicatore, buono, onesto ed utile uomo, la cui anima ri- 
posi in pace. Nel convento ove morì v' era un frate mi- 
nore malato di malattia incurabile, per quel che ne san 
fare i medici, il quale si diede a pregare Iddio affinchè 
per amore di frate Giovannino volesse concedergli piena 
salute, e subito guarì. Ho udito raccontarlo da frate 
Paganino da Ferrara, che era presente . Trovandomi io 
adunque con lui e con frate Ponzio, nuovo Guardiano 
di Nizza, quel giorno stesso che lasciammo frate Ugo e 
Jeres, approdammo a Nizza, che ò città sul mare: e 
vedemmo ed imparammo a conoscere frate Simone Pu- 
gliese da Montesarchio ( 1 ), che era procuratore dell' Or- 
dine alla Corte pontificia, che allora aveva residenza a 
Lione. Egli voleva andare a Genova ed aspettava al lido 
in compagnia del refettoriere di Lione, se mai potessero 
trovare una nave a loro conveniente, e dissi loro: Noi la 
nostra nave l'abbiamo già noleggiata, e domani prende- 
remo il mare. Ed eglino se ne congratularono con noi. 

( 1 ) Montesarchio: }'aes« al Suà-Ovest e non lange di Benevento. 



198 

Tutta la giornata seguente e tutta la notte si navigò, e 
al primo mattino si entrò in porto a Genova, che è pres- 
so il mare, ed era una domenica. I frati, quando ci vi- 
dero, ne fecero i loro rallegramenti, e mostrarono di 
gradire il nostro arrivo; ma in ispecie frate Stefano In- 
glese, che era lettore, cui poscia il Ministro Generale 
mandò a Roma, come gli aveva promesso, e vi fu lettore, 
e vi morì col suo compagno frate locelino, dopo che eb- 
bero appagato il loro desiderio di vedere la città eterna 
co' suoi santuarii; e allora era Ministro di quella provin- 
cia frate Giacomo da Iseo ( 1 ). Nel convento di Genova, 
quando vi arrivai, c'era anche frate Taddeo Romano, 
già canonico di S. Pietro di Roma; era vecchio, vecchis- 
simo, e dai frati stimato per santo. Altrettanto è da di- 
re di frate Marzio da Milano, che era stato Ministro, e 
di frate Rabuino di Asti. Questi era stato Ministro della 
provincia di Terra di Lavoro e della provincia della Mar- 
ca di Treviso, ed aveva soggiornato a lungo con frate 
Giovanni da Parma nel convento di Napoli. Nel Capitolo 
di Lione si adoperò a far nominare Generale frate Gio- 
vanni da Parma, sollecitandone i frati; e Iddio appagò 
il suo desiderio. Trovai pure a Genova frate Bartolino 
custode del convento, che poi fu Ministro; frate Pente- 
coste, santo uomo; e frate Matteo da Cremona, anch' egli 
un santo; i quali tutti ne usarono gentilezze e carità. 11 
Guardiano poi diede a me due tonache, una più fina, 
r altra meno, ed altre due parimente ne diede al mio 
compagno. 11 Ministro, frate Nantelmo da Milano, che era 
stato lettore, uomo santo e consacrato a Dio, disse che 
m' avrebbe procurato qualunque piacere e grazia gli a- 
vessi mostrato di desiderare, e delegò frate Guglielmo 
Piemontese suo compagno, uomo valente in letteratura 
e santo, ad insegnarmi a dir messa ed a cantare. Tutti 



( 1 ) Paese al Sud del lago omonimo p a Ovest-Nord di Brescia. 



m 

costoro salirono già da questo mondo al Padre eterno; e 
ì loro nomi sono scritti nel libro della vita; che buona 
e lodatissima fu sempre la loro condotta. Non ho mai 
visto uomo che, più di frate Nantelrao Ministro di Ge- 
nova, si assomigliasse a frate Vitale Ministro di Bologna, 
sia nella persona che nel carattere, ne* costumi, in tutto; 
ed era molto nella grazia di frate Giovanni da Parma. 
In questo anno 1248 era a Genova un Vescovo di Corsica, 
che era stato monaco nero dell' Ordine di S. Benedetto, 
piacentino per padre, e parmigiano per madre, la quale 
era della famiglia degli Scarpa. Rè Enzo, o Federico suo 
padre ex Imperatore, lo aveva fatto espellere dalla Cor- 
sica, che è vicina alla Sardegna, in odio alla Chiesa, e 
dimorava a Genova, ed era ridotto a fare V amanuense 
per guadagnarsi il vitto, e ogni dì veniva alla messa dei 
frati Minori, e dopo andava in iscuola ad ascoltare la 
lezione di frate Stefano Inglese. B causa dell' espulsione 
fu che l'Imperatore Federico aveva dato ad Enzo od 
Enrico, suo figlio illegittimo, una donna Sarda in moglie, 
che si chiamava Donzella. Questo Vescovo adunque mi ^ 
consacrò Sacerdote nella chiesa di S. Onorato, che ora è 
annessa al convento de' frati Minori di Genova, ma allora 
non apparteneva ai frati; che quantunque fosse eretta su 
di un' area che era di proprietà dei frati, pure 1' aveva 
occupata un prete e la teneva senza che avesse parroc- 
chiani. Quando i frati si coricavano nelle loro celle dopo 
il mattutino per riposare, quel buon uomo, colle sue cam- 
pane, non li lasciava posare; ed ogni notte era di quella. 
Per cui i frati del convento di Genova seccati troppo, si 
adoperarono presso Papa Alessandro IV per avere quella 
chiesa, e la ebbero. Ma quando Papa Alessandro cano- 
nizzò S.* Chiara, nella celebrazione della prima messa 
di detta Santa, recitatane l'orazione, gli si avvicinò quel 
sacerdote e disse: Per amore della beata Chiara, Padre, 
vi prego di non privarmi della chiesa di S. Onorato. E 



200 

il Papa, toltegli dalla bocca le parole, in suo dialetto 
cominciò a dire ripetutamente : Per amore di S.* Chiara 
voglio che la abbiano i frati; e lo ridisse tante volte che 
pareva quasi un pazzarello; e quel prete, udendo quella 
risposta e in tal modo data, sospirò e partissene. Nel 
tempo in cui io abitai a Genova, oravi pure un Arcive- 
scovo, basso di persona, molto vecchio e avaro, e sul 
conto suo correvano anche altre sinistre voci; si diceva 
cioè che non fosse in tutto cattolico. Egli un giorno con- 
vocò nel suo palazzo il clero regolare e secolare, quasi 
volesse fare un sinodo, ma lo scopo vero era quello di 
ascoltare, come desiderava, un* orazione di frate Stefano 
Inglese dell' Ordine de' Minori, poiché V aveva sentito 
lodare altamente per celebre oratore ed illustre chierico. 
Vi fui anch' io, e riferisco quanto ho udito. Primo fu 
egli a predicare ; dopo di lui non permise che altri par- 
lasse tranne frate Stefano, il cui sermone magnificò con 
lodi. Encomiò frate Stefano anche per la sua scienza, 
bontà, onestà e santità di vita, aggiungendo che un chie- 
rico tanto illustre aveva onorato assai la città di Genova 
venendo dall' Inghilterra in Italia, e che, se egli fosse stato 
ancor giovane, avrebbe volentieri, ogni volta che 1' avesse 
potuto, assistito nella scuola alle lezioni di lui. Poi fece 
i suoi elogi al Vescovo di Corsica come religioso, e santa 
ed onorata persona, e come distintamente abile a leg- 
gere, scrivere, porre in carta le note musicali, cantare, 
e come rispettabile per ogni maniera di virtù; ed ag- 
giunse che era povero, perchè V Imperatore lo aveva 
cacciato dal suo episcopio, e raccomandò a tutti che lo 
aiutassero in ogni possibile maniera. Vi fu chi osservò 
che l'Arcivescovo con questa raccomandazione fece ver- 
gogna a se stesso, perchè egli doveva soccorrere un Ve- 
scovo bisognoso tenerlo presso di sé nella sua Corte, e 
n' avrebbe avuto merito, premio ed onore. Ma Seneca 
dice : L' avarizia del vecchio è simile ad un mostro. 



201 



Parimente Marziale Coco dice: 



Miramar ìuvenes largos, Tetalosqne 

ienaces ; 
lib's cnm maltnm; his breve restai 

iter. 



E un fatto in vero sovra ogni altro strano 
Che tcialacqai il garzon lange da morte, 
B ammass-i poi con appetito insano 
Chi già del cimiter bns u alle porte. 



Doveva dunque il ricco Arcivescovo tenere in casa sua il 
povero Vescovo, e dire con Giacobbe Genesi 22^ ecc; ma 
la sua avarizia e tirchieria ne Io dissuase: e dopo la mia 
partenza da Genova seppi poi che l'avevano ucciso. Si- 
mile a lui per avarizia ed esosità era il Vescovo di Fer- 
rara. Tanto che, quando il Patriarca di Gerusalemme, 
arrivato a Ferrara d' oltremare, in viaggio per recarsi 
alla Corte pontificia a trattare di suoi affari, lo pregò 
di ospitarlo una notte nel suo episcopio, n' ebbe un ri- 
fiuto. Ma arrivato a Corte, e, fermatovisi alquanto tempo, 
vi fu eletto Papa. Questi fu Urbano IV oriondo di Troyes; 
e scrisse al Vescovo di Ferrara una lettera di questo te- 
nore : Sappi che ora io sono Papa, e non avendomi tu 
voluto accogliere cotìae ospite, quantunque V Apostolo 
dica : Il Vescovo deve essere ospitale, dell' avarizia e 
tircheria tua potrei ricambiartene a misura del merito ecc. 
Non si è però mai saputo che il Papa ne lo abbia pu- 
nito. Tuttavia egli rimase sotto il peso di una continua 
trepidazione, che gli valse per una non piccola punizione. 
Il Vescovo suaccennato era oriondo di Brescia, medico, 
poi Vescovo di Piacenza. Finalmente andò a Eoma, ove 
ne ottenne il Vescovado di Ferrara. A Piacenza teneva 
in casa due frati Minori, a cui per avarizia dava un 
vitto meschino. Neil' anno 1248 Papa Innocenzo IV, che 
risiedeva a Lione co' suoi Cardinali, mandò frate Simone 
da Montesarchio, procuratore dell'Ordino dei frati Mi- 
nori , di cui ho parlato più su, in Puglia, perchè sot- 
traesse il regno di Puglia e di Sicilia dal dominio di 
Federico Imperatore deposto; e molti di quegli abitanti 
volse ad abbracciare il partito della Chiesa. Ma finì che 



202 

r Imperatore lo fece prendere, e gli fece subire di ciotto 
torture, sostenute tutte da quel frate con una fiera ras- 
segnazione, senza che i tormentatori potessero estorcere 
nulla dalle sue labbra, tranne che lodi a Dìo; e Iddio 
operò per intercessione di lui molti miracoli, e voglia il 
cielo che sia intercessore anche per noi, e così sia. Questi 
fu mio amico e venne meco dal Papa alla Corte di Lione, 
e passando da Nizza a Genova per mare, ci raccontammo 
molti fatti. Era di staturji mezzana e bruno, somigliante 
a S. Bonifacio, uomo sempre allegro e intraprendente, di 
buona vita e sufficiente coltura letteraria. Vi fu anche 
un altro frate Simone, detto della Contessa, cui Iddio 
rese illustre, cingendolo di una raggiante aureola di mi- 
racoli; e frate Giovanni da Parma lo fece Ministro del- 
la provincia di Assisi, nella vallata di Spoleto. Questo fu 
mio intimo amico nel convento di Marsiglia, Y anno in 
cui il Ee di Francia andò la prima volta oltremare, cioè 
r anno 1248, anno in cui i fuorusciti di Reggio, parti- 
giani della Chiesa, presero di viva forza tutti i castelli 
della montagna; e i Parmigiani ricuperarono Bibbianello 
(1), Cavriago (2), Guardasone (3) e Eivalta (4), e in- 
fierì anche una estesa moria, della quale restò vittima 
r Abbate di S. Prospero di Reggio. Lo stesso anno V Im- 
peratore già deposto riconquistò Vercelli; e fu ucciso 



(1) Bibbianello, ed ora per accorciamento Bianello, dista 11 miglia al Snd-Orest 
di Reggio, sai colli. Non lungo da Bibbianello più d' an tiro di balestra e tutti 
in amenissima postura erano anche altri tre castelli, detti Monteveccbio (poi 
Montevetro, Montevedro ); Monteluncilo ( poi Monte Lucio, Monteluzo ); Monte- 
giovanni (poi Montezano ): Appartenevano tutti alla Contessa Matilde di Canossa. 
Ora restano pochi ruderi di tre; ma Bianello sorge ancora magnifica villeggiatura 
e proprietà del Professore Cavaliere Luigi Caggiati, che con molto spendio lo ha 
sottratto a ruina, e con molto buon gusto V ha fornito di un rieco mobilio di 
stile antico. 

(2 A Sud-Ovest di Reggio; e da Reggio dista cinque miglia. 

(S) A venti chilometri Sud-Sud-Est da Parma sulla sinistra deir Enza. 

^4) Tre castelli nel territorio reggiano portavano questo nome : uno, verso 
Bismantova; un altro, sul confine del mantovano; finalmente quello che è qui no- 
minata, a tre miglia Sud di Reggio. 



203 

Bonacorso da Palìi ; e furono mandati ostaggi in Puglia 
Buzinento di Reggio e Maravone e molti altri Reggiani. 
Il Re Enzo, che allora occupava la città di Reggio, fece 
aprire un gran cavo verso la Scalopia (1) sino al Po; e 
il Vescovo di Tripoli, che era de' Roberti di Reggio, mori 
in Parma, e fu sepolto nella Basilica cattedrale, che è 
dedicata alla Beata Vergine; e Bernardo di Rolando dei 
Rossi da Parma, cognato di Papa Innocenzo IV, fu preso 
e ucciso dagli imperiali, perchè, tornando da Pornovo, il 
suo cavallo incespicò e cadde a terra. Che se Y Impera- 
tore r avesse avuto in mano vivo e la guerra era 

grossa. L'Imperatore aveva il suo quartiere a Cremona, 
e faceva spesso sue scorrerie suir Agro parmigiano, e si 
soffermava talora ne' dintorni di Parma co' suoi tede- 
schi ed altri di parte sua, spiando 1' occasione di ven- 
dicarsi de' Parmigiani, che V avevano cacciato in fuga, e 
distrutta Vittoria sua città, costrutta presso Parma, in 
una località chiamata Grola. E in quel tempo teneva la 
signoria di Modena, Reggio e Cremona, mentre que' cit- 
tadini di queste città, che parteggiavano per la Chiesa, 
vagolavano al di fuori schivando sempre le strade. Nel- 
l'anno suindicato Lodovico Re di Francia passò il mare 
per battere i Saraceni d' Oriente, e prese loro Damiata ; 
(2); i Bolognesi assediarono Bazano, castello de' Modenesi, 
lo espugnarono e lo occuparono il giorno 6 di Luglio. 
Così la Chiesa, mentre era allora Legato in Lombardia 
Ottaviano Cardinal diacono, ricuperò le Romagne e riac- 
quistò quasi tutta la Marca d'Ancona. Nell'anno predetto, 
come già accennai, Lodovico Re di Francia co' suoi tre 



(ì) Due cari si conoscono col' nome di Scalopia: uno nel territorio di Bre- 
scello con dire/Jono verso Guastalla; T altro nel terr:torio di Reggio, che solca le 
ville di Cadelbosco, dell'Argine e il distretto di Castelnnovo di sotto fin presso 
Gualtieri, al Nord di Reggio con direzione al Pò. Qnesto si chiama la Farmesana, 
e di questo Cavo pare si debba intendere parlato dal Salimbene* 

(2) Alla foce d«l ramo orientale del l^ilo. 



204 

fratelli, coir esercito e con una innumerevole caterva di 
volontarii, tutta gente del volgo, verso la Pentecoste, 
presa la croce, incominciò il suo viaggio e passò il mare 
per debellare i Saraceni e ricuperare Terra Santa. E a 
prima giunta occupò Damiata; ma poi, per le colpe dei 
Francesi, restò ucciso Roberto secondogenito fratello del 
Be, ma non mancò di colpa il Be stesso, perchè, ìneb- 
briato dalla fortuna del primo fatto d' armi, ciecamente 
credette di avviluppare tutti i Saraceni, e d' un colpo 
solo distruggerli tutti. Nella vallata di S. Giovanni di 
Morienna ( che si stende da Susa in Lombardia sino a 
Lione, tra la città di Grenoble e il castello di Ciamberì) 
ad una lega di distanza da Ciamberì vi è una pianura, 
che si chiama propriamente valle di Savoia, sopra la 
quale alzava il capo un monte altissimo, che in quel- 
/' l'anno una notte franando ingombrò, anzi otturò, la valle; 
e quella frana si vede ancora lunga una lega, e larga una 
e mezzo, e sotto vi restarono sepolte sette parecchie con 
quattromila abitanti. Quando accadde questo disastro io 
era a soggiornare nel convento di Genova, ove udii la 
voce che ne correva; ma V anno dopo passai per quella 
contrada, cioè per Grenoble, e me ne accertai. Dopo 
tempo poi, abitando io nel convento di Ravenna, ne inter- 
rogai frate Guglielmo Ministro Provinciale di Borgc^na, 
che passò da Bavenna per andare ad un Capitolo generale, 
e ne scrissi fedelmente e veracemente tutto quello che 
ne seppi, 
a. 1249 L' anno del Signore 1249, dimorando io nel convento 
di Genova, il Ministro frate Nantelmo volle eh' io mi 
recassi dal Ministro Generale per affari della provincia 
di Genova. M' imbarcai il giorno di S. Mattia Apostolo, 
e in quattro giorni arrivai a Jeres al convento di frate 
Ugo. Egli al. vedermi fece vivissima festa, ed, essendo 
Vicario ilei Guardiano, pranzò con me e col mio compagno 
come in famiglia, senza che nessun altro vi fosse presente. 



2r.5 

tranne il frate che ne serviva; e ne fece imbandire un 
pranzo di pesci di mare e d* ogni altra cosa lautissimo. 
Eravamo al principio di quaresima; e il mio compagno, 
che era Genovese, e i frati di quel convento fecero le 
meraviglie per la famigliarità e dimestichezza usatami, 
sapendo che frate Ugo non era uso pranzare in quelle 
ricorrenze in compagnia d' alcuno; forse perchè era qua- 
resima. Durante il pranzo sì parlò molto di Dio, della 
dottrina dell' Abbate Qioachimo, e delle cose future; e 
seppi, come più sopra ho detto, che erano morti in quel 
convento sei frati, che, circa al dì d'Ognissanti, io vi 
aveva lasciati vivi e sani. E, quando io partii da Genova, 
vi era vicino alla sagrìstia un mandorlo fiorito; ed in 
Provenza vidi le mandorle grosse col mallo verde; trovai 
anche fave grosse e fresche ne' baccelli. Dopopranzo mi 
avviai alla volta del Miuisti'o Generale, che, dopo il 
tempo necessario pel viaggio, ^trovai in Avignone, reduce 
dalla Spagna, d' onde era stato richiamato da Papa Inno- 
cenzo lY, residente allora a Lione, per affidargli una 
missione presso i Greci, i quali si sperava di ricondurre, 
coli' aiuto di Vattacio, in seno della Chiesa romana. Avi- 
gnone è una città della Provenza, non lunge dal Bedano, 
nella quale in processo di tempo morì frate Bonagrazia 
Ministro Generale. Poscia andai a Lione col Ministro 
Generale stesso, ? quando arrivammo a Vienna, incon- 
trammo il nunzio, che Vattacio aveva mandato al Papa, 
per domandargli la missione del Ministro Generale in 
Grecia. Quel nunzio era un frate de' Minori, e si chiamava 
col mio nome, frate Salimbene, ed era Greco per parte 
di un genitore, latino per parte dell' altro, e, per laico, 
parlava benissimo il latino classico, e conosceva benissimo 
anche quella lingua latina e greca che si parla volgar- 
mente; e il Generale lo condusse seco a Lione. Presen- 
tatosi il Generale all' udienza, il Papa lo ammise al bacio 
del volto, e gli disse: Iddio ti perdoni, o figlio, il tuo 



206 

indugio; e perchè non venisti a cavallo per arrivare più 
presto ? forse perchè non posso farti le spese della caval- 
catura, tu non la prendesti ? E frate Giovanni: Padre, 
veduta la vostra lettera, m' affrettai quant* era possibile, 
ma i frati pe'cui conventi io passava, avevano bisogno di 
consigli e m' intrattenevano. E il Papa gli disse: Frate 
Giovanni, abbiamo buone notizie; pare che i Greci siano pro- 
clivi ad accordarsi colla Chiesa Eomana. Laonde vorrei 
che tu. ti recassi tra loro con buona compagnia di frati 
del' tuo Ordine, e può essere che Iddio per opera tua si 
degni concederne questa consolazione. Per parte mia ti 
sarà concessa ogni grazia che domanderai. A cui frate 
Giovanni di rimando: Padre, non mancherà chi obbedi- 
sca, quando non manchi chi comandi. Io sono prontissimo, 
e non mi conturba il pensiero del grave incarico d* ese- 
guire i tuoi comandi. E il Bapa: Sia tu benedetto, o fi- 
glio, la tua risposta è saggia e santa. Era allora a Lione 
il lettore di Costantinopoli frate Tomaso, oriondo Greco, 
deir Ordine de' Minori, che era un santi uomo e parla- 
va benissimo il greco ed il latino. Il Generale lo prese 
per condurlo seco in Grecia, perocché appunto per que- 
sto scopo lo aveva mandato Vattacio. Condusse seco an- 
che frate Drudo, Ministro della provincia di Borgogna, 
nobil uomo, bello, letterato, santo, lettore dottissimo in 
teologia, che ogni giorno voleva predicare ai frati. Prese 
pure con se frate Bonaventura d' Iseo, uomo famoso e 
Ministro da molto tempo in diverse Provincie; e condus- 
se in sua compagnia molti altri frati di distinta abilità, 
cui ora non occorre nominare. Finita la settimana di 
Pasqua, si mosse da Lione. Eravi allora a Lione anche 
frate KuflSno, Ministro di Bologna in compagnia di frate 
Bonaventura di Forlì e di frate Bassetto. E frate Ruffino 
Ministro mi disse: Io ti ho mandato in Francia a stu- 
diare perchè tu fossi onore e splendore della mia pro- 
vincia, e tu andasti a soggiornare a Genova; sappi che 



207 

me r ho avuto per male assai, poiché pel lustro della 
mia provincia mi do cura di far venire a Bologna frati 
studiosi sin anche da altre provincie. Ed io risposi: Pa- 
dre, perdonatemelo, io non avrei creduto che ve ne offen- 
deste. Ed egli di rimando: Te Io perdono, purché tu pro- 
metta, qui, subito, per iscritto, di obbedire e ritornare col 
tuo compagno, che è a Genova, alla provincia di Bologna, 
a cui eri già addetto. Così fu fatto; e di quest' ordine 
di obbedienza nulla seppe il Generale finche stette a 
Lione. In quel tempo era a Lione anche frate Baimondo 
di Arezzo della provincia di Toscana, che era venuto dal 
Papa per farsi dispensare dall' accettare un Vescovato 
che gli era stato conferito. Ed era quel di Rieti, ove, 
essendo lettore al tempo in cui morì il Vescovo di quella 
diocesi, i canonici per V alta opinione che avevano 
di lui , lo elessero ad unanimità per loro Vescovo . 
Ma Papa Innocenzo, informato della scienza e santità 
di luì, non solo non volle dispensarlo, che anzi, giusta 
il parere de* suoi fratelli i Cardinali, gli comandò di 
sobbarcarsi a queir ufScio. Dopo poi, ed io era ancora a 
Lione, gli fece l'onore di consacrarlo egli in persona. 
Poscia io presi la via di Vienne, distante da Lione 15 
miglia; in seguito passai per Grenoble, attraversai la 
valle del Conte di Savoia, ed ebbi notizie particolari 
della frana, e della mina dì quel monte, ed entrai in 
una chiesa, che aveva per titolare S. Gherardo, la quale 
era piena di camicie da ragazzi. Continuando il mio 
viaggio arrivai ad Embrun (1), dove era Arcivescovo un 
Piacentino, che ogni giorno voleva avere commensali due 
frati Minori, e faceva sempre apparecchiare anche per 
loro alla sua tavola, e lì serviva d'ogni vivanda, che a 
lui si portava; e quando non aveva a pranzo ì frati 
Minori, quel tanto che sarebbe occorso per loro, se vi 



(l) Embrun: Sulla Duranza, Dipa:timento Alte Alpi, Nord-E>*t di Gap. 



208 

fossero stati, lo faceva distribuire ai poveri. In quella 
Terra dimoravano otto frati ; e il Guardiano del convento, 
venutomi incontro, mi disse : Fratello, piacciavi d' andare 
oggi a pranzo dall'Arcivescovo, che se T avrà molto caro, 
poiché da tempo non ha avuto frati Minori alla sua 
mensa ; perocché queir essere con lui a pranzo a' miei 
frati fa troppa soggezione. A cui risposi: Padre, perdo- 
nateci e non abbiatevelo per male, se non accettiamo, 
perchè dopo pranzo vogliamo senza indugio partire ; ed 
esso, sapendo che veniamo dalla Corte del Papa, proba- 
bilmente ci vorrebbe intrattenere, e, cercando a noi notìzie, 
ritarderebbe il nostro viaggio. Il Guardiano, udita la mia 
risposta, non aggiunse verbo ; ed io sottovoce dissi al 
mio compagno : Ho pensato che sia meglio tirar dritto 
per la nostra strada, giacché abbiamo tempo opportuno 
e lettere commendatizie; e così potremo portare più 
sollecita risposta a chi ne ha mandati, e il Generale non 
ne precorrerà col suo arrivo al convento di Genova ; il 
che spiacerebbe al nostro Ministro frate Antelmo. Piacquero 
al mio compagno quelle osservazioni, e così si fece. Questa 
è la città, il cui Arcivescovo fu miracolosamente convinto 
di simonia a Lione da Ildebrando Priore di Cluni, 
quando fungeva da Legato, come abbìam detto di sopra. 
In seguito poi 1* Arcivescovo di questa Terra fu creato 
Cardinale della Corte romana; ed era uomo valente nelle 
scienze, nel canto, in letteratura e per vita onesta e 
santa. Una volta suonando un menestrello la viella in 
sua presenza, e pregandolo che gli desse qualche cosa, 
gli rispose: Se vuoi mangiare, per amore di Dio te ne 
darò volentieri ; ma nulla ti darei pel tuo canto e per 
lo strimpellìo dalla tua viella, perchè cantare e suonare 
la viella, come tu fai, so anch* io. Questo Arcivescovo 
teneva sempre in compagnia due frati Minori ; non è 
però il Piacentino sunnominato. Partimmo da questa 
città, attraversammo il Delfinato, ed arrivammo a Susa, 



209 

che appartiene alla provincia di Genova. Giunti ad Ales- 
sandria di Lombardia, trovammo due frati del convento 
di Genova, frate Martino cantore, e frate Ruffino d'Ales- 
sandria, ai quali il mio compagno frate Guglielmo Bian- 
cardo, disse : Sappiate che voi perdete frate Salimbene 
e il suo compagno che è a Genova, perchè frate Ruffino 
Ministro di Bologna li richiama alla sua provincia. Io 
poi, quantunque sia Genovese, non voglio tornare a 
Genova, ma voglio andare al mio convento di Novara, 
d' onde mi tolse il Ministro Provinciale, quando mi mandò 
dal Generale. Noi abbiamo compiuta la nostra missione 
con fede e con zelo, abbiamo fatto, a nostro avviso, ogni 
cosa per bene, e lasciammo a Lione frate Pietro Lanerio 
Guardiano di Genova, che vide colà il Generale, e frate 
Buiolo, il quale alloggia in casa il Papa, ed è addetto 
alla Corte; e se alcunché non fosse stato da noi adempiuto 
al tutto bene, speriamo che sarà corretto da loro. Inoltre 
tra breve passerà da Genova anche il Ministro Generale, 
che va inviato del Papa in Grecia, domandato dai Greci 
stessi. Frattanto pigliate questa lettera, e, a nome del 
Generale, consegnatela a frate Nantelmo Ministro. Dette 
queste cose, tirò fuori la lettera che aveva, e la diede 
a' miei compagni. L' iudomani si passò da Alessandria a 
Tortona, un viaggio di dieci miglia, e il giorno succes- 
sivo da Tortona a Genova, viaggio lungo assai. Quando 
i frati mi. videro, fecero le feste, perchè io ritornava di 
lontano, e perchè io era apportatore di buone notizie. Il 
Ministro e frate Stefano Inglese mi domandarono se il 
Ministro Generale aveva visitato la Spagna. A cui risposi 
che no, perchè il Papa V aveva richiamato in seguito 
all'invito de' Greci; e lo manda in Grecia perchè i Greci, 
come ha scritto Vattacio, desiderano di ritornare nel 
grembo della Chiesa romana: e spero che presto passerà 
da Genova, e lo vedrete, e il vostro cuore ne giubilerà 
per la consolazione che ne proverete. Dopo pochi giorni, 

Salimbene, Cronaca 14 



210 

arrivò poi, reduce da Lione, frate Bainaldo Vescovo, e nel 
giorno dell' Ascensione predicò al popolo, e celebrò messa 
colla mitra nella chiesa dei frati Minori di Genova; ed 
io, che era già sacerdote, servii alla messa, quantunque 
vi fossero già il diacono e il suddiacono e gli altri 
inservienti ; e fece imbandire ai frati un buon pranzo 
di pesci di mare ed altre cose, e pranzò in refettorio 
con noi molto famigliarmente. La notte successiva, dopo 
mattutino, frate Stefano Inglese predicò ai frati ed era 
a udirlo anche quel Vescovo, e tra le altre melliflue pa- 
role, che di solito gli sgorgavano dalle labbra, a confu- 
sione del detto Vescovo, riportò un esempio del seguente 
tenore: < Ben disse una' volta in Inghilterra un frate 
Minore, laico, ma uomo santo, che il cero pasquale quando 
8Ì accende in chiesa, rifulge e illumina; ma quando poi 
86 gli pone su lo spegnitoio, si smorza e manda cattivo 
odore: Così è di qualche frate Minore; quando néll' Or- 
dine del beato Francesco è acceso ed arde d'amor di Dio, 
allora risplende ed è per gli altri un luminare di buono 

esempio » Io aveva osservato che il nostro Vescovo al 

pranzo permetteva che i suoi frati facessero davanti a 
lui le genuflessioni, quando gli servivano le pietanze; e 
perciò 8* attagliava appuntino a lui quanto quel frate 
aveva detto del cero pasquale. All'udire tale linguaggio 
il Vescovo trasse dal cuore un grosso sospiro, e terminato 
il sermone, genuflesso, in assenza del Ministro Provinciale, 
pregò frate Bertolino custode, che era uomo di natura 
dolce e che era già stato Ministro, di concedergli licenza 
di parlare. Ed ottenutala, si giustificò dicendo: Per vero 
io nelP Ordine del beato Francesco sono stato come un 
cero acceso, ardente, splendido, luminoso, e di buon esempio 
ai veggenti, siccome ben sa frate Salimbene, che abitò 
con me due anni nel convento di Siena, e conosce quale 
concetto abbiano della mia vita passata i frati di Toscana; 
ed anche i frati pih vecchi di questo convento conoscono 



211 

la mia condotta, per la quale, ad onore di questo convento 
stesso, fui mandato a studio a Parigi. Se i frati al pranzo 
vollero onorarmi con le genuflessioni, questo non è da 
imputare a mia ambizione, perchè io ho loro ripetuto a 
sazietà di non farle, nò io ho potuto loro imporre, né 
era di mia convenienza, ne avrei osato, di batterli colla 
verga. Laonde accogliete, ve ne prego, per amor di Dio 
le mie scuse, e assicuratevi che in me non vi fu ne 
ambizione ne vanagloria. E dette queste cose, genu- 
flesso, a mia veduta e udita, confessò quella qualun- 
que che mai vi fosse stata sua colpa, se mai egli avesse 
data ad alcuno involontaria occasione di cattivo esempio, 
6 promise di lanciar via da sé, tosto che il potesse, 
lo spegnitoio, che gli avevano imposto sul capo. Dopo si 
raccomandò ai frati, e noi lo conducemmo fuori, e per 
segno d* onore V accompagnammo sino ad un convento 
di monaci bianchi ne' pressi di Genova, ove soggior- 
nava un vecchio che s' era spontaneamente dimesso 
da Vescovo di Torino per potere con maggiore agio in 
quel chiostro pensare a Dio e all'anima sua. Questi 
avendo udito che Baìnaldo era uomo dottissimo e che di 
recente era stato eletto Vescovo, trasse un sospiro e gli 
disse: Mi fa meraviglia che tu, uomo saggio, sia stato 
travolto a tanta follìa di assumerti un vescovado, mentre 
eri addetto ad un nobilissimo Ordine, quello cioè del 
beato Francesco, che è V Ordine de' frati Minori; Ordine 
di altissima perfezione, nel quale chi dura tutta la vita, 
senza dubbio è salvo; Ordine, in cui certamente era 
meglio per te essere umile di spirito co' mansueti, che 
spartir le spoglie cogli altieri, Prov. 16". A mio avviso 
tu hai fatto un grave errore, direi quasi un' apostasia, 
perchè trovandoti in uno stato di perfezione e nella vita 
contemplativa, ritornasti alla vita attiva. Anch'io fui 
Vescovo, come sei tu; ma veggendo ch'io non aveva 
potere di correggere la scostumatezza de' miei preti, che 



212 

camminavano per le vie della vanità, V anima mia pre- 
ferì il laccio (1). Lasciai pertanto l'episcopato e i miei 
preti per salvare 1* anima mia ; e F ho fatto seguendo 
r esempio del beato' Benedetto, che abbandonò alcuni 
monaci per averli riconosciuti discoli e maligni. Avendo 
frate Bainaldo attentamente ascoltato queste considera- 
zioni, che gli piacevano e non erano nuove nella sua 
coscienza, e riconoscendo che quel Vescovo aveva ragione, 
non fece verbo di risposta. Perciò presi io la parola, per- 
chè il Vescovo di Torino non avesse la superbia di cre- 
dere d* aver operato da savio, e dissi a lui: Padre, or tu hai 
detto d' aver abbandonato i tuoi preti ; ma pensa un po' 
se tu hai fatto bene. Papa Innocenzo Ili tra le tante 
sentenze che ha lasciate ai posteri, ne ha una per un 
Vescovo che voleva essere dispensato dal ministero, libro 
delle Decretali 1® alla rubrica clella rinuncia, che co- 
mincia : Né pensare, ecc. Mentre io diceva queste cose, 
pendevano dalle mie labbra i due Vescovi, ne frate Bai- 
naldo osò prendere la parola per non parere di compiacersi 
della sua dignità episcopale ; ma in suo cuore andava 
sempre piU radicandosi il proposito di deporre l'ufficio 
impostogli, e affrettava col desiderio il momento oppor- 
tuno di farlo. Andò adunque alla sua diocesi: ed arrivatovi, 
accòrsero 1 canonici a fargli visita, e gli parlarono di 
un loro collega giovane e lascivo, che aveva piti il fare 
laico che del sacerdote, e che si lasciava crescere i capelli 
lunghi e li tenea sciolti sulle spalle, ne voleva farsi la 
tonsura. E il Vescovo lo prese pe' capelli, e gli affibbiò 
uno schiaffo, e, fatti chiamare i genitori e i parenti di 
lui, che erano nobili, ricchi e potenti, disse loro: que- 
sto vostro figlio si dia alla vita laicale, o porti abito 



(1) Fsprebsione enfatica di Giobbe asata da qaesto Vescovo per indicare che 
piuttosto che fare il Vesnovo avrebbe sopportato ogni aorta di fatiche e di dolori 
sin anche la mort«?. 



213 

che si addica ad un sacerdote; io non posso punto tol- 
lerare che vesta a questo modo. Ed i genitori risposero: 
A noi piace che sìa prete, e voi fate di lui quello che / 
ve ne pare bene e dicevole. Allora il Vescovo di sua mano \ 
stessa gli t^liò i capelli, e gli fece fare la chierica in 
forma di cerchio, larga e rotonda, affinchè la tonsura pre- 
sente facesse ammenda della capellatura passata. Il chie- 
rico ne restò profondamente mortificato, ma i canonici ne 
ebbero piena soddisfazione. Frate Eainaldo però non po- 
tendo con coscienza tranquilla dissimulare quella sbri- 
gliatezza del clero, e riconoscendo di non poterlo ritor- 
nare alla rettitudine ed all' onestà, si presentò a Papa 
Innocenzo IV, che era venuto a Genova, e rassegnò V uf- 
ficio, che gli era stato conferito a Lione, protestando che 
non sarebbe più stato Vescovo. E il Papa, facendo ragio- 
ne al turbamento dell* animo di Bainaldo, gli promise 
che ne lo dispenserebbe, quando arrivasse in Toscana, 
sperando che il tempo maturasse un cambiamento di pro- 
posito; ma non avvenne. Andò dunque frate Eainaldo e 
si fermò alcuni giorni a Bologna colla speranza che il 
Papa vi passasse per recarsi in Toscana. Quando poi 
seppe che era a Perugia, frate Rainaldo si presentò al Pa- 
pa, al cospetto de' Cardinali in concistoro, rassegnò l'uffi- 
cio e il beneficio, e depose a piedi del Papa gli indumenti 
pontificali, il pastorale, la mitra e 1' anello. I Cardinali 
se ne maravigliarono e se ne conturbarono, parendo loro 
che il frate con questa determinazione facesse sfregio 
alle loro dignità, quasi che chi trovasi insignito dell' ono- 
re di alti uffici nella prelatura non potesse salvare 1' ani- 
ma sua. Se ne conturbò anche il Papa tanto perchè lo 
aveva egli in persona con particolare onore consacrato, 
quanto perchè aveva la persuasione, come tutti la condi- 
videvano, e così era in fatto, d'aver provveduto la Chiesa 
di Rieti di un Vescovo degnissimo. Quindi i Cardinali e 
il Papa lo pregarono vivamente che per amore di Dio, 



214 

per riguardo alla loro dignità, per V utilità della Chiesa 
e per la salute delle anime non rinunciasse. Ma egli ri- 
spose che insistevano invano, e invano pregavano. Allora 
i Cardinali conchiusero: Che s* ha a dire se a lui ha par- 
lato un Angelo, e se Iddio gli ha fatta questa rivelazio- 
ne? E il Papa trovandolo tanto fermo gli disse; Sebbene 
tu ti sia proposto di non volere su la tua coscienza le 
sollecitudini e le cure pastorali, almeno restino a te gli 
indumenti pontificali, la facoltà, la dignità e V autorità 
di amministrare il sacramento dell'Ordine, affinchè i frati 
ritraggano da te alcun benefizio. E risoluto rispose: Io 
non mi terrò nulla. Dispensato, si recò subito al convento, 
e dato di piglio ad un sacchetto, o ad una bisaccia, o 
sporta che fosse, pregò il frate destinato alla questua, che 
quel giorno stesso lo volesse aver seco alla cerca del pa- 
ne. E mentre andava così a mendicare per la città di 
Perugia, s'imbattè in un Cardinale, che ritornava dal 
Concistoro, ( forse per disposizione divina ), affinchè ve- 
desse, imparasse, ed udisse. E riconosciutolo, si volse a 
lui dicendo: Non era meglio che tu fossi restato Vescovo, 
che andar accattando di porta in porta? A cui frate Kain al- 
do rispose: 11 savio dice ne'proverbii ecc. Udendo il Cardi- 
nale queste parole, e riconoscendo che era Dio che par- 
lava per mezzo del suo santo, si allontanò, e il giorno dopo 
in Concistoro riferì al Papa e ai Cardinali le cose, che 
aveva imparate dal Vescovo mendicante; e tutti ne furono 
meravigliati. Frate Eainaldo poi disse a frate Giovanni 
da Parma Ministro Generale che lo destinasse a quel 
qualunque convento gli piacesse, e lo mandò a Siena, 
ove era noto a molti, e vi restò dal dì d' Ognissanti fin 
dopo Natale, quando morì e volò in grembo a Dio. Men- 
tre egli era malato della malattia di cui morì, oravi a 
Siena un canonico della Chiesa maggiore, che da sei anni 
giaceva per paralisi in letto, e con tutto il divoto fervore 
dell' animo invocava l' aiuto di frate Rainaldo. Un giorno, 



215 

sul far deir alba, udì in sogno una voce a dire: sappi che 
frate Bainaldo volò di questa vita al cielo, e pe* meriti 
di lui Iddio ti risanò completamente; e tosto sveglia- 
tosi , e sentitesi sciolte e sane le membra, chiamò 
il famiglio che gli portasse gli abiti, e recandosi 
in camera di un suo amico e canonico collega, gli 
raccontò del miracolo. E tutti e due incontanente, e in 
tutta fretta, andarono dai frati per narrare il njiracolo 
tanto manifesto, che Dio quella notte s' era degnato 
operare pei meriti di frate Bainaldo. Ed essendo usciti 
da una porta della città, udirono i irati, che cantando 
ne trasportavano la salma alla chiesa; assistettero alle 
esequie, e poi proclamarono il miracolo. E i frati giu- 
bilanti anch'eglino sdamarono: Sia benedetto Dio. Tale fu 
frate Bainaldo di Arezzo, miracoloso in vita e dopo morte, 

che amò piuttosto umiliarsi Fu uomo coltissimo 

in letteratura, insigne lettore di teologia, predicatore 
esimio, graditissimo al clero e al popolo, fecondissimo 
di pensiero, e di parola sempre fluida e sgorgante calda 
dal cuore. Io abitai seco due anni nel convento di Siena, 
e rho incontrato molte volte nel convento di Lione e 
di Genova, e mi fece ordinare suddiacono quando egli, 
non era ancora investito d* alcun ufficio. Non potrei 
aggiustar fede a nessuno che mi dicesse che la Toscana 
ha dato tale uomo, se non V avessi visto io co' miei occhi. 
Egli ebbe un fratello neir Ordine di Valle Ambrosiana ; 
ossia Yallombrosa, che fu Abbate nelle Bomagne, nel : 
convento di Bertinoro (1), santo, letterato, buono, amico 
intimo dei frati Minori: Che V anima sua riposi in pace. 
Nota qui che due persone di Brettagna ritornavano in com- 
pagnia dalla Corte di Boma, ove erano andati a visitare 
per divozione i Santuarii; e arrivati nelle Bomagne, si 



(t) Pochi eliilom«trì a inohte dell* Emilia tra Cesena e t'oriimpopoH* 



216 

fermarono su di uà monte ad alloggiare in alcune celle, 
coir intendimento di far vita da eremiti. Col tempo 
si agglomerò molta gente ad abitare attorno a loro, e si 
fecero un bel castello, che sino ad oggi si chiama Bret- 
tinoro da que' due eremiti che vi posero stanza, e che 
erano nativi della Brettagna. Una volta io sapeva i loro 
nomi, ma ora mi sono fuggiti dalla memoria: si hanno 
per santi. L'anno del Signore 1249 era Podestà di 
Qenova Alberto Malavolta di Bologna, e venne al con- 
vento dei frati Minori a sentir messa. Ed io era colà, e 
frate Pentecoste, che era sagrista, uomo santo, onesto e 
buono, volendo suonar le campane per far onore al Po- 
destà, questi gli disse : Anzi tutto porgete orecchio ad 
una cosa che voglio annunziarvi, ed è una buonissima 

/ notizia : Sappiate dunque che il 26 di Marzo i Bolognesi 
fecero prigioniero Ee Enzo e con lui un numero gran- 
dissimo di Cremonesi, Modenesi e Tedeschi. Re Enzo, 
che si dice anche Enrico, è figlio naturale, cioè non 
legittimo, di Federico Imperatore deposto, ed è uomo di 
singolare valore e coraggio, e guerriero prode, e sollaz- 
zevole quando gli piace, compositore di canzoni, e che 
in guerra sa andare audacemente incontro ai pericoli ; è 
bell'uomo e di statura mezzana. Quand'egli fu fatto 
prigioniero aveva sotto la sua signoria Eeggio, Cremona 
e Modena, 1 Bolognesi lo tennero molti anni prigione 
nelle carceri del palazzo municipale, ove morì. Non 
avendogli un giorno i custodi voluto dar da mangiare, 
si recò da loro frate Albertino da Verona, che era un 
celebre predicatore dell' Ordine de' frati Minori, pre- 
gandoli che, per amor suo e di Dio, non lo voles- 
sero lasciar morir di fame. Ma non piegandosi eglino 

\ punto alle preghiere di lui, propose : Giuoohiamo insieme 
a' dadi ; se vincerò, avrò licenza di dargli da mangiare. 
Giuochiamo, risposero. Giuoco dunque, vinse, e gli diede 
da mangiare, standosi con quel Re in famigliare col- 



217 

loquio. E tutti quelli che ne ebbero contezza lodarono il 
frate della sua carità, cortesia e liberalità. In quella 
giornata campale, in cui il Be, e col Be moltissimi del 
suo esercito furono sconfitti, vi furono anche alcuni che, 
voltisi in fuga, sguizzarono dalle mani del vincitore, 
alcuni che caddero sul campo, altri rimasero prigionieri, 
e condotti alle carceri sotto sicura custodia vi stettero 
tra ceppi. Guido da Sesso, che era il principale Beggiano 
di parte imperiale, morì nella fuga, precipitando insieme 
col suo destriero in una fogna dell' Ospedale de* lebbrosi 
di Modena. Egli era il più acerbo nemico dei partigiani 
della Chiesa; tanto che essendone stati una volta dal 
Be fatti molti prigionieri nel castello di Bolo (1), che è 
nella diocesi di Beggio, ed essendo essi stati condannati 
alla forca, e desiderando confessarsi, non volle concedere 
loro tanto di indugio che bastasse a confessarsi, an^i 
disse : Non avete bisogno di confessarvi, voi partigiani 
della Chiesa, che siete santi, e quindi volerete subito 
senz' altro in paradiso; e, pel suo diniego, fu subito ese- 
guita la sentenza, ne poterono confessare le loro colpe. 
Egli, in quel tempo in cui tra la Chiesa e la Eepubblica 
avvampava più grossa la guerra, veniva al convento dei 
frati Minori con altri suoi scherrani, e radunando i frati' 
a capitolo, domandava a ciascuno d' onde fosse, e facevano 
notare i nomi ad uno scrivano che conduceva seco, poi 
diceva: tu vanne al tuo paese, tu farai altrettanto, né 
osare di farti più vedere in questo convento, ne per 
questa città. E così furono tutti espulsi, tranne pochi 
lasciati custodi del convento; ai quali poi, allorché 
andavano per città mendicando pe' bisogni di loro sussi- 
stenza, si faceva ogni sorta oltraggi, e si lanciavano loro 
maledizioni, imputandoli di portare lettere false, e di 



fi) A pieno Nord o a chea 10 chilomo'.ri da Correggio. 



218 

essere nemici dell' Imperatore. Ne ì frati Minori, ne i 
Predicatori, che passavano pel territorio, osavano entrare 
nelle città di Modena, di Beggio e di Cremona; e se 
talora alcuni, ignari della condizione delle cose, per caso 
entrarono, furono subito presi, condotti al palazzo del 
Comune, tenuti sotto guardia, nutriti per alcuni giorni 
del pane della, tribolazione e dell' angoscia, poi obbro- 
briosamente cacciati, espulsi, tormentati, e taluni anche 
uccisi. Difatto più d' uno è stato sottoposto alla tortura 
in Cremona e a Borgo S. Donnino ; a Modena presero 
alcuni frati Predicatori, che portavano con se alcuni 
ferri che servono a fare le ostie, e li condussero al pa- 
lazzo del Comune, e a loro disonore si fece credere al 
popolo, che avevano stamponi per coniare moneta falsa. 
Né la perdonavano neppure a que' frati, i cui parenti 
erano in opinione d' appartenere al partito imperiale, ed 
essi stessi ne erano tenaci fautori, tra' quali fu ignomi- 
niosamente espulso frate Giacomo di Pavia, frate Giovanni 
di Bibbiano (1), frate Giacomo di Brescello, e molti 
altri; e per dir tutto in poco, furono licenziati dal 
convento di Cremona tutti coloro che parteggiavano per 
la Chiesa. Ed io vi era presente, e fu in queir anno, in 
cui Parma mia città nativa si ribellò all'Impero. In 
seguito fermarono e trattennero a lungo alla porta della 
città di Beggio frate Ugolino da Gavassa (2), ne gli 
permisero d'entrare, quantunque avesse in città più 
d' un fratello di parte imperiale. Che più ? Era gente 
diabolica ; e sovra tutti pessimo in malìzia Giuliano da 
Sesso, maestro in leggi, vecchio, e inveterato nel male ; 
. e, nominato da Be Enzo giudice supremo di Cremona, 
Beggio e Modena, fece impiccare alcuni da Poliano, e 
molti altri ne condannò a morte, come partigiani della 



(It A sud-ovest di Beggio sopra T Emilia a piò dell' Apenliino. 
(2) Poco distante da Reggio verso Modena. 



219 

Chiesa, e se ne gloriava, e diceva: Guardate come li 
coDciamo noi questi ladroni. Questo Giuliano era vera- 
mente un membro del diavolo; e perciò Dio lo colpì dì 
paralisi, e ne diventò da una parte rigido inaridito ; gli 
uscì dell' occhiaia un occhio, che, sporgendo fuori, pareva 
una saetta, e faceva ribrezzo a guardarlo ; diventò eziandio 
tanto fetido, che ognuno si guardava bene dall' avvici- 
narsegli, tranne una giovinetta tedesca, la cui bellezza 
era tanto ammaliante, che bisognava ben essere molto 
severi per non guardarla con compiacenza. Questo Giuliano 
era figlio di uno spurio di quei da Sesso, onde un poeta 
scrisse : 

Spurtus iìle puer nuUum sitadebit | Di spurio seme, reo rampollo è qtiesto, 
honestum I Né mai ti saprà dar consiglio onesto. 

Egli s' era lasciato sfuggir dalle labbra una o più volte 
in pubblica adunanza che era meglio essere ridotti a 
mangiar della calce, che vivere in pace coi partigiani 
della Chiesa. Ma intanto egli si mangiava i buoni cap- 
poni, ed i poveri morivano d'inedia. Ma a questo 
mondo non dura a lungo la fortuna de' malvagi : 
Mutò vento, e chi parteggiava per la chiesa cominciò ad 
averlo in poppa. Ed anche per quel miserabile venne 
il giorno della fuga, anzi fu portato via di soppiatto 
dalla città di Reggio, e tutto fetore, scomunicato e ma- 
ledetto, senza confessarsi, senza comunicarsi, e senza 
fare la penitenza sacramentale de' suoi peccati, e fu se- 
polto in un fossato della villa di Campagnola (1^. Nello 
stesso anno 1249, i Parmigiani coi fuorusciti Reggiani 
bruciarono il ponte di S. Stefano di Reggio, e il borgo 
d' Ognissanti, e il ponte e il borgo di Porta Bernone; 
il 10 di Giugno, il Crostolo gonfiò e atterrò i ponti e 
inondò sino alla Modolena {2). Lo stesso anno in Agosto, 



(1) A 20 cliilometri circa da Reggio a Nord, Nerd'-Est. 

(2) Sei chilometri distante da Reggio alla sinistra del torrente Crostolo* 



220 

Simone di Giovanni di Bonifacio de' Manfredi occupò 
Novi, Bolo e S. Stefano (1) Terre o Ville della diocesi di 
fleggio. Egli era del partito della Chiesa, nobiluomo, • 
bello, forte, amico mio, e, in tempo di grossa guerra, 
valoroso guerriero; e gli si erano aggruppati attorno molti, 
cbe cacciati dalle loro case, avevano il veleno nel cuore 
e seguivano lui come capo; e si era divulgata molto la 
fama del suo nome per le memorabili sue gesta d' in- 
cendi, di invasioni, di devastazioni, di stragi, come con- 
sigliava la barbarie della guerra di que' tempi. Così pure 
nel settembre di queir anno, tra nona e vespro, si sentì 
un orribile terremoto; e i Bolognesi e i fuorusciti Mode- 
nesi e Bomagnoli assediarono Modena, ne incendiarono i 
subborghi, e nel settembre stesso la manganellarono; ed 
Ezzelino da Romano prese Este (2), castello del Mar- 
chese d' Este, ed altre Terre dello stesso Marchese, per 
vendicarsi dell' aiuto che il Marchese Azzone prestava ai 
Parmigiani, che fabbricavano il Castello di Brescello. I 
Modenesi poi, neir anno stesso, fecero alleanza co' Bolo- 
gnesi, e si crearono due Podestà, uno per parte, e ri- 
scattarono que' loro prigionieri, che si tenevano stretti nei 
ceppi. In queir anno, dopo la festa di Sant' Antonio di 
Padova, o meglio di Spagna, che è dell' Ordine da' frati 
Minori, partii col mio compagno dal convento di Genova, 
ed arrivammo a Bobbio, ove vedemmo una di quelle 
idrie, nelle quali era stata 1' acqua che il Signore trasmutò 
in vino per le nozze di Caaa Galilea. Almeno si dice 
che sia una di quelle; se realmente la sia, sallo Iddio, 
che vede tutto chiaro ed aperto. Dentro di essa sono 
collocate molte reliquie, e sta su un altare del monastero 
di Bobbio, dove sono anche, e le vedemmo, molte reliqìiie 



(1, A Nord Nord-Egt di Reggio stanno Novi, Bolo e S. Stefano, il quale pare 
fosse alla destra della Secckia nelle viciuan/.e della Mirandola. 
(2) Dista 17 miglia al Sud di Padora a piedi de' colli Euganei. 



221 

di S. Colombano. Dopo, ci avviammo alla volta di Parma, 
d' onde eravamo nativi, e sbrigammo le nostre faccende. 
Poco dopo la nostra partenza da Genova, arrivò colà frate 
Giovanni da Parma Ministro Generale, a cui i frati del 
convento di Genova dissero: Perchè, Padre, ci privaste 
di qua' vostri frati, che avevate mandati qui ? Noi era- 
vamo lietissimi di averli qui con noi per amor vostro, 
per la loro bontà, per la consolazione che ne davano, 
e per la loro condotta esemplare. Allora il Generale 
rispose: E dove sono ? Che ? non sono forse più in 
questo convento? E i frati: Padre, no, non vi sono 
più: Frate Buffino, Ministro Provinciale di Bologna, li 
richiamò alla sua provincia. E il Generale soggiunse: 
Iddio sa, se io aveva alcuna notizia di questo ordine di 
obbedienza; anzi io teneva sì per formo di trovarli in questo 
convento, eh' io cominciava a far le meraviglie, perchè non 
mi si erano presentati. In seguito ci trovò a Parma, e 
con volto gioviale ne disse: Correte pur tanto per di qua 
e di là, miei giovanotti; ora in Francia, ora in Borgogna, 
altra volta in Provenza, poi nel convento di Genova, oggi 
a Parma con inclinazione a soffermarvici. Oh ! se potessi 
io posare, come voi lo potreste, non vorrei essere sempre 
in su' viaggi. E gli risposi: A voi, Padre, toccano i disagi 
del viaggiare per ragioni di ministero; a noi tocca viag- 
giare per virtù di obbedienza: che, ve 1' assicuro, viag- 
giammo sempre per ragione di pura e vera obbedienza. 
Udito ciò,. rimase soddisfatto, specialmente per effetto 
deir amore che aveva per noi. Quando poi fummo a Bo- 
logna, un giorno in camera disse a frate Ruffino Ministro 
Provinciale: lo aveva mandato questi frati nel convento 
di Genova a studiare, e tu ne li hai tolti di là. E frate 
Ruffino risposo: Padre, questo V ho fatto per far piacere 
a loro. Io li aveva mandati in Francia, quando V Impe- 
ratore stava a campo intorno a Parma. Perciò richia- 
mandoli, io credeva di far cosa loro gradita. Ed io ag- 



222 

giunsi al Ministro Generale: La cosa sta come il Ministro 
Buffino r ha esposta. E il Generale ripigliò: Cura dunque 
ora di collocarli ove sia che s'accontentino, e si dedichino 
a studio, e non vaghino tanto di qua e di là. Di buon 
grado, Padre, rispose frate Buffino, mi adoprerò a con- 
tentarli e per l'amore che nutro in cuore per voi e per 
l'amore che mi lega a loro; e ritenne il mio compagno 
a Bologna, perchè gli correggesse la sua Bibbia, e mandò 
me a Ferrara, ove dimorai sette anni continui senza 
mutar mai di convento. 
a. 1250 ^' ^i^z^o del Signore 1250 fu fatto prigioniero dai Sa- 
raceni Lodovico Be di Francia, e la pih parte dell'esercito 
Francese, che l' aveva seguito oltre mare, fa passato a fil di 
spada. Anche prima però molti ne avevano mietuto la 
pestilenza e l' inedia, che furono effetto del cambiamento 
di clima, e della caristia e penuria di vettovaglia. Infine 
poi, restituita Damiata ai Saraceni, il Be fu restituito a 
libertà, e ritornando in regione di fedeli, edificò Balbekie 
e molte altre Terre, cingendole di muraglia, costruendovi 
case, ed innalzandovi torri. Ma mentre 1' esercito era 
diviso in quattro corpi, mandati in diverse parti all'opera 
delle preaccennate costruzioni, i Saraceni in uno di quei 
luoghi piombarono sopra gli operai inermi, e li massa- 
crarono tutti. La qual cosa risaputa, il Be, che si trovava 
altrove, accorse in fretta, fece scavare una fossa, e, non 
ritenutone dalla fatica, nò distoltone dal fetore, li seppellì 
colle proprie mani. E tutte le milizie ne rimasero mera- 
vigliate, ond' è che a pieno gli si attaglia quello che è 
detto di Booz nel 2® libro di Buth: Sia benedetto dal 
Signore ecc. Questo stesso anno in Giugno i Bolognesi, 
i Modenesi, i fuorusciti di Beggio, i Parmigiani, i Bo- 
magnoli, i Toscani e i Ferraresi portarono in S. Vito 
devastazione e saccheggio al territorio Beggiano dalla 
strada di sopra sino alle fosse della città, e vendettero 
il bottino ai Parmigiani: ed i Beggiani corsero sopra 



223 

Novi, e ne posero a fuoco e fiamma i sobborghi e il cir- 
condario: devastarono ogni dove, e fecero preda d' uomini 
e giumenti, e s' impadronirono di Campagnola facendo 
duecento prigionieri. Poscia, un giovedì, dopo la festa della 
Beata Vergine, ai 18 d' Agosto, i fuorusciti Parmigiani 
di parte imperiale, che erano di stanza a Borgo S. Don- 
nino, i Modenesi e il Marchese Uberto Pallavicini, Capi- 
tano e condottiero loro, piombarono sopra Parma; ma i 
Parmigiani uscendo contro loro di città col carroccio, 
s' azzuffarono in un luogo detto Qrola, ove una volta 
sorgeva la città di Vittoria, e vi ingaggiarono un accanito 
combattimento, ma sulla strada soltanto, perchè a cagione 
de* fossati non potevano stendersi nei campi, e presero 
parte alla pugna i soli militi dell' una e dell'altra parte, 
e questi non tutti, atteso che la strada non lasciava spa- 
zio a larga fronte. E il Marchese Monte Lupo, che era 
dotto dell' armi ed un leone in guerra, fece mordere la 
polve sulla strada a molti Parmigiani fuorusciti e Cre- 
monesi; ma finalmente cadde egli stesso a terra ucciso. 
Questi ed altri suoi fratelli, da parte di sorella, furono 
nipoti di Bernardo di Solando Bossi, cognato di Papa 
Innocenzo IV. Erano gran Baroni, ed abitavano a Parma 
in Co di Ponte. Primo de' fratelli era Ugo; secondo. Guido; 
terzo. Belando; quarto. Monte, di cui è parola; quinto, 
Goffredo. Quest' ultimo fu nelFOrdine de' Templari, illu- 
stre, potente, ed era tenuto in gran considerazione anche 
perchè era Marchese. Io li ho veduti e conosciuti tutti, 
e si chiamavano Marchesi Lupi di Soragna, Villa ove 
avevano le loro possessioni, cinque miglia al di sotto 
di Borgo S. Donnino. Ma i fuorusciti Parmigiani, 
che parteggiavano per l' Impero, vedendo che i loro 
si avevano la peggio e andavan cedendo terreno, gi- 
rarono di fianco, e minacciarono d' assalto la città; cor- 
rendo e sclamando: Alla città, alla città. Ma i popolani, 
che erano usciti di Parma alla battaglia, udendo questo. 



224 

lasciarono il carroccio e i loro, che si battevano sulla 
strada come leoni, di corsa s'incamminarono verso la 
città, ma neir entrare si ruppe il ponte della fossa, e 
molti vi si affogarono. E questa fu una vera provvidenza 
divina, che impedì in quel modo ai nemici di entrare in 
città, poiché la beata Vergine, che in Parma ha culto 
vivo e fervente, non volle abbandonare i suoi. Tuttavia 
e per pena de' peccati loro, e per la natura de' tempi 
che correvano, i Parmigiani che erano dentro la città, 
l'ebbero per un disastro. Di fatto i loro nemici s'impa- 
dronirono del carroccio, che era stato abbandonato sulla 
strada, e restarono sul terreno tremila popolani, e molti 
militi. Podestà dei Parmigiani di dentro la città era 
allora Catellano de' Carbooisi di Bologna, che non restò 
prigioniero perchè seppe guardarsi bene. I prigionieri li 
incatenarono nella ghiaia del Taro, come disse a me 
Glaratto, uno degli incantenati; e disse anche che pare- 
vano tanti da far credere che tutti i Parmigiani fossero 
prigioni. Li condussero a Cremona, e, per vendicarsi e 
indurli a pagare il prezzo del riscatto, nelle carceri li po- 
sero ai ceppi, fecero loro molti oltraggi, li sospendevano 
per le mani e pei piedi, in terribile ed orribile maniera 
schiantavano loro i denti, ponevano rospi in bocca, e fuvvi 
anche chi si dilettò d'inventare tormenti di nuovo genere. 

I Cremonesi incrudelirono atrocemente contro i prigionieri 
Parmigiani; ma i Parmigiani di parte imperiale fecero 
ancora di peggio contro i loro concittadini di parte della 
Chiesa, che ad alcuni tolsero anche la vita. Ma col tem- 
po arrivò il giorno delle vendette e del ricambio, e i 
Parmigiani che erano di parte della Chiesa se le presero 
terribili tanto sui Cremonesi, quanto sui Parmigiani che 

stanziavano a Borgo S. Donnino, e sul Pallavicino 

Perciò pare sia stato detto apposta da Geremia li ecc. 

II che si fece manifesto nel Ee Enzo, quando dai Bolo- 
gnesi fu fatto prigioniero in una coi Cremonesi e co' suoi 



225 

Tedeschi; ed a ragione perchè unitamente ai Pisani 
aveva catturato nelle acque di Pisa i Prelati della 
Chiesa, che si recavano al Concilio ai tempi di Papa 

Gregorio III. ( Parimente gli ecclesiastici serbano 

nelle chiese e negli oratorii l'ostia consacrata per tre 
motivi E alcuni sagristi, quando i frati comuni- 
cano nella messa vogliono sempre rinnovare l'ostia con- 
sacrata nella pisside e nel tabernacolo, in cui si serba; 
e credono di far bene, ma s' ingannano a partito per 
quattro ragioni. Primo, perchè ne viene allungata la 
messa, e ì frati s' impazientano, e i secolari ne ricevono 
scandalo. Secondo, questa cosa potrebbe farla egli stesso 
il sagrista, se è sacerdote, con due ceroferari in una 
messa privata, senza che sia presente tutto il convento. 
Terzo, perchè talvolta V ostia che adopera è della 
stessa infornata che quella che fa consumare , che 
è quanto dire non fece ostie fresche ; e tanto meglio 
si deve conservare un' ostia consacrata che una non 
consacrata, serbandosi quella chiusa e non esposta 
air atmosfera, e per arrota contiene Dio, che è il conser- 
vatore dì tutte le cose. E di ciò se no ha prova. Nella 
città di Reggio si atterrò una chiesa, sul cui altare, in- 
vece di reliquie, era stata collocata un' ostia consacrata, 
e quell'ostia la trovarono bianca e bella, come se ve 
r avessero messa il giorno innanzi, quantunque una me- 
moria scritta diceva che vi era stata trecent' anni ( ? ). 
Questo r ho saputo da frate Pellegrino da Bologna , che 
era presente e vide. A me non piace che il Corpo del 
Signore stia per reliquia chiuso nel tabernacolo di un 
altare, come non mi è mai piaciuto l' uso del beato Be- 
nedetto di porre il Corpo del Signore sulla salma di un 
defunto e seppellirlo con quella sotterra. Il Sagrista di rà 
forse che talvolta si consacrano più ostie di quelle che 
si consumano, perciò le restanti bisogna riporlo nel ta- 
bernacolo ove si serba il Corpo del Signore. Ma a questo 

Salimbene, Cronaca 15 



226 

si può provvedere in due modi, o mandando, al momento 
che si canta T epistola della msssa in cui si communicano 
i frati, in giro l'accolito pel coro a contare quelli che voglio- 
no fare la comunione, ed ordinando al suddiacono di porre 
sulla patena solamente quante ostie bisognano; o dispo- 
nendo che gli accoliti, che tengono le tovagliolo, siano gli 
ultimi a comunicarsi > e il celebrante dia a loro da consumare 
tutte le ostie consacrate che restano. Fanno dunque benis- 
simo i sagristi a far le ostie col più puro fior di farina . . . 
11 moggio parmigiano è di otto sestarii; il Ferrarese di 
venti, perchè hanno maggior abbondanza di frumento ). 
Ora è tempo di ritornare a Federico e parlare della sua 
morte. Federico II ex Imperatore, quantunque grande, 
ricco, e potente, pure ebbe molte disgrazie; !.<> Enrico suo 
figlio primogenito, che a lui doveva succedere, fece ade- 
sione ai Lombardi contro il volere di lui; e perciò lo pre- 
se, lo incatenò, V imprigionò e finì col morire malamente; 
2.0 volle soppiantare la Chiesa, e ridurre il Papa, i Car- 
dinali e gli altri Prelati ad essere poveri e andare a piedi; 
e questo non intendeva già di farlo per zelo verso Dio, 
ma perchè non era buon cattolico, e poi perchè era mol- 
to avaro e agognava cupidamente le richezze e i tesori 
della Chiesa per sé e suoi figli, e voleva deprimere il po- 
tere degli ecclesiastici, acciocché nulla tentassero contro 
di lui; e lo diceva apertamente con alcuni suoi segretarii, 
da' quali s' è poi saputo; ma Dio non permise che man- 
dasse a compimento questi propositi contro i suoi mini- 
stri. 3.» Volle soggiogare i Lombardi, ma gli fallì Y im- 
presa; che quando aveva su loro vantaggio per un verso, 
altrettanto ne perdeva per altro verso. I Lombardi non 
si pigliano agevolmente; sono molto obbliqui e sguizzevoli, 
e dicono una cosa e ne fanno un' altra, sicché è come 
voler stringere colla mano un' anguilla o una murena; 
quanto piìi forte stringi, tanto più facilmente sguiscia. 
4.0 II Papa Innocenzo IV lo depose in pieno Concilio a 



227 

Lione, e pubblicò tutte le malizie e le iniquità di lui. 
5.0 In suo vivente, vide V Impero dato ad altri, cioè al 
Langravio della Turiugia, cui poi la morte tolse presto 
di mezzo. Tuttavia provò Federico gran dolore a vedere 
l'Impero dato ad altre mani, e ne bevve tutta la tazza 
dell' amarezza; anzi fu detto e creduto che lo avesse fatto 
uccidere, ed avrebbe fatto opera meritoria, perchè il 
Langravio era uomo impastato di malignità. 6.^ Parma 
gli si ribellò, e parteggiò completamente per la Chiesa; 
il che fu cagione della totale di lui ruina. 7.o I Parmigiani 
posero a sacco e fuoco la sua città Vittoria, ch'egli aveva 
fatta fabbricare presso Parma, e la raserò al suolo e ne 
otturarono le fosse, sicché non ne restò vestigio di sorta, 
e lui e il suo esercito costrinsero a vergognosa fuga, e 
molti de' suoi uccisero, e molti ne trassero in Parma 
prigionieri, e lo spogliarono di tutto il tesoro ...... La 

quale ( corona di Federico) fu trovata da un Parmigiano. 
Io l'ho visto quell'uomo, e l'ho conosciuto; ho visto anche 
ed avuta in mano la corona ed era di gran peso e di gran 
valsente, e i Parmigiani gliela pagarono duecento lire 
imperiali, e gli diedero per giunta un caseggiato presso la 
chiesa di S\ Cristina, ove in antico era la guazzatola e 
r abbeveratoio de'cavalli; e quell'uomo, per «ssere piccino, 
si chiamava Cortopasso. 8.^ Gli si ribellarono i Baroni 
ed i Principi; come fece Tebaldo Francesco che si chiu- 
se in Capaccio, e poi finì malamente, perchè fattigli ca- 
vare gli occhi, in molte guise martoriare, gli fece to- 
gliere anche la vita; così Pietro delle Vigne e molti altri 
che sarebbe lungo nominare. Il piìi amato di tutti fu 
Pier delle Vigne, cui innalzò dal nulla; mentre prima era 
un pover uomo, l'Imperatore lo fece suo segretario e lo 
nominò, a maggior onore, suo logoteta. Questa parola è 
composta di ìo(jos e di theta^ che vuol dir posizione, ed 
è maschile e femminile, e significa]colui che tiene discorso 
in pubblico, colui che pubblica un editto dell'Imperatore, 



( 



228 

di altro Principe. 9.^ La cattura di Be Enzo suo figlio 
fatta da* Bolognesi, la quale fu giusta e meritata da 
Federico II, che aveva catturati in mare i Prelati che 
andavano al Concilio indetto da Gregorio IX. Quindi la 
spada del dolore per la prigionia di suo figlio non potè 
non toccarlo, specialmente per essere stata operata da 
tali nemici, e in tale condizione di tempi, che gli tronca- 
vano ogni filo di speranza d* una vittoria a riscossa. 
lOo La conquista della Signorìa dei Lombardi, ch'egli 
non aveva mai potuto afferrare, fatta di leggieri dal 
Marchese Uberto Pallavicini, quantunque fosse suo par- 
tigiano, e per di più fosse anche vecchio, gracile, debole 
e guercio, per avergli, quand' era ancor bambino in culla, 
un gallo beccato un occhio, cioè col becco lo cavò dal 
capo del bambino; e se lo ingollò. ( A queste dieci di- 
sgrazie di Federico ex-Imperatore possiamo aggiungerne 
altre due, e così fare le dodici : l.^' la scomunica lancia- 
tagli da Papa Gregorio IX ; 2.® il tentativo, da parte 
della Chiesa, di spogliarlo del regno di Sicilia. E questo 
non accadeva senza sua colpa. Poiché avendolo la Chiesa 
mandato oltremare al riscatto di Terra Santa, egli si 
rappaciò coi Saraceni senza alcun vantaggio dei cristiani, 
e, per fellonia, fece onorare con canti il nome di Mao- 
metto nel tempio del Signore, come narrammo in altra 
cronaca, nella quale passammo a rassegna le dodici 
scelleratezze di Federico). Il Pallavicini ebbe in Lom- 
bardia dominio su le città seguenti: Brescia, Cremona, 
Piacenza, Tortona, Alessandria, Pavia, Milano, Como e 
Lodi . A tanto non arrivò mai V Imperatore. Oltracciò 
Vercelli, Novara e Bergamo gli davano soldati, quando 
per qualche impresa voleva formare un esercito. Pari- 
mente i Parmigiani gli davano fanteria e cavalleria, più 
però per timore, che per amore, tenendo eglino per la 
Chiesa, ed esso per l'Impero; e si riscattarono poi da 
queir onere pagandogli duemila lire imperiali air anno. 



229 

Ogni cosa ha suo tempo ; e i Parmigiani, regolandosi 
prudentemente a norma di questa sentenza, quando 
soffiò il vento propizio, fecero pesare su lui le proprie 
vendette, e gli smantellarono il palazzo, che aveva in 
Farnoia sulla piazza di S. Alessandro (1), e quel di 
Soragna, che pareva un castello, e, ancor vivente, gli 
confiscarono le Terre e le Ville che possedeva nella diocesi 
di Parma; d' onde ricuperarono il balzello che gli avevano 
pagato. Il Pallavicino era cittadino Parmense, uomo di 
animo grande, che spendeva largamente, e perciò era 
ridotto ad essere così al verde che se poteva avere, quando 
cavalcava, due scudieri, che lo accompagnassero su due 
cavalli magrissimi, come Y ho veduto io, se ne contentava, 
e se lo teneva per un gran che. Ma quando poi ebbe in 
sua mano la Signoria delle sunnominate città, e la tenne 
ventidue anni, spendeva ogni dì alla sua Corte venticinque 
lire imperiali senza il pane e il vino. Agognò di domi- 
nare su tutti, e su tutto. Prima signoreggiò in Cremona, 
e ridasse al niente quella famiglia dei Sommo, che gli 
aveva posto in mano il dominio di Cremona, ed erano 
del suo partito e suoi consanguinei. Ma que' Cremonesi 
che teneano le parti della Chiesa, come avevano fatto i 
Parmigiani, gliene diedero pieno ricambio, spogliandolo 
e distruggendo quel di lui fortissimo castello di Busseto, 
che aveva fatto mujrare in mezzo alle acque de' paduli,* 
in un bosco, sul confine dei territorii di Parma, Piacenza 
e Cremona. E credevalo sì forte da non potere essere 
distrutto da tutto il mondo congiurato. Parimente lo 
spogliarono i Piacentini, come avevano fatto i Parmigiani 
e i Cremonesi, e devastarono le sue Terre. Egli bandì 
molta gente da Cremona, molta ne martoriò, e molta ne 
uccise. Kepudiò sua moglie, donna Berta, figlia del Conte 

(1) Questo palazzo fn poi riedificato dalla famìglia, e nel 1500, o poco 
dopo, fa comperato e atterrato per innalzare su tutta, o su parte delVaren, il bel 
tempio detto della Steccata. 



230 

Rainerio di Pisa, perciocché di essa non poteva aver 
prole ; e ne sposò un' altra datagli da Ezzelino di Komano, 
da cui gli nacquero due figli e tre leggiadrissime figlie, 
che stettero lungo tempo senza maritarsi. La memoria 
di tali avversità gli addensò tanta nebbia di malinconia 
attorno all'animo, che cominciò a malare gravemente di 
quella malattia, che lo trasse poi al sepolcro, e fece 
quello che si legge di Antioco I, Macabei VI ecc. Fede- 
rico poi ex-Imperatore chiuse i suoi giorni V anno 1250 
in Puglia, in una piccola città chiamata Torre Fioren- 
tina (1), distante dieci miglia da Lucerà dei Saraceni ; 
ne il cadavere, per V ammorbante fetore che mandava, 
potè trasportarsi a Palermo, dove sono le tombe, in cui 
si seppelliscono i Reali di Sicilia. Molte però furono le 
cagioni, per cui non ebbe sepoltura nelle tombe dei 
Re di Sicilia: 1^ Il doversi verificare la divina scrittura, 
nella quale Isaia 14. ecc. 2° Il fetore ammorbante che tra- 
mandava il suo cadavere; il che è detto di Antioco nel 2o 
Macabei 9^ ecc. e si verificò appuntino in Federico; 
30 Lo studio del Principe Manfredi di lui figlio ad occul- 
tarne la morte per occupare il regno di Sicilia e della 
Puglia prima che il fratello Corrado arrivasse dalla Ger- 
mania. D' onde avvenne che molti non lo credettero morto, 
sebbene realmente lo fosse. Quindi si verificò quel vati- 
cinio della Sibilla, che dice: Correrà- voce tra le genti: 
vive e non vive, e premette che la morte di lui sarà te- 
nuta occulta. E morì il giorno di S\ Cecilia Vergine, 
r anno 1250, giorno anniversario della sua incoronazione, 
avvenuta l' anno 1220. Alcuni dissero che morì il giorno 
di S\ Lucia; che se mai fosse stato vero, sarebbe stato 
ancora un avvenimento misterioso; stantechè S Lucia 



1) Di qntlla città nulla più resta che qualche radere, e un tratto di 
cortina del castello imperiale, a cui ì^ ^«.ddossata iiTia caffeina della famiglia 
Romano. 



231 

disse un giorno in presenza di tutto il popolo di Siracusa^*' 
€ Annunzio a voi che la pace è data alla Chiesa di Dio: 
Diocleziano è stato detronizzato, Massimiano è morto oggi > 
Similmente, quando morì Federico, molti mali scompar- 
vero dal mondo, giusta la parola scritta ne' Proverbii 22<> 
ecc. E nota che quelle cose che sono dette nel capitolo 
140 di Isaia intorno alla distruzione di Babilonia, e intorno 
a Lucifero, possono essere appuntino applicate a Federico... 
E piU sotto aggiunge altre cose che sembrano dette ap- 
positamente per Federico e p«' suoi figli. E Dio fece opera 
di altissima provvidenza spegnendo la stirpe de' figli di 
Federico, che furono una generazione malvagia e crudele, 
una generazione, che non tenne al retto il suo cuore; e 
il suo spirito non si crede che sia salito a Dio. E qui si 
noti che Federico quasi sempre si compiacque d' essere 
in rotta colla Chiesa, e in mille guise osteggiò colei che 
r aveva allevato, difeso ed esaltato. Non aveva alcuna 
fede in Dio; fu uomo astuto, fino, avaro, lussurioso, col- 
lerico, maliziato. Talora assunse anche le apparenze del 
gentiluomo, quando gli piacque far mostra di bontà e di 
cortesia. Sapeva leggere, scrivere, cantare, e comporre 
canzoni e canzonette; bell'uomo, ben proporzionato, ma 
di statura mezzana. Io l'ho veduto, e vi fu anche un 
momento in cui gli volli bene, quando cioè scrisse a frate 
Elia Ministro Generale dell' Ordine de' Minori che in * 
grazia sua mi restituisse a mio padre. Parlava anche 
varie lingue e non poche, e, per farla breve, se fosse stato 
buon cattolico e amante di Dìo e della Chiesa, avrebbe 
avuto pochi pari a lui nel Eegno e nel mondo. Ma sicco- 
me è scritto che un sol po' di fermento basta per cor- 
rompere tutta una gran massa, egli ecclissò ogni sua 
virtù col perseguitare la Chiesa; e non l' avrebbe perse- 
guitata se avesse amato Dio, e voluto provvedere alla 
salute dell' anima propria. Quale realmente fosse F ex 
Imperatore Federico, egli se lo saprà, e se peccando contro 



/ 



232 

Dio ebbe a perdere molti beni presenti e futuri, ne in- 
colpi se stesso. Per questo fu deposto dall' Impero e finì 
malamente. « Con luì sarà finito anche l'Impero, e se pure 
avrà successori, non avranno ne autorità né grado d'Im- 
peratori romani ». Questa è predizione, dicono, di una 
Sibilla; ma io non V ho mai letta ne' libri della Sibilla 
Eritrea, né in quelli della Tiburtina; libri di altre non 
vidi mai, e le Sibille furono dieci. Che questo vaticinio 
si avverasse, appare chiaramente sia per la parte che 
riguarda 1' Impero, sia per la parte che si riferisce alla 
Chiesa. Per quello che riguarda V Impero successe Cor- 
rado, figlio, da legittimo matrimonio, di Federico con 
una figlia del Re Giovanni. 

Questo Corrado non ebbe mai l'Impero, ne gli volsero 
mai prospere le sorti. A lui successe Manfredi, suo fra- 
tello, ma figlio di un' altra donna di Federico, che era 
nipote del Marchese Lanza, sposata da Federico quando 
egli era sul punto di morte . Questi non ebbe mai l' Im- 
pero, ma solo il titolo di Principe da quelli che erano 
amici di suo padre; e tenne molti anni la Signoria in 
Calabria, in Sicilia e in Puglia dopo la morte del padre 
e del fratello. A lui tentò succedere Corradino, figlio di 
Corrado, figlio di Federico ex-Imperatore, ma tanto Man- 
fredi che Corradino furono tratti a morte da Carlo, fra- 
tello del Re di Francia. Per parte della Chiesa poi, i 
successori nell'Impero per volontà del Papa, dei Cardi- 
nali, dei Prelati e degli Elettori, furono il Langravio di 
Turingia, Guglielmo d' Olanda, e Rodolfo di Germania . 
Ma a nessuno di loro arrisero mai tanto propizie le sorti 
da raggiungere, più che il titolo, la piena potestà impe- 
riale. Quindi il surriportato vaticinio pare che siasi 
adempiuto. Ora è da dire qualche cosa delle strambezze 
di Federico. E la prima fu che fece tagliare il pollice 
ad uno scrivano, perchè aveva scritto il nome di lui 
altramente dal come egli volevalo; perocché s'era fitto 



233 

in capo che nella prima sillaba del suo nome mettesse 
un e, FridericOj e lo scrivano aveva messo un e, Frederico.^ 
Altra stranezza si fu quella di voler esperimentare che 
linguaggio, che modo di esprimere i proprìi pensieri, 
avessero i bambini cresciuti senza udir persona parlare. 
Perciò diede ordine ad alcune balie e nutrici che des- 
sero ai loro bambini da suggere il latte delle mammelle, 
che li lavassero e li pulissero, ma non li carezzassero, 
ne parlassero a loro udita. Con questo mezzo credeva di 
poter riuscire a conoscere se que* bambini parlerebbero 
la lingua ebraica, la greca o la latina, o quella de' loro 
genitori. Ma era opera vana, perchè que' bambini mori- 
vano tutti, né potrebbero vivere senza le voci, i gesti, il 
sorriso, le carezze delle balìe e nutrici loro; ond* è che 
hanno nome di fascino delle nutrici quelle cantilene che 
la donna canta cullando il suo bimbo per addormentarlo; 
senza di che il fanciullo non potrebbe né quietare, ne 
dormire. Terza stranezza fu quella che quando vide ol- 
tremare quel paese che era la Terra Promessa, tante volte 
da Dio magnificata col chiamarla terra stillante di latte 
e miele e la più ubertosa di tutte le terre, a lui per 
contrario non piacque, e disse che il Pio de' Giudei non 
dovea aver mai veduto il paese d' ond' egli veniva, cioè 
Terra di Lavoro, Calabria, Sicilia e Puglia, perchè altri- 
menti non avrebbe piti celebrata tanto quella terra che 
aveva promessa, e che diede agli Ebrei, de' quali poi sì 
dice anche che poco apprezzarono la terra del loro desi- 
derio. Perciò dice V Ecclesiaste 6.» Non esser precipitoso 
nel tuo parlare, e il tuo cuore non s' affretti di prò- 
ferire alcuna parola nei cospetto di Dio. Quarta stram- 
beria lu di mandare più volte sino al fondo dello Stretto 
di Messina, benché fosse renitente, un certo Nicola, 
d'onde poi sempre ritornò incolume. Ma volendosi a 
pieno assicurare, se realmente avesse toccato il fondo, e 
sin di là avesse potuto ritornare, gettò una sua coppa 



234 

d' oro là dove credeva che V acqua fosse piti alta ; ed 
esso mandato giù la pescò e la riportò all' Imperatore, 
che ne restò molto meravigliato. Finalmente volendolo 
mandare un' altra volta, Nicola gli rispose : Non obbliga- 
temi a discendere ora laggiù, perchè il mare al fondo è 
tanto tempestoso eh' io non potrei salvarmi. Nulla ostante 
lo costrinse a calarsi gih, ma non si rivide: poiché in 
quel fondo di mare, vi sono scogli, e quando infuria la 
tempesta, vi nuotano grossi pesci, e, come il Nicola ri- 
feriva, vi si trovano navi naufragate. Costui poteva ripe- 
tere a Federico ciò che si legge in Qiona 2.« Mi gettasti 
nel profondo ecc. Questo Nicola era un Siciliano, ed un 
giorno offese gravemente ed irritò sua madre, la quale 
gli imprecò che abiterebbe sempre nelle acque e di rado 
riapparirebbe a terra; e cosi gli accadde. Si noti che lo 
Stretto di Messina in Sicilia è un braccio di mare presso 
Messina, ove talora la corrente è così impetuosa e vorti- 
cosa, che aggira, ingoia e sommerge le navi; e in quello 
Stretto vi sono anche Scilla e Cariddi, e grossi scogli ; 
onde frequenti disastri. Sul lido, che vi si stende di fronte, 
sta la città di Seggio, di cui parla il beato Luca, quando 
narra che dalla Giudea andava a Roma coli' Apostolo 
Paolo, negli Atti degli Apostoli 28.o Quindi costeggiando 
( cioè da Siracusa, che è la città di SJ" Lucia ) giun- 
gemmo a Reggio. Tutto ciò, che ora ho contato, 1' ho u- 
dito cento volte dai frati di Messina, che erano de' miei 
migliori amici. Io poi aveva nell' Ordine de' frati Minori 
anche un mio fratello consanguineo, frate Giacomino da 
Cassio (i). Parmigiano, che dimorava a Messina, e queste 
stesse cose mi riferiva. Molte altre furono le stranezze, 
le manìe, le maledizioni, le atrocità» le perversità e le 
soperctiierie di Federico, di cui alcune notai in altra 



(1) Cassio è sul fianco settenlirienale dell'Ai ennino a me/7.0 cirf.i dell» atrudji 
postale, che da Parma mette a ronirfmuli. 



235 

cronaca, come sarebbe quella di chiudere un uomo vivo 
entro una botte finche vi morisse, volendo con ciò dimo- 
strare che anche V anima era mortale.... Perocché era 
epicureo, e tutto ciò che poteva trovare nalla divina 
Scrittura o per sue ricerche, o per mezzo de'suoi sapienti, 
che servisse a dimostrare che dopo morte non vi è altea 
vita, tutto raccoglieva... . Il che prova che Federico e i 
suoi sapienti non avevano fede, e credevano che al di 
là della presente non esistesse altra vita, per non avere 
ritegno a secondare più sfrenatamente le loro passioni e 
la loro libidine. Perciò abbracciarono V epicureismo, 
che ripone la pienezza della felicità dell'uomo nella sola 
voluttà carnale, per contrapposizione allo stoicismo, che 
la fa derivare dalla sola dolcezza della virth — La sesta 
pazzia, ribalderia di Federico fu quella di dar bene 
da mangiare in un pranzo a due uomini, poi mandarne 
l'uno a dormire, l'altro a caccia, e la sera far loro apri re 
sotto a' suoi occhi il ventricolo per conoscere quale dei 
due avesse fatto miglior digestione; e da' medici fu giu- 
dicato aver meglio digerito colui che aveva dormito. La 
settima stranezza fu la seguente, che raccontai già in 
altra cronaca. Trovandosi egli un giorno in palazzo, inter- 
rogò Michele Scoto suo astrologo, quanto era egli distante 
dal cielo, e gliene rispose quel che ne pensava. Dopo la 
risposta, col pretesto di fare un viaggio, lo condusse in 
altre parti del Regno, e ve lo intrattenne per più mesi, 
e comandò a'suoi architetti e falegnami che nel frattempo 
abbassassero la sala del palazzo stesso in modo che nes- 
suno potesse addarsene; e così fu fatto. Ritornato di nuovo 
r Imperatore dopo il viaggio al medesimo palazzo, e di- 
moratovi alcuni giorni col prenominato astrologo, un dì 
condusse bellamente il discorso a domandargli se erano 
allora tanto distanti dal cielo, quanto aveva detto altra 
volta. E Michele Scoto, fattasi sua ragione, rispose che 
il cielo doveva essersi alzato, o la terra abbassata. 



236 

D* onde l'Imperatore dedusse che esso era un vero astro- 
logo. Molte altre consimili stranezze ho udito contare di 
lui, e so, cui io non ridico per brevità, per premura di passar 
ad altro, e poi perchè mi secca parlare di tante scioccherie. 
Federico usava anche talora scherzare in casa co' suoi 
domestici, e pigliando Tarla canzonatoria, contraffaceva, 
dfscorrendo e gesticolando, quegli ambasciatori Cremonesi 
che di volta in volta erano inviati a luì da' loro concit- 
tadini; i quali ambasciatori solevano sempre prendere le 
mosse del discorso dal lodarsi reciprocamente, e dal dire 
r un dell' altro a vicenda: Questi ò nobile; Questi è un 
sapiente; Quegli è straricco; Quell'altro è potente; e, do- 
po le scambievoli lodi e presentazioni, cominciavano a 
trattare degli affari loro. Parimente tollerava le beffe, i 
lazzi, e le risposte pungenti de' giocolieri, e li ascoltava 
senza punirli, o dissimulava di averli uditi. E questa è 
una lezione contro altri, che si pigliano subita vendetta 
dei motti che toccano le loro persone. Ond'è che egli 
trovandosi una volta a Cremona, dopo che i Parmigiani 
ebbero rasa al suolo la sua città di Vittoria, e battendo colla 
mano sulla gobba di un giocoliere, di quelli che si chia- 
mano cavalieri di Corte, e intanto dicendogli: mio 
Dallio, quand'è che si aprirà questo cofanetto? Egli ri- 
spose: Non si potrà aprire così facile, perchè ho smarrita 
la chiave fuggendo da Vittoria. L' Imperatore sentendosi 
rinfacciare V onta patita, e rinnovarne il dolore, trasse 
un sospiro e disse: Sono stato turbato, ma non ho fiatato; 
e non si prese alcuna vendetta. Questo Dallio era Fer- 
rarese, mio conoscente ed amico; prese moglie una Parmi- 
giana, e, subito dopo la distruzione di Vittoria, venne a di- 
morare a Parma. Sua moglie era sorella di frate Egidio 
Budello dell' Ordine de' Minori. Se la detta risposta l' a- 
vesse fatta ad Ezzelino da Bomano, era sicuro d' averne 
cavati gli occhi, e d'esserne impiccato. Altra volta, 
quand' era all' assedio di Berceto, lo beffò e lo prese io 



237 

canzone Villano Ferri, e non se ne offése. L' Imperatore 
gli domandò che nome avessero i mangani e i trabucchi 
che erano là; e Villano Ferri con certe parole canzona- 
torie rispose che si chiamavano shegni e shegnaini. Al 
che r Imperatore sorrise soltanto, e si allontanò. Qui pa- 
re luogo opportuno, di dire come 1* Imperatore Federico 
sìa nato, cioè di quali genitori. Dirò dunque che suo pa- 
dre si chiama Enrico VI, sua madre Regina Costanza, 
che era Siciliana, figlia di Quglielmo Be di Sicilia; ma, 
per conoscere meglio T origine di Federico, ti fa d' uopo 
guardare pih sopra. L*anno del Signore 1075 fu fatto 
Papa Gregorio VII; si chiamava Ildebrando monaco, e 
tenne il Pontificato 13 anni, un mese e quattro giorni. 
Fu fatto prigioniero la notte di Natale presso S.<^ Maria 
Maggiore. Dopo di che, il ventun di Maggio, venne a 
Boma Be Knrico; e nell' anno medesimo dell' apostolato 
d' Ildebrando, entrò pure in Boma, il ventotto di Mag- 
gio, Boberto Guiscardo Be de' Normanni. E mentre sog- 
giornava in Boma, arrivò Enrico III Imperatore con 
Guiberto Arcivescovo di Bavenna per deporre Gregorio, e 
far Papa Guiberto; ma il popolo romano, per pretesto 
di riguardi ai Papa, non voleva aprire le porte all' Im- 
peratore, che era un maledetto, e, finché visse, osteggiò 
la Chiesa. Ma Y Imperatore arietando aprì una breccia 
nella muraglia di cinta della città, e 

Depopulans urbem, Papam statuit ibi turpem. 
In cathedra locat hunc, falso Clemens vocitatur: 
Hic est Guibertiis fallax, vastator apertus 
Ecclesiae Christi, merito quem signat abyssi 
Bestia, quam vidit dilectus in Apocalypsi. 
Regis et Illa falaox Romam totam maculabat. 
Fervigli et rector Gregorius ex grege fesso. 



238 



Pollutae cathedrae multum quoque condolet aeque, 
Sperans in Petrum, rogit&t pugnare Robertum 
Normannum quemdam, qui Regem depulit extra 
Urbem, qui veluti per stratam damula fugit 
Francigenam, montes ultra redieus nialus hospes: 
Papa suus Clemens^ romanis praemia praebens 
Raptor, terrenam Petri rapit ipse cathedram. 
Quamquam se monstret, quod sit quasi pastor in urbe: 
Ipsi nulla tamen pars in coeli manet arce. 
Hio heresis limes mundum seduxit inique, 
lussa Dei sprevit, Sanctorum verba neglexit, 
Praevaricat leges, divinas destruit aedes. 
Persequitur dignum dominum, Papamque magistrum, 
Qui, monitis sacris plenus, manet in Lateranis. 
mie consistens spermologus optimus iste 
Actibus et verbis exprobrat schisma Guiberti, 
Perpetuo damnans anathQmate schìsmata tanta. 
Nascitur bine cunctis ingens tribulatio iustis. 
Mucronem Regis pia pars quam maxime sentit. 
Sedibus expulsi sunt Pontifìces quoque multi, 
FJagris afflicti, vinclis in carcere stricti. 
Rex et Guibertus faciunt juvenescere tempus 
Neronis prisci, qui praecepit crucifìgi 
Petrum, cervicem Pauli gladio ferit idem, 
Et propriae ventrem proscindere matris ab ense 
Fecit, ut inspiceret requievit ubi malus ipse. 
Sic propriae matris palmas, calcarlbus actis, 
Transfodit, missus Sathanao, (Uiibortus iuiquus; 



239 

NuUum quippe viriim timuit nìsi Nero magistrum. 
Yenis incisis in aqua, vitam talit ipsi. 
Hi duo praescripti, fidei fere nomen obliti, 
Perdere nitantor doctorem denique summum. 
Symon eis doctor Magus extat et hyspidus auctor. 
Ignorant forsan quod, dum fortuna reportat 
Iniustos seorsum, rnituros esse deorsum 
Quandoque plug ipsos, ideo patitur Deus illos. 

Pugna fuit, donec potuit saevire Guibertus, 
Perfidiae dux, ecclesiae vastator apertus etc. 

Hic per viginti tres annos denique Christi 
Ecclesiam nisu toto turbarat iniquus. 
Dum potuit multos animos seducere stultos. 
Destiti t infelix nunquam. Nec corpora laedit 
niìus magnus mundus iam despicit actus. 
Ecclesiae cunctae Petre iam praebe promoconde, 
Iste senex ut hebes homines sinat esse fldeles. 
Post annos binos Urbanus erat quod ab isto 
Saeclo portatus, coelique choro sociatus; 
Iste dolore gravi tactus, Guibertus inanis 
Mortuus est, secum portans anathema per aevum ; 
Propterea coeli populus, pariterque fideles 
Exultentque boni, periit quia perdicionis 
Filius. Ut surgat similis non det Deus unquam. Amen. 



240 



L' Impera'lor dell' Alemagna algente, 
Il fUoco, il sacco in Roma e un Papa#addusse, 
Che si chiamò, ma non fu mai, Clemante. 
Guiberto ei fìi, che bestemmiando strusse 
La Chiesa dell* Agnel d' amore ardente. 

« Guiberto ei fu, che a dimostrar qua! fusse, 
Finse una belva di lontan prevista 
Il rapito di Patmo Evangelista. 

Furto, rapina, e strupo, e sangue e vampa 
Del Re Tedesco in Roma eran diletto. 
Del barbaro corsier la ferrea zampa 
Il Santo atterra; ma, da Pier sorretto, 
Il Normanno leon contro s' accampa; 
E del sacro Pastor con dolce affetto. 
Del santo gregge, che s'affanna e geme, 
A più -lieto destino alza la speme. 

Urta, rompe, disperde il Re, che vile, 
Come cerbiatto eh' ha il mastin sulP orme, 
L' alpi ricerca e torna al suo covile. 
Ma l' intruso pastor il gregge a torme, 
Lupo, diserta e sbranca il sacro ovile 
Con mille di terror e mille forme. 
Quale pastore in Roma abbia ei pur sede ! 
Che non l' avrà su 'n elei, se non ha fede. 

D' eretico venen coli' alma infetta 
Ei guasta il mondo ed ogni cor corrompe; 
E la santa parola in cor negletta, 
Iddio bestemmia ed ogni legge rompe; 
E centra '1 elei ia tracotanza eretta. 
Contro la Chiesa e contro il Papa irrompe. 
Che maestro del ver splende qual sole 
Di Laterano entro l'augusta mole. 

Ove, raggiante del divino spiro. 
Del ver, del buon spande e feconda il seme. 
E Guiberto scismatico deliro, 



•IH 



Con argomento che V incalza e premo, 
Giudica e danna e si V avvolge in giro, 
Che fulminato orrendamente (reme. 
Orge, ricade, sbuffa tosco e bile 
E lutto e pianto invade iJ sacro ovile. 

Del Re sente nel cor fitta la spada 
(1 popolo fedel; che Cristo adora; 
E lunga schiera di Pastor la strada 
Calca del bando e del dolore ognora; 
Oppure avvien che tra catene cada; 
Ed ai tormenti invan pietade implora. 
Ch' oggi Guiberto e il Re, Nerone fanno 
Parere a noi poco crudel tiranno. 

Neron, che a Pietro fa salir la croce, 
Neron, che a Paulo fa balzar la testa. 
Neron, che mostro dispìetato, atroce, 
Ogni moto del cor crudo calpesta, 
E di natura ogni ragione e voce; 
E la Yìltade all' empietà contesta, 
Nel seno di sua madre un ferro intride, 
Che per orrore si ritorce e stride. 

Più che Neron, fello Guiberto ed empio 
Alla nutrice sua Chiesa di Dio 
Trafisse il sen con esecrando esempio, 
E se r antico, di cui niun più rio. 
De) suo maestro fece scherno e scempio; 
11 Nerone norel, che lo seguio. 
Al Vicario di Cristo, al suo maestro 
Ministra il duolo, il fele ed il capestro. 

Guiberto e Arrigo infin, scossa ogni fede, 
Scosso r ossequio al successor di Piero, 
Colui che il Cristo a prezzo compra e cede. 
Seguono dottore in lor sentiero. 
Nò san che se fortuna ad alta sede 

Salimbbnb, Cronaca 16 



242 



Porta il reo talor, con gioco fiero 
Lo balza poi dalP alto a precipizio. 
Questo matura in elei giusto giudizio. 



Arse la pugna, s' incrudi, s* espanse ; 
E allor dell' ire s' ammorzò V ardore 
Che la spada del ciel, toccando, fì?anse 
Di tanto scisma il perfido dottore, eoe 



Ventitré volte il sol vide, e rivolse 
Da tanto orrore T atterrito ciglio. 
Né quel lupo cessò fin che noi tolse 
Seco la morte al doloroso esigilo. 
Ah f quanti ne sedusse e ne travolse 
Al regno del dolor, od in periglio! 
Ma la vendetta non è lenta; e copre 
V infamia omai di lui V audacia e l' opre. 

Divo, tu, che^delle eteree sedi 
Volgi le chiavi alla virtù che sale, 
Ed alla Chiesa universal provvedi, 
Soffia 8u la caligine mortale. 
Che '1 mondo ingombra, e '1 rasserena. Or vedi 
Che vacilla la fé, V error prevale ; 
Or che d'Urbano, dopo due soli anni, 
L' alma spiegò sino alle stelle i vanni. 

Or che del cielo la saetta ardente 
Toccò Guiberto con eterno danno, 
Del paradiso la beata gente, 
E chi del mondo dura ancor l'affanno, 
E la lotta sostien forte e fidente, 
Tra plausi e grazie a Dio, gridando vanno : 
Il gran verme di Satana perio ! 
Da un altro egual difenda il mondo Iddio. 



243 
Della morte dell'Imperatore Enrico IH. 

Dictus iamdudum Rex quo sit fine^solutus, 
Scilicet Henricus^ volo mundi discat amicus. 
Cnm scierit, noscat faciendum quid sibì constai. 
Rex supra fatus, yivens erat illaqueatus 
Actibus in pravis. Semel at se dissimulavit 
Converti ; pieno quod fecit corde veneno. 
Schismaticos semper colui t, tenuitque libenier ; 
Hic exordescens minor eius fllius enses 
Elevat adversus genitorem. Tollero regnum 
Quaerit ei, duram secum committere pugnam, 
Non piguii campi, quem bollando superavi t. 
Mesticia multa per totum tempus abundans, 
Undique confossus, quassatus et undique tortus; 
iMortem non sperans; demum tamen ipsa catena 
Mortis eum strinxit, rapuit de corpore tristi. 
Augusti quarto defungit id in anno 
GhrJsti mìlleno, centeno, denique seno 
Ad templum Spirae dormita quod struxerat ident. 



Come pur morto sia lo terzo Enrico 
Che '1 mondo sappia io vo', del mondo amico. 

Lo sappia, e faccia quel che f^r gli giova. 
In vita sua die luminosa prova 

DMntelletto e di cor pien di malizia 
Tanta da degradarne ogni nequizia. 



Di rinsavir finse talora il Siro 
Ma solo per unir pertldia all' ire. 



Chi lo scisma seguìa tenne in onore, 
R lo cinse di gloria e di splendore : 

Di che '1 figlio minor inorridito 
Levò le $pade contro il padre, ardito. 

Aspra la pugna fu, lungo lo sdegno; 
Il figlio al padre agogna torre il regno. 

Non cura il sol, la nove, la tempesta, 
Dura sui campi e vittorioso ei resta. 

E 1' ugna del dolor il padre artiglia, 
E a fronte, affianchi, a tergo ognor lo piglia ; 

JSi che per fino di morir dispera. 
Ma *n fin precipitò nell' onda nera, 

Nei mille centosei, allor eh' il giorno 
Quattro d' Agosto a noi fa suo ritorno. 

Un tempio eccelso aveva eretto a Spira : 
Or vi riposa in fino al di dell' ira. 



Papa Gregorio VII era amico della Contessa Matilde, 
e da Boma recavasi al castello di Canossa, e, per utilità 
della Chiesa, soggiornava talora con essa tre mesi, e 
avrebbe potuto fermarsi an^he più a lungo, se gli fosse 
piaciuto. Egli era sant' uomo, ella santissima donna e di- 
vota a Dio, ed aiutava la Chiesa Bomana co' denari e 
coir armi, facendo guerra contro l'Imperatore Enrico III 
suo cugino, che aveva creato Ghiberto, Arcivescovo di 
Bavenna, Antipapa col nome di Clemente, invece di chia- 
marlo empio e demente. I quali due, durante tutta la 
vita loro, osteggiarono la Chiesa, distolsero molte anime 
dalle vìe del Signore, e le trassero con loro a casa del 
diavolo. E ciascuno di loro morì nella vergogna e nell'a- 
marezza dell'anima propria Ghiberto tornò a Ravenna e ri- 



.> i • 



prese la podestà e il titolo che vi aveva prima, fiigiiardo 
poi a quel maledetto Imperatore Enrico III, trovi iu 
Isaia XIV ecc. Il che si è avverato neir Antipapa Ghi- 
berto, detto Clemente, non che in Enrico III. E la Chiesa, 
col tempo, per grazia di Dio, ebbe piena pace. Dunque 
Eoberto, Guiscardo per aver dato aiuto a Gregorio VII 
nel momento più stringente, cacciando V Imperatore da 
Roma, si ebbe in feudo, per ricambio del beneficio fatto, 
la Sicilia e la Puglia, spettanti alla Chiesa romana; pur- 
ché se le conquistasse contro i Greci e i Saraceni, che 
le occupavano. Egli dunque andò prima, a modo di esplo- 
ratore, per vedere gli abitanti di quelle terre; e, ritornato» 
raccolse Y esercito, chiamò a se i due fratelli che aveva, 
e i suoi consiglieri, e disse loro: La sapienza dice ne* pro- 
proverbi ll.<» ecc. Poi aggiunse: Tutte queste virtù deve 
possedere franche nelP animo colui, che vuol mettersi alla 
testa di un esercito e far guerra ad un nemico; virtù, di 
cui, per grazia di Dio, faranno mostra i nostri soldati. La 
Puglia e la Sicilia sono state cedute a noi dal Papa, e 
là vidi uomini che hanno i piedi di legno e parlano in 
gola. Or su sagìiamo contro a quella gente: percioc- 
ché noi àbbiam veduto il paese, ed egli è grandemente 
ubertoso. E voi ve ne state a bada ? Non siate pigri 
a mettervi in cammino per andare a prendere posses- 
sione di quel paese. Qtiando voi giungerete là (condos- 
siachè Iddio ve V abbia dato nelle mani ) verrete ad un 
popolo, che se ne sta sicuro, e 'l paese è largo, è un lidogo 
nel quale non v' è mancanza di cosa alcuna che sia 
sulla terra. Giudici 18.® Nota che Boberto chiamava 
piedr di legno le pianelle o zoccoli che usavano que' Pu- 
gliesi e Siciliani, e che li giudicava gente cachetica, co- 
lor di merda e di niun valore. Disse poi che parlavano 
in gola, perchè quando volevan domandare: Che cosa vo- 
lete? dicevano: Ke bull? Li giudicò adunque uomini da 
nulla, imbelli, accasciati e senza perizia alcuna dell' arte 



246 

della guerra; Giuditta 5.» Perchè erano tre fra- 
telli, Roberto, Guiscardo, Ambrogio, che era monaco; a 
cui gli altri due dissero: Tu combatterai colle tue armi, 
cioè ne aiuterai colle tue preghiere; noi impugneremo il 
brando, e se Dio vorrà, li soggiogheremo subito. E così 
fa. L' Imperatore de' Greci, sapendo questo, e temendo 
che Boberto Yolesse correre sino a Costantinopoli, a ri- 
durre al nulla la Grecia, fece sotto i propii occhi in al- 
cuni luoghi avvelenare le acque, e ne morì Boberto; so- 
pravvisse Guiscardo di lui fratello, d'onde ebbe origine 
la dinastia dei Be Normanni in Sicilia. Da Guiscardo 
discese Guglielmo Be di Sicilia; e da questo, Guglielmo 
II, che ebbe parecchi figli ed una figlia di nome Costanza. 
Egli alla sua morte, non so per qual ragione, comandò 
a' suoi figli di non maritare la sorella Costanza; i quali, 
per ossequio agli ordini del padre, la tennero secoloro 
sino air anno trentesimo dell' età di lei. Ma essa era 
donna di indole focosa e indomabile, disturbava e rodeva 
le cognate e tutta la famiglia Perciò considerando che 
la Sapienza dice benissimo ne' Proverbii 25.» ecc. si de- 
liberarono di darle un marito, e mandarla lontano da 
loro (1). E la diedero moglie a Be Enrico, che fu l'Impe- 



ci) Molte e vaiic cose, tra vere e false, intorno a questa Costanza, traman- 
darono ai posteri i Cronisti a lei contemporanei, a seconda delle passioni di partito, 
ond' erano mossi. Tra Taltro fa scritto dal Cranzio, dal Villani e da altri, clie qnando 
r Imperatrice Costanza era grossa di Federico II in Sicilia e in Paglia s' area 
sospetto che por la sua grande età la potesse realmente essere; per la qual cosa 
quando venne a partorire, fece tendere un padiglione in su la piazza di Palermo, 
e mandò bando che, qual donna volesse, v' andasse a vederla, e molte ▼* andarono 
e videro, e quindi cessò il sospetto. Ma tutto questo è favola, e se non d'altronde, 
si desume dal fatto che Federico II è nato a Iesi. Salimbnne dice che a trent'anni 
d' età i fratelli cercarono di collocarla a marito. Qir>van ni Villani e piti altri 
narrano che si maritasse a cinquant' anni ed oltre. Ma gli unì e gli altri possono 
accordarsi; poiché può essere vero il racconto del Salimbene che a treot' anni la 
volessero maritare, ma che poi, non avendole allora trovato un partito conveniente, 
e pur volendola allontanare dalla Corte, per aver pace in famiglia, la collocassero 
in un convento, da cui uscisse quando si maritò a circa cinquant' anni d' età, e 
si effettuasse il matrimonio ncir età appunto, a cui lo riportano gli altri Cronisti. 
Di fatto tutti convengono nel raccontarti che ha pa$:sato una parte de* suoi anni 
in un monastero di Palermo. 



247 

ratore EDrìco VI, figlio del primo § grande Federico, la 
quale a Iesi, nella Marca d' Ancona, gli partorì un figlio, 
Federico II, del quale più sopra s' è detto ch'era figlio 
di un beccaio, e che la Regina Gostanza, dopo una finta 
gravidanza, se V era messo sotto, dando a credere d' es- 
serne madre. Perciò Merlino aveva detto che il secondo 
Federico nascerebbe inaspettato e per miracolo, sia per- 
chè la madre era già avanzata negli anni, o certamente 
perchè quel figlio era di parto suppositizio, e raccattato 
con frode. Quindi V Imperatore Enrico, sotto colore dei 
diritti della moglie, invase la Sicilia e la Puglia, e occupò 
tutto il regno unito di quelle provincie. Bitomato poi in 
Alem^na, e udito che i regnicoli, cioè i Pugliesi e i 
Siciliani, lo avevano tradito, corse di nuovo al regno, ne 
asportò i tesori, ne distrusse i ms^giorenti. Laonde con- 
turbata e infiammata la Begina Costanza contro il mari- 
to, cominciò co* suoi a prendere le difese del regno; onde 
tra loro nacque rottura e guerra, sicché i saggi ed i let- 
terati dicevano: Questi non sono marito e moglie che ab- 
biano un'anima sola, secondo l'insegnamento dell' Ec- 
clesiastico 25,0 Ed i giocolieri poi dicevano: Se ora alcuno 
desse scacco a Be, la Begina non si moverebbe a coprirlo. 
L' Imperatore Enrico finalmente rioccupò il regno, fece 
strage de' maggiorenti, e secondo Fuso degli Imperatori 
Tedeschi, osteggiò la Chiesa. Dopo di che passò di que- 
sta vita, e rimase Federico, ancora pupillo, sotto la tutela 
della Chiesa, che lo allevò ed esaltò, sperandolo migliore 
del padre. Ma qual padre, tal figlio; anzi fu di gran lunga 
peggiore. Le cose dette da Merlino riguardanti a Federico 
II sono: * Federico I ne' peli un agnello, ne' velli un leone; 
sarà saccheggiatore di città; nell' esecuzione di questo 
proposito terminerà in corvo e in cornacchia: vivrà in H, 
e cadrà nel Porto di Milazzo. Federico II poi, di nascita 
insperata e miracolosa, tra le capre agnello da dilaniare, 
non sarà assorbito da loro; gonfierà il letto di lui, e frut- 



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248 

teià nelle vicinanze dei Mori, e respirerà in loro; poi 
sarà involto nel suo sangue, ma non ne sarà intinto a 
lungo; tuttavia porrà radici in quello; sarà esaltato nel 
terzo nido, che divorerà i precedenti: sarà leone che rugge 
tra i suoi; confiderà assai nella sua prudenza; disperderà 
i figli di Geylan; disgregherà Boma e la snerverà; terrà lo 
\ spirito in Gerosolima; in trentadue anni cadrà; vivrà nella 
j sua prospera ventura settantadue anni, e due volte quin- 
: quagenario sarà trattato blandamente; volgerà torvo l'oc- 
chio a Soma; vedrà le sue viscere fuori di sé. Nel suo 
tempo il mare rosseggierà di sangue santo, ed i comuni 
avversarli arri eranno sino a Fartenope; dipoi raccolto 
da lui un aiuto nelle parti d' Aquilone, vendicherà il 
sangue sparso. E guai a quelli che non potranno avere 
1 icorso ai vasi; e dopo che sarà nel decimo ottavo anno, 
contando a partire dal suo crisma, tornerà la Monarchia 
f negli occhi degli invidi; e nella sua morte saranno in lui 
) resi vani gli sforzi di coloro che lo avranno maledetto. 
E qui finisce. Nota che Enrico VI Imperatore fu amico 
deir Abbate Gioachimo dell' Ordine di Plora, il quale, ri- 
chiestone, scrisse una lettura sopra Isaia intorno ai doveri, e 
per comando di lui, una lettura sopra Geremia, volendo inten- 
dere i misteri di Daniele nascosti sotto la figura della statua, 
dell'albero, della scure, della pietra, e della successione fu- 
tura. Scrisse anche per se. Tanno del Signore 1198, un* — 
Esposizione dei libri della Sibilla e di Merlino - Conclusione 
] finale di Geremia profeta — » Ecco, Cesare, la verga del fu- 
rore di Dio » Geremia è abbastanza aperto, ma nell' adom- 
brare le afilizioni del secolo è dapertutto involuto: Dio voglia 
che anche tu non sia tanto sprovvisto del timore di Dio 
quando stia per calare la scure evangelica sulla radice 
dell' albero Imperiale • — Presagi futuri sulla Lombar- 
dia, Toscana. Bomagna, ed altre contrade, dichiarati da 
maestro Michele Scoto: 



240 
Regis vexilla timens, fugiet velamiae Brixa, 
Et suos non poterit filios propriosque tu«rì. 
Brixia stans fortis, secundi ceriamine Ragid. 
Post Medio lani sternontur moenia griphì. 
Mediolanum territum cruore fervido neoie, 
Resuscitabit, viso cruore mortis. 
In Dumeris errantes erunt atque sylvestrei. 
Deinde Veroellus yenient, Novaria, Lauduna. 
Affuerint dies, quod aegra Papia erit. 
Vastata curabitur, moesta dolore flendo 
Muner-a quae meruit diu parata viciais. 
Pavida mandatis parebit Plaeentia Regis. 
Oppressa resiliet, passa damnosa strage. 
Cuna fuerit unita, in firmitate manebit. 
Plaeentia patebit grave pondus sanguine mixtmn 
Parma parens viret, totisque frondibus uret. 
Serpens in obliquo, tumida exitque draconi. 
Parma Regi parens, tumida percutiet illum 
Vipera draconem. Florumqui) virescal amoenum. 
Tu ipsa, Cremona, patieris flammae dolorem. 
In fine praedito, conscia tanti mali, 
Et Regis partes insimul mala verba tenebunt. 
Paduae magnatum plorabunt filli necem 
Duram ed horrendam, datam catuloque Yeronae. 
Marchia succumbet, gravi servitute coaeta. 
Ob viam Autenoris, quamque secuti erunt, 
Languida resurget, catulo moriente. Verona. 
Mantua, vac tibi tanto dolore piena; 



250 



Cur ne vacillas, nam tui pars ruet ? 
Ferraria fallax, fides falsa nil tlbi prodest 
Subire te cunctis, cum tua facta ruenc 
Peregre missura, quos tua mala parant. 
Faventia iniet tecum, vìdens tentoria, pacem. 
Corruet in pestem, ducto velamine pacis. 
Bononìa renuens ipsam, vastabitur agmine circa, 
Sed dabit immensum, purgato agmine, censum. 
Mutina fremescet, sibi certando sub lima, 
Quae, dico, tepescet, tandem traetur ad ima. 
Pergami deorsum excelsa moenia cadent. 
Rursum et amoris ascendet stimulus arcem. 
Trivisii duae partes afferent non signa saluiis. 
Gaudia fugantes, yexilla praebendo ruinae. 
Roma diu titubans, longis terroribus acta, 
Corruet, et mundi desinet esse caput. 
Fata monent, stellaeque docent, aviumqne volatus 
Quod Fridericus malleus orbis erit. 
Yivet draco magnus cum immenso tnrbine mundi. 
Fata silent, stellaeque tacent, aviumque volatus 
Quod Petri nayis desinet esse caput. 
Reviviscet mater: malleabit caput draconis. 
Non diu stolida florebit Florentia florum; 
Corruet in feudum, dissimulando vivet. 
Venecia aperiet venas, percutiet undique Regem. 
Infra millenos, ducenos, sexque decenos 
Erunt sedata immensa turbina mundi 
Morietur gripho, aufugient undique pennae. 



251 



Brescia, che teme la reale insegna, 
Fugge col velo al capo e si rassegna, 

Né i figli suoi, né i suoi fkutor difende; 
Ohe, la tema, vilissima la rende. 

Brescia sta salda colla lancia in resta 
Contro del Re che a battagliar s' appresta. 

Del Grifo di Milan cadran le mura. 
Atterrita Milan per la paura 

Di fieri colpi e di fumante sangue 
Trema^ s' accascia, china '1 capo e langue. 

Ma paura maggior gli batte Panca 
Ei si ribella e il reagir T affranca. 

Poscia arriva Vercelli, e vien Novara, 
Lodi s* aggiunge, e U tempo si prepara. 

Pioverà su Pavia dolore, affanno. 
Risorgerà sulla tristezza e il danno. 

Questo ricambio di perfidia usata 
Ai vicini r attende, e già la guata. 

Piacenza al Rege inchinerassi ancella. 
Ma scosso il giogo, s' ergerà novella. 

Libera vivrà se fia concorde 
Ma, sangue e schiavitù berrà, discorde. 

Parma, devota, al ciel s^ erge superba, 
Ma, per foco struttor, fronda non serba. 

Barcamenando va contro il Dragone; 
Ma vipera divien, e a morte il pone. 

Non ignara del mal, che si previde, 
La fiamma anche su te, Cremona, stride. 

La parte imperiai, che in te risiede. 
Le lingue arrota, si dilania e fiede. 



2:^2 



De^ magnati di Padova la proìe^ 
Commovendo la terra, il mare, il sole», 

De' padri piangerà l' orrenda morte, 
Che dì Verona il Can lor serba in sorte. 

Sulla Marca cadrà vasta mina; 
Sui Marchigiani schiavitù, rapina. 

Lungo la via d' Antenore V antico 
E di lor che '1 seguir qual duce amico, 

Languida sorgerà nuova Verona, 
Defunto il Can, che di martir la sprona, 

Mantova ahi ! colma di dolori e guai !. 
Cadran tanti de' tuoi, tu non cadrai ? 

Oh! Ferrara, che sei d'inganni un nido, 
A te non giova il destreggiare infido. 

Di tutti il giogo avrai sulla cervice, 
Se pure erranti al piano, alla pendice, 

Quelli che '1 mal oprar faratti avversi 
In tua mina, vuoi mandar dispersi. 

Viste Faenza armi, cavalli e tende, 
A pace ed amistà la mano stende ; 

Ma cinto al capo della pace il velo. 
Su lei seminerà la peste il cielo. 

Bologna altera, che la pace sprezza, 
Di guerra avrà la morbida carezza 

E posato di Marte il fiero ballo. 
Gran censo spillerà, se pure avrallo. 

Modena freme, si corrode e lima 
S'alza, ricade, e in ritentar s'adima. 

Di Bergamo cadrà Palta muraglia: 
Amor la sprona, e ridarà battaglia. 






Da furor di discordia in due diviso, 
Segni di morte par che dia Treviso. 

Roma, ebe iiinna per terror mortale, 
Del mondo più non fia la capitale. 

Le stelle, il feto e degli uccelli il volo 
Parlan concordi ed un accento solo. 

Cbè Federigo con fatai rovello 
Sarà del mondo orribile martello. 

Il Dragone vivrà, da capo a fondo 
Orribilmente turbinando il mondo. 

Le stelle, il fato e degli uccelli il volo, 
Muti, non fenno un verbo, un segno solo ; 

Cbè naufraga di Pier la navicella 
Del mondo non sarà più 1' alma stella. 

Risorgerà la Madre in sua ragione 
II capo a martellar del reo Dragone. 

lilbbra Firenze, non a lungo, e foUe 
Rifiorirà sul piano a piò del colie. 

Ma d* un Signor, eh* in feudo se la stringe, 
Il ceppo soffila, e non sofifìrir s' infìnge. 

Venezia tingerà di sangue il mare, 
E fiere avranne il Re percosse amare. 

Entro ai mille dugento sessant* anni 
Guerra non più, non turbini, non danni. 

Che, tocco il Grifo da mortai bipenne. 
Gioco del vento ne saran le penne. 



Sino a che punto »i siano Terificati i suesposti pre- 
sagi, molti banno potuto vederlo; ed anch'io l'ho vaduto 
e n'ho udite ragionare, ed entro lamia mente ci ho sta- 



254 

diato sopra molto a fondo, e so che si soqo avverati, ad 
eccezione di pochi; p. e. «he Federico, in generale, non 
fu il martello del mondo quantunque molto di male ab- 
bia fatto. Ne la nave di Pietro naufragò, se per avven- 
tura non vogliasi alludere alla lunga vacanza della sede 
pontificia avvenuta, per discordia tra i Cardinali. Ma che 
poi entro il 1260 tutti i turbini che sconvolgevano il 
mondo avrebbero sedate le loro ire, non s' è verificato 
punto, come pare, da qualunque parte si guardi; perocché 
tuttora infuriano guerre, discordie e maledizioni sotto 
ogni plaga di cielo. Tuttavia nel 1260 cominciò la divo- 
zione dei flagellanti, e gli uomini si rappaciavano reei- 
{)rocamente, e smorzavano le ire, e si faceva molto di bene, 
come ho visto io co* miei occhi. Or resta da dire chi 
fossero coloro che ebbero signoria in Lombardia ed in 
Bomagna. In Piemonte il Marchese di Monferrato; a 
Vercelli, Pietro Becherio; a Milano, Napoleone Dalla 
Torre e Tassone suo figlio; in Alessandria, Lanzavecchia; 
a Piacenza, Uberto d'Iniquità; a Parma, per il partito della 
Chiesa, Bernardo di Rolando Bossi, cognato di Papa In- 
nocenzo VI ,(ebbe per moglie una sorella del detto Papa, ed 
era un bellissimo Principe); per il partito imperiale, Ber- 
telo Tavernieri. In seguito poi dominò in Parma Qhiberto 
da Gente molti anni, ed era cittadino Parmense, che 
ebbe anche Reggio sotto la sua signoria. In Reggio, per 
il partito della Chiesa, Ugo De' Roberti; per gli imperiali, 
Guido da Sesso e Re Enzo figlio di Federico; in Modena, 
Giacomino Rangone e Manfredo da Sassuolo, ossia da 
Rosa, suo nipote, per la parte della Chiesa; per la parte 
dell* Impero, i Pio, Lanfranco e Gherardino ; in Cremona, 
Uberto Marchese Pallavicino, e Boso di Dovaria signo- 
reggiarono lungamente, e diedero il bando a molti citta- 
dini, e ridussero al nulla molte famiglie ; e tennero 
sempre viva una grossa guerra, e danneggiarono molto 
gli altri, ma alla lor volta ne ricevettero anch' eglino a 



255 

usura il ricambio; a Mantova, Pinamonte; cittadino 
mantovano, che dominò lungamente e duramente ; a 
Ferrara, Salinguerra; dopo il quale, Àzzone Marchese 
d'Este; e dopo questo, Obizzo figlio di Rainaldo, che 
era figlio del predetto Azzone, morto in una prigione 
della Puglia, ostaggio dell'Imperatore. Quest' Obi zzo poi 
era figlio di una ignota napoletana e di Rainaldo figlio 
del prenominato Azzone, e fu portato ancor fanciullo dalla 
Puglia, ed io ne sono testimonio oculare, e fu uomo 
magnanimo ma non buono, e commise non poche iniquità. 
Espulse da Ferrara i Fontana, che Io avevano sublimato, 
e signoreggiò lungo tempo con una durezza, che era fuor 
d'ogni misura. La città di Ferrara era di pertinenza 
della Chiesa, come ho udito io dalle labbra di Innocenzo 
IV, quando predicava al popolo Ferrarese; ma siccome i 
Marchesi d' Este sono stati ab antico sempre amici della 
Chiesa romana, pefciò la Chiesa li appoggia e lascia che 
n e abbiano in loro mano il dominio. A Treviso signoreggiò 
a lungo Alberico da Romano, la cui Signoria, come ben 
se lo sanno coloro che la sperimentarono, fu durissima e 
crudele. Questi tu veramente un membro del diavolo e 
figlio dell' iniquità, ma finirono malamente egli, la moglie, 
i figli e le figlie. Perocché i loro uccisori divelsero le 
gambe e le braccia dal corpo di que' bambini ancor vivi, 
e sotto gli occhi dei loro genitori, per usarne a schiaf- 
feggiare la faccia del padre e della madre loro; e poscia 
legarono la madre e le figlie ad un palo, e le abbrucia- 
rono, quantunque esse fossero nobili, e le più belle ragazze 
del mondo, ed innocenti, e, per odio al padre e alla ma- 
dre, non la perdonarono ne all'innocenza ne alla leggia- 
dria loro. E in vero i loro genitori avevano con terrore 
orribile afflitti e tormentati i Trivigiani. Laonde accor- 
revano essi in piazza frementi contro Alberico, e vivo 
ancora, ogni cittadino colla tanaglia gli stracciava un 
boccone delle carni; e così tra ludibri, vituperi e ter- 



250 

menti, ne scarnificarono il corpo. Perocché a chi aveva 
tolto di mezzo un consanguineo, a chi il fratello, a que- 
sto aveva morto il padre, a quello un figlio, e imponeva 
tributi e multe così gravi e così di frequente, da essere 
ridotti a distruggere le loro case, ed imbarcarne i mat- 
toni, le asse, i mobili, le botti, i bigonci e mandarli a 
vendere a Ferrara per far denaro, pagare, e riscattarsi. 
Queste cose sono accadute sotto i miei occhi. E, per po- 
terle fare con più sicurezza, simulava di essere in guerra 
' con Ezzelino da Bomano suo fratello. E non risparmiava 
ai cittadini suoi sudditi neppure la vita. E in un sol 
giorno ne fece impiccare venticinque de' notabili di Tre- 
viso, senza che gli avessero fatto in nulla né sfregio, ne 
danno; ma se li tolse di sotto gli occhi mandandoli bru- 
talmente al patibolo per timore che gli potessero nuocere. 
E fece trascinare trenta nobili donne, madri, o mogli, o 
a figlie, sorelle di loro, perchè li vedessero ad impic- 
care, e perchè eglino avessero sotto gli occhi chi ne 
avrebbe fatta più straziante la morte. Aveva anche co- 
mandato che a quelle donne fosse tagliato il naso; ma 
per istratagemma di un tale (1) che in quell'occasione 
fece credere spurio un suo figlio, sebbene realmente non 
lo fosse, fu ritirato l' ordine; invece però fnron tagliate 
toro le vestii ali' altezza delle mammelle, sicché tutto il 
corpo restò nudo, e in quello stato le videro que'loro 
cari che dovevano salire sul patibolo; e furono sospesi a 
studio così vicino a terra, che fosse possibile forzar quelle 
doiine a passar tra le gambe de' loro cari, i quali men- 
tre esse passavano, per non essere ancora spenti gli ultimi 
spiriti vitali, battevano loro il volto co' piedi e colle tibie, 



{!) Questo tale, come si può ragionevolmente arguire da quel che soguo, 
pare dovesse essere uno do' cagnotti di Alberigo, il quale sensibile ai dolori di 
tanto strazio, credette di potere col suo stratagemma far decampare Alberico da 
queir ordine brutale, inducendogU nella mente il pensiero cbe fra quelle donne 
ve ne potessero essere alcune, che non avessero coi condannati quelle attinenze 
di parentela, che comunemente si credeva, o per cui se ne voleva dilaniare il cuore. 



257 

che ancora sì contraevano: ed esse vivevano nello strazio 
e nello schianto del cuore in mezzo a tanto atroce ludi- 
brio. Ne spettacolo di più feroce brutalità fu mai veduto 
ne udito. Poscia, che nulla bastava a sbramare tanta 
ferocia, le fece trasportare di là dal Sile (1), e andassero 
dove volessero. Elle allora di quel po' di veste, che restava 
attorno alle mammelle, composero un qualche cosa da 
velare le pudende, e tutta la giornata vagarono per quin- 
dici miglia di una landa deserta tra spine, triboli, ortiche, 
lappoli, ronchi, e carzeti pungenti ; e camminando scalze, 
e a corpo nudo, le martoriava anche il morso e il pun- 
giglione di molti insetti ; e andavano piangendo, e n* a- 
vevan ben d'onde, che al resto si aggiunse che nulla 
avevano di che cibarsi se non del proprio pianto. .Ah! 
quale colmo di miseria, o Diol Volgi a loro il tuo 
benigno sguardo, e vedi. Alla tua misericordia tocca 
prestare soccorso ; la tua misericordia sola può essere 
pronta, presente ad aiutarle. Io le ho vedute quelle figlie 
del dolore, le ho vedute riservate, per aver consolazione, 
alla tua destra pietosa; le ho vedute a te solo abbando- 
nate ; che è ben necessario che provegga la potenza divina, 
ove manca ogni provvidenza umana. Questo si mostrò 

palese in Susanna Ma ritorniamo alla storia. 

Arrivarono lo stesso giorno alla laguna di Venezia ad 
ora già tarda; ed ecco che videro subito un pescatore, 
solo nella sua barchetta, e lo chiamarono che s'avvici- 
nasse a loro. Ma egli, credendo che le apparenze che 
aveva in lontano davanti agli occhi fossero ombre, o 
fantasmi del demonio, oppure mostri marini usciti al 
lido, se ne spaventò, e inorridì. Ma poi per ispirazione 
divina, e per la loro insistenza, s' andò avvicinando. E, 
dopo che esse gli ebbero narrata per punto la loro dolo- 



(1) Il Sile è piccolo fiume che passa vieino a Treviso e si getta nell' A- 
driatico. 

Salimbene, Cronaca 17 



258 

rosa istoria e sventura, egli sciamò : Voi mi avete straziata 
1' anima ; ed io non vi abbandonerò mai, finche la prov- 
videnza divina non vi abbia procacciato di meglio. Ma 
siccome questa mia barchetta peschereccia è tanto an- 
gusta che appena ve ne sta una, vi traghetterò ad una, 
ad una, sicché vi trasporterò tutte, e vi collocherò in un 
isolotto che si vaora formando, ove peròlaterra è già soda, 
perchè se stanotte restaste qui al lido, sareste preda de'lupi. 
Domani poi per tempissimo, provveduto di barca più capa- 
ce, vi porterò e collocherò nella chiesa di S. Marco, ove spero 
che Dio rivolgerà sopra di voi lo sguardo della sua misericor- 
dia. Che più? Dopo dunque che le ebbe trasportate tutte, 
tranne una, queir ultima la condusse alla sua casa da 
pescatore, ove le apprestò buona mensa, e la trattò con 
bontà di cuore, cortesia, umanità, amorevolezza ed onestà. 
L'indomani, pronto adempì la promessa. E condottele 
nella chiesa di S. Marco, si presentò al Cardinale della 
Corte romana Ottaviano, Legato in Lombardia, che allora 
sì trovava a Venezia ; gli narrò tutta la storia di queste 
donne, tutte le loro sventure, e gli disse dov' erano. Udita 
questa cosa, il Cardinale volò subito a loro, le servì di 
una refezione; e fece bandir voce per la città, che subito, 
in fretta, senz'indugio di sorta, tutti, uomini, donne, 
piccoli e adulti, garzoni e donzelle, vecchi e ragazzi, 
tutti accorressero a S. Marco, che udirebbero cosa non 
mai più udita, e farebbe loro vedere spettacolo non mai 
più veduto. E, più presto che non si dice, tutta Venezia 
si trovò stivata in Piazza S. Marco, e udirono narrarsi 
tutta la inumana istoria ; e dopo averla narrata, fece 
venire quelle donne così malconcio e nude, come aveva 
saputo malconciarle la efferatezza del maledetto di Al- 
berico. Ed il Cardinale volle questa scena per irritare più 
vivamente i Veneziani contro di lui, e destare negli 
animi maggior compassione per loro. Quando i Veneziani 
pe ebbero udita la storia, e vedute le donne così nude, 



259 

ad alte grida sclamarono : Morte, morte a quel maledetto; 
bruci vivo colla sua consorte; e tutta la sua progenie 
sia estirpata. A questo punto il Cardinale soggiunse : La 

divina Scrittura E tutti gridarono : Si faccia, 

si faccia. Poscia, secondando il desiderio di tutta la città, 
bandì una crociata contro quella maledizione di Alberico ; 
e che chiunque vi prendesse parte, e andasse, o man- 
dasse in vece sua altra persona a proprie spese per ster- 
minarlo, avrebbe piena indulgenza de' proprii peccati. 
La quale indulgenza data a tutti, egli pienamente la 
confermò coir autorità di Dio onnipotente, e dei beati 
Apostoli Pietro e Paolo, non che della Legazione confe- 
ritagli dalla sede Apostolica. Tutti dunque s'infiamma- 
rono, e presero parte alla crociata, giovani, vecchi, uomini, 
donne, sovraccitati dalla allocuzione del Cardinale, che 
era persona di alto merito e di si elevato ufiScio rivestito; 
dalle atrocità di quel maledetto di Alberico; dalla 
condanna a morte di que' nobili ed innocenti cittadini; 
dalla pietà che facevano quelle donne, che avevano 
ancora sotto gli occhi turpemente malconcio; e dalla 
promessa indulgenza che andavano ad acquistarsi. Il 
Cardinale Legato per isvegliare ne' Veneziani più risoluto 
furore, si valse anche dell'esempio della moglie del 
Levita, della morte, e vitupero, e abuso della quale il 
popolo ebraico, per volere di Dio, prese sì aspra vendetta, 
che ne rimase distrutta una tribù quasi intera. Corsero 
dunque unanimi contro di lui; molto lo danneggiarono, 
ma non lo ridussero a completo sterminio. Però non 
molto tempo dopo questa crociata, fu sterminato con 
tutta la sua famiglia, e soffrì i ludibrii, i tormenti e gli 
strazii, di cui e parlato più sopra. E ne fu ben degno. 
Perocché un dì che aveva smarrito un suo sparviero, 
trovandosi all'aperto, calò le brache, e mostrò il culo a 
Dio per oltraggio, insulto ed irrisione, credendo con ciò 
di vendicarsi contro Dio; e quando fu a casa cacò sul- 



260 

l'altare, precisamente in quello spazio ove sì consacra il 
corpo del Signore. Sua moglie poi dava delle puttane e 
delle meretrici alle matrone e nobili donne. Ne mai il 
marito ne la rimproverò; che anzi essa lo faceva per 
fidanza che aveva del consenziente marito. Perciò meri- 
tamente di loro si vendicarono i Trevigiani. Dopo la 
allocuzione, che ebbe fatta ai Veneziani, il Cardinale 
raccomandò loro quelle donne come so stesso ; ed essi di 
buon grado e con larga liberalità le provvidero di vitto 
e di vestito. A quell'uomo poi, per cui stratagemma 
quelle donne non ebbero mozzo il naso, i Trevigiani per- 
donarono, e gli lasciarono la vita, anzi lo beneficarono 
assai, che ben lo meritava, perchè spesso aveva distolto 
Alberico e i suoi da molte tristizie, di cui avevano con- 
cepito il pensiero. Nell'altra Marca poi signoreggiò Ezze- 
lino, fratello di questo Alberico, come anche in Padova, 
Vicenza e Verona. Fu costui un membro del diavolo e 
figlio dell'iniquità; e un giorno nel campo di S. Giorgio 
in Verona, dove talvolta io sono andato, fece bruciare 
undicimila Padovani In un ampio edifizio, nel quale li 
teneva a' ceppi in carcere ; e mentre bruciavano, faceva, 
cantando attorno a loro, un torneo co' suoi cavalieri. Vera- 
mente fu egli il peggior uomo che si trovasse sulla faccia 
della terra ; nò un sì pessimo credo siavi mai stato dal 
principio del mondo sino a noi. Tutti tremavano al suo 
cospetto, come trema un giunco nell' acqua corrente. E 
n' avevano ben d' onde; poiché chi era vivo oggi, non era 
al sicuro d' esserlo ancora all' indomani. Per piacere ad 
Ezzelino, si era arrivati al punto che un padre cercava 
la morte d* un figlio, un figlio quella del padre, o d' altro 
parente ; e sterminò tutti i maggiorenti, i migliori, i pili 
potenti, i più ricchi e i più nobili della Marca Trivi- 
giana. Castrava le mogli altrui, e co* figli e colle figlie 
le cacciava in prigione, e ve le lasciava morire di fame 
e di dolore. Fece trarre a morte molti religiosi, e molti 



261 

li tenne lungamente nelle carceri, tanto deir Ordine dei 

frati Minori e Predicatori, che d* altri Ordini 

Pari a lui per feroce atrocità non furono né Decio, ne 
Nerone, né Diocleziano, né Massimiano; e nemmeno 
Erode ed Antioco, che furono i più crudeli mostri del 
mondo. Veramente questi due fratelli furono due demonii, 
per ciascun de' quali io potrei scrivere un grosso volume, 
se avessi tempo, e non mi mancasse la pergamena. Albe- 
rico però sul punto di morte fu tocco dal pentimento ; 
nel che si mostrò grandissima la misericordia di Dio, 
stendendo in morte le braccia anche a uomo tanto bru- 
tale; ma Ezzelino non s'è mai convertito a Dio. Ad 
Ezzelino successe nella Signoria di Verona un tal Mastino, 
Veronese, che fu poi ucciso da assassini. E il Conte di 
S. Bonifacio, a cui era devoluta la Signoria di Verona, 
andava vagando pel mondo, come io ho veduto ; ed era 
tutto del partito della Chiesa, buon uomo, santa, saggio, 
onesto, d' animo forte, prode dell' armi e dotto nell' arte 
della guerra. Suo padre aveva nome Guicciardo, egli 
Lodovico, e il figlio maggiore, Vinciguerra. A Bimini 
signoreggiò il Malatesta, che s'attenne sempre fidissimo 
al partito della Chiesa. La Signoria di Forlì la ebbe in 
mano il Conte Guido da Montefeltro, che era un batta- 
gliero possente e dotto nelI' arte della guerra, e non poche 
vittorie sui Bolognesi, che parteggiavano per la Chiesa, 
riportò, quand' ebbe a trovarsi loro di fronte. Molti anni 
in tempo di grossa guerra tenne la Signoria di Forlì, 
ma in fine si esaurirono le forze sue e de' Forlivesi, 
quando Papa Martino IV si intromise in quella lotta 
con pertinace ed irremovibile proponimento di entrare 
vittorioso in quella città. Per cui, venuto Legato in 
Bomagna Bernardo Cardinale della Corte romana, ed i 
Forlivesi datisi a lui, mandò a confino il Conte Guido 
di Montefeltro, prima a Chioggia, poi in Lombardia, ad 
Asti, ed obbedì sommessamente. A Bavenna dominò, di 



262 

parte della Chiesa, Paolo Traversar!, nobiluomo, ricco, 
potente e saggio ; di parte dell* Impero, un certo Anastasio. 
Poi, dopo Paolo Traversari, dominò in Eayenna Tomaso 
Fogliani di Reggio, fatto da Papa Innocenzo IV Conte 
delle Eomagne, perchè era suo parente ; ed ebbe moglie 
una nipote di Paolo Traversari, figlia d'un figlio, di 
nome Traversaria, legittimata dal Papa perchè potesse 
ereditare. La sposò poi, dopo la morte di Tomaso, Ste- 
fano, figlio del Ee d'Ungheria, che assunse la Signoria 
di Eavenna. Dopo la morte di lui venne di Puglia un 
certo Guglielmotto, che conduceva seco una donna, e 
diceva che era sua moglie e figlia di Paolo Traversari 
Ravennate, la quale era in Puglia come ostaggio del- 
l'Imperatore. E signoreggiò molti anni, ed ebbe integral- 
mente tutte le possessioni di Paolo Traversari: ma fu 
creduto che tutto fosse un' ingannevole e frodolenta fin- 
zione sì dell'uomo che della donna. Ma non era di parte 
della Chiesa, e quindi fu espulso in una colla moglie 
da Eavenna, e spogliato di tutti i beni, che aveva occu- 
pato. A Faenza signoreggiarono gli Alberghetti, chiamati 
anche Manfredi, di parte della Chiesa, principale de' quali 
Ugolino Buzola, e suo figlio, frate Alberico dell' Ordine 
dei Gaudenti; di parto dell' Impero, signoreggiò Accarisio 
e suo figlio Guido di Accarisio. Il partito poi della 
Chiesa in Faenza prendeva nome dai Zambrasi, e non 
erano che in due di quella famiglia, cioè frate Zambrasino, 
che fu, ed è, dell' Ordine de' frati Gaudenti, e Tebaldello 
di lui fratello illegittimo, che godeva molta stima, essen- 
do uomo forte, bello, ed anche ricco, perchè Zambrasino, 
unico erede, quale figlio solo legittimo, volle dividere con 
lui a parti eguali il patrimonio paterno. Costui fu due 
volte traditore della sua città di Faenza. La prima volta 
la pose in mano ai Forlivesi, e in quel tempo abitava 
io appunto a Forlì ; la seconda, restituilla alla Chiesa ; 
ma poco dopo morì nella fossa della città, affogato col 



263 

suo cavallo e molte altre persone. In Imola, i principali 
partigiani della Chiesa erano i Nurduli ; e capo del par- 
tito imperiale, Ugucione dei Binicli, cui Re Carlo fece 
prigioniero nella guerra contro il Principe Manfredi, e 
gli fece tagliar la testa. A lui succedette in Imola suo 
fratello Giovanni de' Binicli ; ma nella parte montuosa 
della provincia signoreggiava Pietro Pagano, di parte 
imperiale, e risiedeva in un castello, che si chiamava 
Susinana (1) ; ed era personaggio magnanimo, di singo- 
lare reputazione e rinomanza, e dotto nell'arte della 
guerra. Aveva moglie una buona donna di nome Diana, 
ed una buona sorella di nome Galla Placidia, che erano 
ambedue mie divote. In Alconio signoreggiava il Conte 
Bernardo, magnifico Signore e potente, partigiano della 
Chiesa. Il Conte Rugiero di Bagnacavallo, di parte im- 
periale, dominava in Ravenna; ed era sagace, furbo, astuto, 
ed una volpe frodolenta e di tutti i colori. Questi fu 
mio famigliare ; aveva una figlia unica, né ebbe maschi, 
e in sul morire disse che la voleva maritare con uno 
che sostenesse risolutamente gli imperiali. E frate Ghe- 
rardino Gualengo avendogli detto che quello non era 
tempo di scherzare, rispose: Perchè? Non sono io un 
uomo ? Ed il frate di rimando : Voi siete bene un uomo ; 
ma in punto di morte dovete perdonare a tutti, ne par- 
teggiare per nessuno, ma pensare solo a Dio, come dice 
il Profeta : Signore^ parte della mia eredita, e del 
mio calice ; tu sei quello che restituirà a me la mia 
eredità. Parimente in Romagna, di parte dell' Impero, 
fu grande il Conte Taddeo Boncompagni . Questi era 
avanti in età, ed entrò neir Ordine de' frati Minori. 
Anche Giacomo di Bernardo parteggiò un tempo per 
r Impero ; ma dopo che Y Imperatore fece tagliare la 



(1) È alle scaturigini del torrente Senio nell'alto Apcnnino, pieno Sud di 
ImoIa« Conserva tnltora T antico castello. 



264 

testa al tìglio di lui, passò al partito della Chiesa, e 
poi si fece frate dell' Ordine de' Minori. E tanto in Ko- 
magna che in Lombardia molti ve ne furono di nobili 
e potenti, sì di parte della Chiesa che dell' Impero, che 
sarebbero degni di essere ricordati, se fossero stati buoni 
e amanti di Dio, e di sé stessi. Così in Bologna per la 
Chiesa hanno signoreggiato i Geremei ; e per l' Impero i 
Lambertazzi, tra' quali fu principale Castellano di An- 
dalò, che poi morì miseramente, perchè i Bolognesi 
partigiani della Chiesa, in occasione di una guerra inte- 
stina, lo presero e lo cacciarono tra ceppi nelle carceri 
del palazzo del Comune. Ed i Qeremei espulsero da 
Bologna i Lambertazzi, che andarono in quel tempo a 
dimorare a Faenza; d'onde furono poi cacciati, quando 
Tebaldello la rimise in mano al partito della Chiesa. 
Questa città, cioè Bologna, fu l' ultima a bere il calice 
dell' ira di Dio, e ne ingollò fino alla feccia, affinchè, 
restando illesa, non si vantasse di essere sempre stata 
giusta e non insultasse alle altre città, che avevano già 
trangugiato il calice dell' ira, anzi del furore dello sdegno 
di Dio; giacché dentro di essa vi erano assassini, né si 
imponeva a loro In Cremona, que' che par- 
teggiavano per la Chiesa si chiamavano Cappellini, o 
Cappelletti ; que' che tenevano per l' Impero, si nomina- 
vano Barbarasi. Ho letto più volte, cioè né una né due 
soltanto, nel pontificale di Eavenna: Verranno i Bar- 
barasi; incrudeliranno assai; ed è incerto se si abbia 
da riferire ai presenti, o ai futuri. Tuttavia i presenti 
incrudelirono assai quando chiamarono l'Imperatore in 
Lombardia ed a Cremona, e da Cremona espulsero quelli 
che tenevano le parti della Chiesa; e l'Imperatore col 
loro aiuto tenne viva in Lombardia una lunga guerra. 
Di che si moltiplicarono i mali sulla terra ; né è finita 
ancora, né parne vicina la fine. In Parma, dopo la di- 
struzione di Vittoria e la fuga dell' Imperatore, chiunque 



265 

non aderiva saldamente al partito della Chiesa si chia- 
mava di Malafucina, cioè di cattiva fabbrica, così detti 
perchè spacciavano monete false ; ma siccome v' ha dif- 
ferenza da bue a bue, così si conosceva 

Parimente quelli che tenevano allora le parti delP Impero 
non potevano ristarsi dal parlare del proprio partito, e 
così si conoscevano da ciò che dicevano. 

In processo di tempo poi que' Parmigiani del partito 
imperiale, che risiedevano a Borgo S. Donnino, pregarono 
i loro concittadini di parte della Chiesa che per amore 
di Dio, e della beata Vergine gloriosa, li accogliessero in 
città, poiché, essendo morto l'Imperatore, desideravano 
riamicarsi con loro. E di fatto si rappaciarono, e furono 
ammessi in città, come ho veduto io co' miei occhi ; ma 
quando videro le loro case atterrate (si noti che eglino 
altrettanto avevano fatto ai partigiani della Chiesa, allora 
che anch'essi furono espulsi) cominciarono a voler con- 
tendere, trattar da pari a pari, e insultare il partito della 
Chiesa. Di più, sapendo che Uberto Pallavicini aveva in 
mano il domìnio di Cremona e di molte altre città, si 
proposero di farlo Signore anche di Parma. A che Uberto 
aspirava ed ogni sua cura rivolgeva, e volevano mandare 
in bando sino all'ultimo tutti i partigiani della Chiesa, 
e ridurli siffattamente al nulla che non potessero mai 
piti ripor piede nella loro città. La quale trama venuta 
a conoscenza de' Parmigiani, cominciarono a tremare 
come giunchi nell' acqua, ed a nascondere le cose che 
s'avevano più care. Ed io pure nascosi i miei libri, 
poiché in quel tempo io dimorava a Parma; e molti 
Parmigiani del partito della Chiesa si preparavano già 
a partire spontaneamente da Parma, prima che il Pal- 
lavicino, arrivando, li incogliesse nella rete, rapisse loro 
ogni bene, e li costringesse di forza al bando. Quando 
dunque cominciò a diffondersi in Parma la voce che il 
Pallavicino era sulle mosse per arrivare, e d'altronde si 



266 

vedeva che il suo arrivo non era poi lì lì per effettuarsi, 
(ed il ritardo derivava da ciò, che egli s' era deliberato 
di impadronirsi prima di Colorno e di Borgo S. Donnino, 
come realmente fece; sia per entrare in Parma con mag- 
giore trionfo; sia, perchè, occupate quelle due posizioni, 
i Parmigiani parteggianti per la Chiesa, che avessero 
voluto fuggire, non avrebbero saputo da che parte vol- 
tarsi ; e cosi avrebbero essi ricevuto scacco matto, essi 
che s' erano allevato il serpente in seno) ecco d' improvviso 
sorgere^ un uomo, che abitava in Parma in Co di Ponte, 
tra la chiesa di Santa Cecilia, e Santa Maria dell' Ordine 
de' Templarii (1). Costui era un sartore, e si chiamava 
Giovanni Barisello, ed era figlio d'un contadino della 
famiglia Tebaldi, di que' contadini che i Parmigiani 
chiamano mezzadri. E, presa in mano una croce e il 
libro deV Vangeli, andò girando per la città alle case di 
coloro, che passavano per imperiali, e si sospettava voles- 
sero a tradigione consegnar Parma al Pallavicino, e li 
faceva giurare di obbedire alle leggi del Papa e aderire 
al partito della Chiesa. Egli aveva seguaci un cinquecento 
uomini in armi, che l'avevano fatto loro Capitano, e lo 
seguivano come fosse un principe o un condottiero. E 
molti degli imperiali giurarono di essere ossequenti alle 
leggi del sommo romano Pontefice, e di aderire al par- 
tito della Chiesa ; parte de' quali lo fecero con sincerità, 
e parte per il timore, che li incoglieva, al vedersi tanta 
gente armata alla porta della casa. Quelli poi che non 
avevano l' animo disposto a quel giuramento, alla cheti- 
chella se n' uscivano di Parma, e andavano a dimorare 
in Borgo S. Donnino. Ed ogni volta che bolliva in Parma 



^1) Due chiese sair attuale Strada S. Francesco; la prima, soppressa da 
tempo, mostra tuttora un suo fianco in via detta Guasti di Santa Cecilia; la 
•ecosila, che era sin' ora conosciuta col nome di chiesa dei Cappuccini, perchè 
chiesa del loro convento, restn soppressa quest'anno, por conseguenza della legg^« 
sulle Corporazioni religiose. 



267 

discordia tra cittadini, chi fuggiva trovava sempre quel 
castello aperto ; ed i Borghigiani esultavano sempre delle 
discordie che s* accendevano in Parma, e V esultanza loro 
sarebbe stata maggiore se l'avessero veduta rasa al 
suolo. I Borghigiani difatto non hanno mai guardata di 
buon occhio la città di Parma ; anzi, quando Parma era 
in guerra, in Borgo S. Donnino si raccoglievano tutti 
gli assassini di Lombardia, ove erano di buon grado 
ospitati, per far danno e vergogna a Parma. Eppure 
i Parmigiani avevano fatto ai Borghigiani i seguenti 
benefici, come ho visto io co' miei occhi, che ivi ho 
abitato un anno, cioè nel 1259: (In queir anno 1* Italia 
fu colpita da desolantissima morìa d' uomini e di donne, 
ed Ezzelino da Romano fu fatto prigioniero dai Cremo- 
nesi e da quelli de' loro alleati che si trovavano al cam- 
po). Il primo beneficio fu che ogni anno mandavano loro 
un Parmigiano per Rettore, o Podestà, e ne pagavano la 
metà dello stipendio. Secondo, che a partire dal Taro, che 
è distante da Parma cinque miglia, tutti gli abitanti pote- 
vano andare al mercato di Borgo S. Donnino senza opposi- 
zione alcuna da parte de' Parmigiani; e così Borgo S. Don- 
nino aveva il concorso d' un territorio di dieci miglia, 
appartenente alla Diocesi di Parma: ed ai Parmigiani resta- 
va la sola estensione di cinque miiglia. Terzo, che i Par- 
migiani accorrevano a loro difesa quando o i Piacentini, o 
i Cremonesi, o chicche altri fosse, moveva loro guerra. 
Quarto, che quantunque in Borgo non vi fossero che 
due sole famiglie nobili, i Pinchilini ed i Verzoli, men- 
tre le altre erano di popolani, o di ricchi campagnuoli, 
pure i Parmigiani non isdegnavano mandare ivi a marito 
le loro nobili donzelle; il che non era poco onore. Io 
credo d'averne vedute quivi di donne Parmigiane ben 
venti, che vestivano pelliccio di vaio (1), o stoffe di 



fi) Animale del s;en9rc dello scoiattolo. Pare clie del vaio sii^i perduta la 
•pecie. 



208 

colore scarlatto. Ma i Borghigiani, nulla valendo per 
loro tanti benefici ricevuti, furono ingrati ai Parmigiani; 
epperciò questi, e a gran ragione, quando se ne presentò 
r occasione opportuna, distrussero Borgo S. Donnino 

Girando dunque Giovanni Barisello per Parma 

a intimare di prendere giuramento alle persone sospette, 
arrivò alla casa di Solando di Guido Bovi, che abitava 
in Co di Ponte, nei pressi della Chiesa di S. Gervaso; 
e, chiamatolo fuori di casa, gli impose di giurare subito, 
senza indugio, e di abbracciare il partito della Chiesa, 
se volesse aver salva la vita, altrimenti partisse da 
Parma (Il prenominato milite Bolandino di Guido Bovi 
era di parte imperiale, e aveva avuto dall' Imperatore 
molte Podesterie). Or egli veduta tanta radunata di 
gente, che esigeva tale giuramento, e lo minacciava del 
bando, fece secondo il consiglio del Savio ne' Proverbii 
22:<* V uomo avveduto vede il male e si nasconde; ma 
gli scempii passan oltre, e ne portano pena. Giurò 
dunque e disse: Giuro di stare ed obbedire agli ordini 
del romano Pontefice, e di aderire al partito della Chiesa 
per tutta la mia vita, a scorno di quel partito, di cui 
nessun altro più miserabile e più abbietto si trova sotto 
il padiglione del cielo. E voleva alludere al suo partito, 
cioè a quello degli imperiali, che lo avevano abbandonato» 
e lo lasciavano tanto vituperosamente conculcare dagli 
avversari. E gli ecclesiastici Parmigiani lo amarono 

Pertanto in quel tempo i Parmigiani vollero 

tentare la riconquista di Borgo S. Donnino, ma non ne 
vennero a capo, perchè il Pallavicino e que' Parmigiani 
di parte imperiale che erano profughi dalla città l'oc- 
cuparono e lo tenevano sotto buona guardia. Quel castello 
era munito di forte muraglia, e cinto di ampie fosse, 
che si estendevano anche attorno al suburbio. Ma Colomo 
lo ripresero prestissimo, e molti imperiali vi caddero 
morti di spada, tra quali Francesco figlio di Giovanni 



2(59 

Pucilesio, e Kolandino Gogò di Parma, e Manfredino 
da Cànoli (1) di Reggio, cui il Pallavicino aveva fatto 
Capitano. Questi era uno de' figli di Manfredo di Modena, 
ed era di persona tanto avvenente, che a pena l'avrebbe 
vinto in bellezza Assalonne figlio di Davide. Molti altri, 
e degni di essere ricordati, morirono, ma per ragione 
di brevità corro innanzi, e mi affretto a dir d'altro. 11 
Pallavicino perciò depose il pensiero di correre su Parma, 
perchè non lo poteva. La città aveva avuto sospetto degli 
intendimenti di lui, ne conosceva le astuzie e le malizie, 
e quindi si ebbe buona guardia; ed accadde al Pallavicino 
ciò che il Savio dice ne' Proverbii 26,o ecc. Giovanni Ba- 
risello fu il povero e saggio uomo che si trovò in Parma, 
e per virtù della sua saggezza si mantenne lìbera la 
città. Laonde i Parmigiani non gli furono ingrati, anzi 
riconobbero il beneficio ricevuto, e con molti favori lo 
ricambiarono. Ed anzi tutto, di povero che era, lo arric- 
chirono; poi, gli diedero moglie una nobil donzella, che 
era de' Cornazzani; in terzo luogo, lo nominarono consi- 
gliere perpetuo, stantechè era fornito di molta grazia e 
attitudine naturale a fare concioni; finalmente gli con- 
cedettero facoltà di poter sempre fare adunata di gente 
in armi, di condurla seco, e di apporre . alla compagnia 
il suo nome, purché avesse per iscopo l' onore e V utilità 
della città e del Comune di Parma. Questa compagnia 
di gente in armi ebbe vita di molti anni; ma un Mo- 
denese, che era Podestà di Parma, cioè Manfredino da 
Bosa (2), che si chiama anche da Sassuolo, come si 
chiama suo padre, per mostrarsi premuroso dell'onore 
de' Parmigiani, la sciolse, non piacendogli che i Parmi- 
giani si denominassero da tal uomo e da tal nome. E 



(1) Canoli: A Kord-Est di Reggio, da cui dista circa 15 chilometri. 

(2) Bosa, Rosola, castello alla destra del Panaro al Sud di Modena, d'ondo 
diota cir«a trenta chilometri. 



270 

tanto zelo provenne dall' amore che Parmigiani e Mode- 
nesi si hanno scambievole, intimo e caldo. Manfredino 
adunque ordinò che Giovanni Barisello attendesse a'fatti 
suoi, e a casa sua, e sciogliesse quella compagnia di 
uomini d' armi, e cessasse di farne pompa, perchè es- 
sendo egli Podestà di Parma, voleva governare la città 
a suo talento. E Barisello ubbidì sommessamente; e il 
giorno stesso, ripreso V ago e il refe, tornò alla sua bot- 
tega, e ricominciò sotto gli occhi de' Parmigiani a cucire 

vestimenta 11 padre del prenominato Podestà 

era un mio conoscente, e sua madre e sua moglie erano 
mie di vote. UuUa ostante i Parmigiani usarono sempre 
deferenza a Giovanni Barisello, e fu sempre tenuto in 
considerazione, e mantenuta alta la sua reputazione. In 
processo di tempo poi Ke Carlo, fratello del Re di Fran- 
cia S. Lodovico, che andò oltremare al riscatto di Terra 
Santa, avendo udito che i Parmigiani erano prodi guer- 
rieri e suoi amici, e sempre pronti ad aiutare la Chiesa, 
mandò invitandoli a formare, ad onore di Dio e della 
santa romana Chiesa, una compagnia che s' intitolasse 
dalla croce, a cui egli pure desiderava di essere ascritto; 
e bramava che in tale compagnia si fondessero tutte le 
altre che vi fossero in Parma, e che stessero sempre 
pronti a soccorrere la Chiesa ad ogni bisogno. Ed i 
Parmigiani annuirono, e, quella che si costituì, chiamossi 
la compagnia dei Crociati. Ed i Parmigiani, in fronte 
al quaderno che registrava i nomi degli ascritti, segna- 
rono a lettere d' oro il nome di Re Carlo, proclamandolo 
loro Capitano, primicerio, principe, condottiero, compa- 
gno. Re e trionfatore magnifico. E se in Parma, chi 
non appartiene alla compagnia, offende alcuno di quelli 
che vi sono ascritti, questi accorrono subito, come fanno 
le api, a difesa del consocio, e si aiutano reciprocamente, 
e subito corrono alla casa dell' offensore e la smantellano 
radicalmente, sicché non se ne vede più pietra su pietra. 



271 

Laonde i cittadini non ascritti alla compagnia vivono in f 
continua agitazione d'animo, e sono costretti o a star- : 
sene mogi, o ad inscriversi alla compagnia stessa. La 
quale perciò crebbe numerosissima. Ed ora i Parmigiani 
non sono più denominati da Giovanni Barisello, ma da 
Re Carlo, e dalla Croce di nostro Signore Gesù Cristo, 
a cui sia gloria e onore per i secoli de' secoli, e così sia. 
E, giacche la nostra penna scrive ancora di Parma, 
resta che parliamo dei Pallavicini. Eg-lìno hanno il titolo 
di Marchesi, ed elessero per soggiorno il territorio di 
Parma e di Piacenza. Nella diocesi Piacentina, sui confini 
di quella di Parma, hanno due castelli, quello di Pel- 
legrino (1), in cui abitò Uberto Pallavicini (che fa 
beir uomo e sollazzevole e compositore di canzoni, e 
lasciò parecchi figli ), e il castello di Scipione (2), presso 
Borgo S. Donnino, a cinque miglia. In questo castello 
abitò Manfredo, fratello germano del sunnominato Palla- 
vicini, che fu padre di sette figli, quattro maschi e tre 
femmine, leggiadrissime donzelle, nobilmente maritate 
in varie parti del mondo. La moglie di lui, e madre di 
cotestoro, fu Clara dei Conti di Lomello (3), avvenentis- 
sima donna, saggissima e sollazzevole. Primogenito dei 
detti figli fu Guglielmo, beir uomo e amante della quiete, 
come suo padre ; restò sempre in concordia coi Parmi- 
giani, e abitava in Parma. Moglie sua era Costanza di 
Azzone Marchese d'Este, ne da essa potè aver prole; 
ebbe altri due mariti, ma non figliò mai. Manfredo poi 
aveva un bel palazzo in Parma, eh' io ho veduto, presso 
la piazza del Comune, ove sorgeva una volta il palazzo 
de' Pagani ; ma in tempo di guerra, i Parmigiani raserò 



(ì) Circa 25 chìloraetri a Sad di Borgo S. Donnino presso le scaturìgini 
dello Stirone. 

(2) A Sud-Sad-Ovest di sopra 1' Emilia. 

(8) A pieno Ovest di Pavia, su di un crociccliio Lomello Pavia, Lomello 
Mortara, Lomello Valenza, Lomello Tortona. 



272 

al suolo l'uno e l'altro, ed i beccai vi eressero un ma- 
cello. Ora vi è la piazza del Comune. Questo 

Manfredo fu uomo di pace e quasi religioso. Amava i 
religiosi e le loro Begole, e specialmente i frati Minori, 
a tutti i conventi regalava in abbondanza il sale ; 
essendoché possedeva, vicini al castello di Scipione, molti 
pozzi di acque salse, d' onde s' è arricchito e fatto grande. 
11 secondogenito era Enrico, guerriero dotto nell'arte, e 
credo che se fosse campato pih a lungo, avrebbe ridotta 
sotto la sua dominazione tutta la Lombardia ; giacche si 
può dire di lui quello che de' Macabei ecc. Questa con- 
quista la tentò un tempo anche il Marchese di Monfer- 
rato, che cadde poi ucciso nella guerra contro Be Carlo, 
combattendo egregiamente e coraggiosamente, come ad- 
detto, quale principe e condottiero, all'esercito di Manfredi, 
figlio di Federico Imperatore deposto. Il terzogenito fu 
Uberto, pari in tutto al precedente, sicché quanto è detto 
a lode di quello, si può ripetere di questo (4). E n'ebbe 
molte prove il Marchese Guglielmo di Monferrato^ che 
non poteva mai uscire da' suoi fortilim, perchè era in 
guerra con suo zio, Uberto Pallavicino, che allora 
signoreggiava in Cremona^ e dava a guasto suo nipote 
trecento militi spesati affinchè guerreggiasse valida- 
mente contro il Marchese di Monferrato. Causa di 
queste guerre erano le città di Alessandria e Tortona, 



(4) Nessuna delle ricercbe storiche fatte, ha condotto a dare piena luce 
al presente periodo, la cui tradazione letterale sta scritta in corsivo. Forse a 
togliere T apparente contraddizione gioverebbe sapporre che qael Marchese Gu- 
glielmo di Monferrato sia un cadetto della famìglia de' M&rchesi di Monferrato, 
signore di aleani castelli, e T altro, che è semplicemente indicato col titolo di 
Marchese di Monferrato, sia il capo della famiglia, il vero signore della Marca, 
del Marchesato di questo nome ; e supporre eziandio che il Pallavicino contro 
il capo della famiglia dei Marchesi di Monferrato armasse il cadetto Ouglielmo, 
il quale poi mancasse alla fede data al Pallavicino. E in tal caso la tradoxione 
dovrebbe dire non il Marchese Qxiglielmo di Monferrato; ina Ouglielmo de' Mar- 
ch f si di Monferrato. 



273 

di cui, ciascuno de' due Marchesi, voleva il dominio. 
Questi fu ucciso dai Piacentini presso il castello di 
Fiorenzuola (1), una volta che era andato a predare iu 
su quel di Piacenza insieme ai Parmigiani di parte im- 
periale. E questa depredazione la faceva quantunque 
non vi fosse guerra tra lui e quelli a cui portava via la 
rapina fatta ; ma finì col perdere il bottino, la battaglia 
e la vita. Quarto ed ultimo figlio di lui era Guidotto, 
che vive tuttora, ed è uno dei grandi della Corte di 
Spagna. Uberto Pallavicino dunque, che signoreggiò in 
Cremona, fu fratello germano dei sunnominati, cioè del 
Pallavicini da Pellegrino, e di Manfredo da Scipione. 
Egli ebbe due castelli nella diocesi di Piacenza, cioè 
Landasio (2) e Ghisaleggio (3); ma siccome di costui 
abbiamo parlato abbastanza più sopra, qui non occorre 
parlarne. Fu di animo grande, e gonfiava la cupidigia 
sino a voler occupare tutto il mondo. Il padre di questi 
tre fu detto il Pallavicino, che ebbe due fratelli germani, 
cioè Marchesopolo e Eubino, che abitarono in Soragna, 
Villa fertile della diocesi di Parma, distante cinque miglia 
a settentrione di Borgo S. Donnino. Marchesopolo ebbe 
moglie una Borgognona, dalla quale non gli nacquero 
maschi, ma due sole femmine; alle quali la madre volle 
porre nomi presi dalla lingua del suo paese nativo» cioè 
Mahelon e Isabelon, che in lingua lombarda suonano 
Mabilia e Isabella. Il padre maritò la primogenita Ma- 
bilia, quando io era ancora nel secolo, cioè prima eh* io 
entrassi neirOrdine de' frati Minori, V anno 1238, e venne 



(1) A 22 chilometri da Piacenza sulla Ferrovia Piacenza-Parma. 

(2) Landasio era alle scaturigini della Mozzola, che è un influente di 
sinistra del Taro nell'alto Apennino. Ora è scomparso il castello e anche il nome. 
Se non che i pastori di quelle vette chiamano ancora con tal nome un greppo 
roccioso, a cui d* opera d'uomo non rosta altro segno che una ciHterriii. 

(S) Ghisalecchio suir alta Mo7.zola alla sinistra. Ne resta il nome ad una 
Villa, nellt» quale è una località detta anche oggi il Caste' lo. 

Salimbene, Cronaca 18 



274 

da Soragna a Parma, e ospitò nella casa di quei da Co- 
lorno, accanto alla Chiesa di S. Paolo. Le furono asse* 
gnate in dote mille lire imperiali, e sposò Azzone Mar- 
chese d' Este, che era buon uomo, cortese, umile, dolce, 
pacifico e mio amico; ed una volta gli lessi I* esposizione 
dell'Abbate Gioachimo, intorno ai doveri di Isaia; ed 
era solo con me sotto ad un fico, e nosco un altro frate 
Minore. Donna Mabilia anch' essa fii mia divota, come 
la fli anche di tutti i religiosi, specialmente frati Mi- 
nori, dai quali si confessava, e recitava sempre il loro 
uflSicio ecclesiastico, ed è sepolta presso suo marito e 
riposa in pace nel convento de' Minori presso Ferrara. In 
vita sua fece molto di bene, e alla sua morte fece distri- 
buire molte limosine, e lasciò ai poveri parte dei posse- 
dimenti, che il padre le aveva lasciati in Soragna. Io 
abitai sette anni in Ferrara, dove abitava anch' ella. Fu 
bella donna, saggia, clemente, benigna, cortese, onesta, 
pia, umile, paziente, pacifica, e sempre divota a Dio, 
Aveva un fornello in luogo appartato del suo palazzo, 
come ho visto io co' miei occhi, ed essa stessa distillava 
r acqua di rose, e la dava ai malati; e perciò i medici 
ivi residenti ed i farmacisti l' avevano in uggia; ma essa 
non s'impensieriva di loro, purché soccorresse i malati 
e facesse opera meritevole al cospetto di Dio. Visse molti 
anni col marito, e non ebbe mai figli; dopo la morte poi 
del marito si fece fare una casa j^resso il convento dei 
frati Minori di Ferrara, e in quella abitò in sua vedo- 
vanza, finché fu sepolta, come s* è già detto, accanto a 
suo marito nel convento de' frati Minori di Ferrara; e 
la sua anima per la grazia di Dio riposi in pace, che 
fu buona donna. Dopo la morte del Marchese però venne 
a Parma, e la vidi, e udii da lei che ne provava mira- 
bile consolazione, perchè si trovava presso il convento 
dei frati Minori, e presso la chiesa della Vergine gloriosa. 
Non conobbi mai altra donna, che quanto questa si asso- 



275 

• 

migliasse alla Contessa Metilde, per quanto di essa si 
legge. Veramente, per me, tre sono le donne ammirabi- 
lissime, che forse da altri non sono tenute in molta re- 
putazione; e sono: Elena, madre di Costantino; Galla 
Placidia, madre di Valentiniano; e la Contessa Matilde. 
Marchesopolo poi, dopo che ebbe maritata Mabilia, andò 
in Romania, ove si diede a perseguitare i Greci, li aggre- 
diva, li catturava e uccideva, come Davide i Filistei. 
Altrettanto faceva Marchesopolo coi Greci, onde con 
insidie ingegnosamente tese fu dai Greci ucciso in casa 
sua; perocché tutto cede alla potenza dell' oro. Egli aveva 
maritata la sua seconda figlia Isabella ad un ricco, nobile 
e potente di Bomanìa. Essa era bella donna e saggia, 
ma zoppa e sterile; e dopo la morte del marito le restò 
il castello di Bonicea, che ella con accorgimento, coraggio 
e cautela seppe difendere contro i Greci. Il motivo poi 
della partenza di Marchesopolo da Parma si dice sia 
questo: Che essendo egli nobile, e di cuore magnanimo,, 
lo moveva a sdegno e sopportava di mal animo che un 
popolano qualunque, borghese o campagnuolo che fosse» 
mandandogli a casa un usciere in berretto rosso» lo po^ 
tesse citare al palazzo del Comune e chianciarlo in giu- 
dizio. Suo fratello Bubino abitò in Soragna, ed ebbe in 
moglie Ermengarda da Palù, sorella di Guidotto de' Canini» 
che era bella donna, ma lasciva. Ebbe cinque maschi e 
cinque femmine. La prima di nome Mabilia, bellissima (e 
qualche volta la ho confessata). Uberto Pallavicino la 
maritò a Pontremoli, sperando così di ridurre in suo 
dominio quella Terra. Bubino era vecchio carico d'anni» 
quando V anno in cui imperversò quella mortalissima 
pestilenza preaccennata, cioè nel 1249, e che Ezzelino 
da Bomano fu fatto prigioniero in guerra, mi mandò a 
chiamare, si confessò da me, aggiustò i conti dell'anima 
sua, e morì in una lodevole vecchiaia, passando da que- 
sto mondo in grembo a Dio. Sua moglie poi si rimaritò 



276 

e prese Egidio Scorza; poscia precipitò da un solaio e 
ne fa morta e sepolta. Altri Pallavicini ancora abitavano 
nella diocesi di Parma, in una Terra che si chiama Va- 
rano (1), bel paese tra Medesano (2), Miano (3), Co- 
stamezzana, e Borgo S. Donnino. Ve ne sono ivi moltis- 
simi, ricchi, potenti, cortesi, pacifici; stanno sempre di buon 
accordo coi Parmigiani, perchè sono anch'essi cittadini 
di Parma Uno di loro era quel Delfino Pallavicini, che 
l'anno 1238 fa Podestà di Reggio e fece fare duecento 
braccia delle mura della città, di seguito a quella già 
fatta, come ogni Podestà aveva obbligo di fare ogni anno. 
Tanto basti aver detto dei Pallavicini. In Verona, come 
s' è detto, dopo la morte di Ezzelino da Bomano, signo- 
reggiò Mastino, morto da alcuni Veronesi forti e pugi- 
latori, per la speranza di avere dopo lui la signoria di 
Verona. Ma s'ingannarono, perchè a lui succedette suo 
fratello germano, Alberto dalla Scala, che vendicò il 
fratello colla morte degli uccisori di lui. Questi vive 
tuttora, ed ha in mano la signoria, ed è amato dai Ve- 
ronesi, perchè si comporta bene. È persona accostevole, 
fa giustizia, ama i poveri, come faceva suo fratello; pur 
tuttavìa è Podestà altra persona. In Imola, que' che 
tengono le parti della Chiesa si chiamano Bricci ; quelli 
che parteggiano per l' Impero, Mèndoli. Ma il partito 
imperiale in Imola è spento; e il partito della Chiesa, 
per invidia ed ambizione, s' è diviso in due campi, per- 
chè gli Auduci vogliono in mano il potere, come prima 
lo avevano quelli che si chiamavano Nurduli. Questa 
maledetta discordia s' è già infiltrata in Modena, e co- 
mincia a far capolino in Seggio. Dio voglia che non 
metta radici in Parma, di che già si comincia a te- 



{]) Circa 20 chilomeiri k monte dell' Emilia salla sponda sinistra del Ceno, 
ehe è nn inflaente di sinistra del Taro. 

(2) Circa |2 chilometri a monte dell' Emilia sulla sinistra del Taìro. 
\^] UiaHo e Costamezzana sono nei pressi di Medesano. 



277 

mere Ora passiamo a parlare della Toscana, e 

spediamoci lesti; poiché molto di altro resta che non 
deve essere taciuto. Le due piU nobili città della To- 
scana sono, a parer mio, Firenze e Fisa. A Fisa hanno 
tenuto signoria Conti e Vice-Conti; ed i Pisani furono 
molto attaccati ali* Impero; e, come in Lombardia i 
Cremonesi avevano impugnate le armi a sostegno del- 
l' Impero così avevan fatto i Pisani in Toscana. A Firenze 
poi per parte della Chiesa hanno tenuta la signoria i 
Guelfi; per parte dell' Impero i Ghibellini; e da queste 
due fazioni hanno preso nome tutti i partiti in Toscana; 
e sussistono tuttora. £ gli uni e gli altri bevvero del 
calice dell'ira di Dio, e ne ingollarono sino alla feccia; 
e chi se la passò meno male, non può vantarsi d' aver 
in tutto declinata la spada dello sdegno e della vendetta 
divina; perchè se eglino provocarono scissure e divisioni 
nelle loro città, anch' essi furono divisi tra loro dall' ira 
del volto di Dio . . . , . Quanto vero sia ciò che dico, 
lo videro i miei occhi, e gli occhi di moltissimi q,ltri; 
ma sopratutto coloro che ne fecero sui loro corpi espe- 
rienza. Pertanto tutte le suaccennate fazioni, scissure, 
divisioni e maledizioni, tanto in Toscana che in Lom- 
bardia, in Bomagna, nella Marca d'Ancona, nella Marca 
Trivigiana e in tutta Italia, le provocò quel Federico 
che si chiamò Imperatore: e perciò fu a piena ragione 
punito, e la mano di Dio aggravò i colpi su tutti i pec- 
cati di lui, percuotendolo nell' anima e nel corpo; e i 
Principi del suo regno, che aveva tolti dal nulla ed esal- 
tati dalla polve, gli diedero il calcio, non gli tennero 

lede, anzi lo tradirono « Non è prudenza in 

lui » cioè in Federico, quantunque si vantasse tanto 
prudente. Cosi lo trattarono i tirannelli suoi, di cui ab- 
biam fatto menzione più sopra; ma anch' essi ricevettero 
il colpo della vendetta, non perchè spodestarono Federico, 
che riconobbero per malvagio, ma perchè anch' essi pec- 



278 

caroDo di molto. Conobbi quasi tutti quelli che ho nomi- 
nato, e in breve tempo disparvero dal mondo, e i piti 
terminarono malamente la loro \\Ì2i,^ perchè folleggiarono 

in vanità Or resta da parlare dei Legati che la 

Corte Bomana mandò ai nostri giorni in Lombardia. 
Primo de' quali fu Ugolino, Cardinale dell' Ordine dei 
Minori, cioè governatore, protettore e censore della Fra- 
terìa e della Eegola del beato Francesco, del quale égli 
era stato intimo amico, e che poscia diventò Papa Gre- 
gorio IX. Fece molte buone cose, delle quali parleremo 
più innanzi ampiamente. Il secondo fu Rainaldo Vescovo 
di Ostia , anch' egli Cardinale dell' Ordine de' Minori, 
come è stato detto altrove, e che diventò poi Papa A- 
lessandro IV. E quando era Legato in Lombardia aveva 
seco come Vice-Legato il Cardinale Tomaso, che era di 
Capua. Papa Gregorio IX summenzionato compose ad 
onore del beato Francesco un inno: Dal del discese un 
figlio; ed un responsorio: Dal granaio della povertà; 
ed una prosa: Ultima testa del Dragone; ed un' altra 
prosa per la passione di Cristo: Piangete, anime dei 
fedeli; e, ad istanza de' frati Minori, nominò Cardinale 
Rainaldo, che fu poi Papa Alessandro IV; il quale Papa 
Alessandro canonizzò santa Chiara, e compose gli inni 
e le collette di lei. Il Cardinal Tomaso, che era di Ca- 
pua, fu il più bello scrittore della Corte, e dettò quella 
lettera, che il sommo Pontefice mandò a Federico Im- 
peratore spodestato» rimproverando lui de* molti e sva- 
riati eccessi, e giustificando se stesso e la Chiesa romana 
delle accuse che le erano mosse, e rammentogli i servigi 
e i benefici, che la Chiesa gli aveva conferiti. E la let- 
tera cominciava così: Viva impressione fece la nostra 
lettera sulV animo tuo, come hai scritto; ma piU viva 
ancora la fece sulV animo nostro la lettera ttia. Com- 
pose anche ad onore del beato Francesco 1* inno: Tra i 
celesti cori; e 1' altro: Splendore de' costumi; ed il re- 



279 

spoDSorio: Spica della carne; e parimente fece quella 
sequenza per la Beata Verginei cbe comincia: La Ver- 
gine che figlia si rallegri* E ne fece la composizione 
letteraria soltanto; la musica per canto la fece, a sua 
preghiera, frate £nrico da Fisa, che fu mio custode e 
maestro di canto. U contraccanto lo compose fra Vita 
da Lucca, dell' Ordine de' Minori, altro mio maestro di 
canto. Dopo i prenominati, venne Legato in Lombardia 
Ottaviano Cardinal diacono. Egli era bello e nobile, cioè 
uno dei figli di Ubaldino da Mugello nella diocesi fio* 
rentina. Fu reputato molto partigiano dell' Lnpero, ma 
a difesa del suo onore faceva talvolta qualche cosa a 
vantaggio della Chiesa, non dimenticando che questo 
era il suo mandato. Onde, un giorno, quando l'Impera- 
tore teneva Farma stretta d' assedio, io, che era a Lione, 
interrogato da Quglielmo Fieschi Cardinal diacono, nipo- 
te di Fapa Innocenzo IV, che cosa dicevano i Farmigiani 
del Legato Ottaviano, risposi: I Farmigiani s' aspettano 
che sarà traditore di Farma, come lo fu di Faenza. Allora 
Guglielmo sclamò: Ahi per Dio non è da credere. A 
cui io replicai: Se sia credibile, o non credibile, non so; 
è certo che i Farmigiani lo dicono. Bene, bene, soggiunse 
Guglielmo Ma ivi i presenti erano tanta molti- 
tudine, che r uno s' innalzava sulle spalle dell' altro, 
per udire notizie di Farma, Imperocché da questo di- 
pendeva la sorte della Chiesa romana, come in una 
battaglia, dalla quale 1' uno e 1' altro dei contendenti 
spera vittoria. L' Imperatore era allora già deposto dal- 
l' Impero, e la Corte romana era fuori della sua sede, 
ed esulava in Francia, a Lione. E Farma aveva dato di 
piglio all' armi a difesa della Chiesa, e si batteva var 
lorosamente, sperando dal cielo aiuto e vittoria; e Federico 
Imperatore accanitamente la assediava .... Avendomi 
dunque gli astanti udito a sostener tali cose, restarono 
ammirati, e T un V altro, a mia udita, si dicevano: In 



280 

vita nostra non abbiamo mai udito un frate a parlare 
tanto franco e così sicuro. Ma esprimevano questi sensi 
perchè mi vedevano seduto tra il Patriarca di Costan- 
tinopoli e il Cardinale, dal quale io invitato a sedere, 
non giudicai conveniente di rifiutare, e tenere in poco 
conto r onore offertomi, e V accennata ammirazione na- 
sceva anche dall* udirmi parlare apertamente d'un uomo 
costituito in sì alta carica, e al cospetto di tanti cospicui 
dignitari della Chiesa. Io allora era diacono e di 25 

anni Ritornato in Lombardia, ed essendo ancora, 

dopo molti anni, Ottaviano Legato a Bologna, io pranzai 
molte volte con lui; e mi faceva sempre sedere in capo 
della sua mensa, sicché tra me e lui non vi era che il 
frate mio compagno, ed egli occupava il terzo posto, 
contando dal capo della mensa. In tali circostanze io 
faceva come insegna il Savio ne'proverbii 23,® ecc; ed 
era opportuno regolarsi in quel modo, perchè tutta la 
sala del palazzo era gremita di commensali. Eppure ce 
n' era per tutti da star bene e in abbondanza, e si me- 
sceva in còpia vino scelto, ed ogni cosa era squisita. 
Allora cominciai a voler bene al Cardinale. In seguito 
poi invitò me e il mio compagno a pranzare con lui 
ogni giorno che ne piacesse; ma pensai di stare all'am- 
maestramento dell' Ecclesiastico 13.o ecc. Di questo Car- 
dinale corse voce che fosse figlio di Papa Gregorio IX, 
forse perchè gli usava speciali deferenze. Così io ho cono- 
sciuta una figlia di questo Cardinale, monaca in un certo 
convento, la quale mi invitò, e pregò con molta insi- 
stenza, ch'io fossi devoto a lei, ch'ella voleva essere 
devota a me; e non sapeva di chi fosse figlia, e chi fosse 
suo padre. Ma io il sapeva bene, e le risposi: io non ti 
voglio per amica, perchè Pateclo scrive: 

É 'n tedlanza cu' no posso parlare: 
e vuol dire che secca l' avere un' amica, a cui V amico 



281 

Buo non può parlare, quale sei tu chiusa in un monar 
nastero. Ed ella rispose: 4( Se non può passare tra noi 
mutuo colloquio, almeno amiamoci col cuore, é preghiamo 
r uno per V altro a fine di salvarci »; Giacobbe nell' ul- 
timo libro. E mi parve che a poco a poco volessjB tirar- 
mi a sé, e adescarmi ad amarla; perciò le dissi: Il beato 

Arsenio Ottaviano fu uomo sagacissimo. Di fatto 

facendosi un giorno una solenne processione, un giocoliere 
nel momento eh' egli passava, disse a voce sì alta che 
il Cardinale udiva: Largo, largo, toglietevi di qua, e 
lasciate passare queir uomo, che fu traditore della Corte 
Romana, e molte volte ingannò la Chiesa. Udite il Car- 
dinale queste cose, ordinò sottovoce ad uno de' suoi di 
chiudere la bocca al giocoliere con monete, ben sapendo 
ohe tutto cede alla potenza dell' oro. E cosi si liberò da 
quella vessazione. Anzi il giocoliere, intascati i danari, 
si portò subito su di un' altra strada, per la quale dovea 
passare il Cardinale, e ne fece mille elogi, dicendo che 
nessun Cardinale meglio di lui aveva la Corte Somana, 
e che era veramente degno del papato. Parimente ho 
udito dire che, se Papa Innocenzo lY avesse vissuto un 
po' più, avrebbe deposto Ottaviano dal cardinalato, per- 
chè era troppo partigiano dell'Impero, e non trattava 
con fedeltà gli interessi della Chiesa. Ma egli che sapeva 
di non essere nelle grazie del Papa, e che molti corti- 
giani ed altre persone lo avevano divulgato, si studiava 
di far mostra di godere la confidenza papale. Perciò 
quando i Cardinali uscivano dal quotidiano concistoro 
che il Papa soleva tenere, e andavano affrettandosi ai 
loro alberghi, Ottaviano, o in anticamera, o sul passeggio, 
che era subito fuori della porta del palazzo del Papa, 
si fermava a parlare con qualche chierico sino a tanto 
che vedeva che i Cardinali se n'erano andati tutti, sicché 
paresse che, di quelli che erano nella sala del palazzo 
al cospetto del Papa, egli fosse stato l' ultimo, a uscire, e 



282 

con ciò voleva far credere che il Papa Y avesse tratte- 
nuto a confidenziale colloquio per trattare seco di affari 
importantissimi, e così tutti lo stimassero il Cardinale 
più influente in Corte, e il più potente presso il Papa, 
e quindi con lui largheggiassero in regali, come a uomo, 
che avrebbe potuto giovarli assai negli affari che ave- 
vano col Papa In quel tempo che Ottaviano fu 

Legato in Lombardia, fu Legato in Lombardia stessa 
anche Gregorio Montelungo. Egli era una volta uno dei 
sette notai della Corte Eomana, e fu un antico Legato 
di Lombardia. Di fatto quando Ferrara fu tolta dalle 
mani e dalla signoria del Salinguerra, vi era presente; 
e quando l'Imperatore assediava Parma, era ivi Legato, 
e alzava la sua tenda sempre .di fronte alla tenda del- 
l' Imperatore. Egli era uomo coraggiosissimo, dotto nelle 
armi e aveva composto un libro intitolato: Della sagacia 
nelV arte della guerra. Sapeva condurre e ordinare le 
milizie alla battaglia; sapeva simulare e dissimulare; 
conosceva quando s' aveva a star cheti, e quando si dovea 
irrompere contro il nemico. L' Apostolo nell' epistola agli 
Ebrei 5* dice: Ma il cibo sodo è per li compiuti ecc; 
de' quali uno era Gregorio da Montelungo, che aveva 
tanta pratica di battaglie, che sapeva discemere e quando 
una battaglia la s' avea da ingaggiare, e quand' era il 
momento di finirla E così faceva Gregorio da Mon- 
telungo, perchè era dotto nell'arte della guerra, e spe- 
rava ed aspettava la vittoria da Dio; e la ebbe segna- 
lata quando s' impossessò di Vittoria Anche 

Vegezio, ne' libri dell'arte militare a Teodosio Imperatore, 
insegna mille accorgimenti atti a ben condurre una bat- 
taglia, libri ch'io ho veduti e letti, e sono molto utili a chi 
deve sostenere una guerra contro* i suoi nemici, Siniil- 
mepte il Legato Gregorio di Montelungo, quando si tro- 
vava in Parma assediata da Federico, udendo che i Par- 
migiani mormoravano, perchè non arrivavano soccorsi 



283 

contro le astuzie del dragone, cioè di Federico, egli ne 
teneva alti gli animi con suoi scaltrimenti. Perciò invitava 1\ 
talora seco a pranzo alcuni militari dei maggiorenti della 
città, tra' quali io fui talora commensale alla sua tavola 
nel palazzo del Vescovo di Parma, e mentre si pranzava, 
ecco arrivare un messo alla porta, che ad alta voce chia- 
mava e voleva entrare. Allora uno de* famigli del Legato, 
a udita di tutti, annunziava al Legato l'arrivo di un 
nuovo messo. Egli comandava che subito senza indugio 
si facesse venire alla sua presenza; e si presentava un 
uomo succinto, come in abito da viaggio di persona che 
arrivasse da lontano paese, colle scarpe polverose, e alla 
cintura la valigia delle lettere; e, prese le lettere, il Le- 
gato comandava che conducessero il messo in disparte 
a rifocillarsi e riposare, e che gli imbandissero un buon 
pasto. Ma il Legato faceva così per darsi l' aria d' aver 
compassione della stanchezza del messo, mentre lo scopo 
diretto era di impedire che i commensali cercassero al 
messo notizie, che poi esso non avrebbe saputo dare, 
oppure, per dire qualche cosa, sarebbe caduto in qualche 
scempiaggine. Né qui era finita. Il Legato leggeva le 
lettere ai commensali, nelle quali si preavvisava dell'ar- 
rivo di soccorsi. Queste cose que' militari le divulgavano 
per la città, e il popolo ne faceva le feste, e senza rin- 
crescimento aspettava. Ma due frati Minori di Milano, 
cioè frate Giacomo e frate Gregorio, che stavano perma- 
nentemente in casa del Legato, mi assicurarono che le 
accennate lettere erano state scritte la sera antecedente 
nella camera del Legato. Ma egli, a cautela e con accor- 
gimento, faceva spesso queste cose per tener vivo lo spi- 
rito nel popolo; e tanto in varii modi tenne alti gli animi 
de' suoi guerrieri contro la città di Vittoria edificata da 
Federico, che la fu presa, e si completamente rasa al 
suolo, da non trovarsene più una pietra. È poi da sapere 
che r Imperatore tentò più volte la costanza di Gregorio 



284 

con insistenti preghiere, per tirarlo dalla sua, e far seco 
amicizia, e gli prometteva di crearlo primo ministro della 
Corte, sicché sarebbe stato secondo dopo lui primo; mia 
invano Federico s'ingegnava cogli inganni e colle ten- 
tazioni di vincere Gregorio, perchè più facilmente e più 
presto si sarebbe fatto deviare dal suo corso il sole (la 
qual cosa è creduta impossibile), che corrompere Fabrizio. 
Così nessuno mai potè distogliere Gregorio dalla fede 
data. Questo Legato soleva abitare o a Milano, o a Parma, 
a Ferrara. Ed una volta, ora è già passato molto tempo, 
che era a Ferrara, aveva un certo corvo, cui al bisogno 
dava in pegno per grosse somme di danaro, e che poi 
dopo riscattava, restituendo il danaro ricevuto. Quello 
era un corvo, che parlava come un uomo, e si prendeva 
gabbo di tutti. Di notte sorgeva e chiamava alle loro 
stanze gli ospiti forestieri, gridando: Chi vuol venire a 
Bologna? Chi vuol venire a Doiolo? Chi vuol venire a 
Peola? Venga, venga, venga, presto, presto: sorgete, alza- 
tevi, correte; andiamo, andiamo: alla barca, alla barca; 
voga, voga, arranca, arraftca: al largo: Timoniere, prendi 
la rotta, la rotta. S' alzavano dunque i forestieri novelli, 
che non sapevano delle canzonature e delle gabbature 
di questo corvo, e colle loro robe e co' bagagli quasi tutta 
la notte aspettavano in riva al Po la barca, che li tra^ 
sportasse ove volevano andare; e non trovando ivi nessuno 
restavano tra lo sdegno e la meraviglia di non sapere 
da chi fossero stati in tal modo giocati. Così pure que-» 
sto corvo era tanto molesto ad un cieco, che quando 
andava a piedi e a gambe nude mendicando lungo la 
riva del Po, gli beccava le calcagna e le gambe, e poi 
fuggiva, e, beffandosi del cieco, gli diceva: Or pigliati 
questa, or abbiti quest' altra. Ma un dì il povero cieco lo 
colse col bastone sull'ala, e disse: Or tocca a te; or tocca a 
te. E il corvo rispose: Or tocca a me; or tocca a me, E il 
c^eco: Tienla; prendi la tua e vanne; i simulatori e gli 



285 

astuti provocano Tira di Dio; ti ho colpito una volta; 
non sarà necessaria la seconda; va dal medico a vedere 
se ti può guarire, giacché la tua frattura è immedicabile, 
la piaga è maligna. Ma il Legato diede in pegno il corvo 
per danaro, né volle più riscattarlo, perchè era ferito. 
Altrettanto fanno molti, che licenziano i loro servi quando 
cominciano a malare. Come fece quello del !<> dei Bo 
30* ecc. Operò bene il Centurione, che disse al Signore 
Mattia 8^ ecc. Così il Legato Gregorio fu un personaggio 
pari a quello che descrive V Ecclesiastico 34® dicendo: 
Uomo in molte cose esperto. Trattò con fedeltà e con 
accorgimenti gli interessi della Chiesa, e meritossi il 
Patriarcato di Aquileia, e lo tenne molti anni sino alla 
morte. Ebbe in un certo luogo un colloquio famigliare 
con Ezzelino da Eomano, e molti fecero le meraviglie 
che tali due uomini potessero avere tra loro un colloquio, 
stantechè Ezzelino era in fama d'essere un membro del 
diavolo, e figlio di Belial, a cui nessuno potesse parlare; 
e il Legato si reputava Im alto cedro del Libano. Tut- 
tavia è da sapere che Gregorio di Montelungo pati di 
podagra, e non fu casto; ed io ho conosciuto alcuna 
delle sue amanti. Intorno al racconoiandare la castità a 

molti chierici secolari Così è da sapere di Ezzelino 

da Bomano che Papa Alessandro lY trattava con lui e 
lo preparava a diventare d'un membro del Diavolo un 
figlio di Dio, e un amico della Chiesa. Ma due ostacoli 
si frapposero: 1.® che l' ecclesiastico dice, 7« : Considera 
le opere di Dio ecc; 2.o che Ezzelino, Tanno 1259, fu 
fatto prigioniero di guerra, e V anno stesso morì e fu 
sepolto nel castello di Soncino (1), nella diocesi di Cremona. 
L' anno successivo poi, 1260, appena cominciata la devo- 
zione dei flagellanti, mori Papa Alessandro IV; e fu or- 
dinato di celebrarne T anniversario nella vigilia della 



(IJ Suir Oglio e sulla via Lodi-Crema-Brescia. 



286 

traslazione del beato Francesco, cioè ai 24 dì Maggio. 
Dopo Gregorio da Montelungo fu eletto Legato della Sede 
Apostolica Filippo, per grazia apostolica e divina, Arci- 
vescovo di Eavenna; il quale parla ne' seguenti termini 
della circoscrizione della sua Legazione in una sua No- 
tificazione: « E perchè non si sollevi alcun dubbio sulla 
circoscrizione della nostra Legazione, sappiano tutti che 
a noi è pienamente affidato TuflScio di Legazione nei 
patriarcati di Aquileia e di Grado; nelle città, diocesi e 
Provincie di Eagusa, Milano, Genova, e Eavenna; ed in 
generale in Lombardia, in Bomagna e nella Marca di 
/Treviso ». Questo Legato era oriondo di Toscana, nel di- 
stretto della città di Pistoia; e, povero qual era, andò 
scolare a Toledo, volendo imparare l'arte della negro- 
manzia. Assiso un giorno sotto un porticato di quella 
città, un soldato gli domandò che cercasse; ed avendogli 
esposto che era Lombardo, e il motivo che lo aveva con- 
dotto là, lo presentò ad un maestro togato di quell'arte, 
vecchio, bruttissimo, e glielo raccomandò, pregandolo 
che per amor suo lo istruisse diligentemente nel- 
l'arte che professava. Quel vecchio lo fece entrare in 
camera sua, gli porse un libro e gli disse: Quand'io 
mi sarò ritirato, tu potrai qui studiare. E partendosene 
chiuse bene la porta e la camera. Ma quando questo 
giovane cominciò a leggere, gli apparvero demoni sotto 
varie forme, di sorci, di gatti, di cani, di porci, e n* era 
piena la camera, e per la camera qua e là saltellavano 
e scorrazzavano. In mezzo a quella scena egli non osò 
aprir bocca, quando d'improvviso si trovò fuori della 
camera seduto in istrada. E, sopravvenuto il maestro, 
gli disse: Che fai qui o figlio mio ? Allora egli raccontò 
al maestro quanto era accaduto, ed il maestro lo ricon- 
dusse dentro ancora, e, come prima, partissene chiudendo 
diligentemente la porta. Ma, riprendendo il giovanetto 
la sua lettura, eccogli comparire molti garzoncelli e don- 



287 

zellette ballonzolanti per la camera. E di nuovo non 
osando dir verbo, si trovò fuori seduto sulla via. Ciò 
vedendo il maestro, gli disse: Voi Lombardi non siete 
fatti per quest' arte; lasciatela a noi Spagnuoli, che sia- 
mo uomini fieri e simili ai demonii. Tu poi, o figlio, 
vattene a Parigi, e studia la divina Scrittura, che puoi 
diventar grande anche nella Chiesa di Dio. Andò dunque 
a Parigi, e studiò, e imparò assai; e, ritornato in Lom- 
bardia, dimorò a Ferrara in casa del Vescovo Garsendino, 
che era uno dei figli di Manfredo di Modena, e fratello 
dell' Abbate di Pomposa (1). Diventò poi camerlengo del 
Vescovo, che, morto, ebbe un successore, e njorto anche 
il successore, costui fu eletto Vescovo di Ferrara, e re- 
stò molt' anni 1* eletto di Ferrara, finché fu poi creato 
Vescovo di Bavenna. E quando Papa Innocenzo IV da 

Lione venne a Ferrara, costui ivi Fatto dunque 

Legato r Arcivescovo di Kavenna Filippo, si recò a Fer- 
rara nel tempo, in cui i Be sogliono cominciare le guerre, 
(n tempo, in cui i Be sogliono cominciare le guerre 
h il mese di Maggio, perchè la stagione è serena, ridente, 
temperata, nella quale V usignolo canta quasi sempre, e 
si trova erba in abbondanza pe' buoi e pe' cavalli). Ve- * 
mito a Ferrara convocò tutti gli abitanti della città e 
i Padovani fuorusciti, che ivi erano ospiti, e arringò dalla 
porta principale della chiesa madre, dedicata a S. Giorgio, 
(quella della diocesi poi era dedicata a S. Bomano) e vi 
si trovarono tutti i religiosi e i popolani, ragazzi e adulti, 
i quali speravano di udir parlare della grandezza delle 
opere di Dio. Anch' io vi era, e mi trovava a fianco del- 
l' Arcivescovo, e con me, e seduto accanto a me, vi era 
Bongiorno Giudeo, che era mio famigliare, e desiderava 
^nch' egli di udire. Bitto adunque il Legato sulla porta 



(t) A 13 miglia Est di Ferrara aUa sinistra del Po di Volano, ove era 
un aniiofaissitno e ricchissimo monastero, detto di 6. Haria di Comacchio. 



288 

della casa del Signore, cominciò a parlare a voce alta; 
e r arringa fu breve, perchè poche parole, e molte opere, 
debbono farsi, quando sono da tradurre in atto le imprese 
di cui si parla. Notificò adunque al popolo che egli era 
stato fatto Legato dal papa per andare contro Ezzelino 
da Eomano, e che perciò voleva fare una crociata per 
riconquistare Padova, e ricondurre nella loro città i Pa- 
dovani espulsi; e che chiunque si facesse inscrivere sol- 
dato neir esercito, che voleva levare per quella impresa, 
acquisterebbe T indulgenza, il perdono e l'assoluzione 
di tutti i proprii peccati. E nessuno osi dire: È impos- 
sibile che noi possiamo sconfiggere quell' uomo diabolico, 
temuto dai diavoli stessi; perchè ciò non sarà impossi- 
bile a Dio, che combatterà per noi. E aggiunse: Io dico 
a Voi, ad onore e gloria di Dio onnipotente, e dei beati 
Pietro e Paolo di lui Apostoli, nonché del beato Antonio, 
che si venera in Padova, che se anche io non avessi con 
me che orfani, pupilli e vedove, e le persone bersagliate 
da Ezzelino, non mi verrebbe meno la speranza di ripor- 
tare vittoria sopra quel membro del diavolo e figlio 
deir iniquità; poiché già le grida della sua iniquità sono 
salite al cielo, e dal cielo si roterà la spada contro di 
lui. Queste parole del Legato fecero esultare di alle- 
grezza gli ascoltatori; e, raccolto un esercito, a tempo 
opportuno marciò all' espugnazione di Padova, fortemente 
muni^^a da Ezzelino di mille cinquecento armati, uomini 
robusti ed espertissimi della guerra. Ma Ezzelino era 
altrove, e temeva tanto di perdere Padova, quanto 
Iddio teme che cada il cielo, specialmente perchè era 
cinta da triplice muraglia, ed aveva fosse ed acque all' 
esterno ed all' intemo, ed, oltre i soldati, una mol- 
titudine di popolo; e, per giunta, Ezzelino, anzi che 
potenti ad espugnare e prendere quella città, giudicava 
i suoi nemici, imbelli, senza valore e senza perìzia del- 
l' arte della guerra. Ma in questo esercito vi era un frate 



289 

laico deir Ordine dei Minóri, nativo di Padova, di nome 
Clarello, da me veduto e conosciuto a fondo, che aveva 
cuor di leone, e ardeva di desiderio che i Padovani, pro- 
fughi già da tanto tempo, fossero rimessi nella loro città. 
Questi, riconosciuto che il momento era favorevole, e 
sapendo che: « Dio si vale dei più deboli per umiliare 
i forti » si fece portabandiera dell'esercito, per provare 
se mai per caso volesse Iddio per mano di lui salvare 
tanta gente. Si mise dunque alla testa dell' esercito, &, 
trovato un campagnuolo che aveva tre cavalle, glieno 
tolse a forza una, e montatala, impugnò una pertica che 
gli servisse come di lancia: e cominciò a scorrazzare di 
qua e di là, e gridare altamente: Su via, coraggio, sol^^ 
dati di Cristo ; su via, coraggio, soldati del beato Pietro; 
8U via, coraggio, soldati del beato Antonio; scuotetevi 
di dosso il timore, e confortatevi in Dio. Non ci volle 
di più. Alle parole di lui si inanimò e infiammò tanto 
la milizia che si deliberò di seguirlo ovunque andasse. 
E ripigliava frate Clarello: Andiamo, andiamo; Addosso, 
addosso; la salvezza è nelle mani di Dìo; sorga Iddio 

Andò dunque 1* esercito seguendo Clarello 

che precedeva e col vessillo in mano e coli' accesa parola 
infocava gli animi alla guerra, e campeggiò all'assedio 
della città. A quelli poi che eran dentro svegliò Iddio 
la paura in cuore, e non osarono resistere. In quell' eser- 
cito oravi anche un altro frate Minore, uomo santo e 
devoto a Dio, che da secolare era stato ingegnere mec^ 
canico di Ezzelino coli' incarico di costruire macchine, 
trabucchi, gatti e arieti per diroccare le città e le car 
stella. Il Legato, stantechè costui non voleva uscire 
dall' Ordine, gli comandò, in virtù di santa obbedienza, 
di svestire T abito del beato Francesco, e indossare uu 
vestiario bianco, e fabbricare un gatto così potente da 
poter aprire subito le muraglie della città. Il frate ob- 
bedì umilmente, e prestissimo inventò un gatto, cte 

Salimbene, Cronaca 19 



290 

sella parte anteriore gettava fuoco, e dentro vi stavano 
rimpiattati uomini in armi; e così la città fu presa 
incontanente. Entrati in città, i partigiani della Chiesa 
non vollero fare offesa ad alcuno, né uccidere, né impri- 
gionare, né spogliare, né rapinare, ma perdonarono a 
tutti, e li lasciarono tutti liberamente uscire. E si tene- 
vano ben felici di potersene partire schivando offese e 
catture. Pertanto tutta la città si levò in allegria ed 
esultanza. Erano uomini pestiferi quelli che se la svi- 
gnarono da Padova ; erano distruttori e dissipatori quelli 
che da Padova fuggirono ; e furono riparatori quelli che 

vi rientrarono E siccome la vittoria Y ebbero 

riportata e la città fu presa l' ottava di S. Antonio, perciò 
i Padovani festeggiano più solennemente l'ottava che la 
festa di S. Antonio. Quindi s* attaglia ottimamente a 
questo fatto ciò, che si legge sulla fine del libro di 
Ester: Perocché questo giorno ecc. sino all'ultimo ver- 
setto, che parla di cose consimili. Ma così non cantano 
i Bolognesi di parte della Chiesa, che non vogliono sen- 
tirlo nominare questo Santo in Bologna, perché V anno 
1275 furono, appunto il di di S. Antonio, dai Bolognesi 
fuorusciti, cioè dai Lambertazzi, e dai Faentini, e dai 
Forlivesi, al ponte di S. Procolo, sconfitti in battaglia, 
morti, fugati, fatti prigionieri e incatenati nelle carceri. 
È l'anno avanti, cioè nel 1274, gli stessi Lambertazzi 
furono espulsi di Bologna dal partito della Chiesa il 1^ 
di Giugno, dopo aver avuto tra loro guerra civile .... 
, .... Ed il Legato, che anche prima era uomo di gran 
rinomanza e riputazione, dopo la presa della città di Pa- 
dova, riacquistò fama che risuonò altissima ed amplissima. 
Egli molto tempo prima era stato Legato in Alemagna, 
allorché, dopo la deposizione di Federico, fu eletto Im- 
peratore il Langravio. (Al tempo di quella sua Legazione 
vi erano in Alemagna tre Provincie, nelle quali dimo- 
ravano alcuni famigerati religiosi, che dato un calcio 



291 

alle discipline del loro Ordine, non volevano obbedire 
ai Ministri. E, andando eglino a consultare il Legato, 
li faceva sostenere e consegnare nelle mani de* Ministri, 
perchè li giudicassero, e su loro pesasse quella sentenza, 
ch« era conforme agli Statuti dell' Ordine) . Or avvenne 
che il Langravio morì; ed egli, che era in altra città, 
udito della morte del Langravio, e temendo di Corrado 
figlio di Federico, che faceva tener molto vigili gli occhi 
suir Alemagna, comandò ad uno de' suoi domestici che 
per parecchi giorni non aprisse la camera di lui a nes^ 
suno, macchinando egli di fuggire per non restare pri- 
gioniero; e con mentito vestiario e un solo compagno 
occultamente andò al convento de' frati Minori, e chia- 
mato il Guardiano in disparte, gli disse : Mi conosci 
tu ? A cui egli rispose : No. E il Legato ripigliò : Conosco 
ben io te ; e ti comando in virtù d' obbedienza di tenere 
in te e non rivelare a nessuno le cose che ti dirò, sino 
a che non ne avrai licenza da me ; e di non parlare a 
nessuno se non in mia presenza, e . non iu tua lingua 
tedesca, ma sempre in latino. Or ti dico che il Lan- 
gravio è morto, ed io sono il Legato : darai dunque a 
me e al mio compagno un abito del tuo Ordine, e senza 
indugio ci trafugherai e condurrai in luogo sicuro, che 
io fuggo per non cader prigioniero di Corrado. Questo 
bastò perchè ogni cosa fosse subito e di buon grado 
eseguita. Ma volendolo condurre fuori di città, trovò 
una porta chiusa; trovò chiusa la seconda e la terza. Ma 
alla terza videro che un cane grosso usciva fuori per 
un vano che era sotto tra l' imposta e la soglia, e parve 
loro di poter per quello uscire anch' essi. Ma provandovisi, 
il Legato per la sua grossezza non poteva sbucare. Allora 
il Guardiano puntò con un piede su le natiche del Legato 
e spingendo lo fece passare. Usciti per quel pertugio 
tutti e quattro, presero la via, ed in giornata arrivarono 
ad una città, ove era un convento di sessanta frati 



I 



292 

Minori; dai quali, interrogato il Ouardiano che cercava 
ospitalità chi fossero quei frati che conduceva seco, egli 
rispondeva: Sono Grandi di Lombardia; per amor di 
Dio mostratevi con loro liberali e cortesi, fate a loro 
servizio e onore a voi; giacché Y onore non è solo e tutto 
di quelli a cui si fa, ma la miglior parte è di chi lo 
fa, ed è da reputarsi veramente cortese colui, che di 
buon animo e con fronte lieta e serena, e senza speranza 
di ricambio, è liberale di servigi a persone sconosciute. 
Si presentò dunque il Guardiano di quel convento con 
dieci frati del convento stesso, e pranzò col Legato e 
compagni in foresteria con tutta famigliarità e allegra- 
mente, mostrando di ricevere molta consolazione dalla 
presenza di quegli ospiti. Or conoscendo il Legato di 
essere in sicuro, e di aver sfuggito ogni pericolo, dopo il 
pranzo diede facoltà al Guardiano che lo aveva accom- 
pagnato di farlo conoscere. Perciò quel Guardiano fore- 
stiere disse ai frati: Sappiate, fratelli carissimi, che 
questo frate, col quale avete pranzato, è il Legato del 
Papa; e Tho condotto qui da voi perchè è morto il 
Langravio, e qui non e* è punto da temere di Corrado. 
Nessuno finora ne sapeva nulla, neppure il compagno 
mio, che è venuto qui meco. Udendo queste cose ì frati, 
cominciarono a tremare come giunchi nell' acqua cor- 
rente; ma il Legato disse loro: Non abbiate timore, o 
frati; io ho conosciuto che voi albergate negli animi 
vostri r amor di Dio ; ci serviste con prontezza ; ci acco- 
glieste con festa e cortesia; Iddio ve ne rimeriti. Io era 
amico dell' Ordine del beato Francesco, e lo sarò in tutta 
la mia vita. E di fatto fu così. Diede ai frati Minori 
la chiesa di S. Pietro maggiore di Eavenna; ne concedeva 
ogni grazia che si domandava, di predicare, di confessare, 
di assolvere da tutti i peccati a lui riservati. Aveva una 
caterva di servidorame terribile e feroce, ma tutti erano 
reverenti verso i frati Minori, come fossero stati gli 



293 

Apostoli di Cristo, sapendo che eravamo addentro nelle 
grazie del loro padrone; ed erano ben quaranta uomini 
armati, che aveva sempre seco a guardia della sua per- 
sona, e lo temevano come il diavolo* Ed Ezzelino da 
Bomano era poco pih temuto. Imponeva a' suoi servi 
severissime punizioni. Di fatto andando un giorno ad 
Argenta (1), che è castello arcivescovile, fece legare un 
servo con una fune ed immergerlo neU' acqua, e, così 
legato ad una barca, lo fece trascinare per le acque delle 
valli, come se fosse stato uno storione, E tutto questo 
perchè s' era dimenticato di portar seco il sale* Altra 
volta ne fece legare uno ad una grossa pertica, e girare 
come allo spiedo vicinissimo al fuoco. E piangendo gli 
altri servi per compassione e per pietà al vedere quel 
crudele spettacolo, si rivolse a loro dicendo: A che pian-> 
gete, miserabili? e comandò che si allontanasse dal 
fuoco; ma ne aveva già avuto spavento e scottature. 
Gettò in una prigione legato un suo castaido di nome 
Ammanato, Toscano, per accusa d'aver consumate le 
rendite di lui, e i sorci lo rosicchiarono tutto. Molte 
altre crudeltà commise colle persone del suo servizio per 
vendetta, per punizioni e per esempio agli altri. Perciò 
Iddio permise che restasse prigioniero di Ezzelino, quando 
era tuttavia Legato ; e lo teneva sotto buona guardia e 
lo conduceva seco ovunque andava per sicurezza che non 
gli sfuggisse. Però Ezzelino lo trattava con reverenza e 
onorilìcamente, sebbene gli avesse rapita ,di mano la 
città di Padova. Ma Colui che liberò dal carcere Ma- 
nasse, e lo restituì nel suo regno, liberò anche costui 
nel modo che segue. Un certo Gerardo, banchiere di 
Reggio, lo cavò dalla prigione di Ezzelino, e con una 
fune lo fece calar giù dal solaio, e così nel nome del 
Signore evase dalle mani di Ezzelino. Egli poi non fu 



(1) Sulla sinistra del Po di rrimaro a Nord-Ov^.-st di Bavenna» 



294 



immemore del beneficio, o piuttosto del servigio ricevuto, 
e ne lo iìcambi{> nominandolo Cardinale di Ravenna. ^ 
a frate Enverardo di Brescia, dell* Ordine de* Predicatori» 
e lettore magno, diede il Vescovado di Cesena, perchè 
apparteneva alla sua Corte, e fu fatto insieme a lui 
prigioniero ; il qual frate Enverardo uscì di carcere dopo 
la morte di Ezzelino, quando furono scarcerati anche 
tutti gli altri, che quel maledetto di Ezzelino teneva 
prigioni. Questo Arcivescovo aveva due nipoti, cioè Fran-. 
Cesco e Filippo; ma veramente Filippo era suo figlio, ed 
aveva venticinque o trent'anni, avvenente e bello come 
un Assalonne; e Filippo Arcivescovo di Ravenna e Le- 
\ gato della Chiesa romana lo amava come l'anima sua 

Chiunque pertanto voleva empir le mani di quei 

due, poteva avere o una prebenda, o qualunque altra 
cosa avesse voluto dall'Arcivescovo; onde ne diventarono 
ricchissimi. Ebbe anche una figlia bellissima, cui volle 
dare in moglie a Giacomo di Bernardo, ma non la volle, 
perchè non era figlia legittima, e poi non voleva in dote 
beni che erano della Chiesa, ed anche perchè inclinava 
dell'animo a farsi frate Minore, e morire nelP Ordine 
del beato Francesco, come poi avvenne. Questo Arcive-. 
scovo era poi talora tanto melanconico, triste e furioso 
e figlio di Belial, che nessuno gli poteva parlare. A me 
però fu sempre benevolo, famigliare, cortese e liberale; 
e mi regale quelle reliquie del beato Eliseo, che erano 
in S. Maria del Portico presso Ravenna, nel monastero 
di S. Lorenzo» in un'urna di marmo nella cappella 
reale; ed io ne portai le ossa principali e più cospicue 
a Parma, e le collocai neir aitar maggiore della chiesa 
dei frati Minori, e vi sono tutt'ora colla seguente epigrafe, 
oltre un' altra che vi avevano apposta in piombo.*; 



HI C VIBTIDE PEI 

TATprs OSSA HANENT IIELySRI, 

qT.)AE SALIMRKNa 

PRTUI.tT 0SH4 BENE 



URXA. 

DELLE OSSA DEL rADKE ELISEO. 

DONO SACKO. 

rFI.LA riKTÀ DI FRATE SAMVREXB 



2Ò5 

Ma non potei avere la testa di Eliseo, perchè gli Ere- 
mitani, di abuso, l'avevano levata, e portata via; e V Ar- 
civescovo si curava più di guerra che di religione. Dna 
volta venne a Faenza, quand'era Legato, dove io pure 
abitava, e dovendo entrare nel convento di S.* Chiara, 
perchè la Badessa voleva conferire a lungo con lui, 
mandò cercando alcuni frati, che, tanto per far tacere la 
maldicenza, quanto per onor suo, l'accompagnassero. 
Credo che nessuno al mondo più di lui ambisse ricevere 
dimostrazioni d' onore, e nessuno più di lui sapesse farla 
da gran Signore e da Barone, come ho giudicato io 
stesso, ed ho udito anche da altri, Andanmio dunque, 
dieci frati, a fargli corteggio d'onore, e dopo che ci 
fummo scaldati, (era un sabato di Gennaio, a buon mat- 
tino, festa di S. Timoteo) vestì gli indumenti sacerdotali 
per entrare nel monastero coi riguardi dovuti alla decenza 
e all'onestà. E, mettendosi un camice che aveva le 
maniche strette, s' inqìiietava. Ed il Vescovo di Faenza 
gli disse : A me non è stretto, e me l' infilo nelle braccia 
comodamente. A cui l'Arcivescovo rispose; Come? È 
forse tuo questo camice? È mio, disse il Vescovo. E il 
mio dov'è dunque? ripigliò l'Arcivescovo; e si scoprì 
che uno dei servi l'aveva portato a Eavenna, In vero, 
disse l'Arcivescovo, mi meraviglio io stesso della pazienza, 
che ho; ma lo punirò poi, giacche, non essendo qui, non 
posso punirlo ora : cosa differita non è perduta. A questo 
punto io dissi all'Arcivescovo: Padre, portate pazienza; 
la pazienza è virtù di perfezione; e il Savio ne' Proverbii 
25.« dice : Il Principe si piega con sofferenjsa, e la 
lingua dolce rompe Z' 055a. Allora l'Arcivescovo soggiunse: 
H savio ne' Proverbii 23<» dice anche : Chi risparmia la 
verga, non vuol bene a suo figlio. Accortomi che l'Arci- 
vescovo aveva fermo il proposito di infliggere al servo 
una punizione, soggiunsi : Padre, lasciamo questo discorso, 
e parliamo d' altro. Celebrate, voi, oggi la messa? E disse: 



296 

No; voglio che la canti tu. Ed io risposi ; Obbedirò e la 
canterò. Allora T Arcivescovo riprese: Volete ch'io vi 
predica qualche cosa del Papa futuro ? (per la morte di 
Papa Urbano IV di Troyes era vacante la cattedra di 
S. Pietro). Sì, Padre, rispondemiao in coro, ditene chi 
sarà il Papa futuro. E disse: Papa Gregorio IX amò 
assai r Ordine del beato Francesco ; ora succederà Gre- 
gorio X, che amerà di gran cuore i frati Minori. (E 
voleva alludere a so medesimo, perchè ambiva molto di 
avere il Papato,, e lo sperava anche, sia perchè aveva 
molta deferenza pe' frati Minori ; sia perchè il maestro 
in negromanzia di Toledo gli aveva presagito che sarebbe 
diventato grande nella Chiesa di Dio; e gli prestava 
fede, trovandosi già in eminente: grado collocato; sia 
perchè i Cardinali erano talvolta discordi nell'elezione 
del Pontefice; e più ancora perchè già si buccinava 
qualche cosa di lui a questo proposito). Allora io presi 
la parola e soggiunsi : Padre, per grazia di Dio sarete 
voi quel Gregorio X : Voi ne avete prediletti sin ora ;. 
Voi. ne porterete ancora più amore per l' avvenire. Ma così 
non ayvenne; non successe un Gregorio X, sibbene un 
Clemente IV; né l'Arcivescovo di Eavenna ebbe il Pa- 
pato. Fatte dunque queste ciarle, l' Arcivescovo, che era 
anche Legato, soggiunse: I frati che verranno meco nel 
monastero saranno tutti quelli che si trovano qui pre- 
senti; de' miei nessuno entrerà, tranne il Vescovo di 
Faenza, 1' Arcidiacono di Eavenna, e il Podestà di que- 
sta Terra. Era allora Podestà di Faenza Lambertino dei 
Samaritani, Bolognese, che era figlio di una sorella della 
Badessa di Faenza; la quale era nativa di Faenza stessa,. 
e sapeva, quando le piaceva, col gentile e accorto par- 
lare e co' doni> cattivarsi il cuore di tutti; ed aveva così 
allacciato l'animo del Cardinale Ottaviano che in ogni 
cosa che gli domandava se lo aveva favorevole, benevolo 
e condiscendente. Arrivati alla porta della chiesa, tro- 



297 

Tammo ivi un frate converso con un incensiere che man* 
dava globi di fumo, ed incensato il Legato, questi prese 
r incensiere daUe mani di lui, ed incensò tutti i frati, 
che entravano in Chiesa, dicendo: de Itncenso ali frati 
me: de Itncenso ali frati me: de lincenso ali frati me. 
Che era come dire: Incenso i miei frati. Dopo ci inviam- 
mo alla scala, e nel salire, poi nello scendere ed uscire, 
si appoggiava a me, in parte per boria, e in parte per 
bisogno; ed io lo reggeva a destra, e V Arcidiacono di 
Ravenna a sinistra. Nella chiesa^ che non era al piano 
terreno» si trovò raccolto tutto il convento di quelle donne, 
in numero di settantadue; e celebratasi la messa solen- 
nemente, e sbrigati gli affari, e dati i consigli opportuni, 
usciti dal monastero, trovammo un buon fuoco. E subito 
suonò nona; ed il Legato, mentre svestiva gli abiti pon- 
tificali, disse: Vi invito tutti meco a pranzo. E credo 
che ben dieci volte in quel suo dialetto toscano ripetesse 
Mo e ve 'nvito, e sì ve renvifo. Che era come dire: Vi 
invito a pranzo» e vi prego di non mancare. Erano però 
que' frati tanto timidi e in soggezione» che non potei 
condurne meco che due; gli altri andarono a pranzare 
al convento dei frati. Quando arrivai al palazzo del Ve- 
scovo, il Legato mi disse: Oggi è sabato» e il Vescovo 
e il Podestà vogliono mangiare di grasso; lasciamoli, e 
andiamo alla sala del mio palazzo,, che troveremo im- 
bandito un buon pranzo. Mi condusse dunque seco, mi 
fece sedere a tavola accanto a sé, e più volte mi disse- 
che s' aveva avuto molto per male eh' io non V avessi 
onorato di condurre meco gli altri frati», e che li aveva 
invitati tutti. Ed io non aveva coraggio di dirgli che 
non erano voluti venire; perchè se ne sarebbe imperma- 
lito ancor più; invece io risposi che un'altra volta 
avrebbe commensali tutti i frati del convento.. Ed egli 
ci teneva molto alle dimostrazioni d'onore, che gli si 
facevano. Anche V Arcidiacono venne con noi, ma sedette- 



208 

in disparte alla tavola bassa. Era egli un mio conoscente 
ed amico, e nd mandò un regalo. Questo Filippo Arci- 
vescovo di Eavenna, per ordine di Papa Alessandro IV, 
poiché di nuovo correvano voci di invasioni di Tartari, 
convocò a Concilio in Eavenna, nella Chiesa Orsiana, 
che è la Chiesa Arcivescovile, tutti i Vescovi suoi suf- 
fraganei per discutere e deliberare intomo al modo di 
provvedere all'utilità della Chiesa, e per raccomandare 
che tutte le Chiese e le prebende fossero pronte a soc- 
correre colle rendite loro la cristianità contro i Tartari, 
quando il Papa lo ordinasse; e che intanto facessero 
preghiere per tener lontano da loro e dal popolo cri- 
stiano le nazioni barbare. A questo Sinodo intervennero 
i Preti, gli Arcipreti, i Canonici, e gran numero di altri 
chierici. Aveva anche l'Arcivescovo mandato dicendo a 
tutti i Guardiani dell' Ordine de' frati Minori della pro- 
vincia di Bologna che andassero al Sinodo co' loro lettori. 
Ed erano già sull' andare, quando frate Bonagrazia, che 
.era Ministro, non volle che nessuno vi intervenisse, tran- 
ne jfrate Aldobrando da Fojano (1), che era già stato 
Ministro, ed allora era lettore a Modena: ed io l' accom- 
pagnai fino a Ferrara. Frate Bonagrazia però, che era 
Ministro, e non volle andarvi, conferì tutti i suoi poteri 
a frate Aldobrando, e mandò con lui frate Claro di Fi- 
renze e frate Manfredo di Tortona, che erano ambidue 
chierici e dottori illustri. In quel Concilio il clero seco- 
lare colse l'occasione di sfogarsi contro i frati Minori 
e ì Predicatori, accusandoli di non predicare l' obbligo 
di pagar le decime; di confessare i parocchiani che do* 
vrebbero confessarsi dai parroci; di fare le esequie e dar 
sepoltura, quando muoiono, ai fedeli dipendenti dalle 
parecchie; e di esercitare l'ufficio di predicatori, che 



(l) ResU incorto se frate Aldobrando sìa di quel Foìano che è nel distretto 
di Campobasso nel Napoletano: o dell*. Altro che è in Val di Chiana ad Ovest Ovesl- 
Is'ord del Lago di Perugia. 



299 

spetta ai parroci; couchiudendo che, per questi quattro , 
motivi, erano cagione che il clero secolare non potrebbe 
soccorrere di denaro le imprese della cristianità. A que- 
sto punto s'alzò Obizzo Sanvitali, Vescovo di Parma e 
nipote del fu Papa Innocenzo IV di buona memoria, e 
difese benissimo i frati Minori e Predicatori, sostenendo 
che le accuse lanciate contro questi due Ordini, e le 
colpe che loro s'imputavano, non solo non erano di 
nessuno impedimento al clero secolare, ma piuttosto di 
aiuto a godere con più libertà i proprii beni. E, in molte 
maniere argomentando, confutò que' chierici e giustificò i 
frati Minorici Predicatori, per cui venne in odio al clero 
secolare, che lo reputava suo mortale nemico. Anche 
l'Arcivescovo vedendo che pei suaccennati motivi i frati 
Minori e i Predicatori avevano molti nemici mordaci, 
prese la parola e ne fece una forte difesa, e tra 1' altre 
cose disse: « Miserabili e stolti, io non vi ho qui con-. 
vòcati per aguzzare le lingue velenose contro questi due 
Ordini, che sono stati dati da Dio alla Chiesa in aiuto- 
vostro, e a salute del popolo cristiano e di tutti, ma vi 
chiamai per deliberare qualche cosa contro i Tartari, 
come a me e agli altri Metropolitani comandò il Papa. » 
E udendo che tuttavia borbottavano, riprese le sue prime 
parole e soggiunse: « Miserabili e stolti, a chi afSderò 
io il ministero di confessare i secolari, se non confessano 

i frati Minori e i Predicatori ? AflSderò io dunque 

al prete Gerardo, eh* è qui che m' ascolta, le donne da 
confessare, mentre io so che ha la casa piena di figli 
suoi e di figlie? E volesse il cielo che il prete Gerardo 

fosse solo, e in tanta bruttura non avesse compagni ! » 

Avendo V Arcivescovo toccato questo tasto in pubblico, 
tutti quelli che si sentivano la coscienza brutta diven-. 

tarono rossi di vergogna In quei giorni io 

abitava a Modena; ed uscito di Modena, in viaggio per 
Bologna, ecco lungo la via farraisi innanzi tre Arcipreti^ 



300 

mìei famigliari ed amici, reduci dal Coocilio. Ed uno 
era V Arciprete di Campogalliano (1); 1* altro era un fra- 
tello di frate Bonifacio de' Guidi, dotto decretalista, ed 
Arciprete di Cittanova (2); il terzo era Arciprete di 
Trebbio (3), che è tra TApennino, dove una volta io 
andai a casa sua E li interrogai del perchè era stato 
convocato quel Sinodo d' onde tornavano, e di che ave- 
vano trattato, se pure potevano dirmene. E mi risposero 
che il Sinodo era stato fatto per provvedere al caso di 
una invasione dei Tartari, e fu ordinato, che, al bisogno, 
il clero secolare, che gode di prebende, dovrà dare soc- 
corso alla Chiesa romana pel bene comune della cristia- 
nità contro la malignità dei Tartari. E allora molti di 
noi sorsero a parlare con fuoco contro i frati Minori e 
i Predicatori, e ci siamo lamentati, e vi abbiamo accu- 
sati di quattro danni, che ne fate, e che noi non possiamo 
in modo alcuno tollerare. Ma non si diede retta alle 
nostre querele, né le nostre ragioni trovarono alcuna 
soddisfazione; e per arrota, il nostro Metropolitano e il 
Vescovo di Parma, che assunsero le vostre difese, ne 
caricarono d' oltraggi e di vitupero. Laonde vi preghiamo 
di venire a trovarci, quando sia che vi piaccia, e ne 
abbiate tempo, per conferire intorno a quelle quattro 
cose, e disputando e discutendo, cercare da che parte 
stia la ragione. A cui risposi: Verrò volentieri. E, quando 
poi ci trovammo a convegno, mi dissero: Noi e con noi 
tutti i chierici e prebendati ci lamentiamo che i vostri 
due Ordini ci rechino danni che noi reputiamo gravi. 
Il primo, riguarda le decime, delle quali dovreste parlare 
di frequente nelle vostre predicazioni, acciocché i laici 
secolari non manchino di pagarle, specialmente che sono 



(l^ Di pochi chilometri sotto T Emilia Ovest di Modena. 

(2) Di pochissimo sopra T Emilia Ovest di Modena. 

(8) Sulla destra del ianaro un trenta chilometri a monte dell'Emilia. 



301 

obbligati a darle di precetto divino. II secondo, riguarda 
le sepolture, che voi volete fare esequie e dar sepoltura 
a' morti, che quando vivevano erano sotto la nostra giu- 
risdizione parocchiale; e perciò le nostre chiese vengono 
spogliate di molti proventi temporali. Il terzo è che voi 
con nostro dispiacere e contro la nostra volontà vi arro- 
gate di confessare i nostri parocchiani. Il quarto ed 
ultimo si è che voi vi siete onninamente usurpato il 
ministero della predicazione, cosicché il popolo non ci 
vuol più ascoltare. A che io di rimando: Noi non ab- " 
biamo la missione di predicare le decime; ma voi che 
dovete averle e goderle, voi potrete richiamare a memo- 
ria del popolo il dovere di pagarvele; né pare conveniente 
che quando noi, predicando, siamo sul parlare di qualche 
Apostolo, di (qualche altro gran Santo, si abbia da in- 
terrompere il discorso di quella solennità per raccomandare 
che si paghino le decime; anzi ci meravigliamo di voi, 
e ci abbiam per male che voi vogliate imporci queste 
brighe. A questa stregua potreste anche lamentarvi perchè 
non veniamo a mietere e a trebbiare per voi le vostre 

biade Gli interessi secolari debbono essere 

curati e trattati da persone di meno considerazione. Noi 
eleviamo piii alto lo scopo della nostra predicazione, e 
quando parliamo della restituzione del mal tolto, veniamo 
a dire anche delle decime. Non siamo però obbligati di 
inserire in ogni nostra predica parole sulle decime, per- 
chè sarebbe grave sconvenienza, e il popolo sdegnerebbe 
di ascoltarci. Allora solo potreste con ragione dolervi, 
quando si insegnasse che le decime non sono da pagare; 
il che nessuno di noi ha fatto mai, principalmente per- 
chè il Signore in Malachia 3® , dice: ifcìh decime e nelle 
^primizie ecc. Ma quando ripenso a qual fine e con quale 
intendimento Iddio disse: Foriate le decime nel mio 
granaio, perchè non manchi vitto in casa mia; mentre 
io so che in casa di certi prebendati il vitto vi è in 



302 

superflua abbondanza, e che hanno tanta terra da non 
bastare venti paia di buoi ad ararla^ non intendo con 
quale coscienza osino predicare che si paghino loro le 
decime, specialmente poi perchè elargiscono le ricchezze 
ecclesiastiche ai già ricchi parenti, alle amanti, alle con- 
cubine, alle amiche» anzi che ai poverelli di Cristo. E 
in tutto Tanno, quando vado alla cerca, dalle case di 
que' cotali non posso avere un solo pane; che anzi am- 
mettono piuttòsto alla loro famigliarità le compagnie 
degli istrioni e dei giullari. Passiamo al secondo appunto, 
che riguarda le sepolture; intorno alla qual cosa dirò 
che non senza un' alta ragione i Boinani Pontefici hanno 
consentito a chiunque di aver sepoltura ove sia che 

voglia Della giustizia di quelle chiese* che 

ricevono le salme dei defunti Se contro la 

volontà del proprio parroco, sia lecito confessarsi da altro 
prete prudente* o se vi sia obbligo di confessarsi dal 

proprio parroco ^ Che in cinque casi se ne deve 

ritenere come ottenuta la licenza ^ ^ . . ; ^ Nota che i 
frati Minori ebbero da Papa Gregorio IX il privilegio 
di confessare. Frate Bonaventura Ministro Generale in- 
terrogò Papa Alessandro IV se gli piacesse che i frati 
Minori confessassero, ed egli rispose: Anzi lo voglio, e 
ti narrerò un fatto orribile, e che par quasi inventato 
per canzonare. [Narrazione canzonatoria, ma vera, fatta 
da Alessandro 17 a frate Bonaventura Ministro Generale 
dell' Ordine de' Minori, riguardante ad un sacerdote che 

sollecitava ]. Altro doloroso racconto. Conobbi 

un frate Umile da Milano, che fu custode a Parma. 
Questi, quando dimorava nel convento de' frati Minori 
di Panano (1), in tempo di quaresima era tutto in sul 
predicare e confessare. Il che udendo quegli abitanti 



(1) Suir alto Appennino a sud di Modena tra le scaturigini del Leo t la 
IBeoHenna o Tanaro. 



303 

dell' Appennino, uomini e donne mandarono pregandolo 
che per amor di Dio e per la salute delle anime loro, 
avesse la degnazione di recarsi tra loro, perchè volevano 
confessarsi daini» e, preso nn compagno, si recò tra quegli 
alpigiani, predicò» confessò molti giorni, fece molte buone 
cose, e diede utili consigli. Un dì gli si presentò una 

donna, che si voleva confessare Il frate gli 

diede V assoluzione, e le disse: Che significa questo col- 
tello, che hai in mano, ed a che lo tieni in mano in 
quest'ora, in questo momento? La quale rispose: Padre, 
veramente io aveva proposto di togliermi la vita, se mi 
aveste invitata a peccare) come fecero altri sacerdoti 

Operò dirittamente Papa Martino IV, quando 

conferì all' Ordine de' frati Minori 1' utile privilegio di 
predicare e di confessare liberamente, nulla ostante che 
la loro Eegola prescrivesse ai frati di non predicare in 
nessuna diocesi senza il permesso del Vescovo. Ora che 
scrivo volge 1' anno 1284, giorno della vigilia di S. Gio- 
vanni Battista; ma quando io parlava con quegli Arcipreti 
correva il tempo del pontificato di Alessandro IV di 
buona memoria. In risposta poi alla quarta accusa, che 
ne movono i sacerdoti secolari, cioè di esserci usurpato 
il ministero della predicazione, mentre eglino ne hanno 

r obbligo, come investiti delle prelature noi 

diciamo che realmente ne correva loro il dovere, quando 
non ve n' erano dei migliori di loro che predicassero; 
ma siccome essi se n' erano resi indegni per la mala 
vita che conducevano, e perla poca scienza che avevano, 
perciò il Signore ne fece sorgere de' migliori di loro 

Tali sono i sacerdoti e i chierici del nostro 

tempo; e non vogliono che i frati Minori e Predicatori 
possano campare la vita, il che è un eccesso di crudeltà; 
e non vorrebbero nemmeno che potessimo vivere di quelle 
limosino, che a gran fatica e col rossore sul volto rac- 
cogliamo accattando. Eppure nell'Ordine de' frati Minori 



304 

e de' Predicatori molti vi sotìo, che se ri vesserò nel se- 
colo meriterebbero le prebende, e forse pili di loro; perchè 
tra i frati se ne trovarono, e se ne trovano oggi di nobili, 
di ricchi, di potenti, di letterati, di saggi come tra loro, 
e al pari di loro potrebbero diventare preti, Arcipreti, 
Canonici, Arcidiaconi, Vescovi, Arcivescovi, e fors' anche 
Patriarchi, Cardinali e Papi. E perciò dovrebbero essere 
riconoscenti verso di noi, che tutte queste dignità abban- 
donammo a loro, e, per vivere giorno per giorno, andiamo 
mendicando; né possediamo le cantine di vino, né i gra- 
nai di frumento, che sono pieni in casa loro; nullameno 
sosteniamo predicando una fatica che spetterebbe a loro, 
e per giunta dobbiamo ingollarci bocconi amari; ed essi 
dormono in letti fregiati d' avorio, e non hanno nessuna 
compassione de' frati, che hanno fatto il gran rifiuto di 

tutti i beni temporali I sacerdoti e ì chierici 

secolari si erano lamentati con Papa Innocenzo IV che 
nelle messe non potevano ricevere offerte, perchè questi 
due Ordini celebrano le loro messe in modo che tutto 
il popolo corre da loro: perciò domandavano che fosse 
loro fatta ragione. A cui il Papa rispose: Alcuni de'frati 
dicono messa sul far del giorno, altri a mezza terza, 
altri dopo cantata terza; non saprei dunque, a sentir 
voi altri, quando mai dovessero eglino dirla la messa. 
Dopo pranzo non debbono dir messa, nò dopo nona, né 
all'ora di vespro, e quindi non saprei come fare ad 
esaudirvi. Tuttavia volendo il Papa dar loro qualche 
soddisfazione, perchè ne lo seccavano troppo, e perchè 
sperava di svincolarne poscia i frati Minori, scrisse che 
questi due Ordini, almeno ne' giorni delle feste solenni, 
non aprissero le porte delle loro chiese, che dopo terza, 
afSnchè i sacerdoti secolari, le chiese parocchiali e le 
chiese madri non fosser defraudate delle oblazioni. Ma 
avendo poi frate Giovanni da Parma Ministro Generale 
mandato dal Papa frate Ugo Zampoldo di Piacenza, che 



805 

era un fisico distinto e lettore di teologia nell* Ordine 
de' Minori, e dimorava presso Ottobuono nipote del Papa, 
che fu poi anch* esso Papa Adriano III, a pregarlo che 
per amor di Dio e del beato Francesco, ed anche per 
onore e vantaggio suo, e per la salute di tutto il popolo 
cristiano, annullasse quella disposizione, non lo esaudì 

, ed era così malato morto Papa Innocenzo IV; 

ed ivi erano presenti due frati Minori tedeschi, che di»* 
sere al Papa: Certamente, Santo Padre, noi stemmo in 
questo paese molti mesi per avere un colloquio con voi, 
e con voi ordinare le code nostre; ma i vostri portieri 
non ci permettevano di entrare a vedere la vostra persona. 
Ora non si curano pih d' avervi i dovuti riguardi, perchè 
nulla pili da voi aspettano. Ma noi laveremo il vostro 
corpo . » . ... Dopo pochi giorni fu eletto Papa Ales- 
sandro lY, che era il Cardinale protettore, governatore 
e censore dell' Ordine de* Minori, che subito annullò la 
detta ordinanza. Tuttavia un certo Parmigiana maestro 
Ouglielmo da Qattatico (1), che fu vice-cancelliere sotto 
Papa Innocenzo IV, che era stato promotore e solleci- 
tatore di questi danni nostri, e non amava i religiosi, 
non se la passò impunemente. E quando malato si fece 
portare al paese nativo colla speranza che queir aria 
lo facesse guarire, morì in Assisi, e fu sepolto nel con- 
vento del beato Francesco. Argomentando io a questo 
modo intorno alle preaccennate accuse, quegli Arcipreti 
miei amici, si maravigliarono, e dissero: Noi non abbiamo 
mai udito tali rose: Beati qmlU cke ti ascoltarono, 
e sono onorati della ttia amicwia^ h Ecclesiastico 48.* 
Eramo amici, e amici sempre più saremo. Ebbi dunque 
vitto e alloggio e predicai più volte nelle chiese parroc* 
chiali di quegli arcipreti; e li tenni come intimi amici 
Avvenne dopo molti anni, che io dimorava a Faenza, e 



fi) Villa posta ««Ila destra dell' Enza a tre chilometri circa al disotto deK- 
r Emilia. 

Salimbeke Cronaca 20 



306 

che Matteo dei Pio, Vescovo di Modena, mio amico^ 
espulso da Modena, venne a Faenza ed era ospitato nel 
convento de' frati Minori, ora in Faenza, ora a Forlì, 
ora a Bavenna, passando di convento in convento; e 
seco aveva, come addetto alla sua Curia^ l'Arciprete di 
Campogalliano, uno dei tre sunnominati, e mi dissero: 
Frate Salimbene, siamo stati espulsi dì casa nostra dal 
partito imperiale, come voi sapete, e siamo vagabondi 
pel mondo; e abbiam sempre fitte nella memoria le 
vostre parole, e i nostri peccati ci privarono d'ogni 
bene. In quel tempo, prima che Faenza fosse data in 
ronno ai Forlivesi, dimorando io quivi, e passeggiando 
un dì per Y orto col pensiero a Dio, mi sentii chiamare 
da un certo secolare di Ferrara, chiamato Matolino, ce- 
lebre oratore, compositore di canzoni e di serventesi, 
ossequioso e ad un tempo maldicente de' religiosi. Era 
esso seduto con due frati all'ombra di una ficaia, e 
moveva loro interrogazioni; e mi disse: Frate, venite qui 
a sedere con noi. Sedutomi, mi disse: Io stava qui mo- 
vendo alcune interrogazioni a questi frati, ma declinano 
r incarico di rispondere, e mi dicono di movere le mie 
quistioni a voi, che siete pronto a rispondere a tutto. 
Perciò vi prego che vogliate per bontà vostra soddisfare 
al mio desiderio. A cui io risposi: Dite pure francamente 
tutto quello che volete. Allora cominciò: Sappiate che 
voi frati Minori e Predicatori siete oggetto di odio e di 
scandalo ai chierici e ai sacerdoti secolari. L'altro giorno 
io pranzava col Vescovo di Forlì, ed aveva commensali 
chierici e sacerdoti, che dicevano molto male di voi; ed 
io presi nota esatta di tutto per riferirvelo, e sapere se 
avete modo, o no, di giustificare il vostro procedere verso 

di loro, eh' essi chiamano iniquo: primo : 

quinto, perchè colle vostre messe conventuali, special- 
mente ne' giorni di solennità, impedite loro di poter 
raccogliere oblazioni; sesto, dicono che voi siete troppo 



307 

donnaiuolì, e colle donne state con compiacenza a collo- 
quio, e, sulle donne, tenete fissi gli occhi; il che è con-* 
trario a ciò che insegna la Scrittura. Allora io dissi: 
Avete pili nulla da dire? E rispose: Basta ben questo 
sì. e Bada a* vizii tuoi, non a quei d* altri. » Queste 
parole, o Matolino, sono dette per te. Del Vescovo di 
Forlì poi, sappi eh' egli odia i religiosi, e per conseguenza 
egli pure non è ben voluto da Dio. Così io soddisfeci 
alle inchieste di Matolino intorno alle ingiuste accuse 
mosse a noi; e se ne tenne soddisfatto, e diventò mio 
amico intimo e fido. Siguardo poi al secondo punto, 
quello cioè delle sepolture, dirò che da lungo tempo 
prima di noi i frati Predicatori diedero nelle loro chiese 
sepoltura a chi lo desiderava, e altrettanto potevamo 
ben fare anche noi; ma ce ne astenevamo per amore dei 

chierici, e per evitare contese con loro \ Finora 

rinunciammo a questo beneficio, ma oggi riconosciamo 
che commettemmo uno sgarbo imperdonabile, rifiutando 
di accogliere nella nostra chiesa santa Elisabetta^ figlia 
del Be d' Ungheria, e di dare luogo di riposo nel nostro 
convento alla salma del Conte di Provenza, padre della 
Begina di Francia e della Begina d* Inghilterra, che 
voleva essere sepolto nel convento de' frati Minori di 
Aix, dove io allora soggiornava, ed era stato nostro libé- 
ralissimo amico. Se alcuno volesse ora aprire una di- 
scussione intomo a questo argomento, (come fece il beato 
Gregorio pe' sacerdoti del suo tempo) meno poche eccezioni, 
troverebbe di gran lunga piti feccia che uomini santi 

Conosco sacerdoti che fanno gli usurai per 

formare un patrimonio da lasciare ai loro spurii; altri 
che tengono osteria coli' insegna del collare e vendono 

vino ì messali, gli indumenti sacri, i corporali 

li hanno indecenti, grossolani, macchiati e nerastri; i 
calici di stagno, rugginosi e piccoli; il vino per la messa 
agresto, o acetoso; V ostia tanto piccola che a pena si 



308 

vede tra le dita, né è rotonda ma quadra, e tutta sucida 
d' escrementi di mosche. E, come ho visto io co' miei occhi, 
molte donne hanno le legacce delle sottane e delle scarpe 
piò decenti dei cingoli, dei manìpoli, e delle stole di molti 
sacerdoti* Un giorno di festa dovendo un frate Minore 
dir messa nella chiesa di un certo sacerdote, gli bisognò 
valersi, per fermaglio, della coreggiuola che serviva alla 
cuoca del prete per tener unito un mazzo di chiavi ; e 
quando il frate^ cui io ho conosciuto molto <lawicino, 
si voltava per dire il Dominus vohiscum^ il popolo udiva 

il tintinnìo delle chiavi Intorno a che osserviamo 

eziandio che noi^ secondo nostra Regola, siamo obbligati 
ad officiare secondo il rito della santa Chiesa romana, 
né accettiamo offerte nella messa, e supponendo anche 
che nessun secolare venisse, quando diciamo messa, noi 
la canterempio . egualmente con solennità. Alla sesta 
accusa con troppo lina malizia lanciatane, cioè che siamo 
donnaiuoli, e che fissiamo con compiacenza gli occhi 
sopra le donne, e secoloro volentieri stiamo a colloquio 
famigliare, rispondo che queste sono maldicenze dì coloro 
che denigrano gli innocenti» cioè di giullari, di istrioni, 
e di quelli che si chiamano sgherri della Curia, i quali 
calunniando gli altri credono di scusare le loro lascivie 
e le loro vanità. Allora rispose Matolino : In verità vi 
assicuro, frate Salimbene, che queste sono le parole del 
Vescovo di Forlì, e non di istrioni Noi e i Pre- 
dicatori siamo poveri mendicanti, che viviamo di limosine, 
e tra Y altre persone nostre benefattrici vi sono le donne, 
che sono molto pietose e misericordiose; e perciò,. quando 
mandano a cercarne, dobbiamo andar da loro, sia pe' loro 
malati, sia per qualunque altra tribolazione che abbiano 

Né alterchiamo tra i bicchieri con alcuna 

donna, perchè secondo la nostra Costituzione, nelle città 
non osiamo bere se non coi prelati, coi religiosi e colle 
autorità del paese Io poi ho conosciuto quel tal 



309 

Vescovo . .... ed era vecchio e invecchiato nella mali- 
gnità, e dopo pochi giorni una notte fu soffocato da uno 
de* suoi, che ne portò via tutto il tesoro; anzi assistetti 
alle di lui esequie (Egli fu Vescovo di Faenza, al quale 
succedette un giovine dell' Ordine de' frati Minori, che 
era a studio in Padova, e che venuto a Faenza ottenne 
subito la consacrazione, e fece sontuoso trattamento 
tanto ai religiosi che ai secolari suoi concittadini. Egli 
era nativo di Faenza, ed imbandì mense per tutti quelli 
che volessero andarvi, poiché aveva il tesoro del suo 
predecessore in casa de' suoi fratelli, ed era del partito 
degli Alberghetti, e fu fatto Vescovo per violenza, si- 
monia, denaro e minaccio. Le quali cose furono la cagione 
del decadimento di Faenza, stante che il partito contrario, 
cioè quello de' figli di Alcarisio e loro seguaci provocati 
per questo fatto ad odio e ad invidia, chiamò i Forlivesi, 
ed espulsero dalla città i loro avversarli. Ed il Vescovo 
si ritirò a Bagnacavallo, e per timore degli stormi not- 
turni stava chiuso di notte nel campanile di quella chiesa 
plebana, tremando per la sua pelle; ma sopravvisse pochi 
giorni e fu nominato un altro Vescovo). Ho conosciuto 
anche un certo canonico, che fu strangolato dal diavolo 
e seppellito in un letamaio accanto ai porci. Quando i 
frati Minori andavano per qualche motivo a cercarlo di 
mattino per tempissimo, lo trovavano più volte a letto 
con una nobil donna sua amante. (Era costui Giovanni 
del Bondeno Ferrarese, che stette dieci anni nell' Ordine 
de' frati Predicatori, e poi apostatò ed entrò nell'Ordine 
de' Canonici di S. Frediano di Lucca, e si fermò alcuni 
anni con loro; poi, uscitone, fu fatto Canonico della 
chiesa matrice di Ferrara, Quando poi nella chiesa di 
S. Alessio, ove teneva con se, come amante, una nobil 
donna, ma povera, di Padova, espulsa da Ezzelino, fu 
trovato nel suo letto soffocato dal diavolo senza confes- 
sione e senza viatico. La chiesa di S. Alessio era nella 



310 

parecchia, in cui aveva in antico i suoi palazzi Gu- 
glielmo dì Marchesella). Dopo che io ebbi fatta Y espo* 
sizione di tutte le mie ragioni ed osservazioni, soggiunse 
Matolino : Hai risposto benissimo a tutte le mie inchieste, 
e per me siete giustificati voi e i frati Predicatori; e 
sarò vostro difensore contro i sacerdoti e chierici seco- 
lari, che si sforzano di calunniarvi; poiché io sono 
persuaso che parlano contro di voi per invidia e per 
malevolenza. Io poi diedi T assalto a Matolino e dissi: 
Io ho abitato cinque anni in Bavenna, né ho mai posto 
piede in casa di Marco di Michele, che é uno dei 
maggiorenti, de' pili nobili e de' piU ricchi di quella 
città. Io vi sono andato le cento volte, mi rispose, ed 
ho pranzato con lui, Allora io ripigliai : Dimmi un po' 3 
Chi é dunque piìi donnaiuolo, tu, od io? E rispose: 
Veggo che lo sono io (1); e tu mi chiudesti la bocca, 
e mi hai dato scacco, né posso piti rispondere nulla. 
Questo bastò perché Matolino diventasse mio amico, e 
lo trovassi sempre pronto a farmi servigio. Ma per questo 
battibecco neppur egli ebbe a perdere nulla, perché, 
coir aiuto delle raccomandazioni e sollecitazioni di Guido, 
da Polenta e di Adegherio di Fontana presso nn certo 
Marchese di Ferrara, che abitava a Bavenna, gliene 
diedi per moglie la figlia, d'onde ricevette una gran 
dote. Io era confessore del padre di quella fanciulla nel 
tempo di quella malattia, che lo trasse al sepolcro, ed 
ho fatto quel matrimonio di sua volontà ed assenso, anzi 
ebbe a dirmi : Frate Salimbene, Iddio ve ne rimuneri, 
perchè mia figlia dopo la mia morte sarebbe rimasta 
in una taverna e forse diventata una meretrice, se non 
foste stato voi che l'aveste maritata. Ora muoio con- 



(ì) Per igpiegare T asserto di Salimbene e di Matolino, e le consegneii7« 
a cui arriva V ano e V altro, è necetsario ammetture che nella casa di Marco di 
Michele \i fognerò donne di fucili condiscendenze. 



311 

tento, che so che mia figlia è bene allogata. Ed ora 
ritorniamo all'argomento principale. Obizzo dunque Ve- 
scovo di Parma teneva molto i suoi chierici a bacchetta, 
e vedeva di buon occhio i frati Minori, e li difendeva 
contro le male lingue. Altrettanto fece Filippo Arcive^ 
scovo di Bavenna, il quale dopo molte guerre e molto 
vittorie, già invecchiato e oppresso dagli anni, malo di 
quella malattia, che lo trasse al sepolcro. E desiderando 
di chiudere i suoi giorni nella Terra natale, vi si faceva 
portare su un letto di legno da venti uomini, che si 
alternavano dieci per volta, e giunto ad Imola, dove io 
era allora, volle soffermarsi nel convento de' frati Minori; 
e gli cedenamo tutto il refettorio; ma non restò con noi 
che una giornata. Giunto poi a Pistoia, mandò cercando 
frate Tomaso da Pavia, mio vecchio conoscente ed amico, 
si confessò da lui, aggiustò con lui le cose dell'anima 
sua, chiuse gli occhi in pace, e fu sepolto nella chiesa 
de' frati Minori di Pistoia. Quel frate Tomaso di Pavia, 
fu un buono e sant' uomo, chierico illustre, e lettore di 
teologia molti anni a Parma, a Bologna, a Ferrara; era 
uno dei più vecchi dell' Ordine de' frati Minori, saggio, 
prudente, e uomo di sani consigli; era anche socievole, 
pronto, umile, dolce, di voto a Dio, predicatore di forza, 
e di grazia. Fu molti anni Ministro Provinciale in To- 
scana; compose una cronaca ampia, perchè abbondava 
di materia ed era prolisso. Scrisse un trattato Dei Ser- 
monti ed una amplissima opera di teologia, cui egh\ 
per la grossezza del volume, chiamava Btie. Bidusse a 
buoni costumi la provincia di Toscana, e fu mio infimo 
amico, perchè abitammo insieme per molti anni nel 
convento di Ferrara; e T anima sua per la misericordia 
di Dio riposi in pace, e così sia. Filippo poi, l' Arcive- 
scovo di Bavenna e Legato del Papa, quando era nella 
sua villeggiatura d'Argenta (1) presso al Po, passeggiava 

(l) Salla destrft del Po dì Prìmaro a Kord-Oreai di Ravenna. 



312 

pel suo palazzo cantando respónsorìi e antifonìB in lòde 
della beata Vergine, e ad ogni angolo del palazzo, di 
estate, si soflfennava a bere, ed a questo fine teneva in 
ogui angolo del palazzo stesso, entro un vaso di acqua 
fresca, . un' inguistara d'ottimo vino; poiché era un gran 
bevitore, né voleva acqua nel vino, e perciò si teneva 
molto caro il trattato di Primasso intorno al non an^ 
nacquare il vino, che forse trascriverò in questo libro 
per notizia e piacevole lettura. Però é da sapere che 
per molte ragioni l' acqua ^el vino fa bene. Comincia 
il trattato di Primasso intorno al non mescolare acqu^ 
col vino: 

Denudata veritate, 
Succinctaque brevitata 
Rationo varia^ 

Dico quod non copulari 

Debent, immo separari, 

Quae sunt adversaria ecc. 

Messo a nudp» tutta il vero, 

Dirò breve, ma sincero: 

Per argomenti e per ragion moltissime. 

Non si denno mai sposare, 

Anzi s' han da separare 

Le nature tra lor dissimilissime* eco» 

Vi fu un tempo che l'Arcivescovo di Eavenna stette 
chiuso spontaneamente nel suo palazzo d'Argenta (1)„ 
a cagione della rottura che aveva col marchese d'Este 
e col Pallavicino, e non permetteva che nessuno andasse 
alla sua presenza salvo che pochi famigliari ed inser- 
viènti. Eravi a compagnia dell'Arcivescovo un certo 



(2) Sulla sinistra del Po di rrimaro. 



ai3 

Pisano, maestro di grammatica, di nome Pellegrino, buona 
e sant' uomo, e faceva scuola ai ragazzi d' Argenta. Egli 
era una mi^ conoscenza ed amicizia, ed amava dal fondo 
del cuore tutti i frati Minori; e, servendomi a tavola, 
a pian terreno del palazzo dell' Arcivescovo, presso il Po, 
perchè io era giunto di recente da Eavenna, gli dissi: 
Maestro Pellegrino, parlerei volentieri coli* Arcivescovo, 
se mi si permettesse d'entrare, che avrei delle novità 
da raccontargli. E maestro Pellegrino rispose: Ditele a 
me le nuove che avete, eh' io le riporterò a lui, perchè 
npn vuole che nessuno entri a lui, se non è della fami-t 
glia. Allora gli narrai che Papa Urbano lY era morto; 
e corse subito a riferirlo all'Arcivescovo, che se ne ral- 
legrò assai, perchè sperava di diventar Papa, tanto perchè 
era Legato, e uomo di gran rinomanza, e che aveva 
lavorato molto per la Chiesa, quanto perchè il maestra 
di Negromanzia di Toledo gli aveva presagito che sar- 
rebbe diventato grande nella Chiesa. Udita dunque la 
notizia della morte del Papa, mi mandò un servito di, 
pesci dì mare ed una mezza torta; e il famiglio che 
portava le vivande disse; Il mio Signore vi manda del 
suo pranzo, e per mezzo mio vi domanda se crediate che 
il Papa sia veramente morto. Ed erano presenti tre a 
quattro della famiglia, che erano accorsi per udire. Al- 
lora io gli dissi ; So di certo che è morto, ed è vacante 
la sede pontificia. La quale assicurazione riportata al 
loro Signore,, mi mandò un' altra pietanza, poi una terza, 
facendomi sempre domandare se veramente fosse morta 
il Papa, E seccandomi di ripetere tante volte la stessa 
cosa, dissi ai messi dell' Arcivescovo : Volete voi eh' ia 
vi spedisca in poche parole ? Accogliendo eglino di buon» 
grado la mia proposta» soggiunsi : In quella barca che 
vedete là in Po, vi si trova un frate Minore malato, che 
in quattro giorni arrivò dalla Corte a Bavenna, e fu 
presente alla sepoltura del Papa, e vi dirà egli tutta 



quanto desiderate sapere. S'affrettarono adunque alla 
barca in Po e udirono da luì confermata la notizia; ed 
io col mio compagno pranzammo in pace. E giunti a 
Ferrara col frate malato, tutta la città era già piena 
della morte del Papa; poiché T Arcivescovo volendo 
V onore d* averlo per primo fatto sapere, aveva mandato 
annunziando a Ferrara quello, che aveva saputo da noi. 
Dopo questo, fu fatto Legato maestro Martino da Parma, 
perchè predicasse una crociata, e designasse quelli che 
dovevano predicarla, e fregiasse della croce chi fosse 
accorso in aiuto di Terra Santa. Questi fu allevato in 
casa de' Pozzolesi di Parma. Papa Innocenzo IV lo 
nominò Vescovo di Mantova; e fu uomo cortese, umile, 
benigno, liberale e largo. Invitava volentieri, con cortesia, 
e molta garbatezza persone a pranzo, ed era un insazia- 
bile bevitore. Fece sontuoso trattamento a frate Segaldo 
in Mantova, e a tutto il seguito che aveva, quando 
passò di là per andare alla Corte, e lo fece precedere 
dal suo siniscalco coli' incarico di fargli le spese sino a 
Bologna. Ma frate Begaldo non lo permise, dicendo che 
colla metà delle rendite proprie poteva vivere splendida- 
mente con tutta la famiglia ch'era seco, e che aveva 
di superfluo l'altra metà. Eppure aveva ottanta caval- 
cature in quel viaggio, oltre ad una proporzionata famiglia 
di servi ; e quando pranzò a Ferrara ebbe commensali 
quattro frati Minori, che erano andati a fargli visita. E 
teneva davanti a sé alla mensa due conche d'argento, 
entro le quali metteva da mangiare pei poveri; e chi 
Serviva a tavola portava sempre due piatti d' ogni specie 
di vivande, e li poneva davanti a frate Begaldo, dei 
quali uno teneva per se e ne mangiava, l' altro lo versava 
nelle conche dei poveri; e così faceva ad ogni servito e 
varietà di pietanze. Frate Begaldo era dell' Ordine dei 
Minori e Arcivescovo di Bouen^ ed uno de' più illustri 
chierici del mondo. Fu maestro con cattedra a Parigi; 



315 

lettore di teologia nel convento de' frati ; valentissimo 
nelle dispute, e grazioso oratore. Fece un'opera intorno 
alle sentenze; fu amico del Be dì Erancia S. Lodovico, 
il quale s' adoperò per fargli ottenere T Arcivescovado di 
Eouen. Amò molto V Ordine de' Predicatori, come anche 
quello de' Minori, di cui è sempre stato benefattore. Era 
brutto d' aspetto, ma graziosissimo de' modi e de' costumi; 
fu uomo santo, a Dio divoto, e chiuse santamente la sua 
vita ; che per la misericordia di Dio l' anima sua riposi 
in pace, e così sia. Ebbe un fratello germano nell' Or- 
dine, bell'uomo e chierico dottissimo, che si appellava 
frate Adamo le BigaJde. Li ho veduti in piìi luoghi 
tutti e due. Maestro Martino poi nativo di Parma e 
Vescovo di Mantova e Legato del Papa, per un affare a 
lui raccomandato, venne a Eavenna, e ricevette ospitalità 
nel monastero di S. Giovanni Evangelista, opera deh 
l'Imperatrice Galla Placidia; e dimorando io allora a 
Ravenna, mi recai a fargli visita, perchè era amico di 
frate Guido di Adamo, mio fratello, che morì nell'Ordine 
de' frati Minori. E dopo essere stati a lungo a sedere, 
io ed il Vescovo Legato ci accostammo ad una finestra 
del palazzo, e mi dimandò da che parte era il convento 
de' frati Minori. Allora gli mostrai a dito un edifizio 
con una magnifica chiesa e un campanile fabbricato a 
guisa di alta torre, e gli dissi: Quello è il nostro con- 
vento, e ce lo diede Filippo Arcivescovo di Eavenna, il 
quale ha molta deferenza per l'Ordine de' frati Minori, 
ed è con noi liberale. E il Vescovo soggiunse: Sia egli 
benedetto, che opera bene e saggiamente. Poi ripigliò 3 
E credete voi, frate Salimbene, che noi Vescovi, oppressi 
da tante difScoltà, sollecitudini ed affanni pel nostro 
gregge, e pe' sudditi nostri, possiamo salvarci, se voi 
religiosi, che siete in continua communicazione con Dio, 
non ci aiutate colle vostre cappe e co' vostri cappucci? 
A che, per confortarlo, risposi: Il savio ecc. Ciò detto, 



316 

il Vescovo soggiunse : Iddio ve ne ricambii, frate Salim- 

bene, del conforto che mi date Dopo questo, fu 

mandato in Lombardia un altro Legato un certo Cardi- 
nale, che era stato Arcivescovo di Ambrun (1), e del 
quale avendo parlato più sopra, sono d'avviso che ora 
non s'abbia a riparlarne. Solo dirò che essendo buon 
cantore, e buon chierico, e piacendogli l'inno del beato 
Francesco Patriarca pauperum, ne volle imitare il 
ritmo componendone uno ad onore della Vergine gloriosa, 
.che è: 

consolatrix pauperum, 
Maria, tuis precibus 
Auge tuorum numerum 
In caritate Christi; 

Quos tu de mortis manibus 

Per 01ium humillimum, 
Mater, eripuisti. 

Àncora fida di chi piange e spera 
Con un sorriso, tu Vergine pia, 
Moltiplica de' tuoi la santa schiera. 
Dolce Maria. 

De' tuoi, che hai tolti al doloroso ostello 
Pe' merti di Colui, dolce Maria, 
Cui ti piacque plasmar d' amor suggello, 
Vergine pia. 

Compose anche una Somma che si denomina Copiosa. 
Poscia fu mandato dal Papa, come Legato, un certo Cap- 
pellano, che coscrisse soldati da ogni città in aiuto di 
Ee Carlo contro Manfredi figlio di Federico, E pronti 
mandarono i Lombardi e i Romagnoli buona quantità di 

(1) Sulla Duran/a del Deliìnato. 



317 

armati, che nella battaglia combattuta da Carlo e dal- 
l' esercito Francese riportarono vittoria contro Manfredi. 
Essendo quel Legato venuto a Faenza per la levata di 
soldati, convocò i frati Minori e i Predicatori in una sala, 
ove era il Vescovo di Faenza co' suoi canonici; ed io pure 
fui presente, e in poche parole ci sbrigò, alla francese, 
che taglian corto a parole; non alla Cremonese, che non 
la rifinano mai pili. Disse vituperi di Manfredi, e in 
nostra presenza lo diflFamò in molte maniere. Poi sog- 
giunse che r esercito Francese veniva marciando a grandi 
giornate; e disse vero, come vidi io co' miei occhi nella 
vicina festa del Natale di Cristo. Finalmente assicurò 
che lo scopo, per cui si movevano, si conseguirebbe presto 
con una pronta vittoria. E così fu; sebbene però al- 
cuni di quelli che 1' ascoltavano non gli prestassero 
fede e prendessero a canzonarlo dicendo; Ver, 
ver^ cum hon haton; cioè i Francesi con buoni 
bastoni riporteranno vittoria. Dopo costui venne un 
altro Cappellano per Legato in Lombardia, che seppe 
con molta destrezza ricondurre in Cremona i Cremo- 
nesi di parte della Chiesa fuorusciti, che, da lungo 
tempo espulsi, erravano esuli e vagabondi. Con molta 
sagacia trovò anche modo di scacciarne Bosio di Dovara 
(1) e il Pallavicino, e tolse loro la Signoria di Cremona, 
che tenevano da lungo tempo , facendo immensa stra- 
ge d'uomini e di cose. Ma i Cremonesi fuorusciti, 
rientrati nella loro città, diedero agli avversarii pan per 
focaccia, atterrando le loro torri, smantellandone case e 
palazzi, occupandone terre e possessioni a uso, longobar- 
dico. In seguito fu mandato il Cardinale Latino, un gio- 
vinetto mingherlino, dell' Ordine de' Predicatori, eletto da 
Papa Nicolò EX Cardinale, e poi Legato, in grazia della 
parentela che aveva con lui. Questo Legato colle sue \ 



(\) Dovara o Povera è un cospicuo vilkggio tra Lodi e Crema. 



318 

ordinanze diede vivamente sui nervi alle donne, coman- 
dando che non indossassero piti vesti a lunga coda, come 
usavano prima. Ordinò anche che le donne dovessero 
andare col capo velato, e irritò poi specialmente le Bo- 
lognesi r ordinanza di smettere un certo fregio che a 
pompa e vanagloria portavano alla spalla sul manto, e 
che in loro volgare chiamavano regolio. Dopo i sunno- 
minati, fu Legato in Lombardia e Bomagna Bernardo 
nativo della Provenza, Cardinale della Chiesa romana. 
Questi, mandato da Papa Martino IV, inviò frate Fate- 
bene, Guardiano de' Minori di Forlì, a Mantova con 
molte sue lettere per Pinamonte, colle quali lo pregava 
di rappacificare i suoi vicini e i suoi concittadini, affin- 
chè potessero vivere tranquilli e quieti. E Pinamonte 
fece ai messi cortese accoglienza come frati Minori e 
come rappresentanti di un potente Signore, quantunque 
avéss' egli già da tempo fatta legge per la quale dovesse 
aver mozzo il capo chiunque portasse lettere a Mantova* 
E in occasione dell'arrivo di questi messi mandò, dono 
ai frati Minori, un carro di buon vino, ed una mezza 
mezzina di lardo; ed uno de' suoi figli regalò ai frati 
stessi una larghissima e buonissima torta e molte altre 
cose. Furono finalmente di ritomo al Cardinale, riportando 
lettere di Pinamonte. Che cosa dicessero, Dio lo sa. Ciò 
avvenne 1' anno 1283, verso il di d' Ognisanti. Pinamonte 
era un Mantovano, che si aveva usurpato la Signoria 
della sua città nativa, espellendone que'cittadini che repu- 
tava ostili, impadronendosi de' loro beni, smantellandone 
le torri e le case. Era temuto come il diavolo, vecchio co' 
capelli tutti bianchi e padre di una turba di figli; tra quali 
uno, frate Minore, di nome Filippo, buono ed onest'uomo, 
e lettore di teologia. Questi fu un tempo inquisitore degli 
eretici, molti ne imprigionò e molti ne estirpò e cacciò 
in fuga dalla Terra che si chiamava Sermione (1). Quel 



(1) Snlla penisola ch« tra Lonato • Peschiera 8i steude nel lago di Garda. 



319 

Pinamonte era solito tnenar vanto di non aver mai avuto 
nella sua signoria alcun infortunio, e che ogni cosa gli 
era sempre andata a seconda. Questa vanterìa era però 
una stoltezza, perchè il Savio dice ecc. Poi sta scritto in 
una Novella poetica: 

Si bene successiti non prima sed ultima spectes. 
A casu describe diem, non solis ab ortu. 

Se tristo fu l'evento, oppur felice 
• Non il principio, ma la fin lo dice. 
Non quando s* alza il sol^ quando s* abbassa 
Giudicare convien del di che passa. 

Parleremo poi ancora di questo Legato, quando arriveremo 
a Papa Martino IV, che lo inviò Legato in Bomagna a fine 
di riconquistarla, e per la guerra vi si spese 1,400,000 
fiorini d'oro; e pel solo assedio di Meldola (1), durato 
cinque mesi. Papa Martino IV sciupò 300,000 lire imperiali 
Questa somma era il frutto di un balzello del decimo 
della rendita imposto a tutte le chiese da Papa Grego- 
rio X, da erogarsi in soccorso di Terra Santa, e che, stor- 
nato, si usò per questa impresa. I sunnominati furono i 
dodici più cospicui Principi e Legati della Chiesa, man- 
dati in Lombardia ed in Bomagna, non solo per la sa- 
lute delle anime, ma anche contro l'astuzia del Dragone, 
cioè di Federico, che co' suoi Principi e aderenti tentava 
con ogni sforzo di incatenare la libertà della Chiesa, e 
disrompere l'unità de' fedeli. Perciò pensai utile nomi- 
nare anche alcuni de' Principi di Federico per dare no- 
tizia delle cose passate. Perocché come dice Daniele 5» 
V Iddio altissimo aveva dato Hegno, e grandezza, e 
gloria, e magnificenisa (a Federico); e per la magni- 
ficenga che gli aveva data, tatti i popoli, naeioni e 



J) Sulla fiinlstn del fiume Bon«o, otto miglia al sud di Y)t\\ tra monti< 



320 

lingue tremavano e temevano nella stm presenza ecCi 
Federico ex-Imperatore uccise completamente e disperse 
i nobili del regno di Sicilia, Apuglia^ Calabria e Terra 
di Lavoro, ed altri ne surrogò* Questi sono i Principi che 
ebbe Federico; Il conte Gualteriodi Manopello (1); Conte 
Tomaso di Acerra (2); Conte Eizzardo di Caserta; Marche- 
se Umborgo Bertoldo; Marchese Lancia, Lombardo di Pie- 
monte (la cui sorella, o nipote fu madre del Principe Man- 
fredi, che occupò il regno dopo la morte del padre, e del 
fratello Corrado, e che fu debellato» ucciso, e privato del 
regno da Carlo); Eizzardo di Montenegro (3); Marino di 
Eboli (4); Eizzardo di Filangieri; Tebaldo Francese; Pietro 
di Calabria Maliscalco; Pandolfo di Fasanella (5); Pietro 
delle Vigne ( questi fu segretario imperiale, assai po- 
tente nella Corte dell' Imperatore, che lo nominò suo te- 
soriere); Taddeo di Sessa (6) giudice; Aldobrandino Ca- 
zaconte. W ebbe anche molti altri per le città d' Italia, 
a difesa dell'Impero, ed a martello degli ecclesiastici; 

ma r istoria loro disdegno di raccontarla E nota 

che quando l' Imperatore elevava a potenza qualcuno, se 
si accorgeva che avesse abbondanza di ricchezze e d'onori, 
usava dire: Non ho mai ingrassato un porco, da cui io 
non ne abbia tratta la sugna, e voleva significare che 
lo spogliava poi degli onori impartiti, e delle ricchezze 
accumulate. Ed era alla lettera così. Tanta era la sua 
avarizia, che trovava sempre appigli per accusare or l'uno 



(1) SnlU strada che dal mare corre rasente la destra del Pescam per aiH 

dare ad Aquila* 

(2) Circa 12 chilometri Nord-Est di Napoli sulla strada che va a Caserta. 
^8) A pochi chilometri dall' adriatico sulla via che da Vasto condoce a 

Campobasso. 

(4) A ottanta chilometri da Napoli sulla ferrovia del mediterraneo. 
h) Federico li distrusse Fasanella per vendicarsi dei conti omonimi, e g\\ 
abitanti si ricoverarono a S. Angelo su un monte vicino che prese nome di Saiit' 
Angelo a Fasanella a 32 miglia Nord Nord-Est di Salerno. 

f6j 8e88a presso a Teano sulla Ferrovia Roma-Napoli a B7 chilometri da 
Napoli. 



321 

or r altro de' Principi di tradimeato dell' Impero. Con 
tali imputazioni calunniava la persona, e tolto di mezzo 
il Principe, ne occupava i beni. Ma non impunemente. 
Per lui fu letteralmente scritto: Con lui finirà l'Impero, 
perchè, sebbene siano per esservi successori, saranno 
privi dei titoli e della dignità d' Imperatori romani. 
Questo vaticinio pare che si avverasse. Or seguendo 
r Abbate Gioachimo parliamo di quel diavolo di Dragone, 
di cui parla nell' Apocalisse 12^ L' abbate Gioa- 
chimo nel libro Delle Figure pone le seguenti parole \ 
sopra i capi del Dragone suaccennato: « Prima persecu- • 
zione Quarta, dei Saraceni; il tempo delle ver- 
gini; Macometto; il quarto sigillo. Quinta, dei figli di 
Babilonia, secondo lo spirito, non alla lettera; Mutkselmutus 
(1); quinto sigillo. La sesta è la presente; Saladino; sesto 
sigillo; sono dieci Ke, e un altro sorgerà dopo loro, che 
sarà più potente dei primi. Segue la settima; tempo di 
calamità e di miseria; questo è il settimo Ee, che pro- 
priamente si chiama Anticristo, quantunque ne sia per 
venire un altro dopo lui di non minore malignità, desi- 
gnato dalla coda Della Esposizione di Aimqne ; 

sopra Isaia alla fine del ventesimo capitolo È chiaro 

che la Eepubblica deve sottostare al Pontefice romano. 
Parimente maestro Filippo cancelliere di Parigi descrive 
ad evidenza la vita del Prelato e dei sudditi sotto l'im- 
magine delle membra del corpo umano Ora pas- 
siamo a Corrado, figlio di Federico ex-Imperatore. 

L'anno 1250 Re Corrado figlio di Federico, la cui madre a. 1250 
era figlia del Ee Giovanni, morto il padre, arrivò per 

(I) Per quanto indagini, e lunghe, io abbia fatte, non ho potuto aver no- 
tizia di un personaggio storico di questo nome; il quale, dice il Prof. Luigi Piz/.i, 
•e vogliasi spiegare da una etimologia ebraica od araba, signifioheiebbe ombra 
di morte, o morte di morte; significaziori non disadatte ad indicare i segni del 
vicino fiuimondo, a seconda dolle opiaioni prevalenti in que' tempi. Tale qualifica- 
zione e denominazione, potrebbe anch' essere che Giovachino se la fosse coniata di 
suo per indicare qualche personaggio, cai la prudenza consigliasse di non indicare 
col nome proprio. 

Salimbene, Cronaca 21 



822 

mare in Puglia a prendere possesso del Eegno di Sicilia; e^ 
presa Napoli, ne distrusse sino alle fondamenta le mura. 
Ma r anno successivo del suo regno cominciatosi a ma- 
lare, un serviziale, che si credeva dato dai medici come 
\ curativo, per veleno comraistovi, lo trasse al sepolcro. 
E trasportandosene la salma a Palermo per darle sepol- 
tura, perchè quivi sono le tombe dei Ke, arrivato a 
Messina, i Messinesi per odio e vendetta contro il padre 
di lui, che una volta aveva oppressi ed uccisi i più co- 
spicui e migliori loro concittadini, ne gettarono le ossa 
in mare. Anche Corrado stesso aveva fatto loro grave 
offesa, e finalmente in questo modo ne presero vendetta. 
Nello stesso anno, in Danimarca, Enrico, inclito Ke dei 
Danesi, fu affogato in mare da suo fratello Abele per 
rapirgli il Eegno, che poi ne ricavò poco onore e van- 
taggio, poiché r anno seguente lo uccisero i Frisoni, cui 
aveva tentato di soggiogare. 
a. 1251 L' anno 1251 si radunò in Francia una moltitudine 
innumerevole di pastori, che dicevano di dover andar 
oltremare allo sterminio de' Saraceni per vendicare il 
Ke di Francia. E molta gente dalle varie •città della 
Francia si metteva al loro seguito, né alcuno osava fare 
loro resistenza; si davano loro vittovaglie e tutto quello 
ohe volevano, onde i mandriani abbandonavano i loro ar- 
menti p^r correr loro dietro. E, per affascinarli, colui, che 
«l'era messo alla loro testa, affermava che Dio gli aveva 
rivelato che il mare si aprirebbe, e che egli condurreb- 
beli a vendicare il Ke di Francia. Ed io, all'udir nar- 
rarmi quelle cose, splamava: Guai ai pastori che ab- 
bandonano il proprio gregge! B potranno costoro quello 
che il Re di Francia col suo esercito non ha potuto 
fare? Prestò loro fede il volgo de' francesi e terribile in- 
sorgeva contro i religiosi, e specialmente contro ì Pre- 
dicatori ed i Minori, perché essi , . avevano predicato 
la croci Jita, e apposta la croce al petto di chi seguiva 



323 

quel Ke, che fu poi debellato dai Saraceni. S* arrovellavano 
dunque i Francesi rimasti a casa contro Cristo, tanto^che l 
non mancava loro l'empietà di bestemiarne il nome, che è 
sopra ogni altro nome benedetto. E quando in quel tempo i 
frati Minori e i Predicatori cercavano la limosina ai Francesi, 
questi digrignavano contro loro i denti; e quando vedevano 
frati, che accattavano, chiamavano qualche altro povero, 
gli davano danari, e dicevano: Prendi in nome di Macomet- 
to, che è più potente di Cristo. E con ciò si adempiva quel 
detto del Signore, Luca 8® Un momento credono, e al 
tempo della tentazione si ritraggono indietro. Miseranda 
miseria! Mentre il Ee di Francia non si turbava per i 
passati eventi, quel volgo sommoveva una terribile tur- 
bolenza! E quella accozzaglia di pastori, perchè i frati 
Predicatori in una certa città avevano osato lasciarsi 
sfuggire dalle labbra qualche parola contro di loro, ne 
smaltellarono siffattamente il convento, che non ne rimase 

più pietra sopra pietra Ma V anno stesso 

furon ridotti al nulla, e quella ragunata fu distrutta. Lo 
stesso anno fu preso il castello di Castellarano (1), nella 
diocesi Eeggio, sulla Secchia. Parimente lo stesso anno 
il Marchese Uberto Pallavicino andò a Piacenza e con- 
cordò fra loro i Piacentini e i Cremonesi; ed i militi 
uscirono di Piacenza a malgrado del popolo, e stettero 
il mese di Maggio per le castella dei Piacentini; e li- 
berto Iniquità, di Piacenza, fu Podestà del popolo Pia- 
centino. L'anno stesso Papa Innocenzo IV, Genovese, venne 
a Genova da Lione, città di Francia nella Borgogna, 
ove aveva tenuta la sua sede parecchi anni. Arrivò là il 
mese di Maggio, e vi ammogliò un suo nipote, alle cui 
nozze egli assistette con ottanta Vescovi e i suoi Cardi- 
nali; ed a mensa furono servite molte varietà d' iniban- 



(1) Sulla sinistra tlelU Secclila a monte dr]l' Emilia, e più sa oircH ?iO 
chilometri. 



324 

digioni, e vini di varie specie di tralci, e de* più squi- 
siti e più allegri; eppure ogni servito costava molte 
marche. Non si videro mai a' dì nostri nozze più son- 
tuose in nessun luogo, sìa per altezza di grado de* com- 
mensali, sia per la squisitezza e quantità delle imbandi- 
gioni, sicché se l' avesse viste la Regina Saba, anch' ella 
ne avrebbe fatte le meraviglie. Dopo, il Papa andò a 
Milano, dove si soffermò un mese e più. In quel tempo 
della sua dimora a Milano, i Milanesi corsero sopra Lodi 
e se ne impossessarono. Ma avuta di ciò notizia il Mar- 
chese Uberto Pallavicino, che allora signoreggiava in 
Cremona, con un grosso esercito di Cremonesi e parte 
di Piacentini, corse, la riprese e s' impadroTiì del Ca- 
stello che r Imperatore s' aveva fatto ivi costrurre ( in 
ogni città, in cui signoreggiò, Y Imperatore volle avere 
un palazzo o castello ). Stettero dunque quivi per bene 
un mese. E stando quivi a campo il mese di Luglio e 
di Agosto r uno di fronte all' altro co' loro eserciti i 
Milanesi e i Cremonesi, avvenne che i Cremonesi misero 
a fuoco alcune contrade di quella città, spianarono parte 
del muro di cinta e le fosse, poi se ne tornarono senza 
conflitto al loro paese; e i Milanesi ne rimasero padroni. 
Poscia Innocenzo andò a Brescia, dipoi a Mantova, poi 
al monastero di S. Benedetto, che è tra il Po ed il Lirone, 
ove riposa la Contessa Metilde sepolta in un' arca di 
marmo. E il Papa coi Cardinali, memori dei benefici 
della Contessa alla Chiesa e ai romani Pontefici, recita- 
rono sulla tomba di lei il salmo: De profundis. Di là 
passò Innocenzo IV a Ferrara, ove io mi trovava. E mandò 
avvisando i frati Minori che al suo ingresso in città 
r andassero ad incontrare, e gli facessero ala; il che fu 
lungo tutta la via di S. Paolo. Nunzio di questi ordini 
fu un frate Minore di Parma, chiamato Buiolo, che era 
addetto al servizio del Papa, e che dimorava a Corte. 
Confessore del Papa era poi un' altro frate Minore, di 



325 

nome Nicola, mio amico, cui poi il Papa creò Vescovo 
di Assisi; e frate Lorenzo, pure mio amico e compagno, 
anch' esso dimorava in Corte del Papa, e lo fece Arci- 
vescovo di Antivari; ed, oltre i sunnominati, anche duo 
altri frati Minori erano addetti al servizio del Papa. Il 
quale si fermò più giorni in Ferrara fra V ottava del 
beato Francesco, e predicò dal balcone del palazzo del Ve- 
scovo, e gli facevano ala quinci e quindi i Cardinali, e 
uno di loro, cioè Guglielmo di lui jiipote, dopo la predi- 
ca fece la sua confessione pubblica, E vi era immensa 
folla di popolo accorsa, quasi adunata al supremo giudizio; 
e il Papa s' era preso per tema della predica; Beata la 
gente che ha Dio per suo Signore; beato il popolo de- 
signato da Dio suo erede. Dopo la predica, il Papa 
soggiunse: Iddio fu mio custode quand' io partiva d' Italia 
e quando soggiornai a Lione; ora che in Italia ritorno, 
sia egli benedetto per tutti i secoli. E aggiunse: Questa 
città è mia, vi conforto a vivere in pace, poiché V ex-Im- 
peratore, che perseguitava la Chiesa, è morto. Io poi era 
così a costa del Papa, che poteva toccarlo quand' io vo- 
leva, perchè egli andava lieto d* avere frati Minori at- 
torno. In . quel momento frate Gerardino da Parma, che fu 
maestro di frate Bonagrazia, mi toccò di gomito, e mi 
disse: Senti che è morto V Imperatore, che non V hai 
mai voluto credere. Lascia dunque in disparte il tuo f 
Gioachimo, e fatti saggio^ o figlio mio^ dammene la l 
consolazione, acciochè tu possa ora rispondere qualche 
cosa a me, che ti rimproverava, 1 Cardinali, nei giorni 
della loro fermata a Ferrara, mandarono più volte rega- 
landoci maiali uccisi e già pelati, stati loro donati; e 
noi a volta nostra, ne facevamo parte aUe nostre 
sorelle dell* Ordine di S. Chiara. Anche il dispensiere 
del Papa mandonne a dire: Domani il Papa è di 
partenza per Bologna ; mandatemi i vostri barcaiuoli 
€he vi darò il pane e il vino che ne resta, di cui non 



326 

abbiamo piti bisogno. E cosi si fece. All' arrivo a Bo- 
logna i Bolognesi fecero al Papa una festosissima acco- 
glienza; si fermò poco tra loro, e partissene turbato e 
quasi improvviso, perchè domandarono che cedesse loro 
in dono Medicina (1), che è una Terra della Chiesa nella 
diocesi di Bologna, cui i Bolognesi da lungo tempo ave- 
vano violentemente occupata. Ma il Papa non li esaudì, 
ne gliela donò, anzi rispose: Di forza tenete una Terra 
della Chiesa, ed ora volete che ve la doni? Andatevene con 
Dio, eh' io non posso nò voglio darvela. Nulla ostante però, 
alla sua partenza il Papa trovò molte nobili e belle donne 
Bolognesi, accorse dalle lor ville alla strada, per cui doveva 
passare, bramose di vederlo; le benedisse nel nome del 
Signore, continuò sua via e fece sosta a Perugia. Lo stesso 
anno arrivò in Lombardia Ee Corrado, prima a Verona, 
poi a Cremona, d'onde ritornò a Verona, e da Verona 
partì per la Puglia; e fu in Novembre. L' anno stesso fu 
preso il castello che era nella città di Lodi, e tutti i 
Lodigiani che vi erano dentro ne ebbero mozza la testa, 
ed i Pavesi, che pur vi si trovavano, li lasciarono andare 
liberi senza molestia. Lo stesso anno furono fatti prigioni 
la maggior parte degli uomini di Tortona dagli Ales- 
sandrini e dai Milanesi; e dal Marchese XJberto Pallavi- 
cini e dai Cremonesi fu preso in Ottobre il castello di 
Brescello. Brescello è una Terra posta nella Diocesi di 
Parma; una volta era città, e fu distrutta sino alle fon- 
damenta dai Longobardi, 
a 1252 L' anno 1252 Ghiberto da Gente, cittadino di Parma, 
coir aiuto dei beccai di Parma si fece Signore della città 
e lo fu molt' anni. Egli fece due buone cose durante la 
sua signoria: Bappacificò tra loro i Parmigiani, e fece 
murare alcune porte della città. Ma ne fece anche di 



(V Di pochissimo al di sotto dell' Emilia a Nord di Castel S Pietro che è 
•iulhi ferrovia Bologna Ancona. 



327 

cattive, come ne giudicarono i Parmigiani, i quali final- 
mente si levarono contro di lui, gli rapirono di mano la 
signoria, atterrarono le sue case nella villa di Campeg- 
gine (1) e in Parma, e lo mandarono in esigilo ad An- 
cona, dove stette sino alla morte. Prima però di essere 
definitivamente espulso da Parma, quantunque spogliato 
della signoria e ridotto a vivere come privato cittadino, 
ebbe la Podesteria di Pisa, e poi quella di Padova; e 
vi si trovava quando fu trasportato il corpo del beato 
Antonio alla nuova chiesa, ove era presente anche frate 
Bonaventura Ministro Generale. Le colpe di Ghiberto da 
Gente erano queste. Primo, s' avea molta ragione di so- 
spettare della sua fede al partito della Chiesa, che anzi 
teneva più per la parte del Pallavicino; e siccome aspi- 
rava egli alla signoria di Parma, per ciò solo non per- 
metteva che il Pallavicino vi entrasse. Secondo, era 
troppo ingordamente avaro, tanto che nel tempo della 
sua Signoria nessuno poteva vendere vittovaglie se non 
per conto del Comune; e si faceva poi socio con quelli, 
che erano autorizzati alle vendite, per espillame da cia- 
scuno parte del lucro E spingeva tant' oltre la 

sua avarizia, che avendogli un milite della Corte doman- 
dato che gli desse qualche cosa, gli offerse un Bolognino 
per comperarsi i fichi. Ed io stesso ho veduta, conosciuta, 
provata e misurata la sua abbietta grettezza a Campeg- 
gine, quando a suo non poco vantaggio, io mi era recato 

colà con frate Bernardino da Buzea Terzo, 

che delle ricchezze de' suoi concittadini si fabbricò alti 
e magnifici palazzi nella villa di Campeggine ed in Parma, 
mentre prima non era che un povero soldato; con che 

provocò r invidia, e glieli smantellarono Quarto, 

ebbe la follìa di condannare iniquamente alcuni nella 
persona, come si disse che fece mozzar la testa al Da-Ca- 



fi) Alla delira e a loca (ll;>tan/.a culi' Un.ia dut) chUom. a tuHc (iLU'Kuùlvt 



328 • 

vaza; altri, nella borsa; e interrogane, che te lo dirà, 
Giacomo Sanvitali. Così ad alcuni, per denaro, perdonava; 
contro altri, che non volevano spillarne, infieriva ... Il Si- 
gnore dice Levitico 19^ Abbiate bilancie gius te, peso giusto, 
moggio giusto, e staio giusto. Tutte queste cose egli falsificò, 
Quinto, gli fu apposto di prendere uno stipendio annuo 
troppo vistoso per compenso delle cure che aveva pel 
governo della città, assegno maggiore di quello che 
Parma usava pagare agli altri Podestà. La qual cosa 
non e' era delicatezza a farla, essendo egli nel proprio 
paese, in casa sua, sulle proprie possessioni; e perciò fu 
espulso dal governo e dalla città. Sesto, fu una soperchieria 
quella di adunare il popolo di Parma nella piazza del 
Comune, tenere una conciono, e insignorirsi della città 

per sé e pe' suoi figli in perpetuo ( L' utile ret-» 

tore viene da Dio ). Non tale fu Ghiberto da Gente, 
che portato sugli scudi dai beccai, si usurpò la Signoria 
di Parma. Settimo, fu una iniquità quella di alterare le 
monete, e impicciolirle riducendole a n^inor valore effet- 
tivo; alterazione, per la quale, dicono i banchieri che i 
Parmigiani ebbero un danno maggiore di un quarto del 
valore di tutta la città. E tienti ben fitto in mente che 
le due cose, di cui suole più vivamente dolersi il popolo, 
sono la carestia del frumento, e la falsificazione delle 
monete. Fece dunque un male assai grave Ghiberto da 
Gente falsificando le monete piìi direttamente a fine del 
vantaggio proprio che del Comune. Ottavo, per dare 
maggior splendore e grandezza alla sua signoria, ebbe la 
pazza vanità di formarsi una guardia di cinquanta uo- 
mini armati, che gli facessero sempre corteggio, quando 
che a lui piacesse. Io li ho visti quegli uomini in armi, 
la vigilia dell' Assunta, quando per ambizione, per pom- 
pa, per onore e vana gloria si faceva fare corteo mentre 
andava coi ceri, secondo Y uso de' Parmigiani, alla chiesa 
matrice. Poi s' era proposto di far Vescovo di Parma un 



329 

suo fratello germano, Abbate nel monastero di S. Be- 
nedetto di Leno (1), nella diocesi di Brescia. Ebbe 1* in- 
gordigia di voler aggiungere alla sua Signoria le due 
vicine città di Reggio e di Modena, e voleva eh' io mi 
maneggiassi di fargli aver Modena; ma io non mi ci volli 
immischiare, perchè nella seconda Epistola a Timoteo 

r Apostolo, 2° dice Ebbe però qualche tempo in 

sua podestà Beggio, ma i Beggiani ne lo cacciarono 
presto, e lo spogliarono del potere per le angherie e le 
perversità che in seguito esporremo. Ricordo che, deposto 
dai Parmigiani dalla Signoria di Parma, nella sua villa 
4i Campeggine in casa sua, gli dissi: Che fate Ghiberto? 
Perchè non entrate neir Ordine de' frati Minori? E ri- 
spose: Che vorreste farne di me che ho sessant* anni? Ed 
io soggiunsi: Dareste ad altri il buon esempio di operar 
bene, e salvereste 1' anima vostra. Al che egli di riman- 
do: Intendo bene che mi date un buon consiglio, ma non 
posso seguirlo perchè vo mulinando nell' animo mio altre 

cose Che volete? M' affaticai in pregarlo, ma non 

volle saperne di mettersi sul buon sentiero: perocché 
aveva meditato iniquità dentro di sé. Di fatto nutriva 
speranza di vendicarsi dei Parmigiani e dei Beggiani, 
che r avevano deposto dalla signoria; e, a meglio riu- 
scirvi, diede per moglie sua figlia Mabilia a Guido da 

Correggio E nota che siccome Ghiberto da Gente 

diede il bando ed espulse da Parma Bertolino, figlio di 
Bertelo Tavernieri, così egli fu sbandito ed espulso dai 
Parmigiani, e abitò nella Marca, e morì in Ancona, dove 
è sepolto. Ed assegnò per un certo numero d' anni le 
rendite annue di alcune praterie, che aveva nella diocesi 
di Parma, ai frati Minori e Predicatori, a risarcimento 
di rendite incerte loro rapite; e le ebbero; e Y anima 
sua per la misericordia di Dio riposi in pace, e così sia. 



[l) AHh sinistra d«1 Mella, Sud di Bi'«8ciu. 



330 

Lo stesso anno 1252, per la mediazione del Vescovo di 
Reggio Guglielmo Fogliauì, e di frate Egidio della Ee- 
ligione della Santa Trinità da Campagnola, oriondo di 
Verona, si pacificarono tra loro i Eoberti, i Fogliani e 
tutti i fuorusciti ed espulsi di Reggio, e. questo avven- 
ne alla metà d' Agosto nella chiesa di S. Lorenzo. E, 
per il meglio della città di Reggio, furono creati gli An- 
ziani, estraendoli a sorte dal Consiglio generale; e a 
principio furono dodici. E lo stesso anno ad onore di Dio 
e del beato Prospero e di S. Grisanto, e per il bene 
della loro città, i suaccennati Anziani, in giorno di sabato, 
sedici Agosto, convocati di volontà del Consiglio, secondo 
r uso e la consueta formola di convocazione, e radunati 
nel palazzo del Comune, giurarono pace e concordia col 
prenominato Guglielmo Vescovo di Reggio, e coi Reggiani 
fuorusciti da una parte, e dall' altra i Reggiani che 
erano in città. E queir anno una gran brinata, ai 
diciotto di Maggio, giorno di domenica, distrusse in più 
luoghi il frutto dei vigneti. 
a. 1253 L' anno 1253, indizione 11*, Guido da Gente, Parmi- 
giano, fu eletto Podestà di Reggio per arti di Ghiberto 
da Gente suo fratello, allora Podestà di Parma, e per 
accordi tra i Reggiani fuorusciti, ed i Reggiani che e- 
rano dentro la città. E lo stesso anno, il ventotto d' Ot- 
tobre, Martedì, festa dei beati Apostoli Simone e Giuda, 
Ghiberto da Gente Podestà di Parma, cogli Anziani 
del Consorzio di Santa Maria Vergine della città di 
Parma, e con altri probi uomini della medesima città, 
si recarono con grande esultanza, colle croci, cogli sten- 
dali, coi sacerdoti e tutti i religiosi a Porta Santa Croce 
con tutti gli uomini della città di Reggio, e in Reggio, 
insieme cogli altri fuorusciti, condussero il Venerabile 
Guglielmo Fogliani, che ne era stato eletto Vescovo. E il 
Mercoledì, 29 dello stesso mese, il prenominato Ghiberto 
Podestà di Parma, in piena adunanza del popolo couvo- 



331 

cato a suono di trombe e di campane, nella piazza del 
Comune di Beggio, fece il concordato tra i fuorusciti e 
que' di dentro, il quale concordato fu scritto e inserto 
nello Statuto del Comune; e fu nel giorno stesso 29 
Ottobre che Guido da Gente, per arti del prenominato 
Ghiberto Podestà di Parma e suo fratello, fu fatto Po- 
destà di Beggio. Quell'anno stesso 1253, ai sette di 
Dicembre, a sera, poco dopo il crepuscolo, l'anno dodi- 
cesimo del suo pontificato, morì a Napoli Innocenzo IV, 
Papa di inclita memoria; e, il giorno appresso, morì 
Stefano Cardinal prete di Santa Maria in Transtevere; 
e i loro corpi, sepolti nella chiesa Napoletana, riposino 
in pace, e così sia. E Bertolino Tavernieri di Parma, 
che era allora Podestà di Napoli, fece chiudere le porte 
della città per ritenere i Cardinali dall' andare altrove, 
e costringerli ad eleggere, senza por tempo in mezzo, il 
nuovo Papa in Napoli stesso. E siccome non si potevano 
concordare ad eleggerlo per voti, che le urne davano 
sempre molto divisi, fu eletto per compromesso. E' Otta- 
viano Cardinal diacono impose il manto al più degno 
uomo della Corte, come egli disse, cioè a Bainaldo 
Vescovo di Ostia; e si nominò Papa Alessandro IV, 
eletto verso la vigilia di Natale; sicché il giorno di S. 
Tomaso di Cantorbery ne giunse la notizia a Ferrara. 
Alessandro IV, oriondo della Campania, fatto Papa 
Tanno 1253, tenne il pontificato sette anni. Nacque ad 
Anagni, e si chiamava Bainaldo Vescovo di Ostia. Fu 
molti anni Cardinale dell' Ordine de' frati Minori, e Papa 
Gregorio IX gli conferì la Porpora ad istanza e pre- 
ghiera de' frati Minori stessi. Questi ascrisse al catalogo 
dei Santi la beata Clara, convertita al cristianesimo dal 
beato Francesco; e ne compose la colletta e gli inni. 
Aveva una sorella nell' Ordine di Santa Chiara, ed un 
nipote nell'Ordine de* frati Minori; ma non creò né 
quella, Badessa, né questo. Cardinale ; né nominò nel suo 



332 

pontifìcaix) alcun Cardinale, quantunque allora fossero 
rimasi solo in otto. Fu uomo di lettere, amante dello 
studio della teologia, e spesso volentieri predicava, cele- 
brava, e consacrava chiese. Fuse in uno solo i cinque 
Ordini degli Eremitani che prima s* aveano ; conferì 
all'Ordine dei Minori quel privilegio, che si appella 
Mare magno. Manteneva costantissima Y amicizia, come 
appare chiaro da quel che faceva con frate Bainaldo da 
Tocca dell' Ordine de' Minori, cui amò tanto, che all' ami- 
cizia di lui non si può paragonare né quella di Gionata 
con Davide, né quella di Amelio e di Àniico. E} se anche 
tutto il mondo avesse detto qualche cosa di male contro 
frate Rainaldo, il Papa non l'avrebbe creduto, e ne pure 
ascoltato; e quando bussava all'uscio della camera, il 
Papa gli andava ad aprire anche a piedi nudi. Questa 
cosa la vide un altro frate Minore, una volta che era 
solo in camera col Papa, cioè frate Mansueto da Casti- 
glione Aretino, mio amico, dalle cui labbra io l'ho saputo. 
Questo Papa non s'imimischiò in guerre, e passò paci- 
ficamente i suoi giorni. Era tarchiato, corpulento e grasso, 
come un secondo Eglon; era benigno, clemente, pio, 
giusto, timorato e divoto di Dio. (Sotto il suo pontificato, 
Manfredi figlio del fu Imperatore Federico, infingendosi 
l'educatore di Corradino nipote di Federico, e divulgato 
ovunque che Corradino era morto, si pose in capo la 
corona del Begno. La qual cosa essendo a danno del 
Papa, prima fu scomunicato, poi fu raccolto contro di 
lui un grosso esercito. Tanto è vero che la menzogna a 
nulla approda). Questi, come è già detto, canonizzò ad 
Anagni Santa Chiara dell' Ordine di S. Francesco. Ai 
tempi di questo Papa, sia che l'epoca si voglia far 
partire dalla morte, sia dalla deposizione di Federico 
Imperatore, figlio del fu Imperatore Enrico, fatta da 
Papa Innocenzo IV, cominciò a vacare l'Impero romano, 
nulla ostante che dai Principi dell' Alemagna si faces- 



333 

sero parecchie elezioDÌ. E primo di tutti elessero il 
Langravio di Turingia, e, dopo lui, Guglielmo Conte di 
Olanda» i quali morirono prima di essere consacrati 
Imperatori. Dopo la morte poi di Federico II, gli elet- 
tori, divisi in due, una parte elevò alla dignità dell' Im- 
pero il Ke di Castiglia, gli altri il Conte di Cornovaglia, 
fratello del Ee d'Inghilterra, di nome Riccardo. E la 
divisione di quegli elettori durò molti anni. Questo Papa 
riprovò due pestiferi .libelli, de' quali uno sosteneva che 
tutti i Eeligiosi e predicatori della parola di Dio, che 
vivono di limosine, non possono salvarsi. Autore di questo 
libello era Guglielmo di Santo Amore, che lo pubblicò 
a Parigi, e distolse molti maestri e scolari dall' entrare 
neir Ordine de' Predicatori e dei . Minori. Ma l' autore 
non ne restò impunito; ed il Papa Alessandro IV e il 
Re di Francia S. Lodovico lo espulsero da Parigi, senza 
che potesse avere speranza di ritornarvi mai più in 

eterno, e più oltre L'altro libello conteneva molte 

cose false contro la dottrina dell'Abbate Gioachimo, 
cose che l'Abbate non aveva scritte; p. e. che il Vangelo 
e la dottrina del Nuovo Testamento non aveva condotto 
nessuno alla perfezione, e che dovea chiudersi il sao 
ciclo r anno 1260. E sappi che l'autore di questo libello 
fu frate Girardino di Borgo S. Donnino, che nel secolo 
fu allevato in Sicilia, e vi insegnò grammatica. Ed en- 
trato poi nell' Ordine de' Minori, dopo tempo fu mandato 
a Parigi per la provincia di. Sicilia (1), e fatto lettore 



(l; 11 capo di tatti i Minoriti «parsi nel monda era il Ministro Qenerale, o 
■cmplicemente il Generale. Ma V amministi-azione era divisa per provinole, e il 
e:i pò di ciascuna Provincia era il Ministro Provinciale, o semplicemente Provinciale. 
Il capo poi di ciascun convento della Provincia si chiamava Guardiano. Ora ogm 
Pvovincia ambiva ed aveva interessa morale e materiale di avere qualche frate, 
che p«)r ingegno e per dottrina le desse lustro; e rerciò quando vi era un gin- 
vane che. offrisse speranza di riesoire eminente per lettere o per iscienza, lo man- 
davano alia celeberrima Università di Parigi per gli studi di perfezionamento. 
Por la. P.orincim della Sicilia fa danqae inviato frate Gerardino di Borgo S. Donnino. 



334 

di teologia; e a Parigi compose il preaccennato libello, 
e all' insaputa de' frati lo pubblicò ; ma ne fu grave- 
mente punito, come ho detto più su Pur 

tuttavia fu rimandato nella sua provìncia, e perchè non 
volle rinsavire, frate Bonaventura Ministro Generale, che 
era in Francia, lo chiamò presso di sé. E passando per 
Modena, ove io allora abitava, ed avendo io seco fami- 
gliarità, giacché ero stato seco a Provins e a Sens, quel- 
la anno che il Ee di Francia S. Lodovico di buona me- 
moria andò la prima volta oltremare, gli dissi: Dispu- 
tiamo, se vuoi, intomo alla dottrina dell'Abbate Gioachimo. 
E rispose: Non disputiamo, ma comunichiamoci le nostre 
opinioni, e perciò ritiriamoci in luogo appartato. Lo con- 
dussi neir orto, di dietro al dormitorio, ci mettemmo a 
sedere sotto una vite, e gli dissi : Io ti domando quando 
e dove nascerà l'Anticristo. E rispose: È già nato ed 
adulto, e presto eserciterà il suo ministero d'iiliquità. 
E ripigliai: Lo conosci tu ? Non l' ho visto di persona, 
rispose, ma lo conosco bene per quel che se ne scrive. 
E gli domandai: Dov' è che ne sta scritto? Nella Bibbia, 
mi rispose. Dimmi dunque in quale punto, perchè la 
Bibbia la conosco bene. Ma rispose: Non te lo dirò punto, 
se prima non avremo fra mani la Bibbia. Andai pertanto 
a prendere la Bibbia, e di ritomo apertala, conobbi che 
egli riferiva tutto il capitolo 18<> di Isaia ad un Be di 
Spagna, cioè di Castiglia. Il capitolo di Isaia diceva: 
Guai al paese che fa ombra colV aie ecc. siuo alla fine. 
E gli domandai: Tu dunque dici che questo Ee di Ca- 
stiglia, ora regnante, è l'Anticristo? E rispose: Senza 
dubbio, r Anticristo, quel maledetto, di cui parlarono 
tutti i dottori, e i Santi che hanno trattato di questa 
materia. E cuculiandolo soggiunsi: Spero in Dio che 
t' accorgerai d' essere caduto in errore. E mentre io pro- 
nunciava queste parole, ecco comparire molti frati e se- 
colari nel prato di dietro al dormitorio, che mesti parla- 



335 

vano tra loro. É mi disse: Va ad ascoltare ciò che di- 
conO) perchè hanno l' apparenza di chi porta tristi notizie. 
Andai, e, ritornandone, disse: Dicono che Filippo Arcive- 
scovo di Kavenna è prigioniero di Ezzelino. Allora repli- 
cò: Vedi, se cominciano i misteri! Dopo mi domandò 
s' io conoscessi un Veronese, che soggiornava a Parma, 
e che possedeva lo spirito di Profezia, e scriveva il fu- 
turo. Sì, lo conosco, e lo conosco bene, io dissi, ed ho 
anche veduto le sue scritture. E allora, vedrei volontieri, 
mi soggiunse, quegli scritti; ti prego, se puoi, di prov- 
vedermeli E risposi: Li dà di buon grado, e va in sol- 
lucchero quando glieli cercano e vogliono averli. Ha fatto 
molte omelie, eh' io ho lette; e, smesso il mestiere di 
tesserandolo, di cui campava in Parma, è andato nel 
monastero dei Cistcrciensi di Fontevivo (1), ove tutto 
il di, vestito da secolare, scrive in una camera assegna- 
tagli dai frati, predice il futuro, e vive a spese del mo- 
nastero; e potrai andare a vederlo, poiché è distante sol 
due miglia al di sotto della strada. Allora osservò che 
i suoi compagni non vorrebbero deviare, e che quindi 
mi pregava di provvederglieli, che me ne avrebbe avuto 
grado. Continuò egli dunque il suo viaggio, e non V ho 
mai più visto. Io poi andai a quel monastero, quando 
li' ebbi tempo, e vi trovai un cotal mio amico, frate Al- 
berto Cremonella, entrato con me neir Ordine de* frati 
Minori il giorno stesso, in cui io vi fui ammesso da frate 
Elia, Ministro Generale, in Parma V anno 1238; ma, 
durante il noviziato, ne uscì, restò secolare, imparò 
fisica, e finalmente entrò nell' Ordine e nel mona- 
stero di Fontevivo, ove tutti lo stimarono dottissimo. 
E, quando mi vide, disse gli pareva di aver veduto un 
angelo del paradiso, essendoché mi amava vivissimamente. 



([ Sul'a sinistra d«l Tavo a due cbiìoiin-tri Nord della stazione di 
Caste! Guelfo. . . 



336 

Allora gli dissi che mi farebbe un segnalato favore se 
mi prestasse tutti gli scritti di quel Veronese. E rispose: 
Sappiate, frate Salimbene, che io sono tenuto in molta 
considerazione e posso molto in questo monastero, e i 
fi*ati, per loro bontà, e per quel tanto che so di fisica, 
mi vogliono bene assai; se desiderate, posso prestarvi 
tutti i libri del beato Bernardo. Colui, di cui parlate, è 
morto, e de* suoi scritti neppure una sillaba rimase al 
mondo; perchè io di mia mano ho abraso tutti gli scritti 
suoi; e ve ne dirò il come e il perchè. Vi era in questo 
monastero un certo - frate che sapeva benissimo V arte 

del raspare le carte, e disse all' Abbate: Padre 

giacché è più chiaro della luce del sole eh* io debbo 
morire, poiché io non sono punto migliore de* padri 
miei, vi prego, Padre, se vi par buono, di assegnarmi 
alcuni alunni, che amino di imparare a raspar le carte, 
perchè, morto io, potranno tornare utili a questo mona- 
stero. Ma non trovandosi nessuno che volesse imparare, 
tranne io, così dopo là morte del mio maestro, e di quel 
Veronese, abrasi tutti i libri di questo, di modo che non 
ne rimase lettera. E lo feci, parte per esercitarmi nelle 
abrasioni, parte anche perchè quelle profezie avevano 
sollevato troppo grave scandalo. Udito questo, io dissi in 
mio cuore: Anche il libro di Geremia profeta una volta 
fu bruciato; ma chi lo fece bruciare non ne andò impu- 
nito, come si legge in Geremia S6<>; anche la legge di 
Mosè fu bruciata dai Caldei, ed Esdra la riprodusse il- 
luminato dallo Spirito Santo. Così sorse in Parma un 
uomo, che nella sua semplicità ebbe 1* intelletto chiaro 
delle cose future, perché Iddio parla ai semplici di 
cuore. Proverbi 3*» Però dopo molti anni, abitando io ad 
Imola, venne nella mia cella frate Arnolfo mio Guardiano 
con un certo libretto scritto sul papiro, e mi disse: Un 
notaio di questa Terra, amico dei frati, mi diede a pre- 
stito da leggere questo libro, eh' egli copiò a Eoma, 



337 

quando si trovò colà col Senatore Brancaleone di Bologna, 
e se lo tiene molto caro, perchè lo compose e lo scrisse 
frate Qirardino di Borgo S. Donnino. Voi leggetelo, che 
avete studiato sui libri dell' Abbate Gioacchimo, e sap- 
piatemi dire se vi abbia qualche cosa di buono. Lettolo 
e consideratolo, dissi a frate Arnolfo: questo libro non 
lia lo stile degli antichi dottori, è frivolo, ed ha cose 
degne di riso; per cui il libro fu diffamato e riprovato, 
e vi do il consiglio di gettarb nel fuoco a bruciare, e a 
quel vostro amico dite che porti pazienza per amor di 
Dio e dell* Ordine nostro. Ciosì si fece, e il libro fu bru- 
ciato. È vero però che quel frate Girardino, autore del» 
r opuscolo, dava argomento di credere che avesse in sé 
qualche cosa di buono. Era famigliare, cortese, liberale, 
religioso, onesto, costumato, temperante di parole, di cibo, 
e di bevanda, semplice nel vestire, ossequioso con umil- 
tà e mansuetudine; Un uomo veramente amichevole in 
società^ pitA amico ancora che un fratello^ come disse 
il Savio ne' Proverbi 18«; ma la protervia nella sua opi- 

nionio «eclissava tutte quelle buone qualità E per 

cagione di questo frate Girardino si fece legge che nes- 
suno nuovo scritto sì publichi &orì dell' Ordine, se pri- 
ma non è stato approvato dal Ministro e dai definitori 
nel Capitolo provinciale^ e se alcuno contravvenga, digiuni 
tre giorni a pane ed acqua, e siagli tolta l'opera 

sua , . 

L' anno 1254, Guido, fratello di Ghiberto da Gente, a. 1254 
fu fatto Podestà di Beggio, e vi morì nel!' anno stesso, 
e fu sepolto nel convento vecchio dei frati Minori, ove 
ora abitano le Suore Minori dell' Ordine di SL Chiara. 
Si noti che anche la elezione di Papa Alessandro IV si 
può ascrivere a questo millesimo, come al precedente, 
perchè fu eletto tre o quattro giorni prima di Natale, 
e ne arrivarono le notizie a Ferrara da Napoli il dì di 
S- Tomaso di Cantorbery. 

Sàlimbene Cronaca 22 



338 

a. 1255 L' anno 1255, indizione 13*, fu data là Podesteria 
della città di Reggio a Qhiberto da Gente, che era an- 
che Podestà di Parma, e mandovvi, come Vicario, un suo 
nipóte. Guido De-Angeli, cittadino Parmigiano; e il Vi- 
cario e Ghiberto da Gente in una furono spogliati della 
Reggenza della città di Reggio dal collegio dei Giudici, 
i quali , senza il concorso del Consiglio municipale , 
elessero Podestà Penazzo, tìglio del fu Giliolo da Sesso, 
il 3 di Marzo, lunedì prima della Quaresima. E perciò 
sorse gran rottura tra Ghiberto da Gente Podestà di 
Parma e il Comune di Reggio. E lo stesso anno, Boni- 
facio, figlio del fu Giacomo da Canossa, stando e tenendo 
occupata la Rocca detta di Canossa contro V assenso del 

Podestà di Reggio perciò avendo Trisendo, suo 

figlio, predato sulla strada del Comune di Reggio, il Po- 
destà e il Comune raccolsero un esercito di montanari 
attorno alla rocca stessa, e V assediarono, e vi costruirono 
trabucchi e màngani, a seconda della volontà di quei di 
fuori, e ne capitanò le armi e l' impresa Alberto di Ca- 
nossa, e la rocca fu distrutta. Questa era la rocca della 
fu Contessa Metilde, fondata da Atto suo avolo, attempi 
di Ottone L Imperatore, e si chiamava Canusia, 
9$,. 1256 L' anno 1256, indizione 14% il sunnominato Giacomo 
Penazzo da Sesso fu eletto e confermato Podestà di 
Reggio a voce di popolo e degli Anziani. E lo stesso 
anno, in Maggio, Guglielmo da Fogliano Vescovo di Reg- 
gio vendette ai frati Minori di Reggio, per fame un 
convento, il palazzo che 1' Imperatore aveva donato a 
Nicolò di lui predecessore, riserbandosi soltanto il diritto 
di ospitarvi quando si trovasse in quella città. Ed i frati lo 
comprarono e pagarono coi denari riscossi dalle suore del- 
l' Ordine di Santa Chiara, alle quali avevano venduto il 
convento vecchio. (Questo accadde ai tempi di Papa 
Alessandro IV). Ma siccome i frati Minori comprarono 
il detto palazzo coli' onere di ospitalità all'Imperatore, 



339 

in processo di tempo dissero a Kodolfo, che era stato 
eletto Imperatore di volontà di Papa Gregorio X, che 
possedevano il palazzo di lui in Eeggio e lo abitavano, 
che desideravano che la dimora loro fosse da lui con- 
sentita. Ed egli rispose che gradiva assai che il suo 
palazzo avesse tali ospiti, e per amore de' frati Minori 
rinunziò liberalmente ad ogni diritto eh' egli s' era riser- 
vato. E perciò diede loro due lettere segnate col suo 
sigillo, nelle quali prometteva anche che, se le sue im- 
prese per il possesso dell'Impero volgessero prospere, 
avrebbe piti validamente confermata la sua concessione. 
Ma siccome il suaccennato convento era angusto, i frati 
Minori comprarono ancora all'intorno terra e case. 

L' anno 1257, indizione 15» , fu assediato e preso a a. 1257 
forza dal Comune di Eeggio Castel Adriano, cioè Castel- 
larano (1), e molti furono i morti e molti i prigioni. E 
que' del Frignano e della diocesi di Eeggio che si trova- 
rono nel castello furono tormentati e uccisi. 

L'anno 1258, indizione 1», Loterengo Andalò, Bolognese, a. 1258 
fu Podestà di Eeggio; e, l'anno stesso, lo staio di fru- 
mento si vendeva cinque soldi e mezzo imperiali, ma 
clandestinamente e in privato fu venduto anche sei, sette, 
otto, nove, dieci, sin dodici soldi imperiali. 

L' anno 1259, indizione 2», i Cremonesi, i Mantovani, a. 1259 
i Ferraresi, il Marchese Azzo d'Este, e il Conte di S, 
Bonifazio, tutti insieme, ad unanimità, giurarono guerra 
ad Ezzelino da Eomano. E V istess' anno, Ezzelino mosse 
con grosso esercito contro i Cremonesi suU'Adda, e dai 
Cremonesi ed alleati vi fu sconfitto, fatto prigioniero, 
ferito, morto, e sepolto nel Castello di.Soncino, che ap- 
partiene ai Cremonesi. Ma prima di morire, visse più 
giorni in quel castello, malato di ferite, di dolora e di 



(1} Sulla Secchia circa 20 cliilometri & monte dell' Emilia. 



340 

crepacuore, e fu sepolto sotto il palazzo del castello. 
Credo che dopo la creazione del mondo non abbia mai 
avuto il diavolo persona così somigliante a sé in ogni 
più raffinata malizia di dar la morte. Era fratello di 
Alberico; e furono due demonii; ma di loro abbiamo già 
parlato più sopra. Nel sussegnato millesimo, Costantino- 
poli, che era stata già da tempo presa ed occupata dai 
Francesi e dai Veneziani, fu per forza di guerra ricon- 
quistata da Faleologo Imperatore Greco. E lo stesso anno, 
in Toscana d' Italia, ai Fiorentini ed ai Lucchesi (1) 
toccò un miserando disastro. Fidenti sul numero e sul 
valore dei loro invasero il contado di Siena; ma i Sanesi 
calcolando suU* aiuto di Manfredi, allora Se di Sicilia, 
uscirono loro incontro a guerra. Ed i Fiorentini ed i 
Lucchesi ebbero tradigione da parte dei loro. Poiché a 
principio della battaglia, i capi principali dei Fiorentini 
passarono dalla parte de' nemici, e in una coi Sanesi in- 
furiarono contro i loro concittadini. Si dice anche che di 



(1) Intendi i Firentini ed i Lucchesi di parte Gnelfa farono fieramente 
battnti dai Sanesi e da fuorusciti Fiorentini di parte Ghibellina. Ed i Gaelfl 
furono traditi da Farinata degli Uberti e da Gherardo Ciccia dei Lamberti, Ghi- 
bellini; i quali Col mezzo di due frati Minori proposero ai Rettori Guelfi di Firenze 
la consegna di una porta della città di Siena nelle loro mani, pnrchè mandassero 
un regalo di 10,000 fiorini d' oro, e andassero con qb forte esercito a prenderne 
possesso. I Settori di Firenze morsero air amo deir inganno; raccolsero i denari 
e r esercito, ma la porta promessa non fu consegnata, anzi furono rovinosamente 
sbaragliati a Montaperti snir Arbia; e Firenze ritornò a signoria Ghibellina. La 
strage fu grande, e la si può misurare, quantunque vi sia palese esagerazione, da 
ciò, che gli Annali di Pisa fanno ascendere a 10,000 i morti, e a 20,000 i prigio- 
nieri di guerra; e il Cronista Saba Malaspina dice di 15,000 prigionieri; Rondoni 
nelle sue Storio Pisane nota 12,000 tra morti e prigionieri; fra Leonardo Aretino 
dà 80,000 morti, 4,000 prigioni; Bartolomeo Spina 10,000 morti, e 20,000 prigio- 
nieri. La battaglia fu combattuta il 4 settembre 1260 secondo Giovanni Villani; il 
4 settembre 1261, secondo Rainieri Sardo nella sua Cronaca Pisana, inserta nel- 
r Archivio storico, pag. 88 del Tomo 6», parta 2; dispensa 1; Salimbene la assegna 
al 1259; ed è più attendibile che gli altri, poiché Salimbene era eontemporauiio 
e già scrittore di cronache; gli altri sono tutti scrittori posteriori al tempo in eoi 
il fatto avvenne. 



Sii 

Fiorentini e Lucchesi tra morti e feriti ne restassero sul 
campo piU di seimila. Quell* anno stesso io abitava a 
Borgo S. Donnino, e composi e scrissi un altro lavoro 
Delle tristezze, alla maniera di Pateclo. Cosi pure nel 
detto anno infierì in Italia una immensa morìa d* uomini 
e di donne, sicché ali* ora dei vespri avevamo sempre in 
chiesa due morti, E quella maledizione cominciò la setr 
timana di passione, di modo che in tutta la provincia di 
Bologna i frati Minori, la domenica delle olive, non pote- 
rono ufficiare, tali erano i brividi che provavano; e que- 
sta peste durò piìi mesi* Fu allora che morì Rubino di 
Soragna, zio di Uberto Pallavicini, e fratello di Marche- 
sopolo, ed io lo confessai. In Borgo S. Donnino perirono 
di quella pestilenza trecento e più; in Milano molte mi- 
gliaia; a Firenze parimente molte migliaia; sicché, per 
non atterrire i malati, non si suonavano pib le campane 
a morto. 

L' anno 1260, indizione 3», sorsero i Flagellanti in a. 1260 
tutto il mondo, e tutti gli uomini, grandi e piccoli, cava- 
lieri e popolani, andando per le città processionalmente, 
preceduti dai Vescovi e dai Religiosi, a nudo si flagel- 
lavano. D si componevano paci, si restituiva il mal tolto, 
si confessavano le proprie colpe, sicché i sacerdoti appena 
avevano tempo di mangiare; e le loro labbra suonavano 
parole divine più che umane, e la loro voce era come 
voce di moltitudine; e gli uomini s' avviavano sul sen- 
tiero della salute, e componevano inni a onore e lode di 
Dio e della beata Vergine, e li cantavano mentre anda- 
vano flagellandosi in processione. Il Lunedì, festa d*Ognis- 
santi, tutti i Modenesi piccoU e grandi, e tutti quelli del 
contado di Modena, il Podestà e il Vescovo collo sten- 
dale di tutte le confraternite si recarono a Reggio, e sì 
andarono flagellando per tutta la città; e i più poi passa- 
rono a Parma il Martedì successivo al giorno d* Ognis* 
santi. E il Mercoledì, i Reggiani misero in pronto gli sten- 



342 ^ 

dali d' ogni parocchia, e fecero processioni intorno alla 
città, e il Podestà di Keggio Ubertino Kuhaconti de' 
Mandelli di Milano, anch' esso s' andò flagellando. Quei 
di Sassuolo (1), sul principio di questa benedizione, con 
licenza del (Jfuardiano, mi tolsero dal convento de' frati 
Minori di Modena, dove io allora abitava, poiché mi ama- 
vano molto uomini e donne, e mi condussero a Sassuolo; poi 
a Keggio, poscia a Parma, e, quando fummo a Parma, 
trovauamo che questa benedizione già vi era. Perocché 
volava come aquila che vuol piombare sulla preda; e in 
ciascuna città durava non pochi giorni; né vi era alcuno tanto 
severo, o invecchiato noi naale che non si flagellasse volen- 
tieri. E chi abborriva dalle flagellazioni era reputato peg- 
giore del diavolo, e lo mostravano a dito, come una sin- 
golarità e un uomo diabolico; ma quel che è anche più, 
poco dopo, era colpito da infortunio di morte, o di ma- 
lattia. Il solo Pallavicino, che era allora Signore di Cre- 
mona, e i suoi Cremonesi respinsero questa benedizione 
e devozione, perché come dice l' Ecclesiastico 10°, Qtiale 
è il Beggitore d' una città, tali ne sono anche gli 
alitanti E fece innalzare le forche lungo il Po, per 
farvi impiccare quanti entrassero nel suo dominio con 
queste flagellazioni, amando egli più il suo comodo tem- 
porale che la salute delle anime, e la gloria' del mondo 
più che la gloria di Dio. Nulla ostante molti giovani ti- 
morati di Panna si proposero di andare colà, disposti 
anche a morire per il perdono de' loro peccati, per la 
fede cattolica, e per onore di Dio. Ed io era a Parma, e 
mi trovavo col Podestà,. che era uno di Pistoia, quando 
disse: « Quell'uomo ha il cuore acciecato, pieno l'animo di 
malizia, e non sa di cose di Dio: Guardiamoci dall' essergli 
occasione di far del male, e se non la vuole la benedi- 



(I, Venti chilometri circa a Sud Ovest di Modena sui colli. 



343 

2Ìone, la benedizione si allontanerà da lui y^ E soggiunse: 
Vi pare fratelli, ch'io dica bene ? Dite benissimo, io rispo- 
si, e siete saggissimo, Signore. Allora egli mandò bandi- 
tori per tutta Parma comandando e proibendo, colla 
comminatoria di gravissime pene, che nessnn parmigiano 
osasse passare il Po; e così sbollirono gli ardori. In quel 
tempo era tenuto in somma reverenza Obizzo Sanvitale 
Vescovo di Parma. Queste cose avvennero nel millesimo 
sussegnato, pontificando Papa Alessandro IV, anno sesto 
del suo pontificato, anno in cui si cominciò a fabbricare 
la torre di Eeggìolo al di là della Tagliata. Lo stesso 
anno, Gregorio de' Bonici fece il suo ingresso, come Ab- 
bate, nel monastero di S. Prospero di Eeggio. E la città 
fu prosciolta dall' interdetto e dalla scomunica, a cui 
era stata sottoposta sei anni. E, lo stesso anno, doveva 
avere cominciamento il terzo di que'peripdi, in cui l'Abbate 
Gioachimo divide il mondo. Nel primo di tali periodi, 
il Padre col mistero operò per mezzo de' Patriarchi e 
de' figli dei profeti, quantunque le opere della Trinità 
siano indivisibili; nel secondo, ha operato il Figlio per 
mezzo degli Apostoli e degli uomini apostolici, del qual 
periodo il Tiglio stesso dice in Giovanni II padre mio 
ha operato sino a tuttora, ed io opero. Nel terzo periodo, 
opererà lo Spirito Santo per mezzo de' Keligiosi. Così 
scrive l'Abbate Gioachimo dell' Ordine di Flora. Il qual 
ultimo periodo diconlo incominciato con quelle flagel" 
lazioni, che si fecero 1' anno 1260, indizione 3* , quando 
quelli che si flagellavano chiamavano sé stessi voci di 
Dio, non d' uomini. Lo stesso anno, il Ee d' Ungheria, 
per.quistione di territorio, portò guerra al Ee di Boemia 
con un esercito, di cui facevan parte 240000 uomini di 
cavalleria, raccolti da diversi popoli d' oriente e da' pa- 
gani; a cui si fece incontro, per tenergli testa, il Ee di 
Boemia con 100000 uomini di cavalleria, tra' quali è fama 
che ne avesse 7000 con cavalli coperti di ferro. E azzuf- 



344 

fatisi sul confine dei due regni, il conflitto delle armi e 
de* cavalli sollevò tal nembo di polvere che di mezzo e 
chiaro giorno appena un uomo poteva distinguere un 
altro uomo. Finalmente gli Ungheria caduto il loro Be 
gravemente ferito, voltando le spalle e abbandonandolo, si 
diedero a fuga precipitata. Ed, oltre ai morti di ferro, 
si dice che ne restassero sommersi 14000 in un fiume 
profondo che dovetter passare. Ma avanzandosi il Be di 
Boemia colla vittoria in Ungheria, fu richiesto di pace 
dal Be degli Ungarì, il quale restituì il territorio, che 
era stato cagione della guerra; ed un matrimonio risaldò 
tra loro per 1' avvenire 1' antica amicizia, 
a. 1261 L'anno del Signore 1261, indizione 4.*, nel Marzo, 
morì Simone Manfredi, figlio di Giovanni di Bonifacio. 
Costui fu mio amico, di parte della Chiesa, e in oc- 
casione di una grossa guerra si mostrò prode e valoroso 
campione. Nello stesso millesimo ebbe luogo 1* istituzione 
e r ordinamento della Begola dei militi della beata Ver- 
gine Maria, per opera di frate Bufino Gorgone da Pia- 
cenza, che era stato molti anni Ministro a Bologna, e 
allora era Penitenziere nella Corte del Papa, e si trovava 
a Bologna per affari della Corte stessa. £ ad ordinarla 
concorsero coli* opera loro gli onorandi personaggi: Lo- 
terengo Àndalò Bolognese, che ne fu Priore o Prelato; 
Gruamonte; Ugolino Capizio Lambertini Bolognesi; Ber- 
nardo da Sesso ed Egidio di lui fratello; Fizaimone Ba- 
ratti da Parma; Schianca degli Eleazari da Beggìo, e 
Bainero Adelardi di Modena. Costoro dai contadini, per 
beffa e canzonatura, si chiamavano i Gaudenti: come se 
volessero dire che si sono fatti frati perchè nessun altri 
pigli parte ai loro beni, e volessero goderseli da per sé 
soli, secondo le parole di queir avaro, di cui parla l' Ec- 
clesiastico 11.® : C è chi arrichisce con poca fatica, e 
questa ricchezza è la sua porzione di mercede^ in quanto 
che dice : Ho trovato per me il mio riposo, ed ora man- 



345 

gerd de' miei beni da solo. Ricordo che quest' Ordine 
fu costituito in Parma nel tempo dell* Alleluia^ a tempo 
cioè di queir altra fanatizzante divozione, nella quale si 
cantava Y Alleluia^ e i frati Minori e Predicatori davano 
a credere di far miracoli, 1* anno 1238, sotto il pontificato 
di Gre'gorio IX. E f u costituito per opera di frate Bar- 
tolomeo da Vicenza, dell' Ordine dei Predicatori, che 
allora era tenuto in gra conto a Parma, e fu buon uomo; 
poscia diventò Vescovo della Terra d'ond' era nativo. Ed 
i predetti frati vestivano lo stesso abito che questi, con 
mantello bianco e croce rossa. In questo solo differivano, 
che quelli si chiamavano militi di Oesìi Cristo: questi 
militi di Santa Maria. Ma quelli durarono molti anni, 
poi venner meno, ed io ne ho veduto V aurora ed il tra- 
monto ; che pochi si ascrissero al loro Ordine. Parimente 
questi, che si chiamavano Gaudenti, crescono come il pane 
in mano ad un affamato, e credono di aver fatto un gran 
che, un qualche cosa di singolare, appropriandosi la 
stessa foggia di vestiario. Ma alla Corte di Boma sono 
stimati poco. E ciò per cinque motivi : !.• perchè di 
loro ricchezze non costruiiono mai né monasteri, né 
ospedali, né ponti, né chiese, né si sa che abbiano mai 
fatta altra opera pia ; 2.^ perché tolsero a rapina molto 
di quel d' altri, a uso de' potenti, né restituirono il mal 
tolto ; 3.^ perché dopo aver sciupate le proprie ricchezze 
e fatte molte e grosse spese in vanità e in pranzi, acco- 
gliendo alle loro mense gli istrioni anzi che i poverelli 
di Cristo, eglino domandano alla Chiesa romana e vogliono 
ottenere dal Papa licenza di occupare i conventi dei 
migliori Religiosi, di qualsia Ordine, ed espellerli dalle 
loro abitazioni ; 4.» perché sono avarissimi, e la radice 
d* ogni male è V avarizia ; 5.<» ed ultimo, perché non 
veggo che servigi facciano alla Chiesa, ed a che siano 
utili, se non fosse che curano la loro salvezza, la qual 
cosa da Girolamo si chiama santa rusticità*... Di questo 



346 

aduoque basti. Ora è da godere coi godenti e da pian'- 

gere coi piangenti, Papa Alessandro IV morì l' anno 

1261, ed ebbe successore Urbano IV, che diede la Ee- 
gola di questi Gaudenti. 
ij^ii2 L* anno del Signore 1262, indizione 5.% fu eletto Papa 
Urbano IV, e a suo tempo fece due cose : Per opera dei 
crociati mise in fuga Y esercito di Saraceni, che Man- 
fredi, figlio di Federico II Imperatore spodestato, aveva 
lanciato sul patrimonio della Chiesa, e conferì facoltà a 
Carlo Conte di Provenza, frateflo del Ee di Francia, di 
ritogliere il Eegno di Sicilia a Manfredi che Y occupava. 

a. 1263 L' anno 1263, indizione 6.» , Papa Urbano IV diede 
e confermò Y investitura del Eegno di Sicilia a Carlo, e 
ne privò il sunnominato Manfredi, che lo teneva di forza. 

a. 1264 L' anno 1264, indizione 7», ai sette d' Agosto apparve 
una maravigliosa cometa, quale nessuno mai, che allora 
vivesse, Y avea veduta. Sorgeva con vivacissimo splendore 
dall' oriente, e allungava una lucidissima coda sino a 
metà dell' emisfero, verso occidente. E quantunque fosse 
mandata, forse, come segnale di molti eventi a diverse 
parti del mondo; questo solo almeno di chiaro si è v&* 
duto che, avendo durato tre mesi, al suo apparire Papa 
Urbano cominciò ad ammalare, e spirò la stessa notte 
in cui la cometa disparve. E lo stesso anno venne a Mo- 
dena da Ferrara il Marchese d' E»te con forte numero 
di fanti e di cavalli^ e ana Domenica, che fu il 20 Di- 
cembre, arrivarono da Firenze 200 militi Guelfi, ad istanza 
di Giacomino Eangoni, di Manfredo Eosa da Sassuolo 
e di tutto il partito di lui, cioè della Chiesa, e del Po- 
destà dì Modena, Monaldo da Orvieto ; e scacciarono dalla 
città la fazione di quei da Gorzano, che erano del par- 
tito imperiale, e tutti i loro aderenti, e restò morto 
Tomaso di Gorzano, e due della famiglia Bastardi, e di- 



347 

strussero tutto il castello di Gorzano (1); il qua! fatto 
produsse forte impressione nelF animo di tutti i Reggiani. 
Lo stesso anno mori auche Papa Urbano IV. 

L' anno 1265, indizione 8,» fu eletto in Perugia Papa a, 1265 
Clemente IV, che era allora oltre monti, ed apparteneva 
al collegio de' Cardinali, e non ^ volle recarsi a ricevere 
l'investitura del papato senza aver prima visitato in Assisi 
la chiesa ove giace il gloriosissimo corpo del beato Fran- 
cesco. Lo stesso anno arrivò a Roma Carlo, fratello del 
Re di Francia, e fu fatto e confermato He della Puglia 
e di Sicilia, d' onde il predetto Carlo, che era stato chia- 
mato da Papa Urbano per la riconquista della Sicilia, 
venne a Roma per mare, ove era anche stato eletto Se- 
natore. Dipoi invadendo la Puglia, in battaglia campale 
tolse la vita e il Regno al prenominato Manfredi. Lo 
stesso anno, i Modenesi e i Guelfi, che erano in Modena, 
un venerdì 6 Marzo, corsero sopra Reggio, e quei di Fo- 
gliano ed i Roberti ruppero con gran violenza Porta 
Castello, che era murata, ed i Modenesi e ì Guelfi entra- 
rono in città, ove si azzuffarono con quei di Sesso, e con 
furore ed isterminio li espulsero da Reggio. Perciò quei 
da Sesso coi loro partigiani si ritirarono a Reggiolo, e 
quasi tutti i popolani, che tenevano dalla parte di quei 
di Sesso, furono confinati a tre miglia al di sopra della 
città e della strada Emilia, lìberi sulla loro fede e lealtà, 
tranne quelli che erano cittadini di Sesso. Così i Roberti 
nominarono subito Podestà Giacomino Rangone di Modena, 
deponendo Marco Gradenigo di Venezia. In queir anno, 
que' di Sesso presero il castello di Canolo (2), che dopo 
fu ripreso dalla fazione de' Roberti. Parin^ente in quel- 



fi) A sette miglia Sud da Modena sul Tiepido, f restano anco» avanii 
dvl castello. 

(2' A dieci miglia Noìd-Evt di Saggio. 



348 

r anno fu fatta e pattuita una tregua tra i Beggiani, 
che occupavano Beggio, e quelli che ne erano stati cac- 
ciati, a cominciare dal giorno di San Pietro sino a San 
Michele; e la convenzione fu stabilita per mezzo de' frati 
Predicatori, cioè frate Federico Priore di detti frati, frate 
Pellegrino lettore, e frate Pietro Fulconi e alcuni frati 
Minori ; della qual tregua trassero utile notevole ambedue 
le partL L' anno stesso, verso Natale, arrivò un numeroso 
esercito Francese in aiuto di Carlo fratello del Be di 
Francia, che era a Eoma. Ed io li ho veduti arrivare 
mentre andava a predicare in S, Procolo di Faenza, nella 
festa di S. Giovanni Evangelista, E corsero in Puglia 
contro Manfredi, figlio di Federico Imperatore deposto, 
per debellarlo, e lo uccisero e spogliarono di quanto 
aveva, V anno 1266, verso Pasqua, E fu gran miracolo che 
r anno in cui vennero non si ebbe freddo, né gelo, né 
ghiaccio, né neve, né pioggia, né fango; ma buonissima 
era la strada, facile e commoda, come fosse il mese di 
Maggio. E questo avveniva per disposizione di Dio, per- 
chè accorrevano in aiuto della Chiesa, ed a sterminio di 
quel maledetto Manfredi, che per le sue iniquità fu ben 
degno di tal fine. Ed erano veramente moltissime, come 
se ne diceva, e aveva perfino fatto uccidere suo fratello 
Corrado. E Corrado aveva fatto uccidere Carlo di lui 
fratello, nato a Bavenna da un' Inglese, moglie di Federico 
Imperatore, mentre Corrado gli era nato da una figlia del 
Ee Giovanni. Ebbe anche Enrico, il primogenito, da una 
spagnuola ; e Manfredi avevalo avuto da una sorella, o da 
un^ figlia d' una sorella del Marchese Lancia, Lombardo 
di Piemonte. Ma tra tutti i figli dell'Imperatore Federico, 
a mio avviso, il più valente fu Enzo Be di Sardegna, fatto 
prigioniero dai Bolognesi, e per molti anni sino alla morte 
tenuto in carcere. Questi non era legittimo. Anche un 
altro ne ebbe non legittimo, di nome Federico, cui creò 
Be in Toscana. Lo stesso anno, Uberto Pallavicino, Po- 



349 

desta di Cremona, coi Cremonesi e con ogni sua possa 
tentò di impedire il passo al Conte di Fiandra, Capitano 
della milizia dell'esercito di Se Carlo. Ma il Conte 
sforzò il passo deirOglio a Palazzolo (1), distrusse il 
castello di Capriolo (2), e gli abitanti del castello, perchè 
avevano impiccato uno de* suoi cavalieri, tutti, maschi e 
fenmiine, sino ai ragazzi, li fece passare a fil di spada. 
Il Conte passò poi vicino a Brescia, prese e distrusse 
Montechiaro, castello dei Bresciani, e poscia andò a 
Mantova. 



Fine del primo volume 



[ÌP SnirOglio e salla strada da Bergamo a Brescia. 

(2) Sulla sinistra delV Of Uo poco distante alla punta Sud del Iago di Iseo. 



// traduttore si riserva il diritto della proprietà letteraria 



ERRATA-CORRIGE 





JFrror*i 


Correzioni 


Pag 


. 2 


peliccie 


pelliccie 


» 


14 


Ini 


lui 


» 


34 


1825 


1829 


» 


82 


Roberto 


Giberto 


» 


96 


Sonio 


Senio 


» 


116 


delle Provincie 


della provincia 


» 


129 


Cantorbery 


Rouen 


» 


145 


Isaia 32.0 


Isaia 31.0 


» 


160 


E qnaDdo 


E quando 


» 


164 


Prefetessa 


Prefettessa 


> 


156 


Provvincia 


Provincia 


» 


196 


Perrocchè 


Perocché 


» 


207 


Raimondo d'Arezzo 


Rainaldo d' Arezzo 


» 


222 


Balbekie 


Balbek 


» 


259 


Sovraccitati 


Sovreccitati